Faust

Faust – Eine deutsche Volkssage
Germania 1926, UFA
con Gösta Ekman, Emil Jannings, Camilla Horn, Frida Richard, William Dieterle, Yvette Guilbert, Eric Barclay, Hanna Ralph, Werner Fuetterer
regia di Friedrich Wilhelm Murnau

L’arcangelo Gabriele e il diavolo si giocano il dominio sulla Terra scommettendo sulla corruzione dell’anima di Faust, vecchio studioso ed alchimista. Il demonio scatena la peste e l’intero villaggio si rivolge a Faust. Quando l’anziano medico vede che la scienza e la fede in Dio non sono sufficienti a debellare il morbo, si lascia tentare da Mefisto: almeno per un giorno riuscirà a salvare i suoi concittadini ma si accorge che il nuovo potere è inutile davanti al crocifisso; disperato, Faust medita il suicidio. Mefisto allora lo tenta con la giovinezza e il vecchio non sa resistere. Dopo aver sedotto la duchessa di Parma, Faust decide di tornare al paese natale e qui s’invaghisce della giovane Gretchen. Faust riesce a sedurla con l’aiuto del diavolo che però fa in modo che i due amanti vengano scoperti da Valentin, il fratello maggiore della ragazza. Nella zuffa tra Valentin e Faust, Mefisto colpisce alle spalle Valentin e spinge Faust alla fuga. Tutta la colpa ricade su Gretchen accusata pubblicamente dal fratello morente. La ragazza viene messa alla gogna e poi lasciata al suo destino. In una notte di tempesta il figlio avuto da Faust muore assiderato e Gretchen, incolpata di infanticidio, viene messa al rogo. Disperata si appella a Faust che riesce a sentirla e la raggiunge rinunciando alla giovinezza e morendo con lei sul rogo.

via GIFER

Il 14 ottobre scorso si celebrava il centenario dell’uscita nelle sale di Faust, ultimo film tedesco di Murnau: quando il film uscì in sala il regista era già ad Hollywood impegnato nella lavorazione di Aurora.

Il film fu un vero kolossal, superato nei costi solo da Metropolis, l’anno seguente.
La genesi era stata complessa: F. W. Murnau lottò per poterlo dirigere visto che la UFA aveva già scelto un altro regista. 

Lo script mette insieme la versione popolare (il titolo completo è una fiaba popolare tedesca) con suggestioni dalle opere di Goethe e Marlowe e aggiunte originali del regista: l’essersi discostato dal lavoro di Goethe suscitò molte critiche e il flop al botteghino in Germania.

Esistono diverse versioni originali del film che fu pensato per essere distribuito in diverse nazioni adattando al pubblico destinatario didascalie e scene.

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La grandezza del film sta nella visione cinematografica del regista che cento anni dopo sa ancora sorprendere il pubblico con il suo mondo fantasmagorico fatto di modellini e doppie esposizioni.

Faust viene annoverato tra i film che più aderiscono ai canoni dell’espressionismo tedesco: i contrasti di luce, le scenografie contorte, gli elementi fantastici. 

C’è anche una grande attenzione alla pittura dai richiami al simbolismo nell’apparizione dell’Arcangelo avvolto nell’ala in primo piano, al verismo beffardo del Rinascimento nordico in Mefisto che tenta il vecchio Faust con delle espressioni impagabili.

Come in Nosferatu, Murnau torna a mettere in scena l’espressione del male più cupo a cui riesce a porre fine solo il sacrificio femminile, ma in Faust i riferimenti al periodo storico (la fine della Repubblica di Weimar e l’arrivo del nazismo) sono più evidenti e fanno sussultare ancora oggi.

Se Ellen Hutter si sacrifica volontariamente, Gretchen è una povera vittima ignara, ingannata in ogni modo e mai perdonata da nessuno tanto da finire sul rogo per un reato che non ha commesso: la donna ha trascorso la notte elemosinando un riparo per il figlioletto ma nessuno ha avuto pietà di lei e del neonato negandole un tetto in una notte di bufera.

