Il pensionante

The Lodger – A Story of the London Fog
GB 1927
con Ivor Novello, June Tripp, Malcolm Keene, Marie Ault, Arthur Chesney
regia di Alfred Hitchcock


The lodger


Mentre Londra è sconvolta dagli omicidi a cadenza settimanale di un serial killer, un ambiguo individuo affitta una stanza presso una pensione, Daisy, la bella figlia dei locatari finisce per innamorarsi di lui anche se sarebbe quasi promessa al detective che conduce le indagini. Il comportamento bizzarro del pensionante porta ben presto i genitori di Daisy e il detective a sospettare che sia il killer; ormai ammanettato l’uomo sfugge ai poliziotti ma rischia di essere linciato dalla folla…


Thelodger


Terza regia di Alfred Hitchcock ma il primo film che il regista riteneva pienamente suo nonostante i contrasti con la produzione: il futuro maestro del brivido avrebbe voluto lasciare il mistero sulla presunta colpevolezza del pensionante ma la scelta dell’affascinante divo Ivor Novello imponeva che fosse fatta chiarezza sull’innocenza del protagonista che allora Hitchcock trasforma in un martire: l’ombra degli infissi che gli disegnano una croce sul volto, la scena in cui il pensionante viene liberato dall’inferriata dove si era impigliato con le manette costruita come una deposizione.



Ilpensionante


Il tema dell’innocente sospettato ingiustamente -il pensionante è il fratello della prima vittima che ha giurato alla madre morente di scoprire l’assassino- diventa un tema portante della teoretica hitchcockiana, come l’ossessione per le bionde: le vittime sono tutte bionde, il pensionante non sopporta i quadri di ragazze bionde alle pareti della sua stanza (capiremo che gli ricordano la sorella) e l’insegna del locale notturno che promette riccioli biondi compare anche in lontananza dalla finestra della magione mentre i protagonisti si baciano nell’happy end.



Il pensionante


Pur con qualche debito all’espressionismo tedesco nei giochi d’ombra e un volto deformato da un vetro tra la folla che commenta l’omicidio iniziale, Hitchcock si dimostra un geniale inventore di soluzioni visive: il pensionante che passeggia nella propria camera facendo tremare il lampadario al piano inferiore diventa una ripresa dal basso del protagonista che cammina su un pavimento di vetro, la diffusione della notizia dell’ennesimo omicidio a mezzo stampa anticipa quello che diventerà una scena classica del cinema americano: la rotativa che sforna il titolo del giornale. Hitchcock insiste e oltre alla stampa sottolinea la psicosi di massa anche con la diffusione della notizia via radio e tra i volti che si susseguono c’è anche quello della moglie Alma Reville.
Anche il regista si ritaglia un cameo, anzi due, è la prima volta e diventerà un marchio di fabbrica dei suoi film.

Una strega in paradiso

Bell, Book and Candle
USA 1958 Columbia
con James Stewart, Kim Novak, Jack Lemmon, Ernie Kovacs, Hermione Gingold, Philippe Clay, Elsa Lanchester, Howard McNear, Janice Rule, Bek Nelson
regia di Richard Quine



Unastregainparadiso


Gil Holroyd è un’annoiata strega newyorkese che vorrebbe provare i sentimenti dei comuni mortali, s’interessa così al nuovo vicino, l’editore Shep Henderson ma quando scopre che l’uomo è fidanzato con una sua ex compagna di college particolarmente odiosa, Gil decide di vendicarsi di lei, usando le arti magiche per sedurre l’uomo e mandare a monte le loro nozze. Nel frattempo, sempre per compiacere Shep, Gil aveva attirato in città uno scrittore del paranormale, Sidney Redlitch che sembra sapere molte cose sulla congrega newyorkese; per tenerlo a bada Gil lo affida al fratello, il maliardo Nicky che però finisce per svelare tutti i segreti sulla stregoneria in città. Lo scontro tra Gil e il fratello la porta a confessare a Shep di averlo sedotto con la magia, l’uomo si arrabbia quando scopre di esser stato usato per vendicare vecchi rancori scolastici e lascia Gil per tornare da Merle. La strega vorrebbe vendicarsi nuovamente ma non ha più l’ausilio del suo familio, il gatto Cagliostro e scopre di poter piangere, segno inequivocabile che si è realmente innamorata e ha perso i suoi poteri, ci penserà la svanita zia Queenie a far trionfare l’amore.



