Agente federale X3

Dangerous Mission
USA 1954, RKO
con Victor Mature, Piper Laurie, William Bendix, Vincent Price, Betta St. John, Steve Darrell, Marlo Dwyer, Walter Reed, Dennis Weaver
regia di Louis King

La cassiera di un ristorante a New York assiste all’omicidio del suo capo, urla facendosi scoprire dal killer ma riesce a fuggire e a nascondersi al Glacier National Park in Montana. Il mandante dell’omicidio manda un killer ad eliminarla prima che la polizia la trovi e la faccia testimoniare.Un uomo arriva al parco, ha una pistola nel cruscotto che non dichiara al ranger, in hotel fa amicizia con un bonario fotografo amatoriale e le due ragazze del negozio di souvenir, una è la fuggitiva, Louise Graham, l’altra è una ragazza nativa il cui padre è ricercato per omicidio innamorata del fotografo che però è interessato a Louise come il nuovo arrivato. Colpo di scena sull’identità del killer e del poliziotto e finale in fuga sui ghiacciai.

Screenshot

Un film mediocre, che una volta tanto si merita il pessimo titolo italiano.
Occasione sprecata per un grande cast e l’unico motivo per vedere il film è Vincent Price nei panni fittizi del fotografo naturalista dai look bizzarri.

Victor Mature gioca sull’ambiguità del personaggio ma il plot non aiuta molto a nascondere le vere identità dei due protagonisti.
Un abbozzo di trama piuttosto vista che  cerca di svilupparsi nella sottotrama della bella indiana studiosa e accettata da tutta la comunità (!) nonostante sia figlia di un ricercato che avrà occasione di riscattarsi sacrificando la vita per salvare la figlia costretta dal killer a condurlo fuori dal parco attraverso i ghiacciai.

Il film è prodotto da Irwin Allen, detto master of disaster per i suoi film di genere catastrofico e nel film, in soli 75 minuti assistiamo a una frana, un incendio e una doppia caduta in un anfratto del ghiacciaio, solo l’ultima  catastrofe è utile all’economia del film le prime due servono solo per gli effetti.


L’unica cosa davvero buona del film, per quanto un escamotage classico, è il ritorno della pistola e il suo simbolismo: l’apparizione nel cruscotto, il regalo al killer da parte del turista più svagato, in realtà un mafioso, e il recupero dell’arma nel ghiacciaio con gli spari che rischiano di provocare una slavina stranamente risparmiataci. 

Il Potere del Cane

The Power of the Dog
con Benedict Cumberbatch, Jesse Plemons, Kirsten Dunst, Kodi Smit-McPhee, Thomasin McKenzie, Keith Carradine, Frances Conroy, Adam Beach, Sean Keenan, Cohen Holloway, Stephen Lovatt, Alison Bruce
regia di Jane Campion



Ilpoteredelcane


Montana, anni ’20. I fratelli Burbank gestiscono il ranch di famiglia: tanto George è indolente e gentile, tanto Phil è burbero e rude. Quando George porta a casa la donna che ha sposato, una vedova con un figlio adolescente, Phil prende di mira i nuovi arrivati convinto che Rose abbia sposato il fratello per interesse. La continua pressione di Phil e la solitudine del ranch portano Rose all’alcolismo, quando Peter, il figlio di Rose, arriva in vacanza dal college gli equilibri cambiano: tra Phil e Peter si crea un legame che getta Rose ancora più nello sconforto e nell’alcol spingendola a regalare agli indiani le amate pelli di Phil solo per fargli un dispetto a quel punto il giovane Peter dovrà intervenire per ridare serenità alla madre come dice la sua voce off a inizio pellicola.



Il potere delcane


Tratto dall’omonimo romanzo di Thomas Savage, autore americano di romanzi western, Il potere del cane è un film molto interessante di Jane Campion dove nulla o ben poco è come appare. Il film è diviso in quattro capitoli, ognuno dedicato a uno dei quattro protagonisti. George Burbank è un uomo gentile rassegnato a sopportare l’odioso fratello, s’innamora di Rose, vedova di un suicida con un figlio troppo sensibile (?). Con l’aiuto della moglie George vorrebbe trasformare il ranch in un luogo più accogliente dove poter occuparsi anche degli affari, ma da subito l’ostilità netta di Phil mette la donna in difficoltà: Rose non è in grado di sopportare le sottili vessazioni psicologiche del cognato e fallisce la prima cena importante con il governatore, affogando noia e delusione nell’alcol.
Phil è sicuramente il personaggio più interessante del film: più colto e intelligente del fratello fa di tutto per vivere come il più rozzo dei cow boy, in memoria di Bronco Henry, il suo mentore. Dalle confidenze con il giovane Peter scopriamo il legame sessuale che lo legava a Bronco, anche se Phil ostenta la più ottusa omofobia, la venerazione per il vecchio cow boy lascia anche intendere un probabile rapporto pedofilo subito da Phil che può giustificarlo a sé stesso portando avanti il modello imposto da Bronco, ma la sua rabbia è troppa per dipendere solo da un’omosessualità rinnegata.



