Addio a Ken Russell

Kenrussell Henry Kenneth Alfred Russell nasce a Southampton, in Inghilterra il 3 luglio 1927. Dopo aver servito nella RAF e nella Marina Mercantile britannica, diventa fotografo. I suoi scatti lo avvicinano la mondo dei documentari e saranno i suoi primi cortometraggi a farlo assumere alla BBC.
Dal 1959 al 1970 il suo apporto e’ fondamentale per lo svecchiamento dei programmi culturali dell’emittente britannica. Il talento del regista si rivela in una serie di ritratti di artisti, musicisti da Prokofev a Debussy, pittori da Rousseau il doganiere al padre dei preraffaelliti Dante Gabriel Rossetti con Dante’s Inferno del 1967 e la danzatrice Isadora Duncan.
Sul finire degli anni ‘60 Russell esordisce anche sul grande schermo, la fama arriva nel 1969 con Donne in amore, tratto dall’omonimo romanzo di David H. Lawrence. La pellicola vale l’Oscar come miglior attrice protagonista all’interprete femminile, Glenda Jackson.
Nel 1971 Russell si conferma re dell’eccesso con lo scandaloso L’altra faccia dell’amore (e’ passato alla storia lo slogan che lo reclamizzava: “La storia di un omosessuale che sposò una ninfomane”) biopic degli ultimi anni di vita di Tchaikovsky, dove la musica diventa la forza creatrice da cui nascono le immagini, tratto peculiare della poetica russelliana.
Sempre del 1971 e’ I diavoli altra pietra miliare per comprendere il barocchismo anarchico ed iconoclasta del regista inglese che sempre nello stesso anno sa cambiare totalmente registro con Il boyfriend, tratto da una piece teatrale inglese del 1953 che omaggiava il musical hollywoodiano degli anni ‘20/’30, la trasposizione cinematografica di Russell diventa un tributo all’opera di Busby Berkeley. La protagonista del film e’ la modella Twiggy che per questo ruolo vince due Golden Globe.
I due film seguenti sono ancora due biografie piu’ o meno romanzate di artisti: Messia selvaggio del 1972 racconta l’amore impossibile tra lo scultore francese Henri Gaudier (morto ventiquattrenne) e la polacca Sophie Brzesk, di vent’anni piu’ vecchia di lui.
La perdizione del ‘74 ci mostra un vecchio Gustav Mahler che durante un viaggio in treno rievoca alcuni episodi della sua vita.
Del 1975 e’ la pellicola forse piu’ famosa del regista, Tommy, film che lancia il genere opera rock sulla musica composta da Pete Townsend, leader del gruppo degli Who. Tommy e’ anche il primo film a usare il sistema Dolby.
Dopo l’ennesima biografia melomane, Lisztomania (1975), nel 1977 Russell realizza il biopic sulla vita di Rodolfo Valentino, Valentino e come protagonista sceglie l’etoile della danza Rudolf Nureyev.

Russell1

Nel 1980 Russell approda al genere sci-fi con Stati di allucinazione, forse il suo film piu’ di cassetta. Il regista si conferma ancora una volta uno sperimentatore tecnologico, infatti la pellicola e’ una delle prime a fare grande uso di effetti speciali. Stati di allucinazione si ricorda anche per gli esordi cinematografici di William Hurt e della piccola Drew Barrymore che l’anno seguente intenerira’ il mondo in E.T..
Dopo la fantascienza e’ la volta dell’incursione nel thriller con China Blu, del 1984. Nel 1986 il ritorno alle vicende di artisti maledetti con Gothic il racconto di quella vacanza in Svizzera funestata dal maltempo che porto’ alla nascita del capolavoro letterario di Mary Shelley, Frankenstein.
Del 1991 e’ Whore (Puttana) ritratto insolitamente realistico -per il regista- della vita di una prostituta interpretata da Theresa Russell.
Il film e’ l’ultimo girato dal regista per il grande schermo che abbia avuto una distribuzione internazionale.
Sicuramente le pellicole girate dopo il 1980 non hanno lo stesso valore dei film della decade precedente ma nonostante le prove discontinue Ken Russell resta uno dei talenti piu’ visionari ed anarchici del cinema mondiale.