Unastregainparadiso


Un classico della commedia romantica che ripropone la coppia James Stewart / Kim Novak a pochi mesi di distanza dal capolavoro hitchcockiano La donna che visse due volte, se qualitativamente tra i due film non c’è paragone, bisogna riconoscere che Kim Novak è molto più sensuale nei panni della strega soprattutto quando mugula la sua nenia incantatrice con il gatto, immagine iconica usata anche come manifesto del Torino Film Festival del 2017 ma Richard Quine aveva una relazione con l’attrice che invece non aveva stregato (platonicamente parlando) il maestro del brivido.



Bell book and candle


Una strega in paradiso richiama per certi versi La donna che visse due volte, anche qui tra i due protagonisti c’è una rottura e un ritrovarsi dopo alcuni mesi con lei cambiata, ma mi è parso di intravedere nella pellicola un richiamo ad altri grandi successi immediatamente precedenti: la coppia che si ritrova sul Flatiron perché l’Empire State building è chiuso sembra un riferimento al successo dell’anno precedente, Un amore splendido e forse la telecamera che indugia sul cappello di James Stewart che vola di sotto rimanda ancora a Vertigo, poi Nicky fa una battuta che -almeno in italiano- gioca con La gatta sul tetto che scotta, sempre del 1958: “il gatto è sul tetto e Gil è cotta”.



Bellbook andcandle


Il cast è il punto di forza del film, Jack Lemmon mette a punto il personaggio stralunato e pasticcione che l’anno dopo esploderà in A qualcuno piace caldo: lungi dal portare a termine la missione affidatagli, finisce per mettersi in combutta con lo scrittore e diventa coautore del libro, come Jerry che scorda che quello di Daphne è solo un travestimento per salvarsi la vita e finisce per accettare la corte di Osgood.



Bellbookandcandle


Lemmon, Stewart e Ernie Kovacs danno vita a un vero trio comico, diverse le scene in cui recitano come in una comica muta a causa della satanica musica jazz dello Zodiaco. Sempre perfetta Elsa Lanchester e Hermione Gingold è un’eccezionale fattucchiera: la scena in cui costringe Shep a bere una disgustosa pozione per disamorarlo da Gil è esilarante.
Il film è ricordato anche per essere l’ultimo in cui il cinquantenne James Stewart figura in un ruolo romantico anche se la sua carriera è ben lungi dalla fine.

Art Nouveau. Il trionfo della bellezza

Artnouveau

Mai titolo di mostra fu più esaustivo: gli appassionati di stile liberty sanno che l’art nouveau assume diversi nomi a seconda della nazione/regione che lo declina in maniera differente. Art nouveau è l’espressione francese che caratterizza “l’arte nuova” che sul finire del XIX secolo ha attraversato l’Europa e non solo.
Gran parte degli oggetti in mostra alla Venaria Reale fino al 26 gennaio appartengono precisamente alla scuola francese e anche se le sezioni tematiche sono le stesse di altre mostre, il ruolo della donna, le prime star: Sarah Bernhardt e Loie Fuller, il rapporto con la natura e la nascita dell’industria ecc…, il materiale esposto non è il solito che gira nelle innumerevoli mostre che negli ultimi anni sono state dedicate a questo periodo artistico.



Sarahbernardt


Anche Mucha che si solito spadroneggia e infatti si guadagna la locandina come artista di punta con la stessa immagine della mostra triestina del 2017, in realtà è poco presente rispetto ad altri artisti della grafica francese. La sezione grafica si rivela la più interessante dell’esposizione proprio per la presenza di opere inattese, ad esempio di Eugene Grasset, artista noto soprattutto per il calendario della Belle Jardiniere che impazza sui social, colpisce la crudezza de La Morphinomane.



La morphinomane


Anche i bronzi sono un elemento di forza della mostra ma questo perché la tridimensionalità dell’oggetto esalta l’eleganza curvilinea caratteristica principale dell’art nouveau.
Ovviamente molto piacevoli anche gli arredi ma sicuramente presenti in misura minore rispetto agli altri oggetti.
Si chiude con una piccola sezione dedicata al liberty italiano nato proprio a Torino con l’esposizione del 1902.

