La citta’ proibita

Lacittaproibita Per calligrafismo si intende quello stile cinematografico che mette da parte i contenuti per concentrasi sulla perfezione scenica e formale dell’immagine e si verifica solitamente quando un autore deve sottostare alla censura molto rigida di un sistema totalitario, Zhang Yimou da qualche tempo a questa parte sembra essersi rifugiato in questo stile che esalta il suo gusto barocco dell’immagine raccontando storie lontane nel tempo, che permettono di sfruttare, con il beneplacito del governo cinese, i magnifici scenari naturali ed artistici della Cina, qualche volta pero’ capita che il calligrafismo sia una convenzione capace di far sfuggire qualche particolare pungente all’ottuso occhio della censura, cosi’ le immagini che piu’ colpiscono de La citta’ proibita sono quelle che mostrano la velocita’ con cui gli impassibili servitori puliscono il cortile del palazzo reale e cancellano le tracce della lotta mentre la folle guerra che hanno ingaggiato l’uno contro l’altra l’imperatore e l’imperatrice sono piu’ significativi come paradigma di un potere distante o meglio indifferente al popolo che e’ totalmente escluso anche dalla rappresentazione, piuttosto che melodramma dai toni che vorrebbero essere shakeasperiani: troppo futili e poco chiari i motivi che spingono il crudele (?) sovrano a disfarsi della prima moglie e a cercare di avvelenare lentamente la seconda, intrecciando una doppia storia di incesto alla gia’ complicata trama.
Resta il piacere di vedere due ottimi attori come Gong Li e Chow-Yun Fat e il delirio visivo dei costumi e delle scenografie

Breakfast on Pluto

Breakfastonpluto Patrick “Gattina” Braden e’ il figlio illegittimo di un prete e di una domestica che assomiglia Mitzy Gaynor, affidato a una donna che lo alleva assieme alla figlia naturale, figure che lui sconvolge con il suo gusto per il travestimento fino a quando decide di fuggire a Londra alla ricerca della su vera madre, questo e’ solo il prologo delle mille avventure di una vita che si svolge tra l’Irlanda sconvolta dalla guerra e i bassifondi londinesi, ma se pensate che sia una storia drammatica vi sbagliate di grosso, Gattina ha una sprovveduta leggerezza nell’ attraversare i drammi della vita che la fanno amare da tutte le persone che incontra, persino dal poliziotto inglese che l’ha torchiata per bene credendola un terrorista irlandese, finisce per preoccuparsi della sua sorte sui marciapiedi.
Sorretto da un ottimo cast che va dal magnifico Cillian Murphy (penalizzato dal doppiaggio italiano) al sempre perfetto Stephen Rea, Neil Jordan ci regala un film divertente e fantiasioso, meno scontato di quel che puo’ sembrare, a tratti surreale (ho adorato i dialoghi dei pettirossi) dove la commozione puo’ arrivare inattesa per le piccole gioie della vita (la scena finale) e non spinta come al solito dal dramma piu’ lacerante.

Ugly Betty

Uglybetty

Anche se la stagione televisiva che volge al termine non e’ stata entusiasmante dal punto di vista seriale, non sono riuscita ad accontentarmi dello strombazzato Ugly Betty, telefilm che ho trovato piu’ che brutto.
Non ho amato per nulla Il diavolo veste Prada e la versione statunitense dell’originaria soap sudamericana Yo soy Betty, la fea si ispira molto al film in questione: neolaureata con l’ambizione di sfondare nell’editoria finisce a lavorare come assistente del direttore di una rivista di moda, settore di cui non conosce assolutamente nulla, nel telefilm la protagonista ha l’aggravante di essere bruttina e di esserlo nel modo piu’ banale: sovrappeso ma neppure troppo, trascurata e con l’apparecchio ai denti, insomma tutte caratteristiche che possono sparire con il tempo e trasformare il brutto anatroccolo in un meraviglioso cigno (scommettiamo?).
La cosa che reputo pero’ piu’ irritante e’ il tono moralistico degli episodi: che anche la forma piu’ leggera di intrattenimento intenda sempre esaltare valori positivi e’ anche giusto, ma mai, neppure in Happy Days abbiamo assistito a un plot formato da un evento che scateni la crisi, la scoperta o ammissione della colpa e redenzione finale come e’ avvenuto nei primi due episodi di Ugly Betty in quello introduttivo (non c’era neppure il pilot!) Betty scopre di essere stata assunta alla rivista solo per la sua bruttezza, per non far cadere in tentazione il capo donnaiolo e la nostra eroina reagisce con un pistolotto in cui prende atto della sua bruttezza e ringrazia ancora per l’occasione avuta e decide di stringere i denti e sopportare le umiliazioni a cui viene sottoposta e ovviamente viene premiata per la sua costanza, nel secondo episodio le viene affidato il book del numero che sta per andare in stampa e lei lo perde e dopo qualche tentativo di coprire la magagna c’e’ un pistolotto sul fatto di dire sempre la verita che tanto prima o poi viene a galla e poi tutto finisce bene, ecco quello che non sopporto sono i pistolotti, la morale non desunta ma verbalmente espressa da ogni singolo episodio.