Powerofthefdog


Se alla psicologia contorta di Phil si può trovare una giustificazione e provare pena per lui molto più enigmatico il personaggio di Peter, il sensibile figlio di Rose che ama realizzare graziosi fiori di carta, cosa che da subito attira il feroce sarcasmo di Phil. Il gracile adolescente, imbranato ad andare a cavallo rivela però un lato oscuro: la tranquillità con cui uccide i miti coniglietti che porta a casa o cattura assieme a Phil, lasciando lo stesso stupito per il sangue freddo del ragazzo. Apparentemente il comportamento è dettato dall’amore per la scienza e la medicina ma la frase di apertura del film deve risuonare sempre nell’orecchio dello spettatore e metterlo in allerta sul colpo di scena finale.



Il potere del cane


Colpo di scena finale che non racconterò ma che è quello che salva la pellicola della Campion dando spessore psicologico alla storia su cui gravano i soliti vezzi autoriali della regista: l’indugiare sui paesaggi e le mandrie: vedere due buoi che si scornano in un film di sottili duelli psicologici non aggiunge nulla, anzi appesantisce un film dal ritmo giustamente sospeso per dare spazio all’indagine psicologica.. Detto questo il film ha un grande lavoro sulla fotografia che sottolinea il contrasto tra la vastità degli spazi aperti e l’oppressione cupa che può nascere anche nella grande residenza dei Burbank, Jane Campion si dimostra a suo agio con il genere western, non mancando di citare i classici come Sentieri Selvaggi.

Misery non deve morire

Misery
USA 1990, MGM
con James Caan, Kathy Bates, Richard Farnsworth, Frances Sternhagen, Lauren Bacall, Gregory Snegoff, Graham Jarvis, Jerry Potter
regia di Rob Reiner


Miserynondevemorire


Paul Sheldon è uno scrittore di romanzi rosa di grande successo. Decide di far morire Misery, l’eroina della serie di romanzi che gli ha dato la fama e scrivere un romanzo di spessore letterario. Come sempre conclude la stesura in una sperduta località del Montana ma mentre torna a New York ha un incidente durante una tormenta di neve. Lo salva Annie, un’infermiera fan sfegatata di Misery che sa tutto anche dell’autore. Paul si accorge che la donna è mentalmente instabile ma tutto precipita quando Annie legge l’ultimo romanzo di Misery e scopre la sua morte: a suon di torture costringerà il romanziere a riportare in vita la sua adorata eroina.



Miserynon devemorire
Miserynon devemorire


Un classico della cinematografia anni ’90 che sa essere un horror in grado di farsi apprezzare dal grande pubblico ma anche essere una sottile riflessione sull’atto creativo. Annie rappresenta il pubblico a cui deve appartenere l’opera letteraria una volta staccatasi dall’autore ma rappresenta anche il doppio dell’autore stesso che deve scegliere tra il facile successo garantito dai romanzetti rosa o l’impegno faticoso della letteratura: le torture sofferte da Paul rappresentano lo scavo interiore a cui dev’essere pronto un Autore.



Misery non deve morire


Rob Rainer, che aveva già diretto ottimamente Stand by me, sempre tratta da un romanzo di Stephen King venne indicato dallo stesso autore per questa nuova avventura cinematografica a cui il regista si preparò ispirandosi a Hitchcock (si dice che ne abbia rivisto l’opera omnia): l’ispirazione hitchcockiana è palese: i tanti dettagli sui gesti dei due antagonisti per raccontare come, soprattutto Paul, si preparino all’inevitabile scontro, il montaggio alternato, in particolare quello del rientro di Annie dopo esser tornata a comprare le risme di carta con la sincronia tra lei che infila la chiave nella toppa per entrare in casa e lui che richiude la porta della sua stanza con la forcina dopo aver perlustrato la casa in assenza della donna.
Molto hitchcockiana anche la sequenza iniziale che si apre sul cerino, la sigaretta e la bottiglia di Dom Perignon, elementi del classico rito di fine stesura di Paul Sheldon ma anche elementi che anticipano i punti nodali della trama: il dar fuoco ai due romanzi, il tentativo fallito di drogare Annie durante il brindisi.



Misery


L’intepretazione dell’infermiera psicotica valse l’Oscar e il Golden Globe a Kathy Bates.