TORINO COME HOLLYWOOD. Omaggio a Pastrone

Il cinema Massimo di Torino ha dedicato due serate a Giovanni Pastrone: lunedì 13 gennaio si è analizzato il suo ruolo di regista presentando Maciste del 1915 mentre ieri si è posto l’accento sulla sua figura di produttore presentando tre comiche di Cretinetti e concludendo la serata con La guerra e il sogno di Momi diretto dallo spagnolo Segundo de Chomon.


Cretinetti


Cretinetti è una maschera comica degli anni ’10 creata dall’attore francese André Deed. Già attore comico in Francia, Deed si trasferisce in Italia nel 1908 e proprio per la Itala film crea il personaggio che lo ha reso celeberrimo (vi rimando a wikipedia per l’elenco dei nomi stranieri con cui Cretinetti era conosciuto nel resto d’Europa).
Le comiche proiettate ieri sera sono state La paura degli aeromobili nemici del 1915, Il Natale di Cretinetti del 1911 e Cretinetti che bello! del 1909: il rovesciamento temporale è giustificato dalla qualità crescente delle opere; nel primo cortometraggio Cretinetti si sposa con Dulcinea ma appena terminata la cerimonia il corteo nuziale legge un manifesto di allerta contro l’attacco degli aeromobili nemici, scatta il panico e Cretinetti si preoccupa più di mettere in essere i precetti che di festeggiare e consumare le nozze, finendo per demolire l’intero palazzo dopo aver scambiato il clacson di un autista, amante della portinaia, per l’allarme antiaereo e alla fine i poliziotti lo prelevano per spedirlo al fronte proprio nella contraerea. Più che essere colpita dal comico francese in questa prima comica mi ha colpito la verve di Dulcinea, la neo sposa, spalla di gran parte delle gag, interpretata dall’attrice francese Léonie Laporte.
Ne Il Natale di Cretinetti il nostro eroe, mentre si reca a una festa natalizia carico di doni, si scontra con un passante e per errore porta con sé tre bottiglie di etere che nei vari urti si rompono; gli effluvi avranno effetti devastanti sugli ospiti della festa, i condòmini e sull’intero palazzo che finisce per ballare anticipando -comicamente- le visioni cittadine di Dziga Vertov.
Cretinetti che bello! vede il comico abbigliarsi con gran cura per partecipare a una cerimonia di nozze, il pezzo forte del look sono un paio di scarpe dalla punta talmente lunga che solo i Leningrad Cowboys oseranno replicare. L’azzimato Cretinetti fa perdere alla testa a tutte le donne che incontra, compresa la futura sposa: tutte si gettano al suo inseguimento fino a smembrarlo ma il corpo del comico si ricompatta appena le vittime del suo fascino si allontanano. La comica più breve delle tre è quella più fulminante: il colpo di scena del corpo che esplode sotto gli strattoni e poi si ricompone riesce ancora a sorprendere il pubblico.



Laguerraeilsognodimomi


Segundo de Chomón è una figura leggendaria degli albori del cinema, allievo di Méliès, da cui eredita lo spirito fantastico grazie al talento per gli effetti speciali. Dal 1912 è in Italia assunto dall’Italia film, fotografo di Cabiria è l’inventore del carrello e il film del 1917 La guerra e il sogno di Momi è considerato il primo film d’animazione italiano (anche se riprende le tematiche e la battaglia dei soldatini de Il sogno del bimbo d’Italia 1915, di Riccardo Cassano)



LaguerraeilsognodiMomi


Momi è il figlio di un ufficiale in guerra, una lettera del padre letta dal nonno al piccolo e alla madre racconta di Berto, un piccolo montanaro che con coraggio corre a chiamare l’esercito italiano perché il povero casolare dove vive con la madre è stato scelto dagli austriaci come avamposto. Gli italiani salvano la donna e riconquistano il terreno. Dopo la lettura Momi torna a giocare con i suoi soldatini ma presto si addormenta e sogna l’escalation dello scontro tra l’amato Trik e il crudele Trak, ben presto i due burattini schierano i rispettivi eserciti e scatenano una guerra devastante sulla città di Lilliput, il sogno è così realistico che il bambino si sveglia convinto di esser stato punto dalle baionette.



