Frankenstein di Mary Shelley

Mary Shelley’s Frankenstein
USA 1994, TriStar Pictures
con Kenneth Branagh, Robert De Niro Helena Bonham Carter, Tom Hulce, Aidan Quinn, Ian Holm, Richard Briers, John Cleese, Robert Hardy, Cherie Lunghi, Celia Imrie
regia di Kenneth Branagh

Screenshot

La nave del capitano Walton diretta al Polo Nord rimane incagliata sui ghiacci e trova un uomo allo stremo delle forze; accolto sulla nave, Victor Frankenstein racconta la sua storia al capitano della nave: di come la morte della madre lo abbia spinto a cercare di superare i confini della morte facendogli riportare in vita una creatura assemblata da diversi “materiali” (corpi). Inorridito dal risultato Frankenstein abbandona il Mostro al suo destino credendolo incapace di evolversi e non destinato a sopravvivere, invece l’essere riesce ad imparare a leggere e, letta la sua genesi sul diario del Dr. Frankenstein, decide di vendicarsi uccidendo il fratellino William e facendo incolpare la nutrice che viene linciata. La creatura si presenta a Frankenstein chiedendogli di trasformare la ragazza nella sua sposa ma il dottore rifiuta, il mostro allora uccide Elizabeth, la moglie del chirurgo. Frankenstein la riporta in vita ma la ragazza, contesa tra il marito e la creatura, preferisce uccidersi. Frankenstein e il Mostro iniziano una fuga verso il Polo fino all’incontro con la nave di Walton dove muore Frankenstein e la creatura decide di seguire la sorte del padre.

Screenshot

Frankenstein di Mary Shelley è tornato in auge per le “somiglianze” con il Frankenstein di Del Toro che consistono nel recuperare la cornice del romanzo con la nave che s’imbatte in Frankenstein e la sua creatura mentre fa rotta verso il Polo Nord e la rinuncia del capitano nel proseguire la spedizione scientifica dopo aver conosciuto la storia del chirurgo.

Il film del 1994 fa parte di una trilogia di recupero di opere gotiche pensata da Francis Ford Coppola e iniziata con il suo Dracula di Bram Stoker.

La regia di Frankenstein fu affidata a Kenneth Branagh che veste anche i panni del protagonista, i dissidi con Coppola iniziarono subito e darei ragione al vecchio Francis: rivisto dopo trent’anni il film si conferma un’opera piuttosto calligrafica con grande sfoggio di costumi mentre la villa ginevrina è piuttosto spoglia con un grandissimo scalone che riprende la scala del Dracula del ’31 (stesso scenario del seguente Frankenstein).

Vorticosi movimenti di macchina e scene al rallenti spostano più il mood verso l’action piuttosto che verso il gotico. Da buon interprete shakespeariano Branagh esalta la componente romantica virando sul melodramma per quanto riguarda la storia di Elizabeth, orfanella accolta dai Frankenstein che diventa il grande amore di Victor che per riportarla in vita è disposto a profanare ancora una volta i confini tra la morte e la vita.

via GIFER

Per il ruolo della Creatura fu scelto De Niro e forse fu la prima volta che un attore acclamato accettò un ruolo in un genere allora sottostimato come l’horror, per quanto la prova dell’attore sia sempre stata osannata io non trovo nessun guizzo particolare mi ha ricordato i vilain precedenti de Gli Intoccabili o Cape Fear.

Rivisto oggi mi diverte l’antefatto: il personaggio di De Niro uccide il professor Waldman, mentore di Frankenstein per quanto riguarda gli studi galvanici, durante una campagna di vaccinazione contro la scarlattina e per questo viene impiccato e il suo corpo recuperato da Frankenstein per il suo esperimento, insomma la Creatura era un novax antelitteram.