Fermata d’autobus

Bus Stop
USA 1956 20th Century Fox
con Marilyn Monroe, Don Murray, Arthur O’Connell, Betty Field, Eileen Heckart, Robert Bray, Hope Lange
regia di Joshua Logan



Busstop


L’ingenuo e rude cow boy Beauregard Ducker lascia per la prima volta il suo ranch nel Montana per partecipare a un rodeo a Phoenix. Il suo mentore, Virgilio pensa che l’avventura in città sia anche l’occasione buona per il ragazzo per iniziare a conoscere le ragazze, argomento di cui è completamente a digiuno ma Bo ha le sue idee e s’innamora a prima vista di Cherie, chanteuse di un night club. Anche la ragazza rimane colpita da lui ma non si aspetta certo che il giovane cowboy pensi di sposarla il giorno dopo, finito il rodeo. Quando si rende conto della caparbietà dello spasimante Cherie fugge ma Bo la ritrova alla stazione degli autobus e la carica contro la sua volontà nel pullman diretto in Montana. Costretti a fermarsi per la notte per una tormenta, sarà Carl, l’autista del pullman a far capire al ragazzo come vanno trattate le ragazze e Cherie colpita dalla nuova tenerezza di Bo accetta di sposarlo.




Fermatad'autobus


Sgangherato ma divertente, Fermata d’autobus non ha la stessa fama di altri film con Marilyn Monroe eppure è una delle interpretazioni migliori dell’attrice che recitò anche con un accento del sud per rendere più credibile il personaggio di Cherie, ballerina di poco talento che imita malamente le pose delle dive del cinema e anche nella resa di questo aspetto la Monroe è superba.




Busstop


Marilyn aveva già vestito i panni della sciantosa nel locale di malaffare ne La Magnifica preda del 1954, ma con sfumature del tutto diverse e Cherie resta una delle figure più tenere e sincere che l’attrice abbia interpretato. Le scene al rodeo con l’amica Vera torneranno, ovviamente con un altro taglio e spessore, nell’ultimo film, il capolavoro Gli spostati.




Fermatadautobus


Convincente anche la prova dell’esordiente Don Murray che ricevette una nomination agli Oscar per il suo giovane cowboy rude ma di buon cuore che, una volta scornato come i vitelli o i cavalli che è abituato a domare, capisce che le persone non possono essere costrette a fare quello che non vogliono e dopo aver capito la lezione con il suo “angelo” deve nuovamente metterla con pratica con Virgilio il vecchio amico che si è reso conto che deve abbandonare il suo ruolo e non tornare più al ranch ora che Bo è innamorato e sotto la tenera guida di Cherie.

Myrna Loy

Myrnaloy

Il 2 agosto 1905 nasce a Helena, nel Montana Myrna Adele Williams divenuta celebre come Myrna Loy, attrice di grande eleganza che ebbe una vita cinematografica divisa in due, segnata dall’avvento del sonoro.
Quando il padre muore di febbre spagnola nel 1918, la madre realizza il desiderio di trasferirsi con i due figli a Los Angeles, dove Myrna frequenta una scuola esclusiva e studia danza e recitazione iniziando a calcare le scene a 15 anni.
A diciotto abbandona gli studi per dedicarsi a tempo pieno alla danza e alla recitazione, alcune sue foto vengono notate da Rodolfo Valentino ma sarà la moglie di Rudy, Natacha Rambova a scritturarla per il suo primo film, What Price Beauty? del 1925. La ventenne Myrna Loy interpreta il ruolo di una vamp che contende (perdendo) l’amore a una fanciulla acqua e sapone interpretata da Nita Naldi.

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Per tutti gli anni ’20 alla giovane attrice saranno attributi ruoli da vamp o da bellezza esotica, ha una parte non accreditata anche ne Il cantante di jazz, quasi una premonizione del ruolo che il sonoro avrebbe avuto nella sua carriera: il brio nella recitazione infatti, la libera dai ruoli spesso secondari di bellezza esotica per imporla come una delle più raffinate attrici della commedia brillante come dimostra nel 1932 in Amami Stanotte di Rouben Mamoulian, dove i doppisensi della sua Contessa Valentine rubano la scena alla romantica e schizzinosa principessa Jeanette interpretata da Jeanette McDonald.
Nel 1934 arriva il film, anzi la serie che trasforma Myrna Loy ne “la regina di Hollywood”, in quell’anno gira infatti L’uomo ombra accanto a William Powell: i coniugi Nick e Nora Charles, accompagnati dall’immancabile fox terrier Asta, tra battute e vita da jet set, risolveranno una serie di omicidi nel corso dei sei film dedicati all’elegante coppia che sbanca i botteghini tra il 1934 e il 1947.