La guerra e il sogno di Momi


Opera sicuramente retorica con il contrasto, raccontato dal montaggio alternato, tra la famiglia trepidante ma al sicuro rispetto alle trincee e alle persone che si trovano in prima linea, il film vira del tutto inaspettatamente nella dimensione fantastica del sogno eliminando tutti gli attori in carne e ossa per dar vita a un film di animazione in stop-motion perfetto, totalmente credibile ancora oggi.

The Dressmaker – Il diavolo è tornato

The Dressmaker
Australia, 2015
con Kate Winslet, Liam Hemsworth, Judy Davis, Hugo Weaving, Sarah Snook, Caroline Goodall, Kerry Fox, Rebecca Gibney, Gyton Grantley, Shane Bourne, Alison Whyte, Kerry Fox, Gyton Grantley
regia di Jocelyn Moorhouse


Thedressmaker


Tilly Dunnage torna dopo venticinque anni nel paesello natio da cui era stata allontanata da bambina con l’accusa di aver ucciso un coetaneo. Ora Tilly è una sarta raffinata che sa come valorizzare il corpo di qualsiasi donna, un talento formidabile che sfrutterà per ricostruire il passato oscuro della sua infanzia e ricostruire il legame con la madre, Molly la ragazza madre che da sempre è stata considerata la pazza del villaggio. Mentre ricostruisce il passato che l’ha segnata Tilly trova anche l’amore dell’aitante Teddy McSwiney, l’unico che non sembra intimorito da lei e pian piano sgretola se sue paure ma il destino ancora una volta si accanisce su Tilly scatenando ancora l’odio del gretto paesino di Dungatar così alla sarta provetta non resta che umiliarli con la sua bravura…



The dressmaker


Una commedia drammatica che regge soprattutto nel primo tempo con la descrizione degli sgangherati personaggi che animano Dungatar: Molly la pazza, ragazza madre che finge di non riconoscere la figlia tornata dopo un quarto di secolo anche per prendersi cura della madre malata, il sindaco Evan Pettyman che odia visceralmente Tilly e la madre e scopriremo il motivo di tanto risentimento, sua moglie Marigold, la madre del ragazzino ucciso presumibilmente da Tilly che sublima il dolore nell’ossessione per l’igiene e viene tenuta a bada dal marito a suon di psicofarmaci, Gertrud sciatta figlia del droghiere che grazie ai vestiti di Tilly riesce a conquistare Willy Beaumont, il rampollo di una ricca vedova che cerca in tutti i modi di osteggiare il matrimonio (esilarante la rincorsa della futura sposa nell’obbrobrioso abito creato dalla rivale di Tilly). Insuperabile poi il poliziotto Horatio Farrat, con una segreta passione per la moda e il travestitismo, elementi con cui il sindaco lo tiene in scacco e che emergono prepotentemente con l’arrivo di Tilly e le sue stoffe pregiate, ad interpretarlo c’è Hugo Weaving, il terribile agente Smith di Matrix che nel 1994 era stato una delle drag queen di Priscilla la regina del deserto.



Thedressmaker


Il film presenta una commistione di generi in bilico tra commedia sentimentale e melodramma che forse cede un po’ nel finale: l’arrivo notturno di Tilly ha un che di western ma personalmente trovo che il film si ispiri a Jean-Pierre Jeunet nei colori e sia soprattutto una rilettura di Edward mani di forbice, mi ci ha fatto pensare l’inquadratura della casa delle Dunnage, una catapecchia in cima alla collina, esattamente dove stava il maniero in cui viene ritrovato Edward; come il personaggio di Tim Burton, Tilly viene accettata dagli abitanti del villaggio quando il suo talento (la come parrucchiere qui come sarta) torna utile ai gretti compaesani ma alla prima occasione il reietto/a torna tale: e non sarà un caso se il film si perde dove termina il parallelo con Edward mani di forbice.

