Angelo

Angel1937 Angel
Usa 1937 Paramount
con Marlene Dietrich, Herbert Marshall, Melvyn Douglas
regia di Ernst Lubitsch

A Parigi Maria Barker, annoiata moglie di un lord inglese, troppo dedito alla politica, accetta per gioco la corte di uno sconosciuto ma il semplice flirt si rivela una grande passione, anche se solo per una notte. Tornata in Inghilterra la donna crede di poter dimenticare Tony Halton a cui non ha rivelato l’identità ma questi si rivela essere un vecchio amico del marito appena tornato dall’India e Sir Barker (a cui Halton ha confidato la sua avventura parigina con una misteriosa donna che gli ha rubato il cuore) lo invita a pranzo..

Ennesimo triangolo amoroso portato sullo schermo dal maestro berlinese di cui oggi ricorre il sessantacinquesimo anniversario della scomparsa. Questa volta i toni brillanti sono smorzati e prevale la vena malinconica di Lubitsch che costruisce la trama attorno al fascino ambiguo di Marlene Dietrich. Maria Barker infatti, incontra il fascinoso Halton in una casa equivoca gestita da una nobile russa decaduta. Si lascia così intendere che i trascorsi della donna non sia del tutto specchiati, forse si allude anche a un passato di prostituzione.

Angel Quel che certo è che il matrimonio tra Maria e Sir Barker è un matrimonio d’amore scaduto nell’abitudine per i troppi impegni di lui. Maria accetta la corte di Tony Halton come un diversivo alla noia ma finisce per invaghirsi del seduttore. Halton a sua volta si innamora perdutamente della donna misteriosa che lui chiama Angelo, non conoscendone la vera identità.
Il nuovo incontro tra i due amanti, il pranzo a cui Maria in quanto Mrs Barker, non si può sottrarre, avrebbe potuto essere una pochade d’equivoci in mano a Lubitsch invece questa volta il regista preferisce indagare il mistero femminino: la donna che si concede la prima notte a un uomo sconosciuto è la stessa donna che il marito conosce come moglie irreprensibile e che dà un po’ per scontata pur angelicandola e mettendola su un piedistallo. Nonostante Halton si comporti da perfetto gentiluomo e mantenga il segreto di Maria, il marito intuisce attraverso altre vie che la moglie potrebbe essere la misteriosa Angelo. Il terzetto si ricompone nella casa d’appuntamenti dove tutto è cominciato e il monologo di Maria è una ricetta perfetta per far funzionare un matrimonio (istituzione che Lubitsch detestava, ricordiamo la scena icastica di Die bergkatze).
Matrimonio o meno, tutte le lunghe relazioni devono tenersi lontane e non indagare su zone grigie che inevitabilmente un rapporto di lungo corso comporta. Accettato questo, è Frederick Barker a scusarsi con la moglie e chiederle di fare quel viaggio che stava rimandando per l’ennesima volta per i pressanti impegni politici e Maria lo segue senza esitare.

Detour

Usa, 1945
con Tom Neal, Ann Savage
regia di Edgar G. Ulmer

Detour

Al Roberts è uno squattrinato pianista newyorchese, innamorato di Sue, una cantante che pur amandolo e volendolo sposare, si trasferisce a Los Angeles in cerca di fortuna. Quando la nostalgia per l’amore lontano si fa troppo forte, Al decide di attraversare gli States e raggiungere Sue in autostop ma gli incontri che farà lungo il viaggio lo condurranno molto lontano dalla sua meta…

