Un borghese piccolo piccolo

Italia 1977
con Alberto Sordi, Shelley Winters, Vincenzo Crocitti, Romolo Valli, Pietro Tordi. Mimmo Poli, Renato Romano, Roberto Antonelli, Ettore Garofalo, Paolo Paoloni, Renato Scarpa, Enrico Beruschi
regia di Mario Monicelli


Unborghese piccolopiccolo


Giovanni Vivaldi, impiegato prossimo alla pensione, fa di tutto per far assumere il figlio Mario, neodiplomato, al ministero dove ha lavorato una vita. Il giorno del concorso Mario viene ucciso da una pallottola vagante esplosa durante una rapina in banca. Amalia, la moglie di Giovann apprende la notizia dalla telegiornale e per lo shock resta paralizzata, quando il bandito viene individuato dalla polizia, Giovanni non lo riconosce al confronto per potersi vendicare in prima persona dell’omicida del figlio.



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La misera vita del travet sottoposto alle angherie dei superiori è un tema ben noto alla cinematografia italiana dai toni drammatici de Il delitto di Giovanni Episcopo a quelli giocosi di Policarpo ufficiale di scrittura e i poveri interni di casa Vivaldi rimandano agli arredi d’inizio secolo dell’Italia umbertina; gli anni ’70 hanno enfatizzato la sottomissione ai superiori nella figura grottesca di Fantozzi che in un certo qual modo rivive in Un borghese piccolo piccolo nel personaggio di Spaziani, laido superiore di Vivaldi impegnato nella sua eterna lotta contro la forfora.
Vivaldi è disposto a tutto pur di sistemare il figlio, che non è esattamente una cima, accetta anche di diventare massone benché questo vada contro i principi cattolici che caratterizzano la famiglia. Ma anche la religione per i Vivaldi è poco più di un rito scaramantico come dimostra la sequenza di Amalia in chiesa la mattina dell’esame.



Unborghesepiccolopiccolo


I toni del film sono quelli classici della commedia all’italiana fino alla morte di Mario: Giovanni Vivaldi è il piccolo borghese che pensa solo ai propri interessi: la guida spericolata per raggiungere in tempo il posto di lavoro è la dimostrazione perfetta dello spregio delle regole della strada per poi farsi umiliare dai superiori che prendono nota e “mettono in castigo” chi arriva al lavoro con due minuti di ritardo. L’affiliazione alla loggia massonica è parodistica nei riti e negli esiti (gli affiliati sono tutti i colleghi del ministero) di una situazione che saprebbe esplosa da lì a qualche anno con lo scandalo della loggia P2..



UN BORGHESE PICCOLO PICCOLO


Lo scarto arriva improvviso con la morte accidentale di Mario, lo shock dei genitori, la situazione agghiacciante dell’impossibilità di trovare un loculo cambiano totalmente il registro filmico e anche Giovanni Vivaldi da uomo medio che non tenendo più famiglia, la motivazione principale per cui si scavalcano le regole, si trasforma in un mostro. Se la morte del bandito rapito è casuale nel finale aperto capiamo che una volta sciolti i freni inibitori della vendetta personale si diventa in grado di fare qualsiasi cosa.





Unborghesepiccolopiccolo

Il film tratto dall’omonimo romanzo di Vincenzo Cerami, rappresenta il culmine del pessimismo di Monicelli che perde ogni benevolenza per i suoi personaggi e ne mostra solo i lati più biechi. Un peso deve averlo anche l’omicidio di Pasolini visto che il ragazzo con cui litiga Vivaldi alla fine del film è Ettore Garofolo, protagonista di Mamma Roma e anche Renzo Carboni, il rapinatore, ha un volto tipico della cinematografia pasoliniana.

All’ovest niente di nuovo

All Quiet on the Western Front
USA 1930 Universal
con Louis Wolheim, Lewis Ayres, John Wray, Arnold Lucy, Ben Alexander, Richard Alexander, William Bakewell, Edmund Breese, Beryl Mercer, Harold Goodwin, Scott Kolk, Owen Davis Jr., Walter Browne Rogers, “Slim” Summerville, Russell Gleason, G. Pat Collins
regia di Lewis Milestone


Allovestnientedinuovo


Germania 1916: esaltati dal loro insegnante, un gruppo di diciottenni lascia la scuola per andare volontari in guerra sognando la gloria. Proveranno sulla loro pelle gli orrori della battaglia, la fame, la grama vita delle trincee. Quando l’unico sopravvissuto del gruppo torna a casa in licenza il professore lo invita in classe ad esaltare la gloriosa esperienza ma Paul fa un discorso molto realistico che gli vale la nomea di codardo. Disgustato abbrevia la licenza per tornare al fronte dove vede morire Katczinsky, il veterano che si è preso cura del suo gruppo e trova lui stesso la morte per catturare una farfalla.



