The Imitation Game

TheImitationGame Il biopic romanzato su come i crittografi di  Bletchley Park riuscirono a svelare il codice di Enigma, il cifrario usato dai tedeschi e dagli alleati dell’Asse durante la Seconda Guerra Mondiale, è in realtà l’occasione per raccontare la storia del matematico Alan Turing, a capo del gruppo di ricercatori.
Turing era una delle menti più brillanti d’Inghilterra, considerato oggi uno dei padri dei computer, il matematico fu dimenticato per oltre mezzo secolo, in seguito agli eventi ignominiosi che lo portarono al suicidio: condannato per il reato di omosessualità, ancora in vigore in Gran Bretagna nei primi anni ’50, non resse ai danni della castrazione chimica che aveva scelto in alternativa al carcere e preferì suicidarsi.
La sua riabilitazione postuma è iniziata nel 2012, centenario della nascita culminando con la grazia postuma concessa dalla Regina Elisabetta a fine 2013.
Il film, con tutti i suoi limiti, è un tributo doveroso a questo genio dimenticato e la pellicola nella sua robusta ricostruzione storica riesce anche ad affascinare lo spettatore.
L’impianto è molto classico con salti temporali che dal periodo esaltante delle ricerche per svelare Enigma, passano all’indagine poliziesca degli anni ’50 che porterà a scoprire l’omosessualità del matematico o rimandano agli anni difficili dell’adolescenza che dovrebbero rivelare alcuni aspetti della personalità di Turing e si dimostrano essere la parte più debole della pellicola.
L’opera probabilmente non ha che ambizioni didascaliche e facilmente può essere confusa con una produzione televisiva (il che non è un demerito visto la grandissima qualità dei serial inglesi) di certo prima di farsi catturare dal film il series addicted deve superare lo straniamento di vedere l’asociale Sherlock fare il verso a Sheldon Cooper litigando con Tywin  Lannister per entrare a Bletchley dove può collaborare con Branson di Downton Abbey

Fra le tue braccia

Fraletuebraccia

Cluny Brown
Usa 1946 20thCentury Fox
con Charles Boyer, Jennifer Jones, Peter Lawford
regia di Ernst Lubitsch

Londra 1938: la giovane orfana Cluny Brown è affascinata dal lavoro dello zio stagnaio e si presenta a riparare un guasto idraulico in sua vece, incontra così l’esule boemo Adam Belinski che rimane affascinato dalla bizzarra fanciulla. I due si ritrovano nella tenuta di Carmel, dove la ragazza è stata spedita a far la cameriera e l’intellettuale è ospitato per i suoi meriti contro il regime nazista.


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Poco più di un mese fa avevo letto la novella Cluny Brown da cui Lubitsch trasse questa deliziosa commedia, ultimo film portato a termine dal regista che si sarebbe spento l’anno seguente.
Se già il testo non risparmiava le frecciate alla buona società britannica, Lubitsch con le gag e le battute fulminanti, mette alla berlina il convenzionale mondo inglese che si scandalizza di fronte all’irruente freschezza di una ragazza che non “sa qual’è il suo posto” tanto da bruciare l’occasione di fare un buon matrimonio con il vacuo farmacista del paese perché, proprio al momento della dichiarazione, durante una riunione familiare, il bagno s’intasa e Cluny non sa resistere alla tentazione di cimentarsi con lo scarico ribelle mettendo in grave imbarazzo il promesso sposo che rompe il fidanzamento.
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La scena dello sciacquone è magistrale nello svelare la vera natura di Cluny che stava vivendo la dichiarazione con composta modestia ma allo sgradevole gorgoglìo il suo volto si anima d’entusiasmo. Jennifer Jones, nota soprattutto per il ruolo di Bernardette, è davvero deliziosa e bravissima nel delineare le mille sfaccettature di Cluny che nella sequenza iniziale, dopo il brindisi per lo sturamento del bagno londinese, si sente come un gatto d’angora: sensuale e pigra.
Il professore Belinski d’altro canto affascina i ricchi signori di Carmel soprattutto Andrea, il figlio che lo vuole nascondere ad ogni costo nella proprietà del Devonshire per metterlo in salvo dagli odiati nazisti anche se l’esule boemo cerca di rassicurarlo di non correre pericoli in Inghilterra.
Ovviamente tra i due elementi di disturbo nasce subito una simpatia: “è bello parlare con un altro spostato” dice Cluny riconoscendo un proprio simile. Belinski, vanesio e donnaiolo fa promettere alla fanciulla che tra loro ci sarà solo amicizia ma è il primo a innamorarsi mentre Cluny cerca l’affetto della famiglia che non ha mai avuto fidanzandosi con il ridicolo farmacista succube della madre, ottimamente interpretata da Una O’Connor: la donna non dice mai una parola ma manifesta i propri stati d’animo attraverso una tossetta stizzosa.
L’amore trionfa e i due troveranno fortuna in America dove il colto letterato si ricicla in scrittore di romanzi gialli di successo. In meno di un decennio Lubitsch ammorbidisce le sue posizioni sugli States che proprio nel 1938 prendeva in giro ne L’ottava moglie di Barbablù: il pragmatismo americano è diventato un sicuro rifugio per gli originali che l’Europa, ferma alle vecchie abitudini, non ha saputo accettare spianando così la via a tragici esiti della Seconda Guerra Mondiale.

