Deborah Kerr

DeborahkerrDeborah Jane Kerr-Trimmer nasce a Helensburgh, Scozia il 30 settembre 1921. Si avvicina al teatro con l’aiuto di una zia che era una star della radio britannica.
A 20 anni debutta nel cinema inglese con un piccolo ruolo in Il Maggiore Barbara, i suoi ruoli piu’ significativi in patria sono Duello a Berlino (1943) dove interpreta un triplo ruolo e la suora protagonista di Narciso nero, (1947) entrambi diretti dalla geniale coppia Michael Powell e Emeric Pressburger.
Il 1947 e’ anche l’anno in cui l’attrice emigra in America chiamata dalla MGM, il suo primo film hollywoodiano e’ I trafficanti girato nel ‘47 accanto a Clark Gable e Ava Gardner per la regia di Jack Conway.
La carriera americana procede con discreto successo: la Kerr e’ nel cast di film come Il prigioniero di Zenda (remake del 1952 dell’omonimo film del ’37) e Giulio Cesare di Mankiewicz del 1953, ma sara un altro film dello stesso anno a lanciarla nell’immaginario collettivo con la celebre scena d’amore sulla spiaggia con Burt Lancaster in Da qui all’eternità di Fred Zinnemann: il film, per cui era anche in lizza la maliarda Joan Crawford, consolida la sua immagine di algida signora inglese che cova grandi passioni.

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Nel 1956 e’ Anna Leonowens nella seconda versione del celebre Il re ed io accanto a Yul Brynner e sempre nello stesso anno gira la versione cinematografica di Tè e simpatia, per la regia di Vincente Minnelli; l’attrice aveva gia’ riscosso grande successo a Broadway con questa piece teatrale.
Nel ‘57 e’ ancora una suora per John Huston in L’anima e la carne girato con Robert Mitchum e anche l’innamorata che non potra’ raggiungere Cary Grant sulla vetta dell’Empire a causa di un incidente in Un amore splendido per la regia di Leo McCarey che gira il remake di un suo film del ‘39.
Deborah Kerr ritrova Robert Mitchum e Cary Grant nella piacevole commedia di Stanley Donen girata nel 1960: L’erba del vicino e’ sempre piu’ verde dove l’americano Mitchum in vista turistica ad un castello inglese, cerca di sedurre la la moglie dello svagato lord.
Nel 1961 interpreta il ruolo di Miss Giddens nell’ottima versione filmica di Giro di vite diretta da Jack Clayton, Suspance.


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La Kerr sara’ ancora una governate ne Il giardino di gesso, polpettone diretto da Ronald Neame nel 1964.
Da ricordare anche la sua partecipazione , sempre nel ‘64 a La notte dell’iguana, trasposizione di John Huston di un dramma di Tennesse Williams.
Nella seconda meta’ degli anni ‘60 l’attrice comincia a diradare le sue apparizioni ma va certamente menzionato il film I temerari di John Frankenheimer, dove a 16 anni di distanza, il film e’ del 1969, si ritrova ad amoreggiare con Burt Lancaster.
L’ultimo film dell’attrice e’ Il giardino indiano del 1985, l’anno seguente Deborah Kerr si ritira ufficialmente dalla scene non riconoscendosi piu’ in un cinema prevalentemente fatto di violenza. E’ l’attrice che detiene il piu’ grande numero di nomination agli Oscar, senza conseguire mai nessuna vittoria, ottenendo solo l’Oscar alla carriera nel 1994.

L’attrice è scomparsa il 16 ottobre 2007

Auguri ad Anita Ekberg

L’attrice è scomparsa l’11 gennaio 2015


Anitaekberg Kerstin Anita Marianne Ekberg nasce a Malmo 29 Settembre 1931; prima di diventare la svedese piu’ celebre del cinema italiano inizia la sua carriera di attrice ad Hollywood, dopo aver vinto il titolo di Miss Svezia nel 1950 e aver lavorato come modella: le sue grazie non possono certo non colpire Howard Hughes che la introduce nel mondo del cinema dove lavora anche accanto a Jerry Lewis e Dean Martin in Artisti e modelle del 1955. Per la sua sensualita’ viene chiamata “ghiaccio bollente”.