Ho trovato notevole l’interpretazione di Camilla Horn, al suo primo ruolo importante che sarebbe dovuto andare a Lillian Gish che però lo rifiutò. L’attrice tedesca sa interpretare tutte le sfumature del personaggio: dalla giovane pura ed ingenua alla donna disperata e vilipesa.

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Nel ruolo del fratello Valentin troviamo William Dieterle, noto attore del cinema muto tedesco che divenne un grande regista hollywoodiano una volta trasferitosi negli States.

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Da menzionare anche Emil Jannings (il professor Rath de L’Angelo Azzurro) nel ruolo di Mefisto: anche il diavolo si adegua all’età di Faust, il laido tentatore del vecchio viene sostituito da una versione più scintillante per il giovane Faust.
La tensione drammatica del film è rafforzata da questi tocchi d’ironia che raggiungono la vetta nel controcanto tra il corteggiamento di Gretchen e la parodia di Mefisto che invece vuole sfuggire le avances di Marthe, attempata zia della ragazza avvezza alla stregoneria, che sarà una delle prime a rinnegare Gretchen in disgrazia. 

I maghi del terrore

The Raven
USA 1963, AIP
con Vincent Price, Peter Lorre, Boris Karloff, Hazel Court, Olive Sturgess, Jack Nicholson, Connie Wallace, William Baskin, Aaron Saxon
regia di Roger Corman

Erasmus Craven conduce una vita da recluso dopo la morte dell’amata Lenore. Una sera un corvo bussa alla sua finestra, altri non è che il dottor Bedlo che chiede a Craven di ridargli forma umana dopo che un duello con il potente Scarabus l’ha trasformato in volatile; Erasmus aiuta Bedlo a riprendere forma umana e quest’ultimo, notando il ritratto di Lenore, dice di averla vista al castello di Scarabus. Incredulo Craven si convince che il suo rivale si sia impossessato dell’anima dell’amata quindi decide di recarsi al castello con Bedlo; si uniscono anche sua figlia Estella e Rexford, figlio di Bedlo. Nonostante il viaggio si riveli piuttosto pericoloso, Scarabus si rivela molto cortese ma presto la sua maschera cade: ha orchestrato il tutto per rubare i poteri di Erasmus…

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I maghi del terrore è il quinto degli otto film che Corman trae, più o meno liberamente, dall’opera di E.A. Poe: in questo caso le libertà sono davvero tante perchè con la complicità dello sceneggiatore Richard Matheson trasforma la poesia Il Corvo in una parodia del genere horror, molto gustosa per il divertimento che traspare dai protagonisti.

La scena iniziale con Vincent Price annoiato che fa esercizi di magia, lancia sguardi malinconici al ritratto della moglie scomparsa, sbatte contro il cannocchiale più  volte mentre va a controllare chi bussa alla finestra, varrebbe tutto il film tanta la bravura ironica e istrionica di Price di reggere la scena da solo. Poi l’arrivo del corvo parlante con la sua assurda lista d’ingredienti per la pozione che gli restituirà forma umana: un’altra divertente sorpresa! 


Erasmus è malinconico tanto quanto Bedlo è stizzoso: una coppia impagabile. La leggenda vuole che Peter Lorre improvvisasse diverse battute cosa che fu ben tollerata da Vincent Price mentre Boris Karloff era piuttosto infastidito dall’estro di Lorre che andava in contrasto con il suo stile recitativo preparato al dettaglio.

The Raven | Full Comedy Horror Movie | Restored HD Classic | Vincent Price | Retro Central
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Scarabus è nemico giurato dei Craven: il padre di Erasmus era il capo dell’ordine dei maghi e il figlio potrebbe reclamare il ruolo passato a Scarabus; per quanto Erasmus preferisca una vita ritirata Scarabus lo ha attirato al castello per rubargli i poteri, dopo avergli rubato la moglie perché Lenore ha solo finto la sua morte preferendo la vita meno monotona e più lussuosa con Scarabus. Anche Bedlo è complice di Scarabus ma avrà modo di riscattarsi e anche di espiare!
Alla fine Erasmus prenderà il posto che gli spetta dopo un epico duello con il rivale.