The Irishman

Theirishman

 Frank Sheeran dalla sua camera nella casa di riposo rievoca la sua storia nel mondo della mafia, da semplice camionista che rivende parte della merce si guadagna la fiducia del boss Russell Bufalino che lo presenta a Jimmy Hoffa, il più potente capo sindacato, nemico giurato dei Kennedy. Anche Hoffa prende a ben volere Sheeran, che diventa la sua guardia del corpo ma quando l’istrionico sindacalista diventa un ingombro pe la mafia sarò proprio Sheeran a doversi liberare dello scomodo amico…

Pur non essendo un capolavoro, The irishman è un film molto bello, affabulatorio: nonostante il ritmo lento ti lasci coinvolgere da tutte le storie di gangster e regolamenti di conti che circondano la trama principale.
Un grande affresco malinconico di un mondo che fu, non la mafia che fu attenzione, Scorsese usa il genere che più gli è congeniale, il gangster movie, per far rivivere l’America dagli anni ’50 agli anni ’70 che è poi quella della sua giovinezza. Lo fa con gli attori amici di sempre, facendosi carico di un viaggio collettivo nel tempo.



The irishman


In quest’ottica è giustificabile l’uso della computer grafica per ringiovanire i personaggi, ma se la tecnologia può ringiovanire un volto non riesce (ancora) a restituire il vigore di un corpo. Nella conversazione tra regista e attori principali, che segue la proiezione, Scorsese si dice soddisfatto dell’impegno con cui gli attori si sono sforzati nel muoversi con agilità, a mio parere la cosa non ha funzionato per nulla: nella scena in cui Sheeran va a pestare il negoziante che ha maltrattato Peggy, scena fondamentale perché la sensibile ragazzina inizia a capire la natura del lavoro del padre, nel pestaggio dicevo, per quanto ripreso da lontano, si vede che è un uomo anziano che scalcia un omone buttato per terra, come diverse volte si notano le spalline sotto le camice chiare che dovrebbero ridare imponenza al fisico un po’ incurvato di De Niro. Per gran parte della visione ho cercato di trovare una motivazione a queste scelte perché faccio fatica a credere che Scorsese, in un film così costoso, cada su dettagli così evidenti ma se lui stesso si dice soddisfatto prendo atto e mi tengo i miei dubbi.



Theirishman


Ad impressionarmi in positivo non è stato il primo piano sequenza che ricorda Quei bravi ragazzi, ma quello nella galleria dove si trova il negozio da barbiere della sparatoria: la macchina da presa segue delle persone di spalle, poi improvvisamente torna indietro per seguire i veri killer che arrivano lateralmente li segue fin sulla porta poi si sentono solo gli spari mentre la macchina da presa indugia su un cuscino di rose rosse in una vetrina vicina: stupefacente.

Piccoli omicidi

Little Murders
USA 1971
con Vincent Gardenia, Elliott Gould, Marcia Rodd, Vincent Gardenia, Elizabeth Wilson. Lou Jacobi, Jon Korkes, Doris Roberts, John Randolph, Donald Sutherland, Alan Arkin
regia di Alan Arkin



Littlemurders


Una mattina l’arredatrice Patsy si sveglia sentendo le urla di un pestaggio sotto le sue finestre, benché la violenza sia all’ordine del giorno, la ragazza chiama la polizia e poi interviene in difesa del malcapitato che però la lascia nelle mani degli assalitori e se ne va come se nulla fosse successo. La ragazza lo insegue per avere spiegazioni e Alfred dichiara di essere un “non curantista”: intoccabile anche dalla violenza esercitata su lui medesimo. E’ l’inizio di una stramba storia d’amore dove Patsy è determinata a far uscire dall’apatia il marito. Quando le cose sembrano smuoversi e Alfred inizia a lasciarsi andare, un cecchino spara alla loro finestra uccidendo Patsy…