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Hermitage

Hermitage_LOC Dopo Leonardo Live, questo è il secondo film “d’arte” che vado a vedere in sala e mi sono ritrovata ad ammirare un documentario completamente diverso dal precedente: Leonardo Live era esaustivo nel raccontare meticolosamente le opere del grande maestro rinascimentale, mentre Hermitage si sofferma poco sui capolavori contenuti dal celebre museo di San Pietroburgo per raccontarne la storia attraverso i secoli dalla fondazione voluta da Caterina II di Russia nel 1764, esattamente 250 anni fa.
Nel film di Margy Kinmonth, ritorna in chiava diversa e con le debite differenze artistiche il concetto di Sokurov, che l’Hermitage sia davvero l’Arca Russa, contenitore di due secoli e mezzo di storia convulsa che hanno influenzato i destini del mondo.
Il museo nasce, come già detto per volere della Grande Caterina, che comprò intere collezioni, anche in tempo di guerra, per dimostrare che la Russia era un’impero ricchissimo e culturalmente all’altezza dei regni europei. Tutti i Romanov apportarono importanti contributi al museo, in settori che a loro interessavano o anche quando a regnare c’era uno zar del tutto disinteressato all’arte.
L’Hermitage è scampato a un’incedio a fine Ottocento, alla Prima Guerra Mondiale, alla Rivoluzione d’Ottobre (fu nazionalizzato cinque giorni dopo il colpo di stato) e soprattutto alla furia nazista della Seconda Guerra Mondiale. Paradossalmente i nemici più insidiosi vennero dall’interno, soprattutto da Stalin che vendette molte opere importantissime per finanziare la crescita industriale e inviò molti membri del personale nei gulag perché si opponevano alle vendite o per le loro origini colte e di derivazione nobiliare.
Le collezioni sterminate del museo vanno dalla scultura classica, all’archeologia russa, dai dipinti, grandi maestri italiani e fiamminghi all’arte contemporanea. Molte collezioni sono state celate per lungo tempo: gli Impressionisti, Matisse, Picasso non riscuotevano l’approvazione di Stalin, le opere ricevute (o meglio prelevate) come compensazione dei danni di guerra dalla Germania furono tenute nascoste fino agli anni ’90 per i reclami della nazione saccheggiata.
Hermitage può essere letto solo come un grande spot al museo russo e in fondo non ci sarebbe nulla di male in questo intento, ma a una riflessione più attenta si nota come il film sottolinei il significato politico dell’arte, la sua importanza nello stabilire la magnificenza e il grado di civiltà di un impero e sopratutto, la lungimiranza di uno statista passa sempre dal suo rapporto con l’arte.