Russell2

Scialla! (Stai sereno)

Scialla Il cinquantenne Bruno Beltrame vive ritirato, deluso dalla vita: ha smesso di scrivere racconti suoi e preferisce fare il ghost writer per biografie di presunti vip, ha lasciato l’insegnamento e si limita a dare lezioni private. Un giorno pero’, scopre che Luca, un quindicenne a cui da ripetizioni e’ in realta’ suo figlio e la madre glielo affida perche’ ha un occasione di lavoro in Mali..

SciallaScialla e’ uno dei termini giovanilistici piu’ famosi degli ultimi tempi ma la bella commedia di Francesco Bruni, vincitrice della sezione Controcampo italiano all’ultima Mostra del Cinema di Venezia vuole in realta’ raccontare la delusione dei cinquantenni di oggi. Lo fa attraverso la splendida interpretazione di Fabrizio Bentivoglio, spettinato ingobbito sciatto. Il suo Bruno Beltrame era un uomo che pareva avere il mondo in mano, un aitante scrittore di belle speranze. A bloccarlo e’ stata la spirale in cui si sono avvitate molte persone colte che negli ultimi anni hanno preferito rinchiudersi nella loro torre di avorio delusi da un mondo sempre piu’ volgare e superficiale, in una parola barbaro. A rappresentare l’invasione di questi nuovi barbari rampanti c’e’ la porno diva di cui Bruno sta scrivendo la biografia: una donna dell’Est che non ha mai avuto paura di scendere a patti con la realta’ piu’ squallida (emblematico l’episodio dell’anello caduto nel pozzo nero) per arrivare dove voleva. Bruno e’ spaventato da lei come e’ spaventato dal figlio che improvvisamente si ritrova in casa e la cui vitalita’ non sa come gestire, ma che si rivelera’ essere piu’ maturo e consapevole di quanto il padre sia mai stato in tutta la sua vita.
Quello che e’ veramente interessante nell’opera e’ il modo in cui l’autore si rapporta con la citazione cinematografica: il giro in motorino per Roma di Bruno riprende il peregrinare con la vespa di Nanni Moretti in Caro Diario ma lo scooter di oggi e’ una sottomarca e il guidatore non e’ piu’ un baldanzoso “splendido quarantenne” ma un cinquantenne accasciato su se stesso ossessionato dal futuro del figlio appena ritrovato. Vinicio Marchioni (che per il secondo anno consecutivo partecipa al film vincitore di Controcampo italiano) fa la parodia del suo Freddo di Romanzo Criminale la serie. Se nella trama l’intervento del personaggio e’ un po’ debole, il siparietto sui titoli di coda e’ davvero eccellente.

Tomboy

Tomboy
Laure, dieci anni si trasferisce in una nuova città con i genitori e la sorellina Jeanne. E’ estate, la mamma e’ al termine della sua terza gravidanza e Laure inizia a fare conoscenza con i bambini del nuovo quartiere, ma si presenta come Michael, spacciandosi per un maschio..

Il film che ha trionfato all’ultima edizione del Torino GLBT Film Festival racconta l’atmosfera sospesa di un’estate tra bambini di nove, dieci anni quell’eta’ prepuberale in cui a tutti e’ capitato di essere scambiati per appartenenti all’altro sesso. Laure approfitta del suo essere esile e dei suoi capelli corti per provare ad essere un maschio. E’ l‘urgenza sessuale di una persona che non si rispecchia nel proprio corpo o e’ solo curiosita’? Lo spettatore e’ libero di trarre le proprie conclusioni in forza del finale stemperato e della scena iniziale in cui Laure impara a guidare in braccio al padre: la ragazzina non sa qual’e’ la destra e la sinistra e pare confonderle apposta, metafora di una confusione rispetto al genere sessuale ma anche di curiosita’ e ribellione. In fondo non e’ poi importante sapere quale sara’ il futuro di Laure, sembra dirci la regista Cèline Sciamma nelle sue riprese che spesso inquadrano i corpi tagliando la testa e mostrando solo gli aspetti che caratterizzano tutte le persone aldila’ della loro identita’ sessuale: quando vedi un bambino abbracciato al genitore è importante sapere se si tratta di un maschio o una femmina per avvertire l’affetto che scorre tra i due? La tenerezza che suscita la caparbieta’ con cui Laure si impunta a passare per maschio (la geniale e divertente soluzione al problema comportato dal pomeriggio passato a fare il bagno con i compagni di giochi) offre uno sguardo completamente diverso sulla transessualita’ di cui viene proposta una riflessione che esula dal rapporto con la sessualità’ praticata il che permette anche a chi ha remore con la situazione di potersi rapportare al tema senza (troppi) pregiudizi.