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Nel 1956 e’ in Italia per girare il kolossal di King Vidor Guerra e pace, l’attrice in seguito si trasferisce nel nostro paese e dopo aver girato nel 1959 il mediocre Nel segno di Roma, classico peplum diretto da Brignone dove veste panni della regina Zenobia che osa ribellarsi all’Impero Romano ma si innamora del console romano che ha sconfitto, arriva il film che l’ha resa una icona, La dolce Vita di Fellini del 1960: quel suo bagno nella Fontana di Trevi diventera’ un classico per molte presunte stelle del cinema contemporaneo, ma il modello di Anitona restera’ sempre inimitabile. Sara’ sempre Fellini a dirigerla nei ruoli piu’ importanti della sua carriera, che non ebbe mai un vero percorso: il magnifico episodio de Le tentazioni del dottor Antonio in Boccaccio’70 (1962) dove la sua prorompente bellezza perseguita le notti del puritano Dottor Antonio interpretato da un bravissimo Peppino De Filippo.

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Nel 1986 e’ anche ne L’intervista dove interpreta se stessa che, assieme a Mastroianni, rivede sul grande schermo la magia de La dolce vita.

The queen

Thequeen Il regno di Elisabetta II non fu mai cosi’ poco amato come in quella settimana di delirio mediatico che segui’ la morte di Diana Spencer, ex principessa del Galles. Lo scollamento tra Elisabetta e i suoi sudditi e’ l’occasione per Stephen Frears di mostrare due idee del mondo ormai inconciliabili, al di la’ del loro significato politico: non e’ necessario essere monarchici per apprezzare la dignita’ della Regina che preferisce gestire il dolore nella privacy, forse del proprio cuore piu’ ancora che nel seno della sua famiglia, una sovrana cacciatrice che e’ ancora in grado di andare a rendere omaggio alla bellezza di un cervo ucciso in malo modo da un ricco londinese che ogni tanto si diletta a praticare la caccia a pagamento.
C’e’ sicuramente una similitudine, anche visiva tra l’immagine del cervo ucciso ed Elisabetta in piedi, costretta a manifestare in televisione il suo cordoglio, ma piu’ che la fine della monarchia, presumo che questa simbologia alluda alla fine del legame con le tradizioni per cedere all’invadenza dei media.
Diana ed Elisabetta sono poi cosi’ diverse? Sicuramente nel modo di gestire le loro esistenze si’, ma se ci si sofferma su quel silenzio della regina prima di commentare un’affermazione di Blair nel finale, quando le ricorda che era cosi’ giovane quando e’ salita’ al trono si puo’ scorgere lo stesso destino che accomuna le due donne: assumere in giovanissima eta’ dei ruoli esorbitanti.
L’interpretazione di Ellen Mirren e’ stata giustamente glorificata dalla Coppa Volpi alla recente Mostra del Cinema di Venezia: quello che mi ha colpito di piu’ della sua recitazione perfetta, e che ancora una volta sottolineava la distanza del mondo di Elisabetta con quello attuale, e’ stata la sua postura perfetta che risalta particolarmente nel montaggio alternato delle telefonate con Blair, ripreso sempre scomposto alla sua scrivania.

Pirati dei Caraibi – La maledizione del forziere fantasma

Piratideicaraibi2 Will ed Elizabeth stanno coronando il loro sogno d’amore quando vengono arrestati per aver aiutato Jack Sparrow, nel frattempo il pirata viene sollecitato a saldare il suo debito con il fantasma di Davy Jones..