Ci sono anche i figli dei maghi: Estella è molto legata al padre e non rimpiange certo la matrigna, Rexford ha un rapporto più conflittuale con la figura paterna, personaggio collerico e avvinazzato. Ad interpretarlo c’è un giovane Jack Nicholson i cui esordi, ricordiamolo sono proprio nella factory di Corman.

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Come tutti i film di Corman, I maghi del terrore fu girato in pochi giorni, con teatri di posa o materiali riciclati da altre produzioni però la ricostruzione cinquecentesca è piuttosto accurata e ben si sposa con gli effetti prismatici di luci caratteristici del regista.

Tuner – L’accordatore

Tuner
Canada, USA 2025
con Leo Woodall, Dustin Hoffman, Havana Rose Liu, Lior Raz, Tovah Feldshuh, Jean Reno
regia di Daniel Roher

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Niki White, ex bambino prodigio in campo musicale la cui carriera di pianista è stata rovinata dall’iperacusia, si ricicla come accordatore grazie al suo orecchio assoluto. Il lavoro gli farà trovare l’amore di una studentessa di composizione ma gli fa incontrare anche una banda di scassinatori di cassaforti che lo arruolano grazie al suo talento di “sentire” l’incastro degli ingranaggi…

Un’opera molto deludente per me che speravo che il film puntasse più sul lato crime della vicenda invece Tuner è soprattutto un melodramma sentimentale che trasuda melensaggine e perbenismo in una New York da cartolina con una splendida luce autunnale, interni da favola dove spiccano meravigliosi pianoforti a coda e un’elegante musica swing/jazz a far da colonna sonora in contrasto con la pessima techno che ascoltano i ladri slavi come dal più becero luogo comune sulla qualità della musica: il jazz è meglio della techno.

Niki lavora come accordatore col vecchio Harry Horowitz che lo tratta come un figlio, o meglio come un nipote. Quando Harry finisce in ospedale Niki inizia a lavorare con la banda di ladri per rilevare l’attività e pagare i costi dell’ospedale, insomma Niki non sarebbe mai sceso a compromessi con la malavita se non per cause di forza maggiore (giustificazione che non sopporto).

Il lato crime è anche costruito male: l’incontro tra Niki e la banda di Uri avviene in una villa dove a breve si terrà un evento, disturbato dal rumore al piano di sopra, Niki va a controllare e trova Uri e i suoi due accoliti che cercano di aprire una cassaforte con il trapano. Quale banda di ladri colta sul fatto non ti racconta delle fandonie che tu sgami e ti lascia anche tentare di aprire la cassaforte per tornartene ad accordare il tuo pianoforte, invece che fuggire o peggio malmenarti a morte?

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Finisce comunque che questi ladri così amichevoli non sono disposti a lasciare andare Niki e il suo talento per aprire le cassaforti (imparato da un tutorial su YouTube!) e lo coinvolgono in casi sempre più pericolosi con metodi sempre meno amichevoli ma la resa dei conti avverrà per l’unico gioiello che Niki ha rubato per sé, anzi per la sua ragazza. L’orologio con perle è stato trafugato al compositore di fama che sta per assumere Ruthie e riconosce l’oggetto al polso di lei; per non mettere nei guai l’amata Niki andrà a recuperare l’altro orologio rubato espiando così la sua esperienza con la malavita: finirà in ospedale e solo dopo un po’ potrà restituire il maltolto ma nel frattempo Ruthie è stata assunta e il compositore (interpretato da Jean Reno) non ha sporto denuncia perché nel jet set funziona così: ci si fida della parola di un ladruncolo che sparisce per settimane piuttosto che andare alla polizia!