American Horror Story

AmericanHorrorStory Avrei voluto con tutta me stessa diventare fan accanita di American Horror Story ma invece le mie (troppe?) aspettative sono andate miseramente deluse.
Indubbiamente ben girato, con delle ottime atmosfere e soprattutto con una Jessica Lange da urlo, la serie e’ un centone di tutte le situazioni horror che si possono immaginare: la casa infestata, fantasmi, serial killer, mostricci in cantina e piu’ chi ne ha piu’ ne metta. Il guaio e’ che questo minestrone non va mai oltre la superficie, non spaventa e non sorprende proprio per la sensazione di dejà vu anche di precedenti serie di culto: vorrebbe essere il nuovo Twin Peaks ma si limita a riproporre lo stesso stridulo commento musicale di Lost nei momenti topici, e che che momenti poi! Nel primo episodio un colpo di scena dovrebbe essere quando Constance (Jessica Lange) minaccia la cameriera Moira di ucciderla un altra volta. Peccato che siamo in una casa infestata dove chiunque entra senza permesso, la cameriera ha la facolta’ di apparire anziana alle donne di famiglia mentre al marito appare sexy e vogliosa e mi dovrei stupire perche’ si tratta di un fantasma?!?!?
L’idea della cameriera che appare agee’ alla moglie e alla figlia mentre incarna le voglie del marito e’ oggettivamente una bella trovata ma forse la cosa che mi disturba di piu’ in America Horror Story e’ il messaggio che vuole passare. Qualcuno dice che la casa infestata rappresenti la crisi economica che in America si e’ abbattuta soprattutto sulle proprieta’ immobiliari, io purtroppo temo una lettura legata al femminile estremamente sterotipata; del resto nella prima scena la protagonista e’ dal ginecologo che paragona il suo corpo a una casa e la coppia si e’ spostata da Boston a Los Angeles finendo nella casa da incubo (architettonicamente molto brutta, per altro) per sfuggire ai ricordi di un aborto a cui consegue il tradimento del marito con la classica allieva che finira’ a sua volta incinta.
L’horror gioca sempre con le aberrazioni del puritanesimo americano ma la mia impressione e’ che, come il mix di situazioni paurose non scolfisce la superficie, anche la lettura dei rapporti matrimoniali e del ruolo della donna nella serie, segue il piu’ trito modello americano che non avra’ le fissazioni per il corpo della donna che abbiamo in Italia ma non e’ comunque un esempio di liberta’ femminile; in fin dei conti gira tutto attorno alle colpe del marito fedifrago i cui tradimenti innescano la vicenda e sul tema dell’aborto: la casa stessa fu fatta costruire negli anni ’20 da un medico delle dive e visti i feti mostruosi che ancora si conservano nel seminterrato possiamo ben immaginare a cosa dovesse la sua fama questo dottore.
Continuerò a seguire il programma, sempre disposta a ricredermi e soprattutto curiosa di capire chi e’ Tate: le due ipotesi che mi frullano in testa al momento sono che sia il figlio bello di Costance oppure il gemello sopravvissuto dei due che entrano nella casa nell’inizio del primo episodio.