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Spiderman3

Non sono mai stata una grande estimatrice della saga di Spiderman ma avevo riposto qualche speranza in questo ultimo episodio: il tema del doppio e’ sempre intrigante e promettente ma il modo in cui e’ stato risolto in questo film e’ decisamente deludente, non e’ tanto lo spirito di vendetta che fa uscire il lato oscuro di spiderman ma un banale elemento esterno di cui il supereroe in questione si libera piuttosto facilmente anche se crea un ennesimo mostro, che si va ad aggiungere alla sequela di cattivi che animano questo film, davvero troppi per lasciare che la pellicola riesca a costruire almeno una trama decente dalle quattro o piu’ che si potevano sviluppare da questo plot.
Tre o quattro trame piu’ una parodia, l’assurda parte in cui Peter Parker e’ cattivo e va in giro ancheggiando come il peggior tamarro sulla terra, Tobey Maguire non e’ poi in grado di metter in scena il lato oscuro di Parker e tutta la cattiveria si risolve con un ciuffo calato sugli occhi: improponibile.

Laurence Olivier

Laurenceolivier Il piu’ grande attore shakesperiano nasce a Dorking, nel Surrey il 22 maggio 1907; fin da bambino Laurence Kerr Olivier inizia a calcare i palcoscenici, spinto anche dal padre, un pastore anglicano. Nel 1925 debutta a Londra e nel 1935 iniza a dedicarsi con passione ai testi shakespeariani, facendo anche parte dell’Old Vic di Londra, teatro che dirige tra il 1944 e il ‘49
Gia’ nei primi anni trenta tenta la carriera cinematografica ad Hollywood, ma con scarsi risultati (la Garbo gli preferisce John Gilbert per la parte di Antonio ne La regina Cristina), il successo (ed una sterminata carriera cinematografica) arriva nel 1939 con il ruolo di Heathcliff ne La voce nella tempesta: la sua interpretazione ombrosa e selvatica dell’eroe del romanzo di Emily Bronte e’ modello per tutte le seguenti versioni filmiche della storia.

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L’anno seguente e’ Maxim de Winter il protagonista maschile del primo lavoro americano di Alfred Hitchcock, Rebecca, la prima moglie, nello stesso anno e’ Mr.Darcy nella versione di Orgoglio e pregiudizio diretta da Robert Z. Leonard.
Nel 1941 e’ Orazio Nelson in Lady Hamilton dove recita per la terza ed ultima volta accanto alla seconda moglie, Vivien Leigh con cui restera’ sposato fino al 1960.

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Nel 1945 debutta alla regia girando una versione di fondamentale importanza del Enrico V di Shakeaspeare: un opera che sa mischaire realismo storico alla dimesione teatrale del testo e che viene premiata con un Oscar speciale.
Nel 1948 Olivier firma il secondo capitolo della sua trilogia shakespeariana, Amleto e con quest’opera diventa il primo autore della storia del cinema che dirigendo se’ stesso vince l’Oscar come migliore attore; la trilogia si conclude nel 1955 con il Riccardo III.
Nel 1957 la quarta regia di Laurence Olivier ha un tono del tutto diverso e il piu’ grande attore vivente si trova ad interagire con la diva piu’ bella , Marilyn Monroe ne Il principe e la ballerina, il bizzarro accostamento non dara’ i frutti sperati.
Nel 1960 e’ Maro Licinio Crasso nello Spartacus di Kubrick, il regista l’aveva scelto anche per il ruolo di Humbert in Lolita ma l’atore rifuta la parte.

Filmolivier

Nel 1972 e’ il protagonista de Gli insospettabili, commedia nera diretta da Mankiewicz.
L’attore e’ in lizza per il ruolo di Don Vito Corleone, ne Il padrino, ma gli viene preferito Brando che interpreta magistralmente la parte.
Nel ‘76 e’ il perfido nazista con dui dovra’ vedersela Dustin Hoffman ne Il maratoneta mentre nel ‘78 e’ il caccaiotre di nazisti Ezra Lieberman che sventa il complotto genetico de I ragazzi venuti dal Brasile.
Nel 1979 e’ il professor Van Helsing nel Dracula di John Badham ,che ha per protagonista Frank Langella. Nell’81 e’ Zeus nel cult mitologico Scontro di Titani di cui si vocifera un remake per il 2008.
L’attore si spegne in Inghilterra l’11 luglio 1989.