Alllquietonthewesternfront


Dal romanzo di Erich Maria Remarque, Niente di nuovo sul fronte occidentale del 1929 in cui lo scrittore racconta la sua esperienza di soldato nella Prima Guerra Mondiale, viene tratto l’anno seguente questo film che resta uno dei capisaldi dell’antimilitarismo. Inutile dire che romanzo e film furono boicottati dal nazismo e dal fascismo: lo scrittore si trasferisce in Svizzera già nel 1931 e il film esce in Italia solo negli anni ’50 con la tagline “il film vietato dai dittatori”.
La storia segue tutto il percorso bellico di Paul Bäumer: dall’arruolamento sui discorsi patriottici del professore, all’addestramento sotto la guida di Himmelstoss, fino a pochi giorni prima postino del paese dei ragazzi e ora richiamato come istruttore: l’ometto esercita il poco potere ottenuto umiliando i giovani fino a provocare la loro vendetta. Se i toni iniziali sono ancora scherzosi l’approccio con la guerra si fa sempre più drammatico con la morte del primo compagno, Behn, l’unico restio a partire volontario.
Tocca poi a Kemmerich morire in infermeria dopo che gli è stata amputata una gamba, i suoi stivali passano Müller e sembrano maledetti, chi li eredita muore in battaglia, episodio che viene raccontato in una sequenza toccante fatta di elissi temporali, senza dialoghi e dettagli degli stivali in questione durante gli scontri.
Se in alcune parti il film oggi può risultare prolisso, in altre conserva una grande potenza espressiva, l’episodio dell’omicidio del soldato francese da parte di Paul nascosto in una buca è introdotto da una serie di riprese dei soldati francesi ripresi dal basso (soggettiva di Paul) mentre saltano la buca: le immagini anticipano la valenza atletica che da lì a pochi anni Leni Riefenstahl racconterà in Olympia.



Allovestnientedinuovo


La notte d’amore con la ragazza francese, Suzanne, è raccontato tramite i dialoghi dei due giovani mentre la telecamera è fissa sull’ombra della testiera del letto.
Agli orrori del campo di battaglia fa seguito la disperazione e la paura degli ospedali militari dove i soldati muiono come mosche, già vista nell’episodio di Kemmerich, viene sperimentata anche da Paul e Kropp, gli unici sopravvissuti al gruppo iniziale di volontari. Baumer è l’unico a sopravvivere al camerino dove vengono portati i soldati in fin di vita e si guadagna una licenza ma tre anni di guerra hanno cambiato lui e la Germania: ritrova un paese distrutto dalla povertà dove circolano solo donne in abiti da lutto e vecchi che si riempono la bocca di azioni militari che potrebbero distruggere i francesi, Paul si sente definitivamente estraneo a quel mondo quando ritrova il vecchio professore ancora intento a infiammare l’animo dei suoi studenti per dare nuova carne da macello alla macchina bellica. Paul non resiste e proclama che non c’è niente di bello nel morire per la patria, sconcertando i giovani alunni che gli danno del codardo. Al giovane non resta che accorciare la licenza e tornare al fronte, nonostante gli orrori è l’unico luogo dove si sente a casa perché suoi commilitoni sono gli unici a comprendere il dramma dell’esperienza bellica, in particolare Katczinsky, il veterano che ha preso sotto la sua ala Paul e i suoi compagni dall’arrivo nella seconda compagnia.