Soddisfa poco anche le aspettative di chi va al cinema per vedere solo un blockbuster zeppo di effetti speciali, questo secondo episodio delle avventure di Jack Sparrow che per altro e’ solo introduttivo al prossimo capitolo, che probabilmente non sara’ neppure quello finale, visto che si vocifera di trasformare la trilogia in una saga di sei episodi.
Insoddisfacente per la lunghezza davvero eccessiva delle scene d’azione, sicuramente spettacolari ma che risultano innegabilmente noiose se protratte oltre i dieci minuti, finendo per accentuare la sensazione di gia’ visto: mostri e alcuni tipi di riprese a volo d’uccello mi hanno ricordato Il signore degli anelli e l’ironia nelle situazioni piu’ rocambolesche rimandava a Indiana Jones.
Ancor piu’ deludente la trama, oggettivamente troppo ingarbugliata: il legame tra Sparrow e il fantasma di Davy Jones offriva materiale piu’ che sufficiente per il film, senza la necessita’ di introdurre il misterioso personaggio di Cutler Beckett che rovina le nozze di Will ed Elizabeth e vanta a sua volta oscuri legami con Jack Sparrow: il risultato e’ quello di non capire perche’ Davy Jones abbia chiuso il suo cuore nel forziere, elemento che meritava sicuramente piu’ di un accenno, visto che dovrebbe essere il cuore del plot, ne’ si capisce perche’ Beckett abbia piu’ potere del Governatore e soprattutto perche’ sia cosi’ addentro alle vicende di Sparrow; tutti elementi che acuiscono la fastidiosa sensazione che si sia cucita alla bell’e meglio una trama giusto per sfruttare il successo del primo episodio.
Jdmff Di positivo nel film ci sono gli spettacolari effetti speciali (soprattutto la faccia da calamaro di Davi Jones e’ davvero rimarchevole) e il solito Johnny Depp che continua il lavoro di cesellatura sul personaggio di Sparrow costruito sull’imitazione di Keith Richards che nel terzo episodio vestira’ i panni del padre di Jack. Anche se il personaggio di Sparrow e’ meno complesso del precedente La maledizione della prima luna, essendo piu’ pusillanime, salvo poi riscattarsi con un colpo di scena finale, Depp lo interpreta alla perfezione, cosa che non si puo’ dire dei suoi comprimari: Keira Knightley ci prova a dare qualche sfumatura alla sua insopportabile Elizabeth, mentre Orlando Bloom pare impegnarsi ad essere piu’ inespressivo del solito.

Hamelin

Macallelocset2006_1 Ieri sera sono andata alla prima teatrale dello spettacolo che ha vinto la seconda edizione del concorso In scena, indetto dalla compagnia teatrale alessandrina MaxAub con lo scopo di far conoscere autori e testi inediti della drammaturgia italiana.
Hamelin di Fabrizio Bonci e’ stato scelto come vincitore tra gli 82 testi pervenuti.
Si tratta di un atto unico che racconta di un avamposto militare di soldati italiani impegnati in una delle tante missioni di pace di questi tempi.
Con reminiscenze de Il deserto dei tartari la vita dei militari scorre nell’attesa di un fantomatico nemico che non si vede, il campo e’ accerchiato solo da ratti sempre piu’ grossi e numerosi. L’attesa e la tensione sfogati con stupidi e crudeli scherzi, avranno un esito molto drammatico..
Bonci descrive molto bene i toni assurdi della guerra con le battute e gli episodi di crudele e stupida spavalderia e la regia di Laura Bombonato ha saputo cogliere l’atmosfera claustrofobica del campo militare con una scenografia scarna e la scelta di far circondare la scena dal pubblico avvicinandolo ancor piu’ al grottesco dramma con l’abbattimento della “quarta parete”
Il titolo dell’opera e i ratti rimandano chiaramente alla fiaba del Pifferaio di Hamelin e dopo lo spettacolo c’e’ stato un incontro con l’autore che ha raccontato che questa fiaba nera trova molto probabilmente origine nelle misconosciute Crociate dei bambini avvenute a cavallo del XII e XIII sec quando migliaia di bambini furono fatti prigionieri e venduti come schiavi per combattere in Terra Santa; personalmente non sapevo di questo triste episodio che fa accapponare la pelle, visto l’inquietante parallelismo con i bambini soldati di tante guerre moderne.
Lo spettacolo sara’ rappresentato al teatro Macalle’ di Castelceriolo (AL) fino a domenica prossima: se amate il teatro spingetevi fino a qua: ne vale davvero la pena

La stella che non c’e’