Definito da tempo come il B movie più celebre del mondo, questo capolavoro, della durata di soli 65 minuti, è costruito come un lungo flash back narrato in prima persona dalla voce fuori campo del protagonista.
Girato con un budget ridottissimo e in meno di sei giorni di lavorazione, il film è un road movie inquietante dai risvolti filosofici, spesso accostato al surrealismo kafkiano: Haskell, l’uomo che offre un passaggio a Roberts muore accidentalmente, e nel timore di essere incolpato di omicidio, il protagonista prende la sua identità (nonché la sua auto e i suoi soldi); poco tempo dopo Roberts/Haskell offre un passaggio ad una autostoppista che dice di chiamarsi Vera: il caso beffardo vuole che la donna abbia conosciuto il vero Haskell e, convinta che Roberts l’abbia assassinato, inizia a ricattarlo. Il protagonista è ormai prigioniero di una spirale di casualità sbagliate più grandi di lui che culmina nell’involontario strangolamento della donna dovuto allo strattonamento del filo del telefono attraverso una porta chiusa, scena celeberrima per essere stata girata in un unico piano sequenza lungo sei minuti.
Partendo da un banale passaggio accettato sulla strada, Ulmer tratteggia un amaro apologo sulla condizione umana, perennemente in balia degli eventi: il libero arbitrio espresso dal protagonista che decide di occultare la morte accidentale del suo compagno di viaggio, comporta conseguenze sproporzionate rispetto alla “colpa” iniziale.
Il regista destruttura il genere noir a cui il film dovrebbe appartenere: non compaiono mai armi ed i poliziotti sono semplici comparse che nell’economia filmica servono a depistare lo spettatore creando una falsa aspettativa, perché i colpi che il destino riserva al protagonista, arrivano inaspettatamente e nella maniera più impensata.
Interessante il lavoro operato dentro la struttura del road movie, a cui rimanda il titolo stesso dell’opera: detour, deviazione. Come nelle mappe nautiche l’infinitesimale spostamento delle rotte conduce lontano dalla meta prefissata, nel film quello che doveva essere un viaggio verso un lieto fine romantico, ha per destinazione finale un angosciato smarrimento in attesa di un improbabile trionfo della giustizia.
Sono notevoli le soluzioni che nonostante le scarsissime finanze a disposizione, Ulmer sceglie per rendere visivamente il viaggio attraverso gli Stati Uniti: il dettaglio dei piedi in cammino sovrimpresso sulla carta geografica, da subito identifica anche storicamente il periodo in cui è stato girato il film, quei primi anni dopo la seconda guerra mondiale che vedono i giovani americani iniziare a muoversi per il Paese on the road, come recita anche il titolo del romanzo manifesto di quella generazione.
Anche l’uso dei trasparenti (scene di spazi aperti proiettati dietro l’automobile filmata in studio) crea un contrasto fondamentale per la tensione della pellicola tra gli spazi sconfinato dei deserti dell’Arizona e la situazione di costrizione, di gabbia metafisica che attanaglia il protagonista.

Skyfall

Skyfall Creduto morto durante un’operazione, James Bond si gode i vantaggi della presunta morte ma quando viene colpita la sede del MI6 a Londra, 007 torna operativo per dare alla caccia al nuovo nemico che si scoprirà essere un altro agente segreto al servizio di Sua Maestà in cerca di vendetta per esser stato sacrificato ai cinesi da M alla fine del protettorato di Macao.