Si alza il vento

Sialzailvento Miyazaki ha annunciato più volte il suo ritiro dall’attività cinematografica ma questa volta dev’esser quella effettiva, a giudicare dal testamento morale che il maestro giapponese dell’animazione ha affidato al suo ultimo film, Si alza il vento.
Si tratta della biografia romanzata dell’ingegnere aeronautico Jirō Horikoshi celebre per aver realizzato il modello Mitsubishi A6M Zero, usato dai kamikaze giapponesi durante la Seconda Guerra Mondiale.
Miyazaki ce lo presenta fanciullo, preoccupato che la miopia intralci in qualche modo il suo sogno di costruire aeroplani e proprio dal mondo dei sogni arriva a Jiro la determinazione e il coraggio di proseguire la sua carriera: il suo mentore onirico è il costruttore italiano Giovanni Battista Caproni che invita il ragazzo giapponese a perseguire il suo sogno nonostante la maledizione dell’aviazione: piegare magnifiche opere d’ingegno a strumenti di morte.
La dimensione onirica si intreccia con i fatti storici: il terremoto di Tokio del ’23, il lavoro alla Mitsubishi, il viaggio di lavoro nella Germania nazista per studiare i progressi tecnologici dell’alleato germanico. Il sogno ha una funzione stilistica, è l’ellissi temporale che permette di unire momenti distanti nel tempo ma soprattutto esplicativa: è nel sogno che le contraddizioni tra l’ambizione ingegneristica e l’uso fatto del prodotto aereo vengono spiegate ed accettate con sofferta rassegnazione.
Si alza il vento assume la valenza di un testamento artistico nel racconto della soddisfazione profonda nata dal processo creativo che permette di affrontare con serenità anche le tragedie della vita (Jiro ha un solo grande amore, Nahoko, incontrata durante il terremoto, perduta per anni e ritrovata ormai minata dalla tubercolosi).
Apparentemente il film sembra riproporre tutte le tematiche di Miyazaki ma ben presto la natura che ruggisce durante l’eruzione causa del terremoto, perde il suo classico ruolo di divinità offesa dall’incuria degli uomini e l’orrore assume il volto della guerra, mostro desolante perché non offre possibilità di redenzione.
Anche il tratto del disegno è più maturo, realista nella ricostruzione storica del Giappone degli anni ’20 e ’30, rimanda all’impressionismo nei momenti più lirici, in particolare la sequenza della locandina mi ricorda La Promenade di Monet per l’insistenza della ripresa dal basso verso l’alto.

Band of Brothers

Band-of-brothers Oggi ricorre il 69° anniversario del D-Day, lo sbarco delle truppe alleate in Normandia che ribaltò le sorti della Seconda Guerra Mondiale.
Grazie a Rai4 proprio in questo periodo sto recuperando Band of Brothers, la storica serie del 2001 (spin off di Salvate il soldato Ryan) che racconta le avventure della Compagnia Easy del Secondo Battaglione, 506º Reggimento di fanteria paracadutista, 101ª Divisione Aviotrasportata dell’esercito degli Stati Uniti che ebbe funzione di supporto nello sbarco in Normandia.
Non avevo mi avuto occasione di vedere il serial e dopo aver visto il noiosissimo The Pacific, sorta di sequel ambientato sul fronte bellico del Pacifico pensavo di snobbarla, ma fortunatamente ha vinto la curiosità.
Inutile commentare un prodotto così celebre con oltre dieci anni di vita, è più divertente giocare con il cast e vedere che molti dei giovanissimi protagonisti sono diventati delle star del piccolo schermo. a partire da Damian Lewis, il maggiore Richard D. Winters che dopo un decennio tra cinema e tv è il protagonista della serie di culto Homeland.
Kirk Acevedo, il sergente Joseph Toye è stato protagonista di Oz, ha partecipato a The Black Donnellys, Law & Order ma qui lo si ama soprattutto per il ruolo di Charlie Francis, collega di Olivia Dunham in Fringe.
Matthew Settle, che nel telefilm interpretava Ronald Speirs, ha partecipato a E.R. – Medici in prima linea, The Practice, Brothers & Sisters fino a brillare nelle cinque stagioni di Gossip Girl con il ruolo di Rufus Humphrey.
Scott Grimes (Donald Malarkey) è stato una colonna di E.R. nei panni del maldestro Dr. Archie Morris.
Il biondissimo Neal McDonough: Lynn “Buck” Compton in Band of Brothers è riconoscibilissimo per la sua chioma quasi albina in ogni interpretazione filmica e televisiva, lo ricordiamo come il pazzo Dave Williams nella quinta stagione di Desperate Housewives.
Richard Speight Jr. (il sergente Warren ‘Skip’ Muck) si è brevemente specializzato in serie soprannaturali come Jericho e Supernatural dove è stato Gabriel nella 5° stagione.
Il belloccio Eion Bailey (David Kenyon Webste) è transitato per diverse serie e ora è tra i protagonisti di C’era una volta con il ruolo di Pinocchio.
Il perfido istruttore Herbert Sobel era interpretato da David Schwimmer, per tutti sempre il Ross di Friends.
Concludiamo ricordando che il ruolo del sergente Burton ‘Pat’ Christenson era interpretato da uno dei sex-symbol del momento: Michael Fassbender.

