La buca

Labuca Armando La Bella, uscito di galera dopo un’ingiusta condanna a trent’anni di carcere, finisce nelle grinfie del losco avvocato Carmelutti che prima cerca di estorcergli del denaro poi, sentita la sua storia, lo convince a far revisionare il processo per dividere il risarcimento milionario..

Siamo molto lontani dalla compattezza del bellissimo esordio di E’ stato il figlio anche se la tematica di Ciprì è in fondo sempre la stessa: un’Italietta costretta ad arrangiarsi per sopravvivere all’indifferenza (nei migliori dei casi) dello Stato.
La buca è un a pellicola che cerca di coniugare due anime opposte già visibili nelle prove attoriale: Rocco Papaleo recita in sottrazione, spaesato in un mondo che non riconosce dopo ventisette anni di galera, e da cui è rinnegato come portatore di onestà. Castellitto esaspera la gigioneria del suo avvocato cialtrone e fobico creando quasi una maschera che sembra provenire da un cinema lontano da quello italico. Anche l’ambientazione ha un che di anglosassone nel piccolo mondo retrò fatto di abiti e automezzi che rievocano gli anni’60. La fotografia magistrale di Ciprì sa contrapporre molto bene questo spaccato fuori dal tempo alla periferia urbana contemporanea più realistica.
C’è un gusto per la citazione cinefila molto alta: in alcuni momenti lo spaesamento di Papaleo ricorda Lamberto Maggiorani, il galeotto che torna sulle tracce del passato dopo trent’anni ha qualcosa di C’era una volta in America e la nave su cui si svolse il crimine di cui fu ingiustamente incolpato Armando si chiama niente meno che Rosabella!
Una commedia divertente che stigmatizza con uno stile innovativo, ribadisco la sensazione di non essere di fronte a un film italiano, i soliti guai italiani. Coraggioso.

Extant

Extantloc Abbandonato a metà Terranova, schifato Falling Skies finalmente una serie sci-fi prodotta da Steven Spielberg che mi piace!
Extant è iniziata giovedì scorso su Rai3 in prima visione assoluta italiana, la programmazione prevede tre episodi a serata e si scontra con una corazzata come X Factor 8 e da stasera anche col ritorno di Santoro, in ogni caso i modi per recuperarla ci sono: RaiReplay o la cara vecchia registrazione.
Protagonista della serie è, come ormai consuetudine delle serie americane una star cinematografica, Halle Berry che interpreta Molly Woods, un’astronauta che torna da una missione in solitaria nello spazio durata 13 mesi; la donna, che non può avere figli scopre di essere rimasta incinta: incontro con entità aliene o esperimenti condotti a sua insaputa dall’ISEA, l’agenzia spaziale privata per cui lavora? A far propendere (per ora) la trama verso la seconda ipotesi c’è il fatto che l’astronauta che ha condotto la medesima missione prima di Molly ha inscenato la propria morte e la contatta per dirle di non fidarsi dell’ISEA..
Ad ingarbugliare ulteriormente la trama che procede come un incastro di scatole cinesi, c’è il fatto che Molly è sposata con John, uno scienzato che si occupa di robotica e le ha proposto di allevare un robot come fosse figlio loro: nonostante gli evidenti richiami ad A.I. – Intelligenza artificiale, il piccolo Ethan sembra sviluppare una personalità ben diversa da quella del protagonista del film di Spielberg, con caratteristiche che virano decisamente verso un futuro da serial killer. Il marito è interpretato da Goran Visnjic che dai tempi di E.R. ci ha abituati alla parte dell’uomo comprensivo ma in Extant sta dimostrando livelli di tolleranza talmente alti da far pensare che anche lui abbia qualche recondito secondo fine.

Extant Le scene spaziali, affidate ai flashback dei due astronauti sono notevoli e a me hanno ricordato più Moon che Gravity. Il fulcro della trama è ovviamente tutto terrestre incentrato sulla fitta rete di bugie che circonda la protagonista che si manifesta in un’atmosfera angiogena in grado di tenere incollato lo spettatore, sempre che la serie mantenga quanto promesso nei primi tre episodi.
Intanto c’è suspense anche sul rinnovo di una seconda stagione..