Auguri a Meg Ryan

Megryan

50 anni per la fidanzatina d’America degli anni ‘90, Margaret Mary Emily Anne Hyra nata a Fairfield, nel Connecticut il 19 novembre 1961.
Spinta dalla madre che aveva un passato da attrice e direttrice di casting, Meg Ryan debutta sul grande schermo a 20 anni, nel 1981, con il ruolo di Debby Blake, la diciottenne figlia di Candice Bergen in Ricche e Famose l’ultimo film diretto dal grande George Cukor.
Comincia la solita gavetta da giovane attrice: due anni in una soap (Così gira il mondo), una comparsata nell’horror Amityville 3-D nel 1983 fino ad approdare nel 1986 sul set del fortunatissimo Top Gun. Fortunatissimo non solo perche’ campione di incassi ma anche fucina di future star: oltre a confermare definitivamente il protagonista Tom Cruise, e a trasformare Kelly McGillis in un sex symbol, il film fu un ottimo trampolino per la carriera di Val Kilmer che interpretava Iceman. Meg Ryan era fidanzata di Goose, l’attore Anthony Edwards che tutti abbiamo imparato ad amare come il Dottor Green di E.R.
Nel 1987 Meg Ryan e’ chiamata ad interpretare Salto nel buio, il remake di Viaggio allucinante firmato da Joe Dante. Come protagonista maschile c’e Dennis Quaid: nasce l’amore. I due lavorano insieme anche l’anno successivo in DOA – cadavere in arrivo e coronano il loro sogno d’amore con il matrimonio nel 1991, finito dieci anni dopo per la liason di Meg con Russell Crowe.



Mryan1


Nel frattempo, nel 1989, l’attrice gira Harry ti presento Sally la commedia firmata da Rob Reiner che consacra Meg Ryan come stella del firmamento hollywoodiano grazie alla celeberrima scena del finto orgasmo al ristorante.
Nel 1990 gira il primo film con Tom Hanks, Joe contro il vulcano; i due faranno coppia in altre due pellicole, vette della commedia romantica del decennio, Insonnia d’amore nel 1993 diretta da Nora Ephron. La stessa regista li dirige nel 1998 in C’è posta per te. Entrambi i film si segnalano per essere degli omaggi alla grande Hollywood classica: Insonnia d’amore cita Un amore splendido interpretato da Cary Grant e Deborah Kerr nel 1957 mentre C’è posta per te e’ un remake in chiave internettica del capolavoro di Lubitsch Scrivimi fermo posta del 1940.
Unico ruolo in un decennio tutto dedicato a sentimento e’ il ruolo di Pamela Courson, la fidanzata di Jim Morrison nel discusso biopic The Doors diretto nel 1991 da Oliver Stone.



Mryan2



Stanca di essere considerata la reginetta dei ruoli ingenui e romantici, l’attrice nel 1994 cerca di dare una nuova immagine di se’ con Amarsi dove interpreta il ruolo di un alcolizzata ma il film non e’ pienamente riuscito, forse Meg Ryan non avrebbe dovuto rifiutare il ruolo di Basic Instinct che nel 1992 ha lanciato Sharon Stone. La Ryan si riserva il debutto in un ruolo torbido per il nuovo millennio con In the Cut (2003) di Jane Campion. il thriller d’autore, per quanto sexy, non porta fortuna all’attrice che da allora ha molto diradato le sue apparizioni e non ha piu’ trovato un ruolo che ne esaltasse le indubbie qualita’ artistiche.