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Oltre ai sei film de L’uomo ombra, la coppia Loy-Powell compare insieme sul grande schermo altre otto volte per un totale di quattordici pellicole girate insieme.
Ne Le due strade sono affiancati da Clark Gable (con cui l’attrice girerà sei film), la pellicola è melodramma passato alla storia perché John Dillinger fu ucciso dopo aver assistito a questa proiezione e Myrna Loy ebbe la fama di star del cinema preferita dal Nemico Pubblico n°1.
Nel 1936 l’attrice è protagonista del La donna del Giorno, ancora con William Powell, Spencer Tracy e Jean Harlow, il film di Jack Conway è un perfetto esempio di commedia brillante, a differenza di Gelosia dell’anno seguente nonostante il cast sia rodato e di tutto rispetto con Clark Gable diviso tra la raffinata moglie Loy e la provocante segretaria Harlow.
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Il paradiso delle fanciulle, biografia di Ziegfeld, L’amico pubblico n°1, Gli arditi dell’aria sono alcuni dei film degni di nota degli anni ’30, alternati alla serie de L’uomo ombra, in cui Myrna Loy brilla come ricca ereditiera o come moglie perfetta (The perfect wife era un altro dei suoi soprannomi), come dimostra nel 1946 nel melodramma di William Wyler, I migliori anni della nostra vita, storia del reinserimento in famiglia di tre reduci della Seconda Guerra Mondiale.
Nel 1947 torna alla commedia ne L’intraprendente Signor Dick accanto a Cary Grant il film ha molto successo e la coppia viene riproposta l’anno seguente nel classico La casa dei nostri sogni.
A partire dagli anni ’50 Myrna Loy inizia a diradare le sue apparizioni cinematografiche per dedicarsi a teatro e televisione, i film degni di nota in cui compare sono Merletto di Mezzanotte, Dalla terrazza di Mark Robson dove interpreta la madre ubriacona di Paul Newman Airport 75, La fine …della fine commedia nera interpretata e diretta da Burt Reynolds; l’ultimo film è Dimmi quello che vuoi di Sidney Lumet, del 1980.
Mai nominata dall’Academy, Myrna Loy riceve un Oscar alla carriera nel 1991, si spegne il 14 dicembre 1993.

Non bussare alla mia porta

Nonbussareallamiaporta

Howard Spence e’ un attempato divo dei western, mentre sta girando Il fantasma del West decide improvvisamente di tagliare i ponti con la sua vita sconclusionata, fatta di donne ed alcol. Si rifugia dalla madre che non vedeva da oltre trent’anni e scopre di aver avuto un figlio da una cameriera conosciuta durante un film girato nel Montana trent’anni prima. Howard decide di andare a cercare la famiglia che fino a quel momento non sapeva di avere…

Il fascino del film sta nella strana commistione di una vicenda profondamente americana (il soggetto e’ di Sam Shepard, che ha collaborato anche alla sceneggiatura) raccontata dallo sguardo di un europeo che negli occhi ha la terra del mito: cosi’, anche cittadine come Elko che ruotano attorno ad un casino’, possono diventare luoghi poetici dove le pozzanghere riflettono le mille luci dei neon e mente stai seduto su quel che resta di un divano scaraventano da una finestra, a meditare sul disastro della tua esistenza, ti puo’ passare accanto una berlina interamente rivestita da specchietti luccicanti e sulle lunghe strade dei deserti degli stati dell’ovest circolano ancora le bombate macchine azzurre degli anni ’50 portandoti in una dimensione senza tempo.
Su tutto aleggia il fantasma del west, inteso come mito cinematografico con i suoi paesaggi mozzafiato raccontati dalla fuga a cavallo e Sam Shepard irrigidito in una maschera come i personaggi dei western di Randolph Scott.
Il genio di Wenders fa litigare la vecchia coppia Howard-Doreen a proposito del tempo che e’ fuggito senza che Howard se ne sia accorto davanti alla vetrina di una palestra dove due persone si “muovono da fermi”(come il tempo per Howard), allenandosi su una cyclette e su un tapis roulant.
Una nota surreale nella vicenda e’ introdotta dal personaggio di Sky, la ragazza che per tre quarti del film gira con un’assurda urna cineraria blu sotto il braccio: un personaggio che pensiamo di sapere chi sia, all’inizio del film, ma che si allontana dal suo presunto ruolo (il dettaglio delle mani che si lasciano) mentre si ritaglia un vero spazio all’interno della disastrata famiglia Spence.



Nonbussareallamiaporta


Molto piu’ interessante la sua vicenda che quella rimasta un po’ in sospeso di Earl e Doreen.
Ottimo il cast che si segnala anche per il ritorno di una vecchia gloria come Eve Marie Saint; eccelsa come sempre la colonna sonora.