Coraline e la porta magica ***3D***

Coraline

Coraline, si trasferisce in una nuova casa dove si annoia molto perche’ gli amici sono lontani e i genitori troppo presi dal loro lavoro. Un giorno la ragazzina scopre una porticina che conduce in un mondo parallelo dove i genitori sono perfetti, sempre allegri e disponibili, a parte il fastidioso dettaglio di avere per occhi un paio di bottoni.. 
Non sono particolarmente entusiasta di questo film cosi’ acclamato e quel che pare essere il suo punto di forza, l’animazione in 3D, e’ per me il suo punto debole. Intendiamoci il film e’ particolarissimo, una favola nera che costruisce con fantasia un mondo parallelo, un incubo spaventosamente accogliente che gioca direttamente con il mondo degli archetipi, in particolare bambole, pupazzi e situazioni circensi che spesso terrorizzano i bambini, invece di divertirli e la parte finale in cui la casa si sgretola a me ha ricordato addirittura alcune pagine de La casa sull’abisso di Hodgson. 
Detto questo ho trovato limitante la necessita' di costruire le scene a favore di 3D, quindi con un certo taglio o tipo di inquadratura, ad esempio ci deve sempre essere qualcosa in primo piano per dare l’idea di profondita’: il mezzo tecnico a mio parere e’ diventata una gabbia che ha bloccato la poesia che il mondo fantastico descritto in Coraline avrebbe potuto ulteriormente raggiungere.

Thriller – Tributo a Michael Jackson

Thriller

Non abbiamo fatto in tempo a dispiacerci per la morte di Farrah Fawcett, i capelli piu’ belli del XX secolo, che dobbiamo piangere la scomparsa di una delle piu’ grandi icone pop a livello mondiale, Michael Jackson. Bene fa MTV a dedicargli l’intera programmazione della giornata mandando a rotazione solo i suoi video: se esistotono canali musicali il merito e’ soprattutto di personaggi come Michael Jackson che hanno saputo trasformare il loro genio musicale in video che hanno lasciato un segno nell’immanginario collettivo. 
Io non sono mai stata una fan di Michael Jackson, non ho mai comprato un suo disco, ma nel cuore porto le piastrelle che si illuminano di Billie Jean, il morphing di Black and white le grate divelte di Bad (diretto da Martin Scorsese), le pariodie di "Weird AlYankovic (Eat it e Fat) lo sfoggio di star di Liberian girl e poi c’e quel capolavoro assoluto di Thriller firmato da John Landis, pietra miliare del videoclip che ha dato un significato a questa forma d’arte mostrandone tutte le potenzialita’ che oggi sono di nuovo in altomare. 
In Thriller un cortometraggio di 13 minuti, troviamo il divertimento di giocare con i topos dell’horror, tipico di Landis, la perfezione degli effetti speciali: Michael Jackson si trasforma tre volte, in lupo mannaro nel film a cui assistono Michael e la sua ragazza, nello zombie del balletto e alla fine quando si rivela tutto un sogno, gli occhi e il ghigno del cantante sono ancora quelli del mostro, un triplo gioco di specchi che a posteriori, vista la vita complicata dell’artista sembra assumere valenze premonitrici. 
Rivista oggi, l'opera conserva ancora tutto il suo spirito innovativo: sono pochissime le parti cantate, la maggior parte del video e’ dedicata al balletto sul ritmo ossessivo del ritornello quasi un’anticipazione dell’house music, molta importanza hanno anche  i dialoghi, come in un film, e' dunque   un perfetto piccolo musical che conferma le innegabili doti di ballerino di Michael Jackson.
Se ricordiamo che in America gli artisti producono i videoclip direttamente con i loro guadagni e che Thriller e' del 1982, girato cioe' agli albori della moda del videoclip, e' chiaro perche' a Michael Jackson spetti un posto nell'olimpo delle icone mediatiche.