I pilastri della Terra

Ipilastridellaterra

Noto con piacere che ha avuto un buon esito la messa in onda della seconda puntata de I Pilastri della Terra su Rete4, molto spinta dalla rete tanto che martedi’ sera e’ andata in onda la replica della prima puntata seguita da un breve documentario che raccontava il backstage e il periodo storico.
La miniserie televisiva, gia’ passata lo scorso anno su SKY1, è tratta dall’omonimo romanzo di Ken Follett pubblicato nel 1989. Ricordo che all’epoca avevo divorato il romanzo in un solo pomeriggio e anche la serie televisiva mi e’ piaciuta molto. Fatte salve le differenze con il romanzo (manca del tutto la vicenda storica di Thomas Becket) la fiction estrapola molto bene il nucleo fondamentale del romanzo: la ribellione al dominio pressoche’ assoluto dei nobili da parte dei cittadini che si riuniscono nelle citta’ facendo cosi’ nascere la borghesia e i protagonisti della serie sono proprio gli elementi fondanti della civilta’ borghese: la religione rappresentata dal Priore Philip, i mercanti con la figura dell’indomita Aliena e gli artigiani come Tom il costruttore tra cui puo’ sbocciare il talento degli artisti come Jack. La divisione manichea tra buoni e cattivi fa si’ che i piani di quest’ultimi finiscano sempre male trasformando i vilain in macchiette sopra le righe grazie ad un tocco d’ironia che non guasta: come non provare un moto di simpatia per l’incestuosa Lady Regan, che finisce come Ofelia?
Un altro motivo per apprezzare la serie e’ il non allineamento al modello imperante molto esplicito in sesso e violenza delle serie storiche, come I Tudors o I Borgia. Anche il Medioevo de I pilastri della terra e’ segnato da sesso e violenza ma la messa in scena e’ un po’ piu’ raffinata, le scene sono riprese da lontano e quelle piu’ efferate avvengono fuori campo, tanto nelle serie sopra citate le scene crude avvengono soprattutto nelle prime puntate per attrarre il pubblico poi quando questi si e’ lasciato prendere nella vicenda, di sesso e di torture se ne vede sempre meno.
Personalmente ho trovato anche liberatorio che la fiction non fosse ispirata ad eventi storicamente avvenuti perche’ nelle serie puramente storiche avverto fortemente lo stress di trovare eventuali errori storici e per meta’ del tempo ripasso mentalmente le date.
Ultimo motivo per amare la serie e’ la presenza di Ian McShane nei panni del perfido Vescovo Waleran, una figura ben piu’ losca dell’indimenticabile Al Swearengen che l’attore interpretava in Deadwood.


La kryptonite nella borsa

Lakryptonitenellaborsa

Napoli 1973, Peppino Sansone ha quasi dieci anni, porta gli occhiali e non ha un grande successo tra i compagni di scuola. Improvvisamente muore il cugino Gennaro Superman, convinto di essere l’omonimo supereroe e la madre di Peppino cade in depressione perchè scopre che il marito la tradisce. Peppino si trova cosi’ affidato al padre volenteroso ma distratto e soprattutto ai giovani zii hippies.

Lakriptonitenellaborsa

Il debutto alla regia dello sceneggiatore Ivan Cotroneo e’ tratto dal suo romanzo omonimo, La kryptonite nella borsa. Cotroneo ne trae una favola tenera e colorata e il colore, sostenuto dalla bella fotografia di Luca Bigazzi, e’ forse uno degli elementi piu’ significativi delle scelte stilistiche: la luce, il colore o il non colore esplicitano le emozioni del film, penso ai toni scuri che improvvisamente dominano la scena del funerale di Gennaro con una bellissima ripresa dall’alto degli ombrelli neri che riempiono il vicolo o il bianco della scena nel corridoio dell’ospedale quando Rosaria, mamma di Peppino, aspetta di incontrare per la prima volta il suo psicanalista e il taglio inclinato dell’inquadratura ci suggerisce il desiderio di suicidio della donna sporta alla finestra.
Altro elemento notevole e’ la scelta dei costumi, cappotti, gilet e camicie dalle fantasie improponibili che mi hanno fatto ricordare perche’ amo le tinte unite. Si’, essendo una bambina degli anni ‘70 e’ scattato il processo di identificazione con il protagonista e la storia di Peppino mi ha fatto ricordare quanto era noioso essere piccoli negli anni ‘70, forse perche’ i figli unici erano una minoranza prima o poi si finiva sempre per essere affidati ad improbabili parenti un po’ piu’ grandicelli e se eri fortunato passavi il tempo a reggere la candela. Da decidere di buttarsi come l’ultimo pulcino che cerca di sottrarsi alle amorevoli ma pericolose cure del padre di Peppino: le brevi vite di Primo, Secondo e Terzo, pulcini vittime di troppe attenzioni sono le gag piu’ esilaranti della pellicola.

Warrior

Warrior I fratelli Conlon si sono persi di vista nell’adolescenza: il piu’ piccolo Tommy, e’ scappato con la madre da un padre manesco ed ubriacone, mentre il sedicenne Brendan e’ rimasto con il genitore, piu’ per amore di Tess, la ragazza che diventera’ sua moglie. Un giorno Tommy si ripresenta dal padre e gli chiede di ricominciare ad allenarlo: vuole vincere la borsa milionaria di un prestigioso torneo di MMA, ma anche Brendan ambisce al premio e i due fratelli si ritroveranno sul ring.