Nel cinquantesimo anniversario della saga cinematografica più longeva del mondo, Bond muore e resuscita non tanto nel plot quanto nella mitologia del personaggio.
La scena iniziale è fortemente adrenalinica con un Bond quasi invulnerabile che si lancia sui treni in corsa nonostante sia ferito e viene abbattuto solo dal fuoco amico. Che questa scena sia posta prima dei bellissimi titoli di testa segna il cambio di passo della vicenda che segue, una rilettura socio politica del nostro tempo in cui la distinzione tra buoni e cattivi non è più netta nè tanto meno semplicistica: il nemico non arriva da un blocco contrapposto ma nasce dall’odio covato da qualcuno che ha condiviso le stesse posizioni diventando una sorta di alter ego oscuro (modello mutuato dal Batman di Nolan) venuto a chieder conto degli errori del passato (l’attacco come conseguenza di una colpa precedente è un tema presente anche in Argo).
Il Bond che torna dalla morte non è più un eroe invincibile, ma un uomo acciaccato che ha perso la sua mira infallibile, ancora una metafora di quest’Europa che per sopravvivere in un mondo di giganti deve puntare tutto sulla volontà.
A queste riletture contemporanee si unisce una buona dose di ironia e il coraggio di rivisitare in toto il mito bondiano: si comincia a lasciar cadere nei dialoghi la citazione di qualche titolo precedente (Solo per i tuoi occhi, Bersaglio mobile) poi si passa ad ironizzare sui gadget tecnologici ora scomparsi visti i tempi magri e si finisce per riesumare l’Aston Martin DB5 di Goldfinger per andarsi a rifugiare nella Scozia conneriana che cela le origini dell’agente segreto più famoso al mondo (Skyfall è il nome della tenuta di famiglia dove avviene la resa dei conti). La genialità sta nella furia iconoclasta con cui si opera sugli elementi del passato: la macchina viene distrutta, muore un personaggio chiave ma da queste ceneri Bond rinasce pronto per nuove avventure di cui vengono introdotti gli elementi portanti recuperati tra quelli che negli ultimi anni erano stati accantonati, come Moneypenny.
Questa capacità tutta british di rimodernare un archetipo senza stravolgerne i tratti peculiari non appartiene solo alla saga di James Bond, penso anche alla bella serie televisiva Sherlock dove l’investigatore di Baker Street viene riaggiornato ai nostri giorni con tanto di blog gestito da Watson per trovare nuovi clienti. Classici portati a nuova vita da espedienti grondanti ironia totalmente assenti alla nostra produzione cinematografica e televisiva con gli esiti poco proficui che conosciamo.

Diabolik

Diabolikposter Italia 1968  
Con John Phillip Law, Marisa Mell, Michel Piccoli, Adolfo Celi, Renzo Palmer
Regia di Mario Bava

Dopo l’ennesimo colpo messo a punto da Diabolik, a Ginko viene rimessa piena libertà d’azone contro il crimine. Valmont, capo della criminalità organizzata decide mettersi alla caccia del misterioso ladro per salvare i propri loschi affari e riesce quasi a prenderlo in trappola catturando Eva Kant. Eliminato Valmont, il governo mette una taglia colossale sulla testa del ladro. Diabolik risponde con una provocazione: visto che lo Stato spende così male il denaro pubblico lo ruberà tutto. Il furto del mega lingotto in cui sono state convertite le riserve auree potrebbe però essergli fatale..

A cinquant’anni dall’uscita del primo fumetto (1 novembre 1962) e in attesa del serial televisivo di Sky Cinema che dovrebbe andare in onda a inizio 2013, (qui il trailer) vale la pena ricordare il film che De Laurentis produsse nel 1968 senza lesinare i mezzi, basta guardare i nomi dei co-protagonisti e ricordare che le musiche sono di Ennio Morricone.
Come nella miglior tradizione per un cult movie, la produzione partì malissimo: venne cambiato il regista e il passaggio di testimone alla regia comportò anche un avvicendamento dei protagonisti: il prescelto Jean Sorel fu sostituito dall’inespressivo John Phillip Law mentre Eva Kant avrebbe dovuto essere interpetata da Catherine Deneuve attrice non amata da Bava e quindi sostituita da Marisa Mell.
Diabolik
La trama è slegata, composta grassomodo da quattro capitoli tenuti insieme con poca logica e molta ironia. Il perfido Valmont è un personaggio creato appositamente per la pellicola che non appartiene al fumetto delle sorelle Giussani. il ritmo è piuttosto lento per uno spettatore contemporaneo ma del resto anche gli 007 di quell’epoca (di cui Diabolik vorrebbe essere una risposta italiana, se consideriamo i titoli di testa) guardavano di più al genere giallo rosa ora scomparso, che all’azione pura.
Molti degli scontri tra Bava e il produttore dipendono dalla scelta di non portare in scena la violenza con cui Diabolik operava comunemente nel fumetto, per evitare la censura.
Anche il personaggio di Eva Kant è piuttosto deludente: una bellissima bambola languida che finisce per intralciare il ladro in calzamaglia invece di essergli di aiuto.
Detto questo Diabolik è diventato un film di culto per lo stile raffinato: Mario Bava è come sempre bravissimo negli effetti speciali ma in questo film alimentare costruisce un immaginario pop caleidoscopico e futuribile che è una vera gioia per gli occhi.