Lastellanchenonce Vincenzo Buonavolonta’ (nomen omen) e’ il manutentore di un altoforno dell’Ilva di Genova, finito in cassa integrazione perche’ la macchina di cui si occupa e’ stata venduta ai cinesi. Nonostante non sia piu’ il suo lavoro, Buonavolonta’ avvisa i dirigenti cinesi di un difetto strutturale dell’altoforno e continua a lavorare per conto suo alla riparazione. Quando si reca in fabbrica per consegnare la centralina modificata scopre che i cinesi se ne sono gia’ andati col macchinario.
Questo e’ il prologo che precede i titoli di testa, la motivazione che spinge Vincenzo verso un viaggio apparentemente assurdo in Cina per consegnare il pezzo che e’ diventata la sua ossessione, sintomo di una vita non svelata dal film, ma che si puo’ intuire come solitaria, motivata solo dalla perfezione sul lavoro che gli fa ribattere di non essere ancora dismesso al dirigente di Shanghai e continuare il viaggio attraverso una Cina grigia quasi spettrale, ben diversa dall’immagine pittoresca del nostro immaginario e delle nuove rotte turistiche; un viaggio alla riscoperta di se’, fatto di contatto con la gente: Vincenzo osserva, cerca di capire quel mondo con cui non puo’ comunicare verbalmente; questa totale immersione nell’alieno permette al protagonista di prender coscienza della necessita’ di trovare una nuova ragione di vita (significativo e commovente il pianto di Castellito dopo aver finalmente consegnato il pezzo) incontrando probabilmente l’amore ed una famiglia, se si vuole interpretare positivamente il finale aperto.
Come sempre lo sguardo di Amelio si volge con tenerezza verso i bambini, dagli incontri casuali sui vari mezzi di locomozione al rapporto complice che si instaura immediatamente con il figlio della traduttrice.
Il regista si conferma anche un abile costruttore di scene dove l’umanita’ e’ in grado di emergere in maniera dirompente: la colazione dopo la notte in carcere tra Vincenzo e Liu-Hua e’ sicuramente uno dei momenti migliori del film che prelude all’inizio di una nuova stagione della vita del protagonista, come l’incontro con il tecnico cinese che capisce il significato della centralina, sigla la fine del suo ruolo di manutentore con il passaggio del pezzo e quindi delle consegne: che importa che fine fara’ la centralina quando si trova qualcuna che parla il linguaggio della propria passione?

Superman returns

Upermanreturns Dopo alcuni anni passati a cercare tra i resti del pianeta Krypton qualcosa del suo passato, Superman torna sulla Terra, trovando Lois Lane sposata e con un figlio mentre Lex Luthor e’ uscito di galera..

Benche’ io non sia una grande ammiratrice dei film tratti dai comics, ho apprezzato questo ritorno di Superman sul grande schermo, legato saldamente alla precedente saga nel 1978 dalla grande somiglianza fisica tra il protagonista Brandon Routh e il compianto Christopher Reeve, con omaggi ai grandi attori guest star delle precedenti edizioni: l’immagine di Marlon Brando ricostruita al computer e la foto di Glenn Ford che troneggia sul caminetto di casa Kent.
Mi e’ piaciuta molto la scenografia che unisce l’high tech al piu’ sontuoso stile art deco rappresentato dal palazzo del Daily Planet.
Gli effetti speciali erano di grande impatto (memorabile il salvataggio e il conseguente parcheggio “di muso” dell’aereo all’interno dello stadio) ma non troppo invasivi.


Superman-returns

Per quanto concerne il plot forse qualche sforbiciata nella parte iniziale ci poteva stare: visto che il film si ricollega cosi’ saldamente alle pellicole precedenti si poteva forse evitare la parte del giovane Superman che prende coscienza dei suoi poteri (se non erro c’e’ stata anche una serie televisiva incentrata sulle sue avventure giovanili).
Bryan Singer supera il modello attuale del superoe problematico dando alla vicenda toni messianici: l’unico sangue che si vede scorrere e’ quello di Superman (e si’ che Lois Lane viene sbatacchiata per bene ma al limite esce appena scarmigliata) e piu’ che volare, l’uomo d’acciaio ascende al cielo.
Il film si inserisce in un filone piuttosto sentito dal cinema americano di questi ultimi anni: la ricerca del padre assente che qui assume anche una connotazione politica: vedere Superman preso a calci nel fango mentre grida la propria natura mi ha fatto pensare all’attuale situazione politica americana.

Desordre Telefilm Award 2006

Mentre inizia una nuova stagione televisiva, voglio ricordare i migliori serial della stagione passata, quella che ha ufficialmente sancito lo status “artistico” del telefilm, sdoganandolo dallo stato di semplice passatempo a cui gettare un occhio svagato durante le serate casalinghe.
I vincitori della mia personale classifica sono due, ex aequo: Brigada e Deadwood.