The Master

TheMaster Alla fine della Seconda Guerra Mondiale, Freddie Quell fatica a reinserirsi nella vita quotidiana, dedito all’alcol (che produce con misture velenose) e alle donne fino a quando incontra il “guru” Lancaster Dodd..

The Master non è solo la rilettura degli esordi di Scientology, ma piuttosto un analisi dei nuovi individui che ha saputo creare il XX secolo: certo, la nostra società è ancora costituita prevalentemente da borghesi, intellettuali, eccetera che sono però figure creatisi nei secoli precedenti, il XX secolo ci ha regalato due modelli (tipicamente americani) il loser e questa figura per cui non mi viene in mente una parola adatta per descriverlo può essere “il maestro” il venditore, di certo è una figura che tutti abbiamo incontrato nella nostra vita a vari livelli, dall’amico a cui non si riesce a rifiutare mai niente (ma prova a pretendere che faccia qualcosa di cui hai bisogno tu!) al leader politico. Tutti accomunati dalla medesima faccia tosta, dal fascino mellifluo misto di ira e blandizie che contrasta fortemente con i precetti di dignità e onore del XIX secolo. Philip Seymour Hoffman incarna perfettamente questa figura soprattutto negli improvvisi sguardi maliziosi e complici che sa lanciare al suo interlocutore. Fisicamente completa la prova eccezionale di Joaquin Phoenix: il pancione di Dodd sembra inserirsi perfettamente nella cavità del ventre di Quell segnato dalle spalle curve e da un’andatura disarticolata.
La specularità dei due personaggi è data anche dal rapporto con il femminile: Dodd ha alle spalle un clan di figli ed ex mogli dominato dalla moglie in carica mentre Quell non riesce a relazionarsi con le donne: ancora una volta l’eccesso e la mancanza rappresentano forme complementari di una dipendenza sessuale che segna di profonda solitudine due vite così diverse nei loro esiti.
Visivamente il film è altrettanto complesso sia sul piano narrativo, alterando i piani temporali e la realtà con il sogno in maniera così sottile da creare una linearità parallela perfettamente credibile, che su quello della composizione dell’immagine dove la regia di Paul Thomas Anderson spazia dal rigore geometrico degli ambienti chiusi alla vastità dei deserti.

Un racconto di Canterbury

Acanterburytale A Canterbury Tale
Inghilterra 1944
con Eric Portman, Sheila Sim, Dennis Price
regia di Michael Powell e Emeric Pressburger

Una sera, alla stazione del villaggio di Chillingbourne, a poca distanza da Canterbury, si incontrano un militare americano che ha sbagliato fermata, un soldato inglese di ferma nel villaggio e una ragazza che vi si è recata a per lavorare. Mentre vanno in paese, la ragazza subisce l’aggressione dell’”uomo della colla”, un maniaco che da alcuni mesi imbratta di colla i capelli delle ragazze del posto. Invece di spaventarsi Alison, con i suoi amici soldati, decide di scoprire chi sia il maniaco e da subito i sospetti cadono sul governatore Colpeper…