Anime Nere

Animenere I tre fratelli Carbone sono invischiati con la ‘ndrangheta fin dall’infanzia, dall’uccisione del padre Bastiano. Il primogenito Luciano continua a vivere ad Africo e ad occuparsi del bestiame, cercando di stare lontano dalle faide; Luigi il più giovane è un malavitoso spregiudicato che fa affari con i narcotrafficanti di mezzo mondo e Rocco ricicla il capitale nell’edilizia milanese, dietro l’apparenza di un ricco borghese. Quando Leo, il figlio di Luciano fa una bravata a colpi di fucile, il capo clan Barreca trasforma la paternale in una richiesta di entrare nello spaccio gestito dai Carbone ma i fratelli non intendono spartire con chi gli ha ucciso il padre e decidono di scendere in Calabria per sistemare la questione..

Il film si apre ad Amsterdam dove Luigi conclude un affare di droga, poi si sposta a Milano, meta del giovane Leo che vuole convincere gli zii a farlo entrare negli “affari” di famiglia.
La fortuna sembra arridere ai Carbone coi soldi facili della droga ma la telefonata di Luciano che racconta le velate minacce di Barreca riaccende un desiderio di vendetta mai sopita che fa tornare i fratelli nel paese natio, un viaggio che si trasformerà in una discesa negli inferi assumendo sempre più gli aspetti di una tragedia greca fino all’inatteso, drammatico finale.
Ispirato all’omonimo romanzo di Gioacchino Criaco, in Anime nere, in concorso all’ultimo festival di Venezia, torna l’occhio indagatore di Francesco Munzi, scevro da ogni giudizio che avevamo trovato nella sua opera prima Saimir.
Nella sua terza pellicola coniuga in maniera magistrale le due anime della Calabria, quella tradizionale fatta di riti ancestrali e violenti legati alla pastorizia e alla macellazione e quella contemporanea che si permette arsenali di armi degni di una milizia e automobili di lusso. Un parco macchine che stride con la fatiscenza dei luoghi: Africo Vecchio è solo un villaggio fantasma fatto di ruderi senza tetti dove Luciano cerca un rifugio lontano dalla faida decennale che sta stringendo la sua morsa. Colpiscono i forti contrasti tra una natura mozzafiato e l’orrore edilizio con le case bunker lasciate allo stato grezzo ma dotate di ogni possibile mezzo di sorveglianza.
L’ambientazione non è solo descrittiva delle contraddizioni di un mondo ancora sconosciuto, ma nel finale assume una valenza simbolica: la resa dei conti per l’adolescente Leo avviene nella scuola abbandonata: un luogo che dovrebbe formare le nuove generazioni con ancora appeso il materiale scolastico alle pareti, vede giovani in tute paramilitari aggirarsi armati per i corridoi.
Il finale sconcertante è affidato a Luciano, non tanto nelle sue vesti di primogenito ma perché il solo rimasto a vivere quotidianamente i mali della sua terra d’origine e ritengo una scelta potente che il riscatto, per quanto folle, parta dagli abitanti stessi della Calabria.
L’interpretazione degli attori è ottima, il cast è di provenienza televisiva a partire da Rocco, interpretato da Peppino Mazzotta, il Fazio di Montalbano e quindi bisogna riconoscere che la serialità di lungo corso come Squadra Antimafia e altre produzioni Taodue in cui han transitato tutti gli altri protagonisti, ha, se non altro, il merito di aver creato maestranze molto valide per il genere gangster.

Io sono l’amore

Iosonolamore Italia 2009
con Tilda Swilton, Flavio Parenti, Edoardo Gabbriellini, Alba Rohrwacher, Gabriele Ferzetti, Marisa Berenson
regia di Luca Guadagnino

La famiglia Recchi fa parte dell’alta borghesia milanese, ed è guidata con piglio di ferro dal patriarca Edoardo che nel giorno del suo compleanno lascia la direzione dell’azienda tessile al figlio Tancredi e al nipote Edoardo. Il giovane rampollo stringe amicizia con Antonio, un cuoco che lo ha battuto in una gara di atletica. I due decidono di aprire un ristorante insieme intanto, alla morte del padre, Tancredi decide di vendere l’attività di famiglia; già turbato da questa decisione che contrasta con le volontà del nonno defunto, Edoardo scopre che tra Antonio e la madre Emma è scoppiata la passione..