The Black Cat

USA 1934, Universal
con Boris Karloff, Bela Lugosi, David Manners, Julie Bishop (come Jacqueline Wells), Egon Brecher, Harry Cording, Lucille Lund, Henry Armetta, Albert Conti, Virginia Ainsworth, Luis Alberni, King Baggot
regia di Edgar G. Ulmer

Una coppia di sposini americani, Peter e Joan Alison,  in viaggio di nozze sull’Orient Express, viene coinvolta nella resa dei conti tra lo psichiatra austriaco Vitus Werdegast, reduce da un decennio come prigioniero di un gulag siberiano dov’era finito per il tradimento di Hjalmar Poelzig, ora architetto di successo che ha costruito una casa deco sui resti della fortezza alla cui distruzione ha contribuito con il suo tradimento durante la Prima Guerra Mondiale. Werdegast vuole sapere anche che fine hanno fatto sua figlia e sua moglie che Poelzig ha sposato facendole credere che Vitus era morto. L’architetto è il capo di una congrega dedita alle messe nere e quando vede Joan la ritiene perfetta per sacrificarla nel prossimo rito. Vitus gioca a scacchi la possibilità di evitare il sacrificio della ragazza ma perde. Durante il rito riesce a salvare Joan, che nel frattempo ha scoperto che Hjalmar ha sposato anche la figlia di Vitus dopo la morte della madre, Werdegast finalmente si vendica di Hjalmar che ha ucciso anche sua figlia, ma Peter lo ferisce a morte credendo che stia aggredendo la moglie. Vitus li invita a scappare mentre fa esplodere la casa fortezza del suo nemico.

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Il legame con il “racconto immortale di E.A.Poe”, così viene definito nei titoli di coda, è molto labile o perlomeno molto sottile visto che Poelzig vive, senza nessuno scrupolo, in una casa costruita sui sotterranei che nascondono i suoi misfatti: le immagini più iconiche del film sono le teche di cristallo in cui Poelzig conserva sospese una serie di bellissime donne, tra cui la moglie di Werdegast.

Il tema centrale del film sono le conseguenze della Prima Guerra Mondiale, non a caso lo psichiatra è ungherese mentre l’architetto austriaco, due popoli uniti nell’impero austroungarico che una quindicina d’anni dopo la fine della guerra sono nemici e il regista conosceva bene la situazione essendo nato a Olomouc, attualmente Repubblica Ceca, per trasferirsi nel 1926 negli USA con Murnau di cui era scenografo; nella scelta del nome dell’architetto austriaco il regista cela anche un omaggio al suo maestro, l’architetto Hans Poelzig che incontrò sul set de Il Golem.

L’impianto scenografico del film è di grande impatto: siamo nel 1934 e Il Gatto Nero è il primo film che riunisce le due maschere per eccellenza dei film di mostri Universal anni ’30 (lavoreranno insieme in altre 7 pellicole) quindi verrebbe logico pensare a una scenografia fatta di vecchi castelli come quelli in cui si muovono Dracula e Frankenstein, invece Ulmer sconvolge le regole con una modernissima casa in stile deco, lineare, senza fronzoli. Anche i sotterranei della vecchia fortezza sono squadrati la differenza è data dai materiali, luminosi al piano di sopra, solidi al piano inferiore. Anche l’altare della messa nera ha una semplicità di linee pur conservando le caratteristiche sghembe dell’espressionismo tedesco.

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Il film anticipa anche il concetto di Detour del più noto film del regista, il caso che sconvolge i piani: un banale sbaglio di prenotazione porta Werdegast nello scompartimento dei due sposini, l’incidente sotto la pioggia nei pressi della residenza di Poelzig, li costringe a chiedere ospitalità all’architetto, mettendo a rischio la vita di Joan che viene scelta per il sacrificio della setta.

Nel film del ’45 il protagonista trova la morte qui i due americani si salvano e, continuando e allargando la metafora politica, capiscono ben poco degli eventi che hanno vissuto: nel sotto finale  Peter  colpisce a morte Vitus fraintendendo i suoi gesti e il film si chiude mentre i due sposi leggono una recensione del racconto che Peter ha tratto dalla (dis)avventura, dove il critico letterario ritiene l’opera troppo fantasiosa.