Piccoliomicidi


Una caustica commedia nera che stigmatizza la società americana, dall’arte al consumismo, con particolare attenzione ai rapporti familiari: non bastasse l’esilarante l’omelia durante il matrimonio del pastore interpretato da Donald Sutherland, la famiglia viene mostrata con
con tutte le sue nevrosi: le isterie dei Newquist, già colpiti dall’omicidio casuale del figlio maggiore, nascondono la paura di affrontare la vita nella falsa aggressività del padre, nei discorsi fatui della signora Newquist, nell’ottimismo incrollabile di Patsy e i disturbi mentali del fratello minore Kenny a cui fa da contraltare l’anafettività della famiglia di Alfred che aveva perso i contatti con i genitori ed è inviato dall’arrembante mogliettina a riallacciare i rapporti con una serie di domande sulla sua infanzia a cui i Chamberlain non sanno rispondere perché dietro le loro argomentazioni di alta psicologia infantile, non ricordano nulla.
Il vero tema della pellicola è la passiva accettazione della violenza: gli omicidi casuali sono così frequenti che la polizia non sa più che fare (lo sfogo del tenente Practice interpretato dallo stesso regista) e quando Alfred sale in metropolitana con la camicia inzuppata del sangue della moglie nessuno gli fa caso.



Piccoliomicidi


Alfred si rifugia dai familiari della moglie che hanno subito provveduto a rafforzare la sicurezza mettendo delle persiane blindate alle finestre, dopo un periodo di annichilimento Alfred ricomincia ad uscire con la sua macchina fotografica e riprova ad inquadrare il mondo (aveva avuto successo come fotografo di cacche) poi, forse pensando che non c’è tanta differenza tra il mirino di una macchina fotografica e quello di un fucile torna dai Newquist con un fucile comprato “perché era in saldo” e in pochi minuti i tre uomini della famiglia ritrovano la sicurezza neanderthaliana -Alfred si batte il petto come uno scimmione- trasformandosi a loro volta in cecchini mentre la signora Newquist, con un espressione incredibilmente simile alla fantozziana signora Pina di Milena Vukotic, si dichiara contenta del ritrovato sorriso dei familiari.

La conversa di Belfort

Lesangesdupeche

Les Anges du péché
Francia, 1943
con Renée Faure, Jany Holt, Sylvie, Mila Parely, Marie Helene Dasté, Yolande Laffon, Sylvia Monfort, Louis Seigner, Georges Colin
regia di Robert Bresson

Anna Maria, ragazza di buona famiglia decide di prendere i voti e, con disdoro della famiglia, sceglie il convento di Belfort che offre un rifugio a ex galeotte. Anna Maria cerca di convincere Teresa, una ragazza finita ingiustamente in carcere, a cercare la pace nel convento ma la donna, animata da propositi di vendetta, appena scarcerata va a uccidere ll’uomo che la ha incastrata poi si rifugia in convento per far perdere le proprie tracce. Anna Maria si prende cura di lei con un’attenzione morbosa che infastidisce Teresa e fa dubitare le consorelle della fede di Anna Maria che finisce per essere espulsa dal convento, ma la ragazza non torna a casa e ogni notte penetra nel cimitero del convento per pregare sulla tomba del fondatore, verrà trovata svenuta dopo una notte di pioggia. Ormai prossima alla morte Anna Maria prende i voti con l’aiuto di Teresa che poi si consegna alla giustizia.



LaconversadiBelfort


Girato durante l’occupazione nazista con un cast di professionisti, unico caso assieme al seguente Perfidia, La conversa di Belfort è il primo lungometraggio di Robert Bresson in cui si possono trovare molti dei temi che caratterizzeranno la sua teoretica: la religione, la prigione, la riflessione sul bene e sul male.
Il film si apre come un noir antelitteram: la madre superiora e altre due suore si recano di notte al penitenziario per strappare una ragazza appena scarcerata alle attenzioni del suo magnaccia, la seconda volta che l’azione si sposta in prigione avviene senza soluzione di continuità: convento e galera hanno le stesse grate le cui ombre si riflettono sulle pareti. La fotografia di Philippe Agostini ha un ruolo molto importante nella messa in scena, la rappresentazione del bene e del male è tutta giocata sulle tonalità del bianco e del nero: luminoso il convento, sempre più oscuri gli ambienti del carcere fino alla cupezza della cella di sicurezza posta nei sotterranei.
Le ombre servono anche per le ellissi, la vendetta di Teresa si svolge con la camera fissa sulla donna e l’azione è raccontata ancora una volta dal cambio di luce: la porta che si apre illumina il volto della donna, l’uomo è solo un’ombra riflessa accanto a lei che vediamo accartocciarsi dopo lo sparo.
Anche in convento non regna solo il bene, pettegolezzi e ipocrisie sono all’ordine del giorno e Teresa riesce a fruttare la situazione a proprio vantaggio: per liberarsi delle attenzioni di suor Anna Maria le riporta quanto detto alle sue spalle esasperando i rapporti fino all’espulsione della novizia.
La tenacia di Anna Maria che sacrifica anche la vita per redimere la riluttante Teresa ha qualcosa di mistico che non viene compreso nemmeno dalle religiose, come la Vicaria suor Giovanna, l’entusiasmo spirituale di suor Anna Maria viene scambiato per egoismo, voglia di protagonismo e forse la purezza del sacrificio nasce in parte anche da questa componente negativa del carattere dell’entusiasta novizia.
Un altro elemento che caratterizza la produzione di Bresson è l’attenzione alle mani che si nota già in quest’opera prima: l’intreccio di mani delle varie suore mentre Anna Marie prende i voti in punto di morte fa il paio con il dettaglio dei polsi di Teresa che li porge al poliziotto per farsi ammanettare nell’inquadratura finale