Photo_1Il primo e’ un prodotto russo andato in onda questa primavera su Canaljimmy, che narra l’ascesa ai vertici della mafia russa di quattro ragazzi della periferia moscovita, amici per la pelle. Lo stile, come dicevo gia’ nel post che gli avevo dedicato all’epoca, e’ molto diverso da quello sincopato dei serial americani, ha piu’ l’afflato de La Piovra; il regista ha un occhio sicuramente piu’ cinematografico che televisivo e a distanza di mesi ho ancora ben impressa in mente la scena della morte di Farkhad, l’amico di Sasha Belov; mitico anche l’incontro tra i due vecchi compagni d’armi sul punto di ingaggiare uno scontro tra bande rivali, Sasha e Farkhad si riconoscono, erano stati commilitoni in Cecenia e deposte le armi passeggiano rievocando i bei tempi andati mentre a passo d’uomo li segue il corteo di grosse berline guidate dei loro scagnozzi.
Non manca l’affondo contro la corrotta politica russa per cui la Brigada di Belov godra’ i favori del governo e dei servizi segreti finche’ non rifiutera’ di fare da paravento alle esportazioni di armi in Cecenia: il rifiuto causera’ la rovinosa caduta dei quattro amici con le ultime puntate sempre in crescendo: per come sono sviluppati i temi dell’amicizia e dell’onore, Brigada mi ha ricordato la saga di A better tomorrow.

DeadwoodalsethPari merito con il telefilm russo metto Deadwood, magnifico gioiello della solitamente asfittica programmazione estiva.
Le avventure nella nascente cittadina di frontiera, costruita in territorio indiano e fuori dai confini degli Stati confederati vanta una scrittura eccezionale e su tutti gli altri ottimi personaggi spiccano Al Swearengen e Doc, tra le migliori delineazioni psicologiche che abbia mai visto al cinema o in tv.
Il telefilm parte bene ma in maniera piuttosto normale: ci sono inaspettati colpi di scena, ma come al solito lo spettatore crede di poter distinguere chiaramente tra buoni e cattivi, invece nel corso di 15 puntate le cose si ribaltano e cosi’ negli ultimi episodi mi sono ritrovata ad inveire conto Seth Bullock, presunto rappresentante del buoni che si dimostra debole e talmente ipocrita da farselo dire pure dalla sua amante. Il crudele Swearengen invece si rivela un uomo con le palle: pur circondato da scagnozzi non disdegna di sporcarsi le mani uccidendo in prima persona chi rischierebbe di distruggere il fragile equilibrio della citta’ e nell’ultima puntata e’ in grado di un atto di morte di estrema umanita’, con la silente complicita di Doc, il medico avvinazzato e disilluso di Deadwood.
I due serial sono frutto di due scuole sicuramente agli antipodi negli stili ma di fondo trattano lo stesso argomento: la dura lotta per la sopravvivenza nei momenti di incerte situazioni sociopolitiche dove spesso la violenza e’ l’unica via per garantire la tranquillita’ personale, Sasha Belov e Al Swearengen riescono a trascendere la figura del gangster perche’ scelgono quella vita sicuramente per un interesse personale ma la loro visione del mondo e’ piu’ ampia e pur dibattendosi nella merda, come direbbero entrambi, cercano di plasmare il mondo che li circonda: tutte le civilta’ nascono cosi’, che ci piaccia o no.

As you like it

Rosalinda, figlia del deposto duca, viene scacciata da corte dallo zio che ha usurpato il trono di suo padre. La ragazza, travestitasi da uomo, decide di partire alla volta della foresta di Arden dove il genitore guida una piccola corte; la seguono Celia, figlia del Duca Frederick ma legata da un affetto enorme alla cugina e il giullare di corte, Touchstone.
Nella foresta incontrera’ il giovane Orlando di cui si era innamorata a prima vista e sfruttando il suo abbigliamento maschile Rosalinda-Ganimede instaurera’ un gioco amoroso con il suo innamorato, che coinvolgera’ altre coppie…


As you like it

Brahagh adatta per il grande schermo un’altra opera del Bardo, la quinta per l’esattezza, ma questa volta non gli riesce il gioco di contaminazione tra cultura alta e bassa: il film patinatissimo, si rivela uno sterile esercizio di stile e il gioco amoroso shakeasperiano si perde nella estrema frammentazione del film, che ha anche episodi validi, ma che non riesce mai a legarsi in una storia compatta ed intrigante.
C’e’ un tentativo di creare un parallelo tra due storie di fratelli: il duca Frederick che depone il fratello maggiore (entrambi i ruoli sono impersonati da Brian Blessed) e il giovane Orlando privato dei suoi diritti signorili dal fratello maggiore, qualche scena di montaggio alternato tra le due vicende speculari si rivela interessante ma anche questo aspetto della trama si perde tra i mille episodi del film.