Un uomo tranquillo

The Quiet Man
USA 1952, Republic Pictures
con John Wayne, Maureen O’Hara, Victor McLaglen, Barry Fitzgerald, Ward Bond, Mildred Natwick, Jack McGowran, Arthur Shields
regia di John Ford

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L’americano Sean Thornton torna nel villaggio irlandese di cui era originaria la sua famiglia per acquistare la proprietà in cui vivevano i suoi genitori. Il terreno però interessa anche a Will Danaher e quando la vedova Tillane vende la fattoria a Thornton, il rivale se la lega al dito e si oppone al fidanzamento della sorella Mary Kate con l’americano. L’intervento dei compaesani permetterà il matrimonio ma per ripicca Danaher rifiuta di dare la dote alla sorella. Sean non comprende le motivazioni della moglie e il matrimonio rischia di naufragare prima ancora di cominciare. Il vero problema però, si nasconde nel passato di Thornton…

John Ford è il regista western per antonomasia e le poche volte che è uscito dal genere ha spesso ambientato i suoi film in Irlanda: il regista era sì di origini irlandesi ma non ha mai visitato l’isola, eppure due dei quattro Oscar come miglior regista sono arrivati grazie a Il traditore  e Un uomo tranquillo, d’ambientazione irlandese.

Quest’ultimo film è una commedia ambientata in un’Irlanda idilliaca dai meravigliosi spazi verdi dove si muove una comunità profondamente legata alle tradizioni e ad alcuni stereotipi: le grandi bevute e le grandi risse risolutrici di tutti i problemi.

Per quanto legato alla terra d’origine dai ricordi di famiglia, Sean è riluttante a fare a botte con il cognato perché ha un passato da pugile, carriera abbandonata quando ha involontariamente ucciso un avversario sul ring e da allora ha giurato di non fare più a pugni. Quasi nessuno è a conoscenza del suo passato quindi rischia di essere giudicato un infingardo anche dalla moglie che non si sente tutelata nel suo diritto di avere quello che le spetta, non fosse altro che per una questione di principio, visto che una volta ottenuta la dote, il denaro verrà bruciato pubblicamente.

Mary Kate, rossa scorbutica e già anziana zitella per gli standard del paese, e Sean s’innamorano al primo sguardo e la chimica tra i due attori è notevole, soprattutto nelle scene al cimitero e nella casa vuota che Mary Kate va a pulire all’insaputa del nuovo proprietario.

Quello che funziona maggiormente è però lo spirito corale del film con tutta una serie di figure di contorno interpretate da attori che collaborano spesso con Ford. La bizzarra vicenda del pugile pentito e della sua indomita compagna è raccontata come una di quelle storie che entrano nelle leggende di paese, narrata dalla voce del parroco che è parte integrante della macchinazione per risolvere la diatriba tra Sean e Will Danaher facendo anche accasare quest’ultimo con la vedova Tillane.

Green Border

Zielona granica
Polonia 2023
con Maja Ostaszewska, Monika Frajczyk, Tomasz Włosok, Malwina Buss, Jaśmina Polak, Marta Stalmierska, Piotr Stramowski, Jalal Altawil, Mohamad Al Rashi, Welli Djanati-Atai, Dahlia Naous, Maciej Stuhr, Agata Kulesza
regia di Agnieszka Holland

Una famiglia siriana arriva in aereo a Minsk convinta di poter ricongiungersi facilmente con i parenti in Svezia; sull’aereo conoscono Leila una donna afgana che vorrebbe chiedere asilo in Polonia. Non sanno di essere finiti nella trappola migratoria costruita da Lucashenko per indebolire l’Unione Europea. La famiglia siriana e Leila, si ritroveranno come decine di migliaia di altri migranti rimpallati tra il confine bielorusso e quello polacco, incrociando le loro vite con le guardie di confine e gli attivisti polacchi che cercano di aiutarli. Tra questi si crea una spaccatura: alcuni vogliono limitarsi agli aiuti essenziali per non incorrere nei rigori della legge e non poter più aiutare nessuno mentre altri vogliono portare in salvo le persone che chiedono il loro aiuto…

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Recuperare oggi il film di Agnieszka Holland sembra un salto nel passato remoto: anche se sono passati solo cinque anni dai fatti raccontati, la situazione mondiale è talmente peggiorata che la sorte dei migranti diventa un problema secondario, anche se sicuramente la Storia rimetterà in ordine ai fatti, facendo capire le strumentalizzazioni esterne del fenomeno e quelle interne che hanno rintuzzato i focolai di estrema destra.