Il ritorno dell’eroe

Le retour du héros
Francia 2018, Eagle Pictures
con Jean Dujardin, Mélanie Laurent, Noémie Merlant, Christophe Montenez, Evelyne Buyle, Christian Bujeau, Féodor Atkine
regia di Laurent Tirard

Borgogna 1809: Il capitano di Neuville si sta fidanzando con Pauline Beaugrand quando deve partire per la guerra. L’uomo non da più notizie nonostante le promesse di scrivere e Pauline cade malata allora la sorella maggiore Elisabeth si finge il capitano e inizia una corrispondenza con la sorella. Per giustificare il mancato ritorno dalla guerra Elizabeth inventa per il capitano una missione in India e quando si presenta un nuovo pretendente per la sorella scrive un’ultima lettera in cui il capitano dedica le ultime parole all’amata prima di morire.
Ormai libera dalla promessa al capitano Pauline e Nicolas si sposano, qualche tempo dopo Elizabeth riconosce in un barbone appena arrivato in città il capitano che le confessa di aver disertato. Elizabeth gli spiega la situazione e lo convince a lasciare la città ma pochi giorni dopo il capitano si ripresenta al castello dei Beugrand in pompa magna: inizia una lotta verbale tra il capitano ed Elizabeth che li porterà al matrimonio ma ancora una volta una guerra napoleonica richiama il capitano…

Una deliziosa commedia in costume con personaggi esilaranti. 

Jean Dujardin è perfetto nei panni del miles gloriusus tanto superbo quanto codardo: la scena del duello, o meglio della prova delle armi del duello, è un pezzo di bravura 

Mélanie Laurent è Elizabeth, la figlia maggiore dei Beugrand che non vuole sposarsi ma finisce suo malgrado per innamorarsi di Neuville pur conoscendo la sua pusillanimità che sul finale viene smentita (per amore di Elizabeth).

Di tutt’altra pasta è la smaniosa Pauline che rischia di morire di polmonite per aver perso il promesso sposo, la romantica e delicata fanciulla rivela una feconda vena erotica nelle lettere che scambia in realtà con la sorella e fantasie che spaventano anche Neuville con cui la ragazza ormai sposata vorrebbe riprendere la relazione.

Lo schema di base della trama è piuttosto classico: la coppia che prima si detesta e poi finisce per innamorarsi ma è molto interessante la declinazione: Elizabeth e il capitano sono costretti a collaborare per concordare la versione del ritorno di Neuville che devono tenere conto delle lettere di lei e gli abbellimenti di lui, che subito cambia la fonte di guadagno da piantagione di tabacco a miniera di diamanti attirando un mucchio di investitori. Elizabeth che prima vorrebbe costringere Neuville a confessare rimediando una proposta di matrimonio, finisce per accettare lo schema piramidale del capitano per ripagare gli investitori se lui divide con lei i profitti.

Il sentimento nasce dal continuo rimando di sfide sempre più pericolose: invitando a cena un generale Elizabeth rischia di far condannare a morte Neuville per diserzione.

Il ritorno dell’eroe è un esempio di rara intelligenza emotiva e furbizia che culmina nel finale che ripropone la scena iniziale: Neuville allontanato dall’amata dall’impellenza della guerra.

Frankenstein

USA 2025, Netflix
con Oscar Isaac, Jacob Elordi, Mia Goth, Felix Kammerer, David Bradley, Lars Mikkelsen, Christian Convery, Charles Dance, Christoph Waltz
regia di Guillermo del Toro