La pellicola è conosciuta anche come Danger: Diabolik con cui fu distribuita all’estero

Argo

Quando il 4 novembre 1979, gli studenti iraniani assaltano l’Ambasciata Usa a Teheran, sei impiegati riescono a sfuggire alla prigionia trovando rifugio presso l’ambasciatore canadese. L’esfiltratore della CIA Tony Mendez si inventa un piano rocambolesco per farli uscire dall’Iran: farli passare per una troupe cinematografica canadese in visita alla Repubblica Islamica per dei sopralluoghi relativi a un film di fantascienza intitolato Argo.

Argo

Alla sua terza regia Ben Affleck ricostruisce perfettamente le atmosfere di un film anni ‘70 con un grande lavoro di montaggio alternato che sottolinea gli inseguimenti mozzafiato e la suspense al cardiopalma e un grande lavoro sugli attori, a partire da sè stesso che disegna un eroe suo malgrado, costruito tutto in sottrazione.
Affleck non si limita a realizzare un solido thriller politico, approfondisce con filmati d’epoca e bozzetti (che vogliono riprendere la tematica della produzione filmica ma che mi hanno ricordato anche la Satrapi di Persepolis) gli eventi che hanno portato alla Rivoluzione Khomeinista e ai 444 giorni di prigionia nell’Ambasciata americana fornendo una rilettura della storia contemporanea in prospettiva che non fa sconti agli States e al suo coinvolgimento nelle manovre politiche occidentali che hanno portato al potere Reza Pahlavi.
La parte ambientata ad Hollywood è quella più divertente, racconta di un mondo cinico e guascone nel momento di peggior declino (la scritta Hollywood stracciata e cascante) ma che ha ancora la capacità di incantare (la trama del film raccontata alle guardie della rivoluzione) con un genere che in fondo ha permesso alla Mecca del cinema di risorgere grazie al successo planetario di Star Wars, epopea che ha costruito un mito di cui il regista, classe 1972, ha certamente vissuto tutto il fascino.

Auguri a Francesco Rosi

Francescorosi Il regista è mancato oggi, 10 gennaio 2015
90 anni per un maestro del cinema italiano che ha praticato e reso grande un genere molto difficile, il cinema d’inchiesta.
Francesco Rosi nasce a Napoli il 15 novembre 1922. Vinto un concorso per il bambino più somigliante a Jackie Coogan (il bambino de Il monello di Chaplin poi Zio Fester ne La famiglia Addams) a tre anni Francesco Rosi e il padre avrebbero dovuto trasferirsi in America ma la madre si oppone al viaggio però il destino si limita a rimandare l’incontro di Francesco con la Settima Arte.
La guerra lo costringe ad interrompere gli studi di giurisprudenza e il giovane Rosi si ricicla come illustratore di libri per l’infanzia. Intanto collabora anche con Radio Napoli (prima stazione radiofonica del Sud Italia e fulcro della resistenza antifascista dopo il ‘43) dove crea contatti con giovani partenopei che lasceranno a loro volta il segno: Raffaele La Capria, Giuseppe Patroni Griffi, Aldo Giuffrè e anche Giorgio Napolitano.