Protagonista del film è Emma, la moglie di Tancredi, originaria della Russia si è trasferita a Milano al seguito del ricco marito che le ha cambiato pure il nome, trovandogliene uno più consono alla nuova altolocata posizione sociale. Madre di tre figli, Emma è felice della sua quotidianità almeno fino a quando non incontra la passione amorosa tra le braccia del giovane Antonio.
La peculiarità del film è quella di affidare l’esplorazione dell’animo di Emma non tanto ai dialoghi quanto alla scenografia. Protagonista del film, tanto quanto la famiglia che la abita, è villa Necchi Campiglio, residenza deco di proprietà del FAI.
Il film si apre sulle immagini grigie di una Milano gelida ed innevata, bella ma desolata in netto contrasto con il calore della vita famigliare che si svolge all’interno della villa, altrettanto caloroso è lo stato d’animo della donna, dedita alla famiglia in cui trova rifugio dal gelido esterno, da una città che forse non ha mai compreso. Man mano che nasce la passione per Antonio, le immagini dell’esterno si fanno più allettanti mentre l’interno della villa si rabbuia trasformandosi quasi in una prigione da cui Emma fugge per rifugiarsi nell’entroterra sanremese dove Antonio ha intenzione di aprire il ristorante.
Quando la tresca viene scoperta sfocia in tragedia e la gabbia sociale in cui Emma è invischiata si trasforma in un vero e proprio cimitero da cui non le resta che fuggire.
Melodramma contemporaneo, a tratti compiaciuto della propria estetica ma pellicola originale e di sicuro interesse.

Si alza il vento

Sialzailvento Miyazaki ha annunciato più volte il suo ritiro dall’attività cinematografica ma questa volta dev’esser quella effettiva, a giudicare dal testamento morale che il maestro giapponese dell’animazione ha affidato al suo ultimo film, Si alza il vento.
Si tratta della biografia romanzata dell’ingegnere aeronautico Jirō Horikoshi celebre per aver realizzato il modello Mitsubishi A6M Zero, usato dai kamikaze giapponesi durante la Seconda Guerra Mondiale.
Miyazaki ce lo presenta fanciullo, preoccupato che la miopia intralci in qualche modo il suo sogno di costruire aeroplani e proprio dal mondo dei sogni arriva a Jiro la determinazione e il coraggio di proseguire la sua carriera: il suo mentore onirico è il costruttore italiano Giovanni Battista Caproni che invita il ragazzo giapponese a perseguire il suo sogno nonostante la maledizione dell’aviazione: piegare magnifiche opere d’ingegno a strumenti di morte.
La dimensione onirica si intreccia con i fatti storici: il terremoto di Tokio del ’23, il lavoro alla Mitsubishi, il viaggio di lavoro nella Germania nazista per studiare i progressi tecnologici dell’alleato germanico. Il sogno ha una funzione stilistica, è l’ellissi temporale che permette di unire momenti distanti nel tempo ma soprattutto esplicativa: è nel sogno che le contraddizioni tra l’ambizione ingegneristica e l’uso fatto del prodotto aereo vengono spiegate ed accettate con sofferta rassegnazione.
Si alza il vento assume la valenza di un testamento artistico nel racconto della soddisfazione profonda nata dal processo creativo che permette di affrontare con serenità anche le tragedie della vita (Jiro ha un solo grande amore, Nahoko, incontrata durante il terremoto, perduta per anni e ritrovata ormai minata dalla tubercolosi).
Apparentemente il film sembra riproporre tutte le tematiche di Miyazaki ma ben presto la natura che ruggisce durante l’eruzione causa del terremoto, perde il suo classico ruolo di divinità offesa dall’incuria degli uomini e l’orrore assume il volto della guerra, mostro desolante perché non offre possibilità di redenzione.
Anche il tratto del disegno è più maturo, realista nella ricostruzione storica del Giappone degli anni ’20 e ’30, rimanda all’impressionismo nei momenti più lirici, in particolare la sequenza della locandina mi ricorda La Promenade di Monet per l’insistenza della ripresa dal basso verso l’alto.