Screenshot

I membri di una spedizione danese verso il Circolo Polare Artico stanno cercando di liberare la loro nave dai ghiacci quando sentono una forte esplosione e trovano un uomo malconcio inseguito da una bizzarra creatura. Il capitano porta il capitano sulla nave ed ascolta la sua storia: si tratta del Barone Frankenstein figlio di un noto chirurgo di cui ha seguito le orme. Ossessionato dalla morte della madre, Victor Frankenstein ha come obbiettivo sconfiggere la morte, ci riesce con l’aiuto di Harlander, un ricchissimo venditore d’armi che presto sarà suo parente visto che la nipote Elizabeth sta per sposare il fratello di Victor, William. Anche Victor s’innamora di Elizabeth ma la ragazza lo rifiuta però il suo aiuto sarà fondamentale per permettere a Victor di oltrepassare i confini della morte e riportare in vita la sua Creatura. Nonostante la riuscita dell’esperimento Victor è deluso dalla scarsa intelligenza dimostrata dall’essere che il creatore aveva immaginato come superuomo e arriva persino ad odiarlo dopo aver visto l’affinità elettiva che il mostro ha creato con Elizabeth e cerca di distruggerlo ma l’essere si rivela immortale.
Il racconto è interrotto dall’ingresso della creatura che ancora una volta è sopravvissuto ed è venuto a reclamare Victor, la creatura racconta la sua storia, come sia sopravvissuto all’esplosione che ha distrutto la torre, di come si sia evoluto e abbia scoperto il mistero della sua creazione rintracciando Victor perché gli creasse una compagna per sfuggire alla solitudine. L’incontro avviene la vigilia delle nozze di Elisabeth e William; il rifiuto di Victor di creare una compagna alla creatura scatena l’ira del mostro, Elizabeth muore nel tentativo di salvarlo da Victor. Rimasti soli, creatore e creatura iniziano ad inseguirsi raggiungendo i confini del mondo. Ormai in punto di morte Victor comprese ragioni del mostro e chiede perdono morendo tra le sue braccia. Il capitano della nave lascia andare la Creatura che in cambio libera la nave dai ghiacci e invece di proseguire la spedizione, la nave fa rotta verso casa.

Diviso in prologo, due capitoli e un epilogo, l’attesissimo film di Guillermo del Toro che il regista sognava di realizzare da anni, si rivela molto simile alla sua creatura: un innesto di vari rimandi cinematografici tra le varie versioni del romanzo di Mary Shelley più altre suggestioni tra tutte The Elephant Man da cui la Creatura di Del Toro prende l’autodeterminazione di voler essere riconosciuto come essere umano, o quantomeno vivente e senziente.

È un ibrido strano non sempre felice nelle soluzioni (il racconto della Creatura è un po’ ridondante nel ribadire chi sia il vero mostro) che personalmente ho apprezzato molto.
Tornano alcuni punti salienti della teoretica del regista messicano e il rapporto creatore / creatura approfondisce quanto già sviluppato in Pinocchio una metafora del rapporto complesso sulla genitorialitá e anche sul processo creativo.

Ancora una volta Del Toro umanizza il mostro regalandogli un’umanità antispecista che nasce dalla sofferenza e crea un’affinità elettiva con  anime che si sentono incomprese.

Trovo molto interessante lo spostamento temporale: il film è ambientato nel 1857, nel pieno della rivoluzione industriale, quando al positivismo scientifico risponde la nascita di movimenti spiritisti e l’esplosione della letteratura fantastica, di cui il romanzo della Shelley era stato un antesignano essendo del 1818.

Lo slittamento temporale permette di giocare con la tensione tra positivismo e spiritismo ma permette all’opera di parlare più chiaramente del nostro tempo. Quel corpo in attesa di essere riportato in vita sembra un robot e non dimentichiamo la grossa battaglia che negli ultimi anni le maestranze cinematografiche americane stanno combattendo (il famoso sciopero del 23 che fermò diverse produzioni seriali) contro l’uso dell’intelligenza artificiale. Non a caso il capitano alla guida della spedizione che si era detto affine allo spirito di ricerca di Frankenstein, dopo aver visto consumarsi il dramma del barone e della sua creatura, decide di tornare indietro. Direi che il messaggio del regista è chiaro ed è piuttosto beffardo che lo lanci da una delle piattaforme più coinvolte nell’uso degli algoritmi.

Anche fare di Harlander un mercante d’armi che ha a disposizione una ricchezza infinita e ha uno scopo ben preciso sulla ricerca di Frankenstein è un riferimento ben preciso ai nostri giorni tra guerre e ricerca soggetta alle esigenze del capitalismo.

Se la trama è il messaggio del film possono aver fatto storcere qualche naso, la bellezza della messa in scena ha ben pochi o nulli detrattori.

Anche nelle scenografie Del Toro ruba pezzi di altri film: la torre è una ziggurat che richiama Metropolis (e anche lì un robot prende vita per arringare le folle) i convertitori d’energia dai colori psichedelici di una tipica produzione di Corman e al suo La maschera della morte rossa fa pensare l’abito inopinatamente rosso della madre di Victor.