Se dovessi sintetizzare il giudizio sulla pellicola in un aggettivo direi che si tratta di un film furbo, molto furbo. Il regista e sceneggiatore Gavin O’Connor cavalca il rinnovato successo delle pellicole di genere pugilistico e sport di contatto affini imbastendo una storia sul mondo del MMA, Mixed Martial Arts, disciplina che deriva dal pancrazio dell’antica Grecia mischiata ai colpi di altre arti marziali e che sta avendo un grande seguito negli States. L’organigramma non ancora definito dello sport in questione consente che ai combattimenti possano partecipare i personaggi piu’ disparati senza dover seguire la trafila di incontri obbligatori per accedere alla finale di boxe e questo escamotage permette ai due fratelli di partecipare alla gara anche se hanno abbandonato lo sport in giovanissima eta’ e uno dei due si presenta addirittura sotto mentite spoglie.
Lo stile cinematografico e’ altalenate a una prima parte sgranata, con la macchina incollata ai personaggi molto alla The wrestler per intenderci, segue la seconda parte patinatissima dei combattimenti, girata nei lussuosi resort di Atlantic City.
Per quanto riguarda i rimandi oltre che a The Wrestler il film si ispira alla saga di Rocky; per dirla tutta e’ un condensato dei sei diversi capitoli: i due protagonisti si spartiscono la resistenza proverbiale dello Stallone Italiano e la sua furia e il campione assoluto del MMA si chiama Koba, ma non viene dal lontano Oriente e’ un ciclopico russo che indossa i colori dell’URSS come un novello Ivan Drago! E questo solo per citare le analogie piu’ evidenti, gli altri riferimenti li lascio ai cultori di Rocky Balboa che di certo appezzeranno Warrior.
Dove la furbizia del film si fa piu’ smaccatamente intelligente e’ nella trama : il genere pugilistico e’ solo una copertura per mettere in scena un drammone familiare che in un altra forma il pubblico non avrebbe accettato. Motore del plot sono la crisi economica e la guerra in Iraq: Brendan, in realta’ professore di chimica, combatte per salvare la casa dal pignoramento dopo che tutti i risparmi se ne sono andati per curare la secondogenita, nata con una disfunzione renale. Tommy vuole la borsa per aiutare la famiglia del suo migliore amico morto vittima del fuoco amico in Iraq. Tra i due il padre, il sempre grande Nick Nolte, ormai ex alcolista che cerca conforto nella Bibbia e in Moby Dick e lo spettro della madre scomparsa da tempo. Un’accozzaglia di disgrazie che forse solo in una soap opera e’ ammissibile proporre oggi, ma ancora una volta la funzione salvica del sudore e della fatica compie il miracolo e il film, inaspettatamente, riesce a reggere, quasi a commuovere.

Lilit

Lilit Ieri sera sono rimasta basita nel guardare Lilit, il nuovo programma di Rai3 che dalla scorsa settimana sostituisce Sostiene Bollani. La scheda del programma lo definisce uno sguardo femminile (non femminista) sul mondo, sorridente e originale.
Gia’ sta distinzione tra femminile e femminista mi annoia: ammesso che esistano ancora, le femministe, son tornate ad essere streghe? E perche’ andarsi a infilare in questo trito dilemma scegliendo come titolo il nome della donna ribelle per eccellenza?
Comunque e’ sulla presunta originalita’ del programma che son rimasta basita: la conduttrice Debora Villa, comica che non ha mai avuto problemi nel piegare la sua fisicita’ di donna normale al ruolo di bruttina, si presenta bionda come non mai, con una lunga coda di boccoli posticci, classico look da conduttrice media che deve avere sempre una chioma da Lady Godiva.
Il personaggio dell’inguaribile ottimista che si e’ occupata della casa sovrastata dall’enorme nuovo grattacielo della Regione Lombardia e’ ovviamente una pacioccona sovrappeso e il cliche’ mi ha disturbato anche se il modo di presentare il problema edilizio era, quello si’, originale e provocatorio.
Mi e’ parso un vaneggiare senza senso il contributo di Cornacchione, artista che ha fatto del lato femminile il punto di forza della sua comicita’ e quindi era davvero poco credibile nei panni dell’uomo selvatico anche perche’ e’ una naturale spalla destinata a subire e la Villa solitamente non le manda a dire.
Altro momento in cui il cliche’ dilaga e’ il segmento dedicato alla tecnologia: ovviamente l’homo tecnologicus e’ un maschio (Daniele Bossari) e la conduttrice svampisce piu’ che mai perche’ si sa che il rapporto tra donna e tecnologia e’ piu’ conflittuale di quello tra donne e motori.
Finale serio con la Villa dalla voce commossa per presentare il contributo dedicato a Pina Baush (e’ il weekend di uscita del film di Wenders a lei dedicato) e dopo una breve introduzione un ballerino insegna alcuni passi della celebre coreografia La Sagra della Primavera. Ora il pubblico del programma e’ semovente e segue la conduttrice in giro per lo studio, si tratta di ballerini di ambo i sessi ma per insegnare la coreografia il maestro si rivolge solo a un gruppetto di donne, come in una qualsiasi lezione di fitness di una palestra italiana. Meno male che Lilith ha perso l’acca, a me e’ scappata la pazienza.