Il film è molto potente e drammatico aprendosi sul verde smagliante della foresta di Białowieża, l’ultima foresta vergine d’Europa per poi virare nel nitido bianco e nero che documenta la tragedia che si svolge ancora oggi tra quei boschi disseminati di paludi.

Pur essendo un film a tesi, sottolineato dall’epilogo che mostra la diversa accoglienza offerta solo un anno dopo ai profughi ucraini in fuga dall’invasione russa, Green Border mostra come tutti i personaggi coinvolti siano travolti da un evento più grande di loro, in primis i migranti vittime di una vergognosa strategia di tensione internazionale, ma anche le guardie polacche indottrinate a vedere i migranti come “proiettili umani”, nonostante la propaganda ognuno resta solo con la sua coscienza e anche Jan a un certo punto dovrà fare una scelta. La stessa che si trova a compiere Julia, una psicologa che si tiene lontana dall’informazione ma che quando vede l’inutilità di aver salvato Leila dall’annegare in palude decide di impegnarsi nell’attivismo spingendo verso la forma più radicale. 

Batman

USA 1989, Warner Bros
con Jack Nicholson, Michael Keaton, Kim Basinger, Jerry Hall, Jack Palance, Robert Wuhl, Pat Hingle, Billy Dee Williams, Michael Gough
regia di Tim Burton

Come sempre il crimine imperversa a Gotham city ma compare una misteriosa figura, un uomo pipistrello che sconfigge i malintenzionati attirando l’interesse della stampa, in particolare del giornalista Alexander Knox che chiede l’aiuto della fotografa Vicki Vale per scoprire l’identità di Batman. Intanto una guerra interna si scatena nella banda criminale che domina la città: il boss Carl Grissom manda il suo secondo, Jack Napier, in una fabbrica chimica per distruggere alcuni documenti compromettenti. In realtà è una trappola perché Grissom ha scoperto che Napier ha una tresca con la sua donna, Alicia. Anche Batman è presente all’azione e il suo intervento fa sì che Napier cada in una vasca  uscendone deturpato e completamente folle assumendo l’identità di Joker poi uccide Grissom e cerca d’infangare la figura di Batman, anche Vicky Vale, che nel frattempo ha intrecciato una relazione con Bruce Wayne, è oggetto delle sue attenzioni malate. La situazione a Gotham è così instabile che il sindaco decide di sospendere i festeggiamenti per i 200 anni della fondazione della città ma Joker organizza comunque una parata in cui ci sarà la resa dei conti con Batman.

Il Batman di Tim Burton fu la seconda trasposizione di un fumetto dopo il Superman del 1978. 

Il film ebbe una genesi lunga e complessa e forse per alcuni può essere un’opera un po’ invecchiata soprattutto paragonata ai cinecomics contemporanei ma bisogna ricordare che l’uso di CGI è praticamente inesistente.

L’opera ebbe un grande successo di critica e pubblico e rivitalizzò un personaggio che era in declino dando vita a una lunga serie di sequel e reboot, fissando alcuni aspetti imprescindibili come l’atmosfera cupa che dal plot si riflette sulla fotografia e sulla scenografia: del primo Batman resta memorabile il gusto deco degli arredi e della batmobile. 

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Gli aspetti che preferisco del film sono i legami con il cinema muto, quello impressionista tedesco  in particolare. Se è noto che la maschera del Joker, a partire dal fumetto, deriva da L’uomo che ride di Paul Leni, Burton si adegua al modello -che del resto gli è ben congeniale- e costruisce tutto il suo immaginario sui classici del cinema muto: Gotham ricorda la città di Metropolis, la prima apparizione di Batman con le bacchette che aprono le ali del suo mantello rimanda a Irma Vep de Les Vampires di Jean Feuillade. 

Ci sono delle scene in cui Vicky Vale studia Batman, prima di saper che è Bruce Wayne, e si aggira alle sue spalle e sembra quasi sul punto di sfilargli la maschera come fa Christine ne Il fantasma dell’opera con Lon Chaney.