Ad interpretarla sempre l’attrice Mia Goth: la sua Elizabeth non viene riportata in vita dopo la morte ma il doppio ruolo della protagonista rimanda a La moglie di Frankenstein sequel del 1935 dove Elsa Lanchester oltre la Sposa veste anche i panni di Mary Shelley nel prologo.

I costumi sono meravigliosi non solo per fedeltà storica (alcuni gioielli sono originali) ma anche perché i tessuti rimandano al mondo dell’entomologia di cui Elizabeth è cultrice, una passione che le permette di interessarsi alla Creatura ed entrare in connessione con lei, poi falene ed altri insetti sono tutti animali psicopompi (atti cioè a trasferire le anime dopo la morte).

Come in Crimson Peak il regista realizza un serrato dialogo con l’arte se nel film precedente lo stile di riferimento era quello preraffaellita, qui abbiamo un rimando al ritratto di Sissi coi i capelli sciolti di Franz Xaver Winterhalter del 1865 mentre molti avranno riconosciuto il famoso quadro che imperversa da Barry Lyndon a Emma.

Evidente anche un interesse di Del Toro per la scultura, la plasticità del corpo inanimato rimanda al Rinascimento o al Neoclassicismo se vogliamo fare paragoni azzardati nella posa della creatura incatenata ho rivisto la Maddalena del Canova, nell’innaturalezza del corpo dissezionato le pose di Rabarama il cui stile  mi sembra tornare anche nel gioco di cicatrici sul corpo della Creatura, interpretato da un Jacob Elordi giudicato troppo bello e non adeguatamente imbruttito.

Ho letto che Del Toro ha una passione per Boris Karloff che oltre l’iconico Frankenstein del 1931 è stato anche La Mummia del 1932 è proprio a quest’interpretazione di Karloff sembra l’ispirazione del dagherrotipo del volto della Creatura che guarda caso- si anima tra le bende e diventa rabbioso dopo l’attacco dei lupi, come detto in apertura questo Frankenstein è un innesto di tanti corpi cinematografici e soprattutto cannibalizza altre due grandi maschere dei mostri Warner La mummia e L’uomo lupo

Diario di una donna perduta

Tagebuch einer Verlorenen
Germania 1929
con Louise Brooks, Fritz Kortner, Carl Goetz, Gustav Diessl, Franz Lederer, Michael von Newlinsky, Alice Roberts, Franziska Kinz, Arnold Korff, Andrews Engelmann, Valeska Gert, Edith Meinhard, Sybille Schmitz, Siegfried Arno, Kurt Gerron
regia di Georg Wilhelm Pabst



Diario di una ragazza perduta


L’adolescente Thymian Henning, sconvolta dal licenziamento improvviso della governante, cede alle lusinghe del socio del padre, il viscido Meinert che la mette incinta salvo poi rifiutarsi di sposarla. La ragazza viene spedita in un riformatorio e la bambina messa a balia. Il padre di Thymian intanto si è sposato con la nuova governante che lo induce a lasciare la ragazza al proprio destino nonostante Thymian abbia inviato il giovane conte Osdorff a perorare la sua causa. Il giovane, a sua volta ripudiato dallo zio, si offre di far fuggire la ragazza; con loro scappa anche Erika. Thymian corre subito a vedere la figlioletta e scopre che è morta, distrutta dal dolore si lascia trascinare nella casa di piacere dove lavora Erika e diventa a sua volta una prostituta. Quando dopo qualche anno muore il padre, la ragazza eredita le sue fortune ma preferisce lasciarle ai figli di Meta, gettata sul lastrico da Meinert. Osdoroff che si era offerto di sposare Thymian, si suicida. Il conte zio, sentendosi responsabile della morte del nipote, si prende cura della ragazza che per il suo nuovo rango, viene invitata a entrare nelle dame di carità. Uno dei primi impegni è proprio una visita alla casa correzionale da cui era fuggita. Quando Erika, finita ancora una volta in riformatorio, viene mostrata come caso irrecuperabile, Thymian non resiste e rivela il proprio passato accusando i due aguzzini che gestiscono il collegio