Notturno bus

Nello scontro tra agenti segreti di diverse organizzazioni per recuperare un microchip si trova coinvolta suo malgrado una ladruncola di passaporti che nella fuga coinvolgera’ un guidatore d’autobus sconvolgendogli la vita.

Notturnobus

Piacevole esordio nel lungometraggio di Davide Marengo che racconta una storia in grado di giocare coi toni grotteschi e noir con un pizzico di romanticismo, inserendo anche una bella scena d’azione tra due autobus che non sara’ al cardiopalma come negli action movie statunitensi ma si lascia comunque apprezzare.
Da sottolineare anche la scelta di mostrare una Roma notturna ed inconsueta, senza indugiare sui classici scenari da cartolina che invadono anche i film d’autore (penso in particolar modo ad Ozpetek).
Grande prova del cast: convincenti Mastrandrea e Fantastichini, piu’ bella che mai la Mezzogiorno che risalta in un ruolo finalmente leggero ma soprattutto il piacere di ritrovare Roberto Citran negli insoliti panni di cattivo, sempre perfetto anche se in piccolo cameo Antonio Catania.

a chi di dovere

Votazione Si avvicinano le elezioni amministrative e la buca delle lettere strabocca ogni giorno di piu’ di manifestini di propaganda elettorale che prelevo dalla cassetta postale per depositarli direttamente nel bidone della carta da riciclare, c’e’ solo un partito (di cui nella mia magniminita’ da par condicio tacero’ il nome) che si distingue gia’ dalle precedenti elezioni inviando volantini incellophanati, presumo sia una astuta mossa di marketing per attirare l’attenzione del ricevente, or bene a parte lo spreco e l’ulteriore inquinamento, sappi genio della comunicazione che noto il tuo volantino perche’ l’occhio mi cade sul simbolo mentre divido la carta dalla plastica e proprio lo stupido gesto in piu’ che devo compiere per cestinarti, piu’ ancora dello spirito ambientalista, mi induce a non votarti mai, neppure se tra le tue file ci fosse il piu’ grande statista del secolo e questa frase e’ un paradosso o una frecciatina.

L’uomo dell’anno

Luomodellanno Il comico televisivo Tom Dobbs, spinto dai suoi fan, decide di presentarsi come candidato per la presidenza degli Stati Uniti d’America e vince le elezioni, le prime svolte tutte elettronicamente grazie a un sofisticato software che sta facendo volare le azioni della azienda costruttrice, ma se il computer avesse sbagliato?

Una storia di onesta’ politica che riecheggia vagamente Frank Capra e che per essere raccontata ha bisogno di venire presentata quasi come una favola narrata dal manager di Dobbs, Jack Menken (un sempre sublime Christopher Walken, qui nei panni di un saggio fanfarone bloccato su una sedia a rotelle dall’enfisema).
E’ un film molto divertente che, senza mai spingere sulla satira, non risparmia battute anche raffinate sulla politica e sul costume non soltanto americani, infatti non manca un riferimento al nostro Parlamento con Cicciolina deputata; Robin Williams e’ ovviamente a suo agio nei panni del mattatore televisivo e riesce a non strafare con la sua gigioneria.
Il film si perde un po’ nella seconda parte dove lascia troppo spazio all’azione complottistica dell’azienda che vuole nascondere il guasto del suo prodotto ma nel complesso e’ un film godibile, che offre qualche interessante spunto di riflessione su questa bizzarra commistione tra comicita’ e politica che sta investendo il mondo occidentale.