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Branagh ambienta la vicenda nel Giappone del XIX secolo quando l’impero nipponico si apre all’Occidente e molti mercanti, soprattutto inglesi, vi si trasferiscono con il loro bagaglio di cultura e tradizioni. Il miscuglio di popoli non pesa sulla pellicola, mentre la ricostruzione del mondo orientale (gli esterni son tutti girati in Inghilterra) e’ un po’ folcloristica: in alcuni momenti la foresta sembrava una composizione degna dell’Euroflora.


Asyoulikeit

Ottimo il cast, sia per gli attori di matrice shakeasperiana che per i protagonisti: divertente Molina nei panni del giullare, simpaticamente svanita Romola Garai (Celia) , ma su tutti trionfa la freschezza di Bryce Dallas Howard (la figlia di Ricky Cunningham, per intenderci)

Thank you for smoking

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Nick Naylor lavora per la lobby del tabacco: affidandosi alla sua sciolta parlantina cerca di convincere media e consumatori che il fumo non e’ poi cosi’ nocivo e nel suo lavoro e’ veramente bravo, tanto da diventare il cocco del grande capo della Big Tobacco, ma il suo lavoro presenta anche dei pericoli: verra’ rapito per essere ucciso con la nicotina, rilasciata dai numerosissimi cerotti antifumo che gli verranno applicati sul corpo.
Un altro colpo basso gli arriva dalla giornalista che, dovendo scrivere un articolo su di lui, non esita a sedurlo per carpirgli tutti i segreti, ad esempio che gli unici amici che ha sono altri due lobbisti con cui forma il gruppo dei “mercanti della morte” e cioe’ il portavoce della lega per le armi e la rappresentante della lobby dell’alcol.
Il nemico peggiore di Naylor e’ pero’ il senatore Ortolan Finisterre che vorrebbe far apporre sui pacchetti di sigarette teschio e tibia come sulla candeggina..

Una commedia intelligente che non ha paura di colpire sotto la cintura del politically correct facendo sbellicare dalle risa lo spettatore con una raffica di battute ciniche.
In molti sottolineano il fatto che il film parli di sigarette senza che ne venga mai accesa una, se non in un immagine di repertorio tratta dal film Iwo Jima, deserto di fuoco dove John Wayne si accende una sigaretta. Argomentare tutto il tempo su un’azione che non viene mai mostrata puo’ sembrare paradossale, ma il tema del film non e’ l’apologia del fumo, piuttosto una feroce satira contro tutti i fanatismi che portano dalla parte del torto anche le piu’ valide battaglie salutiste. Da leggere in quest’ottica anche il rapporto che Nick tenta di ricostruire con il figlio dodicenne che vive con la madre: non e’ una botta di sentimentalismo che edulcora la trama ma l’esemplificazione di un rapporto fatto di dialogo e liberta’ di scelta.
ThankyouforsmokingFondamentale il ruolo rivestito dall’industria cinematografica per creare l’appeal di un prodotto: se Naylor nel suo tentativo di riportare le sigarette nei film incontra un manager di product placement sopra le righe, interpretato da Rob Lowe riesumato per un giorno dal discredito in cui ancora giace, molto piu’ folli sono i propositi del senatore Finistirre di “migliorare la storia” ritoccando (e in che modo!) le foto in cui i grandi divi del passato fumano.
Ottimo il cast su cui primeggia Aaron Eckhart finalmente uscito dal girone dei comprimari, che ha la giusta faccia da schiaffi per questo ruolo.
Il regista esordiente Jason Reitman, figlio d’arte (il padre diresse il celeberrimo Ghostbusters) sa maneggiare con cura una materia cosi’ esplosiva e dimostra grande scioltezza anche nell’uso della macchina da presa sfruttando in maniera esemplare fermo immagine e split screen.
Notevoli anche i titoli di testa che riproducono la grafica di varie marche di sigarette.