Diaryofalostgirl


Il titolo del film non è casuale: Thymian riceve un diario nel giorno della Cresima e l’oggetto accompagna la ragazza attraverso tutte le peripezie che l’aspettano, ad inaugurarlo è proprio Meinert che le scrive l’ora dell’appuntamento in farmacia, il tentativo di requisirlo da parte della direttrice del riformatorio scatena la ribellione delle collegiali che permette la fuga di Thymian e la sua amica, poi Erika, quando si dividono dopo la fuga, segna l’indirizzo della casa di appuntamenti che diventerà il rifugio delle ragazze fino alla morte di Osdorff.



Tagebuch einer Verlorenen


Diario di una donna perduta è un melodramma fosco che forma un dittico con il precedente Lulù Il vaso di Pandora approfondendo la condizione femminile nell’epoca della repubblica di Weimar, quello che colpisce infatti del film è il suo profondo realismo già mostrato nella scena iniziale: la governante Elizabeth scacciata malamente nonostante mostri gli abitini di un neonato, certamente figlio del farmacista che le preferisce una nuova amante, stavolta più furba che riesce a farsi sposare ai danni della figlia legittima. Nonostante l’astuzia, Meta nulla può davanti al potere maschile di Meinert che s’impossessa della farmacia incurante del destino della donna e dei suoi due figlioletti.
L’azione nel film passa quasi tutta attraverso le mani, molto spesso artiglianti come quelle di Meta che guida il destino del farmacista e peggio ancora come quelle del direttore della casa di correzione che ha il vizio di prendere le ragazze che gli sono affidate per il collo per costringerle alla vita grama che devono condurre: impressionante l’inquadratura della lista di Verboten, i divieti che regnano nel convitto.



Diary ofa lostgirl


A volte le mani sanno anche accarezzare consolatorie ma spesso è un inganno, Pabst non salva nessuno: il padre di Thymian che si tiene accanto tutta la vita il seduttore della figlia scacciando lei, il giovane conte Orloff che finisce in un suicidio la sua carriera da mantenuto: avrebbe sposato Thymian solo dopo la sua eredità e con quella avrebbe rinverdito la sua posizione sociale. Anche la vecchia maitresse è materna e comprensiva ma ciò non toglie che sfrutti le ragazze che vivono sotto il suo tetto e anche il vecchio conte che si prende cura di Thymian per riscattarsi degli errori con il nipote, finisce per avere una relazione con lei, anche se la appoggia e la segue nella sua decisione finale e dice la battuta finale sull’amore che salverebbe tante ragazze perdute dal loro destino.



Tagebucheinerverlorenen


Pabst ci regala un quadro sconfortante ma realistico del suo tempo dove tutto si riduce al sesso e al denaro e spesso sono presenti grandi mazzi di banconote che passano di mano.
Il segmento del film ancora oggi più potente è la parte ambientata nella casa di correzione: le ragazze costrette ai gesti meccanici ricordano gli operai di Metropolis, il godimento sadico della prevaricazione (l’estasi della direttrice durante la lezione di ginnastica) anticipa il delirio nazista.

Una notte con la regina

A Royal Night Out
GB 2015
con Sarah Gadon, Bel Powley, Jack Reynor, Rupert Everett, Emily Watson, Roger Allam
regia di Julian Jarrold



Unanotteconlaregina


8 maggio 1945, la Germania si arrende e a mezzanotte e un minuto si dichiara ufficialmente finita la Seconda Guerra Mondiale, le due principesse Windsor, Elizabeth e Margaret, che hanno trascorso gli anni della guerra chiuse nel palazzo reale, non resistono e chiedono agli augusti genitori di poter festeggiare tra la gente la notte del V-day. Dopo qualche tentennamento re Giorgio VI accetta di lasciare uscire le principesse mentre la regina madre pensa di poter mettere un freno all’entusiasmo delle figlie affidandole a due ufficiali alla cui scorta le fanciulle sfuggiranno ben presto perdendosi di vista a loro volta..