Rosivisconti Terminata la guerra si avvicina al mondo dello spettacolo; inizia come assistente di Ettore Giannini per l’allestimento romano de Il voto di Salvatore Di Giacomo.
Diventa aiuto regista di Luchino Visconti per La Terra Trema (1948) e Senso del 1954; intanto, sempre per Visconti, scrive la sceneggiatura di Bellissima. Gira alcune scene nel 1952 per Camicie rosse di Goffredo Alessandrini e nel 1956 è alla “direzione tecnica” del film diretto da Vittorio Gassman Kean: genio e sregolatezza; sempre come aiuto regista collabora con Matarazzo (Tormento), Antonioni (I Vinti), Monicelli (Proibito) e Luciano Emmer.
Nel 1958 il debutto come regista con La sfida un ottimo esordio con una vicenda ispirata a un fatto di cronaca. Se le tematiche sono già in nuce quelle che faranno grande il suo cinema, anche stilisticamente Rosi conferma la sua libertà e il suo spirito sperimentatore coniugando la lezione neorealista italiana al noir americano.
Il secondo film è I magliari del 1959 e non fu molto amato all’uscita in sala per la presenza di Alberto Sordi considerato troppo sopra le righe per un ruolo drammatico.
Con Salvatore Giuliano del 1962 il regista inaugura un nuovo genere per il cinema italiano, il film d’inchiesta. Questa prima opera del nuovo filone ripercorre la vicenda del brigante siciliano ricostruendo la sua vita attraverso flash back a partire dal ritrovamento del cadavere del bandito. La vicenda di Salvatore Giuliano diventa una scusa per raccontare la Sicilia e le connivenze tra politica banditismo e potere mafioso.

Salvatoregiuliano

Nel 1963 è la volta de Le mani sulla città che indaga nello squallido mondo delle speculazioni edilizie. Leone d’oro al Festival di Venezia, il film non si limita a denunciare un dramma di un periodo storico ma è purtroppo ancora drammaticamente attuale rivelandosi così tragicamente profetico.
Nel 1964 Rosi si sposta in Spagna e con Il momento della verità vuole demolire l’epica della corrida (cfr il Dizionario dei film Mereghetti) ma il film si rivela debole e viene tacciato di calligrafismo.
Nel 1967 l’autore si concede una pausa di leggerezza e dirige una fiaba, quasi una rivisitazione di Cenerentola, con Sophia Loren e Omar Sharif: la pellicola si intitola C’era una volta e racconta l’amore tra una popolana e un principe spagnolo.
Ilcasomattei Nel 1970 il ritorno ai temi importanti, in questo caso l’antimilitarismo portando sul grande schermo Uomini contro tratto dal romanzo Un anno sull’altopiano di Emilio Lussu. A partire da questo film inizia la collaborazione fecondissima con Gian Maria Volonté che giganteggia nei seguenti Il caso Mattei (1972) e Lucky Luciano del 1973.
Nel 1975 Rosi indaga la strategia della tensione con Cadaveri eccellenti dal romanzo Il contesto (1971) di Sciascia. Il film scatena molte polemiche ma vince il David di Donatello, premio che Rosi riceve anche l’anno seguente per Cristo si è fermato a Eboli tratto dall’omonimo romanzo di Carlo Levi, pellicola che vede nuovamente protagonista Gian Maria Volonté. Oltre al David il film vince anche il BAFTA come miglior film straniero.
Del 1981 è Tre fratelli: il film, ispirato a un racconto dell’autore russo Andrej Platonovic Platonov, analizza lo scontro tra la morente civiltà contadina e la vita di città e fa vincere al regista due David Di Donatello, per regia e sceneggiatura oltre che un Nastro d’Argento per la regia.
Nel 1984 la trasposizione de la Carmen di Bizet in un film che esalta il lato cruento del melodramma e vanta delle scenografie grandiose che lo pongono all’attenzione di molti premi europei.
Nel 1987 Rosi vorrebbe girare La tregua ma il suicidio dell’autore, Primo Levi lo fa desistere; il progetto sarà ripreso e portato a termine dieci anni dopo, nel 1997 diventando l’ultima pellicola girata da Francesco Rosi.
Ma prima ci sono ancora quattro lavori: Cronaca di una morte annunciata dall’omonimo testo di Gabriel García Márquez; Dimenticare Palermo del 1990, sempre nello stesso anno partecipa al documentario corale per i Mondiali di Calcio di Italia 90, 12 autori per 12 città in cui racconta la sua Napoli, che sarà protagonista anche del documentario del 1992 Diario napoletano.
Se la carriera cinematografica è finita nel 1997, gli anni duemila segnano un ritorno alla regia teatrale, con attenzione particolare alle opere di Eduardo De Filippo.
Il cinema lo ha insignito negli ultimi anni dell’Orso d’Oro alla carriera al Festival di Berlino (2008) e quest’anno del Leone d’Oro alla carriera al la Mostra del Cinema di Venezia.