Se siete rimasti colpiti dall’orgoglio britannico sfoderato nelle recenti cerimonie di apertura e chiusura delle Olimpiadi londinesi, potete ritrovare lo stesso spirito in questa pellicola, considerata minore, della celebre coppia di registi britannici.
E’ una strana ma efficace commistione di due generi cinematografici tipici della seconda guerra mondiale: il film di propaganda bellica e quello in cui si cerca di evadere dalla guerra rifugiandosi nella fiaba e nel passato.
Un racconto di Canterbury si apre con una sequenza in costume dedicata ai celebri pellegrinaggi cantati da Chaucer che a partire dal medioevo fecero della cattedrale di Canterbury una delle mete religiose più celebri d’Inghilterra. Il passaggio al presente è brusco: il falconiere che libera il rapace si ritrova a fissare un aereo militare che solca i cieli e quando la macchina da presa torna su di lui, l’uomo non indossa più abiti medievali ma una divisa.
La trama gialla piuttosto esile è in fondo una scusa per approfondire i caratteri dei protagonisti: il soldato americano pensa che la fidanzata l’abbia lasciato perchè da mesi non riceve più lettere dalla ragazza, Alison ha deciso di accettare il lavoro agricolo nel Kent perchè in quei luoghi è stata felice con il fidanzato ora disperso in guerra, il soldato inglese dai seri studi musicali, è finito a suonare in un cinema. Nonostante i toni giocosi, la descrizione della semplice vita del villaggio, la bonaria presa in giro degli americani (il soldato è interpretato da un vero militare USA) lo spettro della guerra è sempre presente nella vita dei protagonisti, anche se la si irride con la battaglia a sassate dei ragazzini del posto, con il generale che resta sulla barca a frignare.
L’oppressione della guerra è destinata però a svanire nel finale ambientato finalmente a Canterbury, evocata per gran parte della pellicola e ora finalmente meta degli inconsapevoli pellegrini che grazie alla fede o alla speranza troveranno una soluzione felice a tutte le loro angosce.
Stlisticamente è rimarchevole l’uso delle ombre sui volti: i tre protagonisti non sono che delle silhouette che si muovono nella notte fin dopo l’aggressione ad Alison ed è interessante il gioco di luci e ombre durante la confessione in treno del maniaco che giustifica un gesto insano con delle buone intenzioni e sul suo volto si alternano buio e luce fino ad essere inghiottito totalmente dal buio della galleria.
Girato nel 1944 il film fu distribuito a livello internazionale solo nel 1949. In Italia la versione venne sforbiciata di una buona mezz’ora con l’eliminazione totale delle scene in costume. L’edizione integrale fu presentata al Bergamo Film Meeting del 1986. Io ho visto una copia passata a FuoriOrario dove le parti mancanti sono state inegrate con le scene originali sottotitolate ma da alcuni anni esiste anche una versione integrale in dvd corredata di extra.

The Pacific

Il fatto che mi sia trascinata per alcuni mesi le 10 puntate della costosissima miniserie HBO prodotta da Steven Spielberg e Tom Hanks, andata in onda su Sky nel mese di maggio, dimostra chiaramente quanto poco mi sia piaciuto il prodotto: han ricostruito cosi’ bene il periodo storico della Seconda Guerra Mondiale che hanno recuperato anche lo spirito retorico dei film di propaganda bellica dell’epoca.
The Pacific chiude il dittico iniziato con Band of Brothers del 2001 (che non ho mai visto): se la prima serie ricostruiva il fronte europeo, la seconda analizza l’intero fronte di guerra americano sul Pacifico seguito all’attacco di Pearl Harbour del 7 dicembre 1941: dalla battaglia di Guadalcanal fino alla conquista di Okinawa, chiudendosi con il primo dopoguerra che vede lo spaesato ritorno dei reduci. Gli scenari offrono poco allo spettatore: la maggior parte delle battaglie si sono svolte in sperdute isole dell’arcipelago Solomon battute dalle piogge monsoniche: fango e trincee, niente piu’. Non si vede praticamente mai il nemico ma solo l’eroico corpo dei Marines composto da bravi ragazzi che se causano qualche disastro, tipo la morte di un compagno, e’ solo per inesperienza. I superiori poi, sono sempre affidabili e comprensivi.
Protagonisti di quest’opera corale sono John Basilone, caduto ad Iwo Jima, Eugene Sledge e Robert Leckie (quello che mi stava piu’ simpatico) che anni dopo la guerra scrissero dei libri di memorie che sono stati utilizzati come spunto per creare la serie. Ogni singolo episodio e’ introdotto da immagini di repertorio e dai commenti di veterani ancora in vita.
La cosa davvero degna di menzione resta la sigla iniziale: si vede il dettaglio di un carboncino che tratteggia i volti dei personaggi. Il colore nero, la punta fatta con un coltello, introducono la nota drammatica e la pressione del carboncino sulla carta genera una frammentazione della mina che ricorda le esplosioni della battaglia. I ritratti a matita si trasformano nei volti degli attori sottolineando cosi’ il passaggio dal racconto scritto a quello per immagini che sta alla base della serie.