Unanotteconlaregina


Ispirandosi a un fatto vero, poiché la prima uscite delle due principesse avvenne realmente quella fatidica notte ma si limitarono a festeggiare al Ritz in compagnia di un selezionato gruppo di amici, il grazioso film di Julian Jarrold mette insieme molti elementi già visti creando un effetto favola che funziona sulla gioventù dell’inossidabile regina Elisabetta II, un vero mito vivente e cinematografico visto quanto spesso passa in televisione il bel film di Stephen Frears, The Queen.
L’ispirazione principale è sicuramente Vacanze Romane con la futura regina che non sa gestire gli aspetti della vita pratica e sogna le gioie dell’anonimato, su questo elemento s’innesta la spirale demenziale del genere “tutto in una notte” dove tutta una serie di situazioni sempre più complicate si affastellano una sull’altra: le principesse che si dividono prendendo due linee d’autobus differenti portano complicazioni a non finire: mentre la svagata Margaret finisce senza accorgersene in un locale malfamato di Soho dove si salva dalle avance troppo insistenti del suo occasionale accompagnatore grazie all’intervento del gestore malavitoso ma profondamente monarchico, Elisabeth si perde per le strade della capitale del suo futuro regno che non conosce minimamente e se la cava grazie all’intervento di Jack, un aviere di umili origini che la scorta tutta la notte pur essendo l’unico in quella situazione d’entusiasmo a muovere qualche critica alla famiglia reale. Per salvarlo dalla polizia militare Elisabetta dovrà rivelare la sua vera identità ma questo non impedirà alla fanciulla di vivere fino in fondo la sua notte di libertà prima di tornare al suo futuro denso di responsabilità.




ARoyalNightOut


Una vena di romanticismo malinconico, dialoghi da commedia brillante americana, rigorosa ricostruzione storica in stile british e un’ottimo cast con Rupert Everett che da vita a un Giorgio VI sornione mentre  Emily Watson è una matronale e severa regina madre mentre Bel Powley si conferma una delle più promettenti attrici inglesi portando una ventata di gioiosa e sventata freschezza con la sua Maragaret a cui non sa dire di no la sempre misurata Elisabetta, anche nella recitazione di Sarah Gadon.

La moglie di Frankenstein

The Bride of Frankenstein
USA 1935 Universal
con Boris Karloff, Elsa Lanchester, Ernest Thesiger, Colin Clive, Valerie Hobson, Una O’Connor
regia di James Whale



Brideoffrankenstein


In un’altra notte buia e tempestosa, mentre Lord Byron la elogia per la qualità dell’invenzione del Mostro di Frankenstein, Mary Shelley racconta all’amico e al marito come proseguono le avventure della Creatura, scampata alla morte, aiutata da un cieco che le insegna a parlare, viene infine costretta da Dr.Pretorius a rapire la moglie del Dr.Frankenstein che non vuole più prestarsi agli esperimenti sulla vita umana. Quando la compagna prende vita rimane inorridita dalla Creatura che capisce non esserci posto per lui nel mondo dei vivi.




Mary-sposa


L’introduzione con la discussione tra Byron e l’autrice permette di fare un riassunto utilizzando immagini del film precedente del 1931 ricordando allo spettatore la storia della Creatura e riprendendo le fila dal rogo del mulino da cui Frankenstein si salva nascondendosi in acqua. Anche il Henry Frankenstein riesce a riprendersi dallo scontro con il Mostro e non pensa ad altro che a rifarsi una vita con la sua Elizabeth.
Nel sequel sparisce l’aiutante Fritz e arriva il Dr. Pretorius, un insegnate di  Henry che vuole unire le sue conoscenze (è in grado di realizzare esseri viventi in miniatura) con quelle dell’allievo e non si pone scrupoli per realizzare il suo progetto, sfruttando il desiderio del Mostro di sfuggire alla solitudine per ricattare Frankenstein con il rapimento della moglie e facendo uccidere le persone per ottenere “i pezzi” necessari per realizzare la versione femminile della Creatura.