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Il personaggio di “Kat” mi sembra sia d’ispirazione per quello di Bordin, il veterano che fa tutto per soldi perché deve mantenere la famiglia de La grande guerra ci ritrovo lo stesso pragmatismo e un cinismo che nasconde una grande umanità, entrambi sono destinati a morire a guerra quasi finita.
Anche Baumer muore: trascinandosi stancamente nella vita di trincea un giorno scorge una farfalla e esce allo scoperto per prenderla, il collezionismo dei lepidotteri era un hobby della giovinezza come raccontato nel dialogo con la sorella durante la licenza. Ancora una volta la scena è poetica il dettaglio della mano che si allunga per toccare la farfalla e poi si rattrappisce sotto i colpi. Scena osteggiata dalla produzione, fu girata utilizzando la mano dello stesso regista con il supporto del direttore della fotografia non accreditato, Karl Freund, uno dei grandi direttori della fotografia del cinema espressionista (Metropolis per citarne uno) e degli horror Universal di cui fu anche regista.

L’occhio che uccide

Peeping Tom
GB, 1960
con Carl Boehm, Moira Shearer, Anna Massey, Maxine Audley, Brenda Bruce, Shirley Anne Field, Esmond Knight, Pamela Green, Michael Goodliffe, Martin Miller, Jack Watson, Shirley Ann Field
regia di Michael Powell



Locchiocheuccide


Mark Lewis è il figlio di un celebre scienziato che non ha esitato a utilizzare il bambino per i suoi studi sulla paura, mettendolo nelle situazioni più ardue e riprendendolo in ogni esperienza di vita. Il ragazzo diventa un cineoperatore ma anche un killer che filma le sue vittime infilzate dal treppiede della cinepresa. L’unica persona con cui il giovane riesce ad aprirsi è  Helen, la dolce inquilina di cui Mark si è innamorato ma la polizia è ormai sulle sue tracce…



PeepingTom


Michael Powell è stato un regista che ha rivoluzionato la cinematografia inglese in coppia con il regista di origine ungherese Emeric Pressburger, finito il sodalizio, che avrà una coda negli anni ’70, Michael Powell gira L’occhio che uccide, un thriller psicologico che è in realtà un saggio sulla visione oggi considerato un capolavoro metacinematografico, fu stroncato dalla critica all’uscita in sala.
La trama thriller interessa poco al regista che apre il film mostrandoci il killer in azione con la sua prima vittima, una prostituta, poi ce lo mostra nella sua attività parallela, operatore e fotografo di donnine nude per il fiorente mercato pornografico gestito sottobanco da un irreprensibile edicolante. Anche quando non si serve della sua fedele cinepresa Mark resta un guardone e sbircia senza troppe remore nell’appartamento che ha affittato alle Stephens, madre e figlia. Se la ragazza è aperta e molto disponibile con Mark, la madre, cieca per colpa di un intervento agli occhi non riuscito, è l’unica a percepire la natura deviata che il giovane padrone di casa nasconde sotto l’apparenza di bravo ragazzo; ad interpretarlo c’è Carl Boehm, pseudonimo anglicizzato per l’attore austriaco Karlheinz Böhm che aveva raggiunto la notorietà con il ruolo del giovane imperatore  Francesco Giuseppe  nella smielata saga di Sissi.



L'occhio che uccide


La macchina da presa, unica compagna dell’infanzia traumatica è diventata per il protagonista un feticcio con cui guardare il mondo, l’ossessione paterna per la paura si esaspera nel figlio al punto di non solo filmare gli ultimi momenti di vita delle sue vittime, ma di porre uno specchio sulla telecamera perché loro stesse assistano orripilate alla loro uccisione.
Con il coraggio della sua ingenuità Helen da subito cerca di capire cosa si nasconde dietro gli strani comportamenti di Mark che non esita ad aprirsi, una metafora del bisogno di raccontarsi dell’artista.
Quella di Powell è una riflessione senza filtri sul mondo del cinema, comprese le scene divertenti del regista stremato dall’attrice “cagna” come direbbe Boris, e per sè il regista ritaglia il cameo del padre che compare di sfuggita in un vecchio filmino dell’infanzia di Mark.
La sensualità voyeuristica non è espressa solo dal mondo del porno, ma anche dal modo in cui Mark accarezza la gamba del treppiede che nasconde l’arma, un gesto che torna in Kill Bill nello sfioramento delle katane alludendo all’imprescindibile rapporto tra Eros e Thanatos.