I nostri ragazzi

Inostriragazzi Due fratelli della Roma bene, uno primario in pediatria, l’altro avvocato di grido si frequentano con affettuosa tolleranza verso le diverse visioni della vita, fino a quando i rispettivi figli sedicenni, Benedetta e Michele, non compiono un tremendo atto di violenza della cui gravità non sembrano rendersi conto…

Se è vero che un film si giudica dai primi minuti, il prologo de I nostri ragazzi è quanto mai emblematico per tutto il film: siamo in un quartiere periferico di Roma, per un banale sgarro al semaforo un automobilista con il figlioletto a bordo si infuria e insegue chi gli ha tagliato la strada per la resa dei conti. L’automobilista colpevole ha uno spiccato accento campano che non fa presagire nulla di buono infatti quando viene aggredito a colpi di crick non esita a sparare all’aggressore. Dopo di che urlerà la sua disperazione dichiarando di essere un poliziotto.
Una scena di ordinaria follia giocata però sul cliché del campano camorrista da cui ci si aspetta lo sparo ribaltata poi dal colpo di scena che rivela l’assassino come esponente delle forze dell’ordine.
Questo meccanismo stilistico percorre tutta la pellicola: i due fratelli rappresentano, nei gesti, nelle abitazioni, persino nelle mogli che si sono scelti, il classico cliché del progressista e del cinico in carriera disposto a tutto per i soldi, il colpo di scena finale sta nel rovesciamento dei ruoli. Più che un film sulla devianza giovanile, liquidata con un po’ di alcol e l’assuefazione allo smartphone e alle web serie violente, sembra il solito film sulle due anime politiche degli italiani, lanciato da Ferie d’Agosto di Virzì e poi sfruttato allo sfinimento per concludere che in fondo destra e sinistra sono la stessa cosa quando in gioco ci sono gli interessi personali. Pellicola superficiale e qualunquista, superflua nonostante la buona prova degli attori.

Biancaneve nella foresta nera

Biancanevenellaforestanera

Snow White: A Tale of Terror
USA 1997
con Sigourney Weaver, Sam Neill, Monica Keena
regia di Michael Cohn

Venuta al mondo dopo un incidente in carrozza che è costato la vita alla madre, Liliana, detta Lilly, cresce col padre, Lord Friedrich Hoffman. Quando l’uomo si risposa, la piccola Lilly si dimostra gelosa della matrigna Claudia. Morto il primogenito, Claudia impazzisce e ingiunge al fratello di uccidere Lilly che scappa trovando un rifugio non proprio sereno presso un gruppo di minatori. Dopo aver tentato più volte di eliminare la ragazza, Claudia cerca di uccidere il marito per riportare in vita il figlioletto…

Dopo un’iniziale distribuzione sulla tv via cavo americana, il film è diventato a suo modo un cult anche se stroncato dalla critica ufficiale.
Si tratta di una rilettura in chiave gotica della favola di Bianca Neve esplicitata dal titolo inglese mentre quello italiano gioca tra il contrasto di bianco e nero, tra la caratterizzazione cupa della foresta e il richiamo geografico, visto che la vicenda è ambientata in un post medioevo germanico che alterna ambientazioni e costumi filologicamente corretti (le domestiche indossano copricapi ispirati alla pittura tedesca del XV secolo) agli abiti più fantasiosi dei protagonisti.


Snowwhite

La pellicola si inserisce quindi nel solco della ricostruzione storica dei grandi romanzi gotici tipica degli anni ’90 come Dracula di Bram Stoker (1992) e Frankenstein di Mary Shelley del ’94, cercando di dare una giustificazione psicologica alla trama: è la piccola Lilly ad essere avversa alla matrigna che, pur avendo con sè il magico specchio, non sembra nutrire intenti malvagi; il parto prematuro di Claudia sembra una conseguenza di un gesto di ribellione della ragazza che a una festa indossa un abito della madre rubando la scena (e soprattutto l’attenzione di Friedrich) alla matrigna che persa la ragione (o dimostrata la propria vera natura) scatena la tragedia. Questo passaggio dell’inconsapevole colpa di Biancaneve che provoca la rabbiosa reazione della matrigna, è ripreso nella serie tv di successo Once Upon a Time (C’era una volta), giunta alla soglia della quarta stagione.
La foresta, nera nel senso di pericolosa è rappresentata dai sette minatori (di cui uno solo nano) in cui Lily incappa nella sua fuga: uno viene allontanato dopo aver cercato di violentarla, due muoiono durante i tentativi di