The good shepherd – L’ombra del potere

Goodshepherd

Robert De Niro torna dietro alla macchina da presa a tredici anni di distanza dal suo esordio con un film,apparentemente molto diverso dal precedente Bronx: si tratta di una pellicola ambiziosa che cerca di raccontare la storia della CIA dalla nascita fino al 1964, quando fallisce il tentativo di ingerenza americana nella rivoluzione cubana.
Cupo e a tratti irrisolto, a questo film andrebbe riconosciuto se non altro il merito di tener desta l’attenzione dello spettatore per le tre ore di un racconto fiume dalla sceneggiatura spezzettata in flashback e con un intrigo giallo da svelare, ma a mio parere la pellicola riesce anche a miscelare bene le vicende private del protagonista con l’epopea della Storia.
Edward Wilson, che seguiamo dalla sua brillante carriera universitaria diventa uno dei primi agenti segreti americani, ma la figura della spia dipinta in questo film e’ ben diversa da quella dello 007 tutto azione e bella vita solitamente protagonista al cinema: qui siamo di fronte a un burocrate dell’Intelligence che sacrifica tutta la sua esistenza in nome di un bene superiore, quello della Nazione.
Il protagonista sceglie di dedicare la sua vita al controspionaggio per riscattare l’onta del padre, ufficiale di marina che si era suicidato per esser venuto meno al suo dovere, questa decisione condizionera’ tutta la sua vita, non solo lavorativa ma anche sentimentale, costringendolo a rinunciare alla donna della sua vita, per sposare una bella ragazza del suo ambiente che ha messo incinta; quindi come in Bronx a De Niro sta a cuore analizzare il rapporto padre-figlio, approfondendo due aspetti della vita di Edward: il suo bisogno di riscattare il padre che condizionera’ il rapporto con il figlio.
Un altro aspetto che il film esamina e’ quello dell’amicizia, quella sui generis che nel corso degli anni Edward instaura con il suo corrispettivo russo, Ulysses, fatto di drammatici tranelli ma anche di coperture perche’ i nemici di oggi possono essere gli amici di domani, ma in realta’ solo l’antagonista che vive lo stesso genere di vita puo’ capire un’esistenza fatta di segreti e un continuo guardarsi le spalle che porta a una sottile paranoia, ben sottolineata dal tono noir del film.
Forse un po’ troppo artefatta la regia di De Niro che si diletta in qualche manierismo (le inquadrature sghembe) mentre il film avrebbe richiesto uno stile piu’ asciutto, molto belle le scene di raccordo per cui da immagini di repertorio si entra direttamente nelle scene del film.

Erich Von Stroheim

Stroheim 50 anni fa, il 12 maggio 1957 moriva a Yvelines, in Francia, Erich Von Stroheim, geniale e bizzara personalita’ del cinema muto, e non solo, famoso come the man you love to hate.
Nato a Vienna nel 1885, figlio di un borghesissimo cappellaio, fin da giovane Erich Oswald Stroheim subisce il fascino del mondo aristocratico e militare, e quando si trasferisce in America nel 1909 ben presto si avvicina al mondo della cinematografia hollywoodiana, presentandosi come il conte Conte Erich Oswald Hans Carl Maria Stroheim di Nordenwald, ufficiale dell’esercito austroungarico il che gli valse la fame di esperto in questioni belliche e spesso il ruolo di militare.
Gli esordi nel cinema nel 1915 avvengono comunque come stunt-man in particine non
accreditate tra questi ruoli va segnalata la sua partecipazione ad Intolerance di D.W. Griffith.

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Dopo aver vestito diverse volte i panni del perfido ufficiale austroungarico nei film di propaganda bellica del primo conflitto mondiale , celebre il suo ruolo in Cuori del mondo di Griffith (1918) dove tenta di violentare Lilian Gish in cerca del fidanzato sui campi di battaglia, Stroheim passa alla regia e nelle sue opere mette alla berlina i vizi del bel mondo europeo mettendo in scena triangoli amorosi che hanno per protagoniste signore dell’alta societa’ corteggiate o sedotte da cinici seduttori da lui stesso interpretati, come in Mariti ciechi la sua prima regia del 1918 che ebbe un grande successo e in Femmine Folli (1922) dove la messa alla berlina della decadenza europea tipica del regista raggiunge il suo apice facendo di Stroheim uno dei piu’ quotati autori del cinema muto, nel 1925 gira il suo capolavoro Greed dove, con il suo stile estremamente realista e al contempo allegorico, il regista sposta il suo sguardo dal bel mondo europeo al ceto medio-basso americano ma nonostante questo per l’autore il motore dei destini umani e’ sempre il denaro. Pellicola lunghissima, dai costi esorbitanti e dalle scene proibitive (la scena finale fu veramente girata nella Death Valley) Greed e’ ricordato come Il piu’ bel film mutilato della storia del cinema : dalle originarie otto ore di lunghezza i produttori arrivarono a mettere in circolazione una versione di soli 100 minuti che pero’ conserva la potenza delirante del cinema di von Stroheim.

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Queen Kelly del 1928 viene addirittura bloccato dai produttori per i costi altissimi e per la forte valenza erotica della pellicola, con la scusa che il film non avrebbe retto il confronto con i nuovi film sonori e l’avvento del sonoro diviene la scusa ufficiale per non produrre piu’ i film di questo regista visionario e battagliero, cosi’ a partire dai primi anni’ 30 Stroheim ritorna al ruolo di attore con esiti sempre molto buoni ma incastonando in questa sua seconda vita cinematografica due perle assolute della storia del cinema: il ruolo del capitano von Rauffenstein ne La grande illusione di Jean Renoir del 1937 e il marito maggiordomo di Norma Desmond, Max von Mayerling in Viale del tramonto.