Monsieur Lazhar

MonsieurLazhar Canada, Montreal: una mattina una classe trova la propria insegnante impiccata in aula: reperire un/a supplente che voglia gestire la complessa situazione della scolaresca non è facile per la direzione scolastica, finché un giorno, Monsieur Lazhar, profugo algerino, si propone direttamente alla preside della scuola e ottiene la cattedra..

Monsieur Lazhar ha fatto incetta di premi in patria ed è stato giustamente inserito nella cinquina in lizza per il miglior film straniero agli Oscar 2012.
Quello che sorprende dell’opera di Philippe Falardeau è la levità e la delicatezza con cui viene affrontato un tema così spinoso come la morte: anche nella bella scena finale, il film si conclude un momento prima di arrivare alla commozione. Sorprende perchè la morte è un argomento praticamente rimosso dalla società contemporanea e nella pellicola viene trattato su due livelli, la tragedia scolastica e il dramma personale del supplente che sta chiedendo l’asilo politico in Canada in quanto sua moglie ei suoi figli sono stati uccisi per l’impegno politico della consorte. Bachir Lazhar all’inizio manifesta una rabbia latente nel confronti della suicida ed è comprensibile che chi si è visto portare via la famiglia non accetti che qualcuno getti via la sua vita senza un valido motivo ma nel corso dell’anno anche la posizione di Lazhar verso la maestra si smusserà come i nodi che il dramma ha creato all’interno della classe, dove qualcuno tra gli allievi si crede responsabile.
Il tema della morte, di come viene affrontata, o per meglio dire rimossa, racconta moltissimo di una società quasi anafettiva: gli alunni vivono quasi tutti condizioni di solitudine in famiglia, l’elaborazione del lutto viene affidata alla sola psicologia perché il contatto umano tra allievo e maestro è praticamente proibito. Non manca la stigmatizzazione del razzismo strisciante, anche se involontario: se l’Africa non viene più considerata inferiore per razza, viene dato per scontato che sia arretrata culturalmente o tecnologicamente da qui le battute sui metodi d’insegnamento del professore algerino e soprattutto la scena del cartellone appeso in corridoio: le capitali occidentali sono mostrate nell’imponenza dei loro grattacieli mentre il Senegal è rappresentato dalla vecchia fotografia (quasi un dagherrotipo) di una capanna.
Un film toccante ed acuto, consigliatissimo.

Hotel Transylvania

Rimasto solo con la piccola Mavis, dopo la morte della moglie Marta, Dracula diventa un padre super apprensivo che teme per l’adorata figlia lo stesso infausto destino della madre, uccisa dagli umani furenti. Il Conte trasforma il castello in un hotel dove i mostri possano trovare un’oasi di serenità lontani dall’aggressività degli uomini. Per oltre un secolo il lussuoso rifugio rimane segreto ma proprio in occasione del centodiciottesimo compleanno di Mavis un umano, il ventenne Johnny, riesce a introdursi fortuitamente nell’Hotel Transylvania..