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Tim Burton ovviamente ci mette il suo tocco:  i suoi dolly vertiginosi si definiscono in Batman e nel sequel Batman il ritorno. 

La parata notturna crea una discrasia tra l’atmosfera cupa di Gotham e i colori che dovrebbero richiamare l’allegria spensierata, è un contrasto caratteristico di molti eroi freak burtoniani anche se gli intenti di Joker in questo caso sono malevoli.

Il figlio della furia

Son of Fury: The Story of Benjamin Blake
USA 1942, 20th Century Fox
con Tyrone Power, Gene Tierney, George Sanders, Frances Farmer, Harry Davenport, Elsa Lanchester, Kay Johnson, John Carradine, Dudley Digges, Roddy McDowall, Robert Greig
regia di John Cromwell

Benjamin Blake è ritenuto illegittimo perché mancano i documenti che provano il matrimonio dei genitori, la figlia di un armaiolo e il signore di Breetholm. Lo zio Arthur Blake lo strappa alle cure del nonno materno per allevarlo come un servo della gleba ed essere sicuro che non gli contesti il titolo. Ben non si sottometterà mai allo zio, nemmeno per amore della cugina Isabella. Per sfuggire alla falsa accusa di aggressione dello zio, Ben salpa per i mari del Sud in cerca di fortuna per riscattare il proprio nome; con un altro marinaio si avventura su un’isola  dove i bianchi non sono ben accetti per le violenze degli spagnoli e qui Ben costruisce la sua fortuna in perle e si lega all’indigena Eve. Dopo alcuni anni Ben torna in patria e con l’aiuto di un costoso avvocato riesce a riabilitare il proprio nome e a far uscire il nonno di prigione. Scoperto che la cugina è quella che l’ha fatto arrestare al suo ritorno, Ben lascia la proprietà di Breetholm ai servi dello zio e fa ritorno nei mari del Sud dove ritrova Eve.

Ebbene sì, ai tempi felici della Reggenza esaltata dalla serie tv Brigerton, in Inghilterra esistevano ancora i servi della gleba della cui vita i nobili potevano disporre a piacimento. 

Se la serie tv regala un’agiografica versione della nobiltà britannica, questo polpettone in costume dei primi anni ’40 -quindi in epoca bellica- esalta i valori di libertà e uguaglianza del genere umano incarnati dal modello americano (sic transit!) con un protagonista che non si umilia davanti a un tiranno ma combatte a rischio della vita per onorare i propri principi. Ad interpretare Benjamin Blake c’è l’aitante Tyrone Power che tra cipiglio ribelle e tuffi atletici è un sicuro richiamo per le spettatrici.

Son of Fury: The Story of Benjamin Blake (1942)
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Dietro la leggera ma inevitabile propaganda, abbiamo un film d’avventura che dalla fosca Inghilterra di fine settecento ci porta ai gioiosi mari del Sud dove Gene Tierney interpreta una fanciulla hawaiana tanto bella quanto sottomessa all’amato che lascia tornare in Inghilterra con serafica rassegnazione (in realtà avrebbe dovuto morire ma la legge dell’happy end era  inossidabile nel cinema degli studios). 

Son of Fury: The Story of Benjamin Blake (1942)
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La sua rivale, bionda ed infida, è interpretata da Frances Farmer, più nota per la tragica storia personale che la carriera cinematografica. Questo è l’ultimo ruolo interpretato dall’attrice prima di essere licenziata dalla Paramount per la sua instabilità mentale.
La sua presenza scenica nel film resta però di grande spessore.