L'occhioche uccide


Del resto il titolo originale allude alla leggenda di Lady Godiva, costretta ad attraversare nuda tutta Coventry in difesa del popolo che per onorarla rifiuta di alzare lo sguardo su di lei, tranne Tom, che non resiste alla tentazione e sbircia la donna, punito con la cecità. La morbosità voyeuristica è diventata arte ma conserva sempre il suo lato peccaminoso

Danza macabra

Italia 1964
con Barbara Steele, Georges Rivière, Margarete Robsahm, Arturo Dominici, Silvano Tranquilli, Sylvia Torrente, Giovanni Cianfriglia, Umberto Raho, Benito Stefanelli, Salvo Randone
regia di Antonio Margheriti



Danzamacabra


Il giornalista Alan Foster si reca in una taverna per intervistare E.A. Poe in trasferta londinese. Nella discussione sul sovrannaturale si inserisce anche Lord Blackwood che scommette con il giovane che non riuscirà a sopravvivere a un’intera notte nel suo castello diroccato alle porte di Londra. Il giovane accetta e inizia per lui una terrificante avventura…



Casteofblood


Un classico del cinema gotico italiano rifatto dallo stesso regista dopo pochi anni, nel 1971, in una versione a colori intitolata Nella stretta morsa del ragno.
La regia di Danza Macabra all’inizio era stata affidata a Bruno Corbucci che dovette lasciare per sopperire ad altri impegni e fu sostituito da Margheriti che si firma con il suo classico pseudonimo inglese Anthony Dawson ma tutta la crew tecnica e il cast italiano utilizza, come d’abitudine a quei tempi, un nome d’arte inglese.



Casteofblood


Il regista riprende con eleganza i topos più classici del cinema gotico fotgrafati in un contrastato bianco e nero da Riccardo Pallottini: castelli aviti dove dominano incontrastate le ragnatele, le tombe nel parco che fanno il paio con i misteriosi avelli delle cripte. Inizialmente ci ride anche il giornalista che ha accettato la scommessa ma ben presto il suo soggiorno si trasforma in un incubo che sa turbare ancora oggi, anche grazie alla bella colonna sonora di Riz Ortolani.



Danza macabra


Poco dopo il suo arrivo Alan incontra una giovane donna, Elisabeth che si presenta come la sorella rinnegata di
Lord Blackwood, le frasi sono ambigue ma il giornalista crede che sia una fanciulla viva con cui s’intrattiene piacevolmente nell’alcova ma ben presto il dottor Carmus gli spiega come nella notte del due novembre i morti del castello rivivano le loro tragiche morti: a funzionare è l’angoscia del testimone umano sospeso sulle soglie del tempo: Alan dovrà assistere alla morte di Carmus e dalla coppia che ha accettato di pernottare nel castello l’anno precedente e poi salvarsi dai fantasmi assetati di sangue grazie all’aiuto di Elizabeth che si è innamorata di lui.



Danza macabra


All’epoca il film si segnalò per l’erotismo: un seno nudo, l’estasi amorosa e la scena d’amore saffico, tutto molto casto visto con gli occhi odierni anche se l’atmosfera morbosa rimane.
Sul piano attoriale da menzionare Montgomery Gleen, ovvero Silvano Tranquilli, in un sofferto e allucinato Edgar Allan Poe.
Il plot ha qualche cedimento, i dialoghi sono forse quelli invecchiati peggio ma il colpo di scena finale è notevole: io ricordo dall’adolescenza quello identico della versione del ’71 trasmesso nel ciclo notturno di film curato da Claudio G.Fava.

Una farfalla con le ali insanguinate

Italia 1971 Titanus
con Helmut Berger, Giancarlo Sbragia, Ida Galli, Silvano Tranquilli, Wendy D’Olive, Gunther Stoll, Lorella De Luca, Wolfgang Preiss, Dana Ghia, Carole André, Peter Shepherd
regia di Duccio Tessari



Unafarfalla con lealiinsanguinate


Una studentessa diciassettenne viene uccisa in un parco e il padre di una sua compagna di scuola viene giudicato colpevole dell’omicidio e condannato all’ergastolo. Ben presto però vengono compiuti altri due omicidi che emulano la morte di Françoise Pigaut, il primo indagato viene scarcerato e al commissario Berardi toccano nuove indagini…


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Un giallo complicato dalle eccessive sovrastrutture psicologiche che lo rendono noioso anche se l’idea di fondo non è malvagia. (spoiler: il secondo killer uccide per scagionare il vero omicida e vendicare personalmente la morte dell’amata).
Appesantisce ulteriormente la critica sociale: il film è ambientato a Bergamo e vuole mettere alla berlina i (classici) vizi della società bene della provincia su cui si appiattisce un po’ la delineazione dei personaggi: l’avvocato di Alessandro Marchi è ben contento che il suo cliente finisca in prigione per poter intrecciare una relazione con la moglie di lui, la donna durante il processo ha scoperto che il marito aveva una relazione con un altra donna ma soprattutto i due uomini non riescono a resistere all’innocente fascino adolescenziale di Françoise e Sara.