Il video integrale

Tulpan – la ragazza che non c’era

Tulpan

Tornato dalla leva nella Marina russa, Asa torna a vivere nella steppa kazaka, trovando ospitalita’ nella yurta della sorella e del cognato, come aiuto pastore. Asa ha fretta di sposarsi per poter avere un gregge tutto suo e arricchirsi, ma Tulpan l’unica ragazza dei dintorni, lo rifiuta perche’ ha le orecchie a sventola.. 
 
Un film molto particolare che racconta la dura vita dei pastori kazaki che conducono un’esistenza nomade per poter seguire le loro greggi. Diretto da Sergey Dvortsevoy, che viene dal  documentario e firma con il suo debutto nel lungometraggio una pellicola che rimane nell’anima dello spettatore per colori, suoni, paesaggi completamente sconosciuti a noi occidentali: la steppa sconfinata e brulla che e’ una sinfonia di marroni, il vento che ulula costantemente, il berciare spesso dolente delle pecore e dei cammelli. 
Un mondo lontanissimo ed arcaico contaminato dalle icone e dai miti occidentali: le tette che decorano il trattore dell’amico di Asa, il sogno di avere una fattoria di stampo occidentale, (per l’esattezza un ranch americano) con parabola e pannelli solari per l’elettricita’, una vecchia foto del matrimonio tra Carlo d’Inghilterra e Lady D per dimostrare che anche i principi americani (sic) hanno le orecchie a sventola. 
Miraggi che attirano inesorabilmente i giovani illudendoli che sia facile conquistarsi benessere e ricchezza, cosi’ Asa pensa che sia sufficiente avere una moglie per iniziare una vita da ricco pastore, senza mai sporcarsi le mani con la fatica del viver umano e animale, fino al giorno in cui si trova da solo a dover aiutare una pecora a partorire. Il riuscire a salvare l’agnellino in un momento in cui le pecore gravide partoriscono solo animali morti per la mancanza di cibo, aiutera’ Asa a capire il suo destino, correndo a raccontarlo a Tulpan, figura di sogno che infatti lo spettatore non vedra’ mai nel corso del film, se non di sfuggita, apparizione fugace come i sogni della giovinezza.

4 mosche di velluto grigio

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Italia 1971
con Michael Brandon, Mimsy Farmer, Bud Spencer, Oreste Lionello, Jean-Pierre Marielle, Stefano Satta Flores, Laura Troschel
regia di Dario Argento
 
Probabilmente son giunte alla fine le traversie per i diritti del film, visto che venerdi’ 26 giugno Sky cinemania trasmettera’ alle ore 21 la pellicola, dopo 18 anni di latitanza dal piccolo schermo. 
4 mosche di velluto grigio e’ il terzo capitolo della trilogia degli animali cosi’ definita perche’ i primi tre lungometraggi di Dario Argento hanno sempre un animale nel titolo.
Il film narra le vicende di un giovane batterista, Roberto Tobias, che uccide senza volerlo un uomo che lo pedinava da giorni. Da quel momento una spirale di morti violente si abbatte sulle persone che lo circondano fino alla scoperta dell’assassino.
La trama e’ indubbiamente esile e un po’ contorta, ma la pellicola ha una certa energia che deriva dalla disinvolta sicurezza con cui Argento costruisce le immagini, penso a tutta la sessione musicale iniziale, in particolare all’uso del mascherino che fa supporre che la ripresa avvenga dall’interno della cassa armonica della chitarra.



4 mosche di velluto grigio


Interessanti anche gli omaggi cinefili: l’inseguimento della cameriera vicino al muro del giardino pubblico cita L’uomo leopardo di Tourneur, mentre la scelta di avere per protagonista un batterista mi fa ricordare Giovane e innocente di Hitchcock.
In questo lavoro Argento non e’ ancora arrivato all’uso deciso dello splatter che caratterizzera’ le sue produzioni seguenti, come nelle  due opere precedenti predilige giocare sui toni del thriller d’atmosfera non mettendo mai in scena il delitto.