Thepacific

La corona di ferro

Italia 1941
con Gino Cervi, Massimo Girotti, Elisa Cegani, Luisa Ferida, Osvaldo Valenti, Rina Morelli, Paolo Stoppa, Primo Carnera
regia di Alessandro Blasetti



La corona di ferro


L’imperatore Costantino invia al Papa la miracolosa Corona di Ferro e nel lungo viaggio da Costantinopoli a Roma gli emissari dovranno attraversare una terra sconvolta dalla una sanguinosa guerra tra due popoli vicini. Il sovrano Licinio, sconfitto il popolo di Artace, vorrebbe siglare una pace onorevole ma ancora sul campo di battaglia viene ucciso a tradimento da una freccia e il suo crudele fratello Sedemondo si impossessa del potere, riducendo in schiavitù il popolo di Artace. Mentre torna a Kindaor, Sedemondo viene a conoscenza del passaggio sulle sue terre della Corona di Ferro e decide di impossessarsene ma una anziana donna che vive nel bosco lo avverte del futuro di morte che attende la sua unica figlia se tenterà di toccare la sacra corona. Sedemondo cerca di tutti i modi di sventare il destino arrivando a rinchiudere la figlia in una torre e gettando il figlio di Licinio nella Valle dei Leoni, ma dopo vent’anni Elsa si innamorera’ di Arcinio e sulla lora strada ci sarà Tundra, la ribelle figlia del re Artace..



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Il film vinse a sorpresa la IX Mostra di Venezia, facendo dire a Goebbels che “un regista tedesco ch avesse girato questo film, oggi in Germania sarebbe stato messo al muro”, La corona di Ferro appartiene infatti a quel filone di pellicole con venature sovversive benché nate sotto il controllo del Minculpop e in questo caso siamo di fronte a un chiaro apologo pacifista e nella figura di Sedemondo si può ravvisare anche una critica alla stesso Mussolini.
La pellicola di Blasetti riesce a divertire ancora oggi grazie alla grande abilità del regista di modulare i vari registri, dal drammatico al tono favolistico, dal comico alle scene d’azione senza mai scadere nella magniloquenza che un’opera così costosa poteva comportare.



La corona diferro


Si tratta infatti di un kolossal fantasy girato già in piena seconda guerra mondiale con grande dispendio di comparse e belve feroci sulla falsa riga dei kolossal storici di Pastrone. Si alternano senza soluzione di continuità scene en plein air e ricostruzioni in studio con fantasmagoriche invenzioni nei costumi e nelle scenografie (il palazzo di Kindaor racchiude reminiscenze del Castello Sforzesco di Milano e del Palazzo Ducale di Venezia mischiate alle solide architetture delle piazze umbro-toscane).
La raffinatezza della messa in scena è evidente già in apertura: la leggenda della corona di ferro viene raccontata con il classico escamogate di aprire un volume, espediente usato centinaia di volte per dare la dimensione favolistica della narrazione, ma mai all’apertura della copertina è seguita la lettura di didascalie in caratteri gotici con le iniziali e i bordi del foglio tutti perfettamente miniati, restituendo fedelmente la struttura di un codice medievale.
La corona di ferroCast all stars: Gino Cervi gigioneggia da par suo nelle vesti di Re Segemondo, Massimo Girotti ha il doppio ruolo di Licinio e suo figlio Arminio, bello come un dio greco, atletico come Tarzan e ribelle come Robin Hood. Doppio ruolo di madre e figlia anche per le due interpreti femminili: Elisa Cegani, la languida eroina di tanti film storici, veste la sua diafana Elsa di una vena di malignità mentre Luisa Ferida interpreta una passionale e malmostosa Tundra. Osvaldo Valenti è il cattivissimo principe dei Tartari, Eriberto (!) mentre la vecchia col fuso è un’arguta Lina Morelli. Il campione di boxe Primo Carnera è Klasa, fedele servo di Tundra.