Hoteltransylvania

Favola frizzante che invita a lasciar andare chi si ama, riconoscendogli il diritto di vivere la propria vita. Al di là della facile morale e dell’happy end di prammatica, l’opera di Genndy Tartakovsky ha il merito di possedere alcune caratteristiche che la distinguono dai cartoni che siamo abituati a vedere di solito. Hotel Transylvania esce completamente dal cliché del citazionismo cinefilo esasperato, obiettivamente passato un po’ di moda. A parte un‘inquadratura iniziale che riprende l’ombra espressionista di Nosferatu riflessa sulla culla, non si gioca a riproporre in cartoni le scene classiche dell’horror, il riferimento cinefilo è più raffinato: i migliori amici di Dracula sono Frankenstein, l’Uomo Lupo, la Mummia e l’Uomo Invisibile, i capisaldi della grande stagione horror della Warner negli anni ‘30 (che hanno diviso lo stesso cofanetto DVD). Si preferisce anche ironizzare su alcuni blockbuster del presente: Dracula che disprezza Twilight mentre il cuoco francese Quasimodo (il Gobbo di Notre Dame) è una chiara parodia di Ratatouille visto che la sua fedele Esmeralda è una perfida pantegana.
Notevole anche lo stile di ripresa estremamente movimentato simulando dolly e panoramiche degli ambienti che sono estremamente accurati: il salone del castello dove si svolge la gara sui tavolini è una magnifica riproduzione di una sala rinascimentale con volte affrescate secondo lo stile dell’epoca.
Pellicola di pura evasione soddisfacente per adulti e bambini.

L’intervallo

L'intervallo Veronica è una ragazzina di quindici anni che viene sequestrata in un vecchio collegio abbandonato per aver fatto uno sgarro al boss del quartiere. A controllare che non scappi c’è Salvatore, diciassette anni, costretto dal clan all’ingrato compito di guardiano. Dopo la diffidenza iniziale tra Veronica e Salvatore si instaura un rapporto di amicizia ma la sera arriva il boss a decidere la sorte della ragazza..

Leonardo di Costanzo firma un capolavoro di delicatezza sospesa tra neorealismo e fiaba, una storia di camorra in cui la violenza non si esplicita mai ma riesce comunque a opprimere l’esistenza dei due giovani, due uccellini in gabbia che, come racconta Salvatore nel prologo, non sono in grado di scappare anche se la gabbia viene lasciata aperta. Veronica è il coraggioso pettirosso di cui parla l’introduzione, spavalda della sua adolescienziale bellezza, tiene testa senza batter ciglio ai luogotenenti del boss che vengono di tanto in tanto a controllare che tutto sia a posto. Salvatore è molto più posato, venditore ambulante di granite come il padre, è costretto ad accettare il ruolo di guardiano per riscattare il carretto che gli è stato sottratto.
La prigione in cui Veronica è stata reclusa è un vecchio collegio abbandonato, un luogo fatiscente ma molto più dignitoso della squallida edilizia popolare che lo circonda. Per noia e per cercare una via di fuga, i due ragazzi si mettono ad esplorare l’immensa struttura, dalle cantine allagate alla camera dove un’allieva del collegio si suicidò per la vergogna di esser rimasta incinta. Fantasticando sul tetto che domina la città o trovando rifugio dall’acquazzone nella serra nascosta nella foresta in cui si è trasformato il parco incolto, i due adolescenti, cresciuti troppo in fretta, ritrovano una breve parentesi dell’infanzia perduta ma con le ombre della sera arriva il vero orco a chiedere conto di uno sgarro a leggi a cui i ragazzi non sanno sottrarsi. Hanno fantasticato tutto il giorno ma non hanno mai ipotizzato un futuro lontano dall’unica realtà che conoscono anche se la giornata è stata punteggiata dal frastuono degli aerei in partenza dal vicino aeroporto (il luogo dove ambientato il film è in realtà l’ex Ospedale psichiatrico “Leonardo Bianchi” alla Calata Capodichino) Veronica e Salvatore non hanno mai pensato che ci fosse un volo anche per loro, non hanno osato neppure immaginarlo.
La magnifica fotografia di Luca Bigazzi sottolinea con estrema perizia i tre momenti in cui è diviso il film, la fase introduttiva di neorealismo contemporaneo (il film è sottotitolato perchè parlato in dialetto molto stretto) la dimensione fiabesca dell’esplorazione dell’edificio e quella terrifica del buio con i mostri (purtroppo non fantastici) che la popolano; il continuo cambio di ambienti e di atmosfere offerto dalla fotografia è parte integrante della sorprendente vitalità di questo piccolo gioiello che in fondo racconta “solo” il confronto di due ragazzi nel chiuso di un edificio.