KINO LIVE!

Kinolive!logo Dal 15 novembre al 3 dicembre 2011

I capolavori del cinema russo musicati live da
YO YO MUNDI – GIANNI MUSIC QUARTET – TÊTES DE BOIS – VALERIO VIGLIAR – MOKADELIC – SIKITIKIS

collaborazione al progetto di Giovanni Guardi

La Russia degli anni ’20 ci ha regalato una delle più grandi stagioni della storia del cinema mondiale, con una concentrazione irripetibile di capolavori, frutto del genio di registi straordinari che si impegnarono nella creazione di un linguaggio cinematografico totalmente inedito, nel fermento della creatività rivoluzionaria non ancora irrigidita dall’ideologia di Stato. Il desiderio di rinnovare la società attraverso il cinema li portò a capovolgere il ruolo passivo dello spettatore, stimolandolo con immagini potentissime, capaci di agire nel profondo e risvegliare una percezione critica della realtà finalmente liberata da condizionamenti. È l’epoca del “montaggio sovrano”, con accostamenti violenti e inaspettati di scene, veicolo di grandi emozioni.
La dimensione narrativa veniva sconvolta da un montaggio ritmico e così anche la musica di accompagnamento alle proiezioni acquistava un ruolo essenziale nella capacità di interagire con il pubblico. Il Palazzo delle Esposizioni accoglie ora la sfida del grande Ejzenštejn – che avrebbe voluto che la musica per i suoi film fosse rinnovata ogni dieci anni per stare al passo con le nuove generazioni – affidando ai migliori rappresentanti della nuova scena musicale la sonorizzazione live dei grandi capolavori del muto. Dal felice ritorno di Sciopero degli Yo Yo Mundi, che dopo il debutto proprio al Palazzo delle Esposizioni nel 1994, è stato proposto con successo in tutto il mondo; alle contaminazioni elettroniche del sorprendente Gianni Music Quartet, affiancato da musicisti di grande talento; agli straordinari Têtes de Bois, una delle band più innovative degli ultimi anni coinvolta sempre in progetti di grande inventiva poetica e attenzione sociale. Di grandissima efficacia e novità le proposte di Valerio Vigliar, il sound avvolgente dei Mokadelic, entrambi geniali autori di colonne sonore cinematografiche, e i ritmi trascinanti degli irresistibili Sikitikis.
La rassegna si conclude con due film sonori, che testimoniano ancora il genio di Ejzenštejn pur nei profondi cambiamenti dell’epoca.

Kinolive!1 15 e 16/11/2011 21:00
Sciopero
musicato live da Yo Yo Mundi
di Sergej M. Ejzenštejn. URSS 1925 (v.o. con didascalie in italiano, 83′)
Il primo film di Ejzenštejn è già un capolavoro sperimentale di grande potenza visiva con invenzioni e trovate geniali che hanno cambiato il corso della storia del cinema, un’opera rivoluzionaria anche da un punto di vista formale per la rottura decisa della narrazione attraverso un montaggio folgorante, che punta diretto alle reazioni emotive del pubblico.