Il giglio nero

The Bad Seed
USA 1956, Warner Bros
con Nancy Kelly, Patricia McCormack, Henry Jones, Eileen Heckart, Evelyn Varden, William Hopper, Paul Fix, Jesse White, Gage Clarke, Joan Croydon


Thebadseed


Christine Penmark è una casalinga felice, innamorata del marito, un ufficiale spesso via per lavoro, e con una figlia, Rhoda, che sembra la bambina perfetta. Eppure Christine è una donna fragile segnata da strane paure legate all’infanzia. Quando un compagno di classe della figlia affoga durante un picnic scolastico, la posizione della scuola nei confronti di Rhoda è piuttosto ambigua: senza formulare alcuna accusa, la bambina non verrà più ammessa al successivo anno scolastico. Christine trova nel portagioie della figlia la medaglia premio che il bambino affogato aveva vinto al posto di Rhoda e anche per la madre iniziano a farsi strada i sospetti. Una visita del padre di Christine porta alla rivelazione di quanto la donna ha sempre temuto: è stata adottata ed è la figlia di una feroce assassina. Christine teme che Rhoda possa avere ereditato gli istinti omicidi dalla nonna e ben presto la morte del tutto fare gliene da conferma. La donna, disperata, cerca di uccidere la figlia con una dose massiccia di sonniferi e poi si spara, i vicini di casa salvano madre e figlia ma per la piccola psicopatica il destino è comunque in agguato.


Ilgiglionero


Robusto dramma tratto da una piece teatrale derivata a sua volta dall’omonimo romanzo di William March; nel libro muore la madre e la diabolica bambina si salva ma il retaggio del Codice Hays imponeva che un delitto non restasse impunito così il finale viene rovesciato: la madre si salva mentre la bambina, ossessionata dalla medaglia per cui ha ucciso il compagno, in una notte da tregenda va a cercarla sul lago dove la madre l’ha gettata e viene colpita da un fulmine, facendo avverare le parole di LeRoy, il tuttofare disturbato che aveva intuito la natura maligna della ragazzina e cercava di farle confessare l’omicidio del compagno paventandole il rischio della sedia elettrica.



Thebadseed


Il giglio nero rientra in quel filone di drammi psicanalitici degli anni ’50 del cinema americano che hanno scandagliato molti temi, in questo caso si affronta il tema dell’ereditarietà della natura psicotica: un serial killer diventa tale solo per effetto dell’ambiente o può ereditare geneticamente la tendenza ad uccidere nonostante cresca in un ambiente amorevole e protetto come succede alla piccola Rhoda? La risposta è che qualche raro caso di tendenze omicide congenite può capitare ma non mi pare che il film voglia sostenere questa tesi, anzi più volte viene ribadito dai medici che sono casi rarissimi e l’apertura sul pontile, scena dell’omicidio e del finale poco realista pongono la pellicola nella dimensione della favola nera.


Thebadseed


Diretto da un vetrano di Hollywood, il regista Mervyn LeRoy, attivo già dal cinema muto, il film ha un impianto molto teatrale e forse il difetto più grave è nella recitazione un po’ manierata, la lunghezza forse eccessiva di 130 minuti invece, si fa perdonare dal fascino malato della trama.