Una farfalla con le ali insanguinate


Peccato la lentezza della storia perché visivamente il film è estremamente raffinato a partire dal mascherino a forma di farfalla della sequenza iniziale.
Tessari ha un grande gusto compositivo, la gamma cromatica della fotografia è ottima e le scenografie, come in tutti i film del periodo notevoli con oggetti di design sparsi nelle lussuose dimore, Bergamo deserta ha un che di metafisico già sfruttato dall’episodio di Malle di Tre passi nel delirio.
Molto interessante l’attenzione all’uso della tecniche scientifiche in campo poliziesco, estremamente precisa (nei titoli di cosa si ringrazia la polizia scientifica per la consulenza) sa trasformare lacomparazione di due impronte digitali in un quadro pop.



Una farfalla conle ali insanguinate


Di grande interesse anche il cast: Giancarlo Sbragia, più noto per l’attività teatrale è il giornalista sportivo incriminato dell’omicidio della compagna di scuola della figlia, Helmut Berger è al solito bello e tormentato e la vittima iniziale che torna durante tutto il film nei vari flash back è Carole Andrè che da lì a qualche anno diventerà l’indimenticata Perla di Labuan.

Georges de La Tour. L’Europa della luce

La Maddalena Penitente di Washington è il primo quadro che accoglie lo spettatore alla mostra, opera emblematica dell’artista che ne dipinse diverse versioni, è un’immagine emblematica anche del lockdown che abbiamo trascorso, rinchiusi in solitudine a meditare sulla morte che ci circondava ed è toccante pensare alla solitudine del quadro nel periodo in cui la mostra, da poco allestita, è stata sospesa.



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George de la Tour è un pittore caravaggesco noto per le sue opere a lume di candela, meno nota è la produzione “diurna” dell’artista che viene illustrata nella mostra: oltre all’abilità nel giocare con la luce e i suoi riflessi, l’artista è maestro di realismo, le opere diurne, che siano di genere (il suonatore di ghironda o La rissa tra musici mendicanti) o religiose (i tre apostoli di Albi) rappresentano con precisa minuzia di dettagli figure di umili del suo tempo di cui colpiscono le dentature sfatte, le unghie sporche e l’intensa espressività dei volti.



Larissatramusicimendicanti


Come sottolinea il titolo dell’esposizione però, è la magia creata dalla luce candelare che determna la fama dei caravaggeschi, assieme alle quindici opere le maestro lorenese è infatti possibile ammirare le opere di altri artisti coevi a George de la Tour: dall’italiano Carlo Saraceni presente con una Natività a Gerrit de Honthorst noto in in Italia come Gherardo delle Notti, sono restata molto colpita dall’Amore Mercenario di Adam de Coster, che ha la potenza di ‘istantanea rubata nello sguardo della prostituta fisso sullo spettatore.



Adam-de-CosterAmoremercenario


Si nota come la luce della candela diveni anche un escamotage per dimostrare la propria abilità pittorica schermando la candela con la mano o oggetti vari per produrre complessi giochi di controluce.
Un capitolo è dedicato a Trophime Bigot, raffinato pittore francese misconosciuto che si va sempre più identificando con il Maestro di lume di candela la cui Vanitas presente in mostra era già nella mostra di Caravaggio del 2004.
Il bellissimo San Sebastiano curato da Irene di Bigot riporta a La Tour che a sua volta si è cimentato con questa iconografia, gli esisti sono molto diversi ma altrettanto affascinanti.



Bigot San Sebastianocurato da Irene


Anche nelle scene notturne il pittore si divide tra scene di genere, i giocatori di dadi e immagini religiose Giobbe deriso dalla moglie o l’educazione di Maria.
Chiude la mostra il San Giovanni Battista nel deserto una delle ultime opere del pittore che completa il suo lavoro di ricerca pittorica che rende i suoi lavori sempre più essenziali, nella gamma dei colori per sottolineare ulteriormente la spiritualità e la ricerca interiore ricollegandosi idealmente con la Maddalena che apre il percorso espositivo.