17 e 18/11/2011 21:00
La terra
musicato live da Gianni Music Quartet
di Aleksandr P. Dovženko. URSS 1930 (v.o. con didascalie in italiano, 73′)
Il più lirico tra i maestri dell’Avanguardia sovietica realizza il suo capolavoro poetico, più volte classificato tra i dieci film più belli della storia del cinema, collocando le lotte contadine nell’eterna storia della vita e della morte, in un grande affresco umano e naturale, emozionante e commovente

19 e 20/11/2011 21:00
La corazzata Potëmkin
musicato live da Têtes de Bois
di Sergej M. Ejzenštejn. URSS 1925 (v.o. con didascalie in italiano, 68′)
Il film più famoso della storia del cinema e tra i più influenti per i suoi valori tecnici ed estetici, è un’opera d’arte magistrale che sconvolge ancora oggi per le sue immagini trascinanti, come la celebre sequenza della scalinata che avvolge lo spettatore in un vortice di violenza e pietà, realizzato grazie a straordinarie tecniche di ripresa e montaggio.

22 e 23/11/2011 21:00
La nuova Babilonia
musicato live da Valerio Vigliar
di Grigorij Kozincev, Leonid Trauberg. URSS 1929 (versione con didascalie in italiano, 76′)
Questa perla rara del cinema sovietico proietta l’entusiasmo rivoluzionario sulla Comune di Parigi, in una ricostruzione storica grandiosa, ispirata a Zolà e alla pittura impressionista, secondo lo stile della Fabbrica dell’Attore Eccentrico, il movimento d’avanguardia che giocava con le qualità pittoriche e l’artificiosità espressiva dell’immagine cinematografica.




Kinolive!224 e 25/11/2011 21:00
La fine di San Pietroburgo
musicato live da Mokadelic
di Vsevolod I. Pudovkin. URSS 1927 (v.o. con didascalie in italiano, 95′)
Opera fondamentale del cinema muto sovietico, girata in occasione del decimo anniversario della Rivoluzione da Pudovkin – con Ejzenštejn l’altro grande maestro e teorico del periodo – che fa convivere l’intreccio e lo sviluppo psicologico dei personaggi con la straordinaria libertà del montaggio, conferendo potenza epica alla presa di coscienza rivoluzionaria.

26 e 27/11/2011 21:00
L’uomo con la macchina da presa
musicato live da Sikitikis
di Dziga Vertov. URSS 1929 (v.o. con didascalie in italiano, 80′)
Uno dei film più innovativi del muto, anticipa tutta la sperimentazione del cinema a venire in un vorticoso mosaico di sequenze strepitose che, celebrando la bellezza del caos contemporaneo, combatte l’arte come finzione e il ruolo passivo dello spettatore, per colpirlo nel profondo con espedienti tecnici ed espressivi sorprendenti allora come oggi.

29 e 30/11/2011 21:00
Ivan il Terribile
di Sergej M. Ejzenštejn. URSS 1944 (versione italiana, 99′)
Uno dei più grandi film russi di tutti i tempi: il geniale regista, anche senza le sperimentazioni formali dei primi film che il nuovo clima politico avversa, costruisce un affresco storico potente e cupo, su cui giganteggia la figura carismatica dello zar – intrisa del contemporaneo culto della personalità – e lo strabiliante commento musicale di Sergej Prokof’ev.

01 e 03/12/2011 21:00
Ivan il Terribile II – La congiura dei boiardi
di Sergej M. Ejzenštejn. URSS 1946 (versione italiana, 85′)
L’ultimo grande film di Ejzenštejn è un’opera poderosa e una profonda riflessione storico-politica; terminato nel 1946, fu subito condannato dal Partito che ne proibì la distribuzione fino al 1958, perché lasciava intravedere, dietro alla grandiosa celebrazione del potere assoluto, tutte le sue contraddizioni e la ferocia che lo circondava.





info
Palazzo delle Esposizioni – Sala Cinema
scalinata di via Milano 9 A, Roma
tel. 06 39967500
biglietto: intero € 4,00 – ridotto possessori della membership card PdE € 3,00