Elizabethpretorius


Cambia l’attrice che impersona Elizabeth ora è la poco più che diciasettenne attrice inglese Valerie Hobson ed è da segnalare la presenza comica della cameriera Minnie inpersonata dalla grande caratterista Una O’Connor, magnifica nell’oscillare tra lo spavento (si trova da sola con la Creatura) e l’odio più belluino quando si tratta di incitare la folla al linciaggio.




Una


E’ interessante notare che l’iconico personaggio della Sposa compaia solo alla fine del film, eppure la sua entrata in scena, grazie al look, è così dirompente che la sua figura è nota tanto quanto quella del compagno a cui sono stati dedicati i due film di Whale e molte altre opere.
Ad interpretarla c’è Elsa Lanchester che nel prologo del film interpreta Mary Shelley e compare nei titoli di testa per quel ruolo mentre un punto interrogativo accompagna “Frankenstein Mate” lasciando il mistero sull’interprete del personaggio.

Elizabeth – the golden age

Elizabeththegoldenage Mi ero persa il primo capitolo della trilogia dedicata alla regina inglese, cioe’ Elizabeth del 1998 perche’ personalmente troppo legata all’immaginario hollywoodiano classico, in particolare alle due imprescindibili (anche per Cate Blanchett) interpretazioni di Bette Davis ne Il conte di Essex (1939) e Il favorito della grande regina (1955): in due film in cui il rigore storico latita la Davis riesce a restituire la furia volitiva di Elisabetta I, figura che dai film di Kapur esce un po’ troppo angelicata.
Questo secondo capitolo mi intrigava per l’episodio dell’Invicible Armada, affascinante esempio del potere del caso sulla storia umana, cosi’ ho recuperato anche il primo episodio.
E’ sorprendente vedere come anche a distanza di quasi 10 anni, ci sia una grande continuita’ di stile tra le due opere che hanno i difetti tipici dei film storici degli ultimi anni anni: grande rigore storico, perfezione formale e ottima fotografia, qualita’ tecniche a cui pero’ difficilmente corrisponde uno spessore emotivo: personalmente trovo particolarmente noioso la rappresentazione degli arrovellamenti di Elisabetta, divisa tra ragion di stato e desiderio di una vita privata.
La novita’ di Elizabeth, the golden age e’ il richiamo al problema attuale delle guerre mosse dell’integralismo religioso: il regista si muove abbastanza abilmente su un terreno cosi’ pericoloso senza forzare di implicazioni negative il furore cattolico di Filippo II, ne’ caricare positivamente la liberta’ di culto che Elisabetta concede, per quanto possibile, al suo popolo anche se quando la regina compare sul campo di battaglia di bianco vestita e con lunghi capelli rossi, perfetta immagine di una Walkiria, scatta subito l’identificazione con l’emblema della cultura occidentale, che combatte per la sua liberta’.
A salvare il film da una banale distinzione manicheista, interviene la chiave di lettura shakesperiana delle vicende storiche: la tempesta che distrugge l’Invincible Armada non e’ casuale, ma come in un perfetto dramma shakesperiano e’ il contrappeso della ubris spagnola che con un sottile lavoro di intelligence aveva simulato un attentato a Elizabetta facendo figurare come mandante Maria Stuarda che per questo motivo viene processata e condannata alla decollazione; la messa a morte di una regina cattolica diventa il pretesto per l’attacco spagnolo all’Inghilterra. Per essere stato il vero artefice della morte di Maria Stuarda (un po’ troppo stronza per i mie gusti, a cui e’ molto cara la Maria di Scozia del 1936 diretta da John Ford ed interpretata da Katharine Hepburn) il Regno di Spagna viene punito dalla collera divina che fa affondare la sua poderosa flotta, mentre risparmia Elisabetta e l’Inghilterra, esecutori materiali della pena di Maria Stuarda.
Notevole l’interpretazione degli attori: la Blanchett e ‘ superlativa e punta decisamente alla palma di migliore attrice sulla piazza, anche Clive Owen e’ sorprendente nel suo richiamare fisicamente Errol Flynn: forse se il film avesse osato una vena ispirata alle commedie sullo scontro tra i sessi nel rappresentare il rapporto tra Elizabeth e il suo pirata gentiluomo il film ne avrebbe guadagnato.