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Il film si può inserire nella diatriba su quale sia il primo film italiano a mostrare un seno nudo: notoriamente il primato spetta a Clara Calamai ne La cena delle beffe (film successivo di Blasetti) ma potrebbe essere anticipato dal vedo non vedo delle vesti stracciate della comparsa Vittoria Carpi proprio ne La corona di Ferro.

L’uomo che verrà

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Martina e’ una bambina rimasta muta in seguito alla morte del fratellino neonato spirato tra le sue braccia. Attraverso i suoi occhi seguiamo la vita della sua famiglia e dei suoi compaesani sull’Appennino emiliano nei mesi che precedono e nei giorni che seguono la terribile strage di Marzabotto iniziata il 29 settembre 1944 per concludersi il 5 ottobre 1944.

L’uomo che verra’ non e’ propriamente un film sulla strage di Marzabotto, Diritti prosegue la sua teoretica iniziata nella sua opera prima, Il vento fa il suo giro , che consiste nella narrazione di mondi di matrice contadina appartati come la comunità occitana delle valli cuneesi del film precedente o scomparse, come la vita contadina ai margini della montagna continuata per secoli con le sue leggi ataviche e dure fino al dopoguerra, raccontata nella pellicola attualmente nelle sale. Al regista preme raccontare l’impatto di un un mondo arcaico guidato da leggi secolari con la follia moderna di una guerra crudele che colpisce la popolazione e la costringe suo malgrado a cercare di mantenere un equilibrio impossibile tra le richieste dei partigiani e quelle dei tedeschi: qualunque sia il pensiero politico degli abitanti, essi sono comunque costretti a dividere i magri raccolti con i tedeschi che confiscano e i partigiani che promettono pagamenti a guerra finita.
LuomocheverràIl racconto ha i ritmi lenti di un mondo ormai scomparso e fa pensare a L’albero degli zoccoli di Olmi, maestro di cui Diritti e’ il più fedele allievo, anche per la scelta stilistica di girare il film in dialetto emiliano, sottotitolandolo. Forse incuriosisce il fatto che i dialoghi dei soldati tedeschi non siamo mai sottotitolati ma questa scelta acuisce ancora di più l’incomunicabilità tra i due mondi che sono venuti a collidere. Sicuramente il mondo contadino della famiglia di Martina sarebbe stato comunque destinato a scomparire con il progresso dei decenni a venire, ma l’evento sconvolgente della rappresaglia nazista sconquassa ancora di più quella realtà già così duramente provata per cui non tutti i sopravvissuti materialmente alla strage avranno la forza di sopravvivere in un mondo che ha sovvertito in maniera così folle le regole della convivenza umana; ci riusciranno sono i bambini la cui spinta vitale e’ più forte della perdita della capacita’ di sapersi muovere in un mondo che all’improvviso appare incomprensibile.
L’uomo che verrà conferma il talento originale di Diritti e l’interesse verso questo autore si fa più insistente, benché il film sia stato vergognosamente distribuito solo in cinquantacinque (55!) copie sul territorio nazionale; ma dicevo dell’interesse verso l’autore per cui ogni commento a questo film si conclude ricordando che per anni Diritti ha curato i casting per registi come Fellini, lo ricordo anche io perché la scelta della spia fascista e’ davvero stupefacente: un volto beffardo uscito da un delirio pittorico di Hieronymus Bosch.