Fuori la verità

Italia 2025
con Claudio Amendola, Claudia Gerini, Leo Gassmann, Alice Lupparelli, Eleonora Gaggero, Claudia Pandolfi, Lorenzo Richelmy, Massimo Wertmüller, Sara Drago
regia di Davide Minnella

La famiglia Moretti partecipa a un nuovo gioco televisivo in cui, se i partecipanti ammetteranno le verità più scomode, potranno vincere un milione di euro. A presentare il game show c’è Marina Roch star televisiva reduce da qualche flop di troppo…

Film interessante anche se il giochino metatelevisivo è un po’ troppo scoperto: fin dove si è disposti a spingersi, dando in pasto al pubblico il proprio privato, per guadagnare?
La stigmatizzazione è verso i programmi che riportano in auge vecchie glorie o presunte tali che mettono in piazza drammi personali o familiari per tornare sulla cresta dell’onda però la struttura del film s’ispira a The millionaire: a ogni quesito parte la rievocazione dell’episodio di vita inerente alla domanda.

Non sorprendono troppo le dinamiche familiari: Edoardo e Carolina sono una coppia in crisi anche a causa dell’ingombrante gestione dell’attività di famiglia sull’orlo del fallimento (qui c’è forse qualche debito verso A casa tutti bene -la serie di Muccino). Anche la prole non brilla per problematiche originali: il figlio perfettino che non osa rivelare la propria omosessualità, la primogenita insicura, la più giovane necessariamente influencer… come farebbe praticamente chiunque in questi tempi affamati di soldi, i Moretti mettono da parte tutte le loro divergenze per puntare al milione che risanerà tutti i loro guai, spronati dalla presentatrice senza scrupoli e anche lei all’ultima occasione, ottima l’interpretazione di Claudia Pandolfi.

Anche i personaggi degli autori televisivi non si discostano troppo dai cliché: il capo arrogante, la sottoposta che trova il coraggio di ribellarsi, più che i giochi di potere, sarebbe stato interessante vedere qualcosa in più della preparazione del materiale e della costruzione delle dinamiche. 

Dignitoso il colpo di scena finale che chiude coerentemente un film “moralizzatorio”

La stangata

The Sting
USA 1973, Universal Pictures
con Paul Newman, Robert Redford, Robert Shaw, Charles Durning, Ray Walston, Eileen Brennan, Harold Gould, John Heffernan, Dana Elcar, Larry D. Mann, Sally Kirkland, Jack Kehoe, Robert Earl Jones, Dimitra Arliss, Charles Dierkop, Joe Tornatore, Jack Collins
regia di George Roy Hill

USA, 1936. Johnny Hooker e Luther Coleman sono due truffatori. Dopo un colpo cospicuo, il vecchio Luther decide di ritirarsi ma i due non sanno di aver truffato il corriere di un boss che vuole la loro morte. Hooker  viene ricattato dal poliziotto Snyder per non rivelare i loro nomi, ma non fa in tempo ad avvisare Luther che viene ucciso dai sicari di Lonnegan. Johnny si nasconde a Chicago da Henry Gondorff, un truffatore di cui gli aveva parlato Luther. Hooker convince Henry ad aiutarlo a vendicarsi di Lonnegan organizzando una truffa molto articolata… 

Dopo Butch Cassidy (1969) il regista George Roy Hill riunisce nuovamente la coppia Paul Newman/ Robert Redford in uno dei film più celebri, grazie anche all’indimenticabile colonna sonora ragtime.

Il film fece incetta di Oscar e vanta un cast notevole che supporta i due protagonisti. 
La trama è lineare, suddivisa in capitoli che riprendono lo stile dei giornali dell’epoca.

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Come il suo personaggio, costretto a truffe marginali perché nel mirino dell’FBI, anche Paul Newman arrivava da un periodo di scarso successo ed è perfetto nel ruolo di mentore del giovane spavaldo Hooker col vizio del gioco e delle donne e quest’ultimo rischia davvero di costargli molto caro.

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Non facciamo spoiler anche se i colpi di scena legati alla cassiera e alla squadra dell’FBi sono ben strutturati ma l’atmosfera del film è talmente scherzosa e bonaria che il sottofinale proposto sarebbe stato un plot twist troppo crudo e quindi è facile intuire, anche alla prima visione, che sia la coda della stangata; del resto nelle fasi organizzative di era parlato di una truffa che durasse anche dopo il colpo e la soluzione proposta è geniale sia per intortare Lonnegan e Snyder che il pubblico meno scafato.