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Ancora più inusuale è l’uso massiccio del registro comico: le caratterizzazioni del detective gay e del colto barbone (Oreste Lionello) per tacere della presenza di Bud Spencer nel classico ruolo alla Bud Spencer, tutto sganassoni e cibo, infingardo: un losco figuro chiamato Dio in quanto diminutivo di Diomede e che avra’ anche il ruolo di deus ex machina.

I love radio rock

IloveRadioRock

Inghilterra, 1966: nel pieno boom del rock l’altera radio BBC trasmette solo 45 minuti al giorno di musica rock o pop, fortunatamente ci sono delle radio pirata che trasmettono quella musica indiavolata tutto il giorno per la gioia dei giovani e il disdoro delle compassate cariche pubbliche inglesi. La piu’ famosa delle radio pirata e’ Radio Rock e trasmette da una vecchia nave ancorata nel Mare del Nord. Il giovane Carl, dopo essere stato cacciato da scuola viene spedito dalla madre sulla nave di Radio Rock, certo un luogo molto improbabile dove ritrovare la retta via.. 
Come al solito, tra i fondi di magazzino della fine di una stagione cinematografica si trovano adorabili gioiellini come questa effervescente commedia inglese che racconta in toni goliardici il primo periodo delle radio libere inglesi ispirandosi alla storia di Radio Caroline, che veramente trasmetteva da una nave. 
La vicenda del giovane Carl, spedito a bordo con lo scopo recondito di ritrovare il padre che non ha mai conosciuto, e’ la scusa per farci conoscere la sgangherata ciurma di dj pirati votati a sesso droga e rock’n’roll. Le situazioni sono divertentissime con tratti quasi surreali e la caratterizzazione degli interpreti e’ eccellente, aiutata anche dalle fantasmagoriche mise dei tardi anni ’60. 
Fa da contraltare alla debosciata vita sulla nave il severo ministro Dormandy che ha come unico scopo quello di oscurare le radio pirata; interpretato magistralmente da Kenneth Branagh che veste di una vena grottesca il politico bacchettone dandogli un aspetto vagamente hitleriano e ricordando anche qualcuno di piu’ contemporaneo quando il ministro sostiene che la cosa bella di stare al governo e’ la possibilita’ di mettere fuorilegge tutto cio’ che non piace. 
Il ruolo fondamentale che la musica ha nell’economia filmica non puo’ essere liquidato definendolo solo una colonna sonora di prim’ordine, la musica e’ praticamente coprotagonista del film, divinita’ a cui la ciurma bislacca di Radio Rock dedica (letteralmente) la vita.

90210

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L’operazione di riesumazione del telefilm Beverly Hills 90210 e di richiamo del vecchio pubblico ormai over 30 e’ sottile: si (ri)comincia con l’arrivo in citta’ di una famiglia di buoni principi che proviene dalla provincia con due figli coetanei, stavolta non gemelli, il maschio di colore e’ stato adottato; la protagonista emo e’ la sorella di Kelly, la piccola Erin figlia del dentista padre di David e della madre di Kelly, Jackie Taylor sempre vittima dei fumi dell’alcol che la rendono oggettivamente simpatica nelle sue apparizioni con l’immancabile bicchiere in mano, unica ancora di salvezza in quel mare di melensaggini e buoni sentimenti che anche questa serie non ci risparmierà. 
Nel primo episodio c’e’ stata anche la fugace apparizione come anchor televisiva del giornale della scuola di Hannah Zuckerman-Vasquez, votata alla stessa sorte di bruttina intelligentona della madre Andrea, mentre il Peach Pit e’ ancora il punto di ritrovo della comitiva ed e’ ancora fermamente gestito da Nat; insomma i legami di sangue con i protagonisti precedenti sono ben saldi, ma questo non sara’ sufficiente per appassionare alle solite beghe sentimentali e familiari di questi nuovi sedicenni piu’ nevrotici ed anoressici dei precedenti e piu’ bruttini (impressionante la magrezza di Naomi ma ancor piu’ quella di Silver). Quel che veramente interessera’ il pubblico cui e’ indirizzata la serie sara’ l’evoluzione della vita sentimentale di Kelly che sta allevando da sola il bambino avuto da uno dei suoi due grandi amori e dopo quattro episodi di mistero fitto sul probabile padre, l’arcano viene svelato nella maniera piu’ ovvia: e’ Dylan il genitore tormentato che ha abbandonato Kelly e il figlio per girare il mondo! Prevedibile.. del resto il (troppo) buon Brendon non ne sarebbe mai stato capace!