Georgesdelatour




7 Febbraio 2020 – 27 Settembre 2020
Palazzo Reale
Milano

The Untouchables – Gli intoccabili

USA 1987 Warner Bros
con Kevin Costner, Sean Connery, Robert De Niro, Andy Garcia, Charles Martin Smith, Richard Bradford, Jack Kehoe, Brad Sullivan, Billy Drago, Patricia Clarkson, Steven Goldstein, Peter Aylward, Don Harvey
regia di Brian De Palma


Gliintoccabili


Nella Chicago del proibizionismo Al Capone gestisce il suo impero quasi alla luce del sole, ostentando la sua ricchezza e rilasciando interviste. L’integerrimo agente del Tesoro Eliot Ness viene incaricato di catturare il boss ma il suo primo tentativo fallisce e Ness si ritrova sbeffeggiato dalla stampa. Incontra casualmente un vecchio poliziotto di origine irlandese, Jimmy Malone e lo coinvolge nell’impresa di catturare Capone. Malone mette in guardia Ness dalla corruzione che serpeggia anche nel dipartimento di polizia e lo aiuta a creare una squadra speciale “Gli intoccabili” composta da loro due, una recluta di origini italiane e un contabile che ha l’idea di accusare il mafioso per frode fiscale. L’impresa riesce ma costa il dimezzamento della squadra…



Gliintoccabili


Ispirato all’autobiografia di Eliot Ness e all’omonima serie tv dei primi anni ’60, The Untouchables è una grandiosa produzione hollywoodiana dei secondi anni ’80 con un grandioso cast (di belloni tra l’altro) e un reparto tecnico e creativo di tutto rispetto: la sceneggiatura è di David Mamet, la musica di Morricone i costumi di Armani e alla regia c’è Brian de Palma che fa sfoggio di tutta la sua abilità tecnica e il suo citazionismo: il film è noto per aver riproposto la scena della carrozzina de La corazzata Potëmkin, ma oltre all’immancabile Hitchcock il regista cita anche altri capolavori del cinema: nello scontro a fuoco nella casupola al confine con il Canada, dopo che Ness ha ucciso un mafioso che non ha abbassato l’arma, Malone lo raggiunge mentre Ness è ripreso di spalle sulla veranda come John Wayne nella famosissima inquadratura di Sentieri Selvaggi.



Theuntouchables


I virtuosismi tecnici si sprecano: l’inquadratura iniziale è un carrello che scende dall’alto su Al Capone che si sta facendo fare la barba mentre concede un’intervista, il set da barbiere è quello realmente appartenuto al boss.
La ricostruzione del periodo storico è del resto ineccepibile, colpiscono gli interni: archi e cupole dominano la stazione, il palazzo di giustizia, il teatro, riportandoci al cinema di Orson Welles con cui De Palma ha collaborato a inizio carriera.
La fotografia riporta invece ai tardi anni ’50, la serie tv inizia del 1959 e i colori sottolineano le atmosfere hitchcockiane: l’insistenza sulla valigia che costa la vita alla bambina nel pub, il letto vuoto della figlia di Ness che fa sospettare il rapimento mentre la bambina sta giocando tranquilla di fianco al lettino vuoto…



Gliintoccabili


I bambini hanno una valenza simbolica, l’innocenza: l’omicidio della piccola dilaniata dalla bomba nel bar, scatena l’opinione pubblica contro la guerra della birra, Ness è l’unico ad avere una famiglia, una figlia e un bambino in arrivo: è per loro che deve costruire un mondo migliore osservando rigidamente le leggi ma quando ci si trova davanti al male assoluto bisogna avere il coraggio di sporcarsi le mani, come insegna il vecchio Malone e così nel celebre sottofinale alla stazione, Ness non esita di mettere a rischio la vita di un bambino innocente pur di catturare il contabile, da qui la famosa citazione della carrozzina con atletico lieto fine dell’aitante recluta Andy Garcia.
Lo scontro senza esclusione di colpi tra i quattro incorruttibili e Al Capone assume una dimensione epica che spiega l’atmosfera western nella sequenza al confine del Canada tra John Ford, Kurosawa e Peckinpah.