I vicere’

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Italia 2007, 
con Alessandro Preziosi, Lando Buzzanca, Cristiana Capotondi, Guido Caprino, Lucia Bosè,  
regia di Roberto Faenza. 

Mentre si reca all’inaugurazione della sede del Parlamento italiano a Roma, il parlamentare Consalvo Uzeda rievoca la sua vita, l’infanzia nella Sicilia degli ultimi anni dell’era borbonica e la giovinezza segnata dagli ideali garibaldini ma sempre sotto il segno del feroce scontro con il dispotico padre, il Principe Giacomo.. 

La versione televisiva in due puntate dell’opera di Faenza, liberamente ispirata al romanzo di Federico De Roberto, conferma gli stessi difetti della versione della pellicola per il grande schermo, stando alla recensione di MYmovies
Allo sfarzo della scenografia e dei costumi non corrisponde una solidita’ del racconto: se e’ interessante la rappresentazione delle grande famiglie nobiliari borboniche, soprattutto attraverso lo sguardo di un bambino, il curioso Consalvo che ci guida attraverso buchi della serratura e altri pertugi a sbirciare tra gli splendori e le miserie della sua famiglia, la figura stessa del Consalvo adulto rimane sempre ambigua e tutto sommato meschina, incapace di incarnare le grandi passioni che rendono paradossalmente piu’ simpatici i suoi familiari su cui spicca l’avido e tirannico genitore interpretato magistralmente da Lando Buzzanca. 
La parabola esistenziale di Consalvo sembra costruita apposta per dimostrare nella maniera piu’ demagogica e pedissequa le grandi massime che segnano cinicamente la nascita della nostra nazione “cambiare tutto perche’ nulla cambi” e “Abbiamo fatto l’italia. Ora si tratta di fare gli Italiani” quest’ultima battuta finale della pellicola leggermente trasformata in “chissa’ quando faremo gli italiani”.

Life on Mars

Life on mars

Sam Tyler è un detective della polizia di New York che indaga su un efferato serial killer che ha catturato anche la sua fidanzata, Maya.
In seguito ad un incidente stradale, Tyler si ritrova sbalzato nel 1973: il poliziotto riuscirà a fermare il serial killer prima che diventi tale ma resterà bloccato in un tempo che non è il suo..

Su Fox Crime è in programmazione il remake americano della serie, il plot originario è inglese e datato 2006 e sarà in onda su Rai 2 a partire da domenica prossima, 7 giugno, intorno alle 22,30.
Ovviamente sono molto curiosa di vedere, praticamente in contemporanea, le differenze tra le due serie. Si vocifera anche di una versione italiana del progetto, il che fa molto pensare sul desiderio di puntare lo sguardo sul passato, forse per troppa paura verso il futuro.
Nella versione americana il coté fantascientifico relativo al viaggio nel tempo è lasciato un po’ in secondo piano, quello che funziona è l’attenzione ironica (ma affettuosa) con cui si ricostruisce il distretto di polizia del 1973: Sam Tyler, poliziotto indefessamente politically correct, fa molta fatica a confrontarsi con i suoi nuovi colleghi, maschilisti razzisti e omofobi, pronti a manipolare le prove pur di incastrare il colpevole e la completa mancanza di attenzione per la scena del crimine a volte sembra essere una presa in giro di famosissimi serial dove tutta l’indagine poliziesca è delegata al mezzo scientifico.
Sul distretto e sul quartiere impera il tenente Gene Hunt, burbero, forse corrotto ma in fondo dal cuore d’oro, magnificamente interpretato da Harvey Keitel.
La serie punta su altri camei famosi, Maya la fidanzata di Tyler è Lisa Bonet (la Denise Robinson de I Robinson) e nel quinto episodio Woopy Goldberg interpreta una leader dei movimento per i diritti civili dei neri che “predica” da una radio parlando con voce maschile per riuscire ad avere più credito.

Grandi mostre

Egittotesorisommersi

Ci sono mostre che sanno farsi ricordare per la piacevolezza inaspettata dell'esperienza e Egitto – Tesori sommersi alla Venaria Reale e’ sicuramente una di queste. 
Il percorso espositivo narra dei ritrovamenti subacquei avvenuti nei pressi di Alessandria che hanno permesso di scoprire l’esistenza della citta’ di Canopo ed Heracleion, sommerse dalle acque in eta’ cristiana. Si tratta di opere votive od oggetti di uso quotidiano del periodo tolemaico, raffinati manufatti che con buona probabilita’ non aggiungono nulla di rilevante da un punto di vista scientifico all’egittologia, ma del resto questo e’ un caratteristiche delle mostre di grande richiamo. 
La peculiarita’ della mostra di Venaria e’ la grande attenzione prestato all’allestimento, creato da Robert Wilson: una decina di sale molto diverse tra loro che al forte impatto visivo uniscono un accompagnamento sonoro di grande effetto curato da Laurie Anderson. La visita cosi’ si trasforma da semplice passeggiata tra reperti archeologici in un esperienza che coinvolge sensorialmente ed emotivamente lo spettatore isolandolo dalla folla di altri visitatori con il vantaggio di annullare il fastidioso brusio dei commenti altrui e rendendo meno nervoso il pigia pigia per leggere le didascalie.
Fabdeandre'lamostra
Ci sono mostre che sanno farsi ricordare per la delusione che comportano, tra queste va annoverata la mostra su Fabrizio de Andre’ che si tiene al Palazzo Ducale di Genova, un tentativo mal riuscito di rendere fruibili in maniera multimediale interviste e parte dell’innumerevole materiale cartaceo lasciato dal grande cantautore. 
Se la prima sala riesce ad attrarre l’attenzione del visitatore con testi di canzoni e scritti privati di De’ Andre’, che partono da una sua letterina a Gesu’ Bambino scritta nella prima infanzia, mentre su schermi trasparenti scorrono materiali inerenti alle canzoni piu’ rappresentative dei temi principali della poetica del cantante genovese, le rimanenti altre tre sale, molto piu’ anguste, soffocano il desiderio dello spettatore di fruire le ingegnose soluzioni multimediali che la mostra mette a disposizione: schede in plexiglas che inserite in appositi totem fanno partire interviste o documenti riguardanti un determinato periodo della vita di De Andre’ oppure tavoli di legno che sanno riconoscere l’LP che ci si appoggia sopra mostrando video delle canzoni contenute o interviste ai collaboratori del disco e tutta un’altra serie di informazioni relative all’opera. Peccato che questi strabilianti tavoli siano solo 3 mentre i totem siano al massimo 5 , c’e’ quindi una grossa difficolta’ nel trovarli liberi e l'ambiente, reso soffocante e claustrofobico dalla pesante tappezzeria nera, non predispone per nulla all’attesa. 
Terminata la visita alle quattro sale (tengo a sottolineare il numero per dimostrare come sia impossibile creare una mostra esaustiva sull’intera vita artistica di un autore prolifico come de Andre’ in spazi cosi’ ridotti) finita la vista, dicevo, ci si accoda per entrare in un ultima saletta (sempre di dimensioni minime) dove e’ possibile rivedere i materiali che eventualmente si sono persi in un montaggio senza soluzione di continuita’ che dura circa cinque ore con il risultato di passare piu’ tempo in fila per cercare di entrare che quello seduto in sala ad assistere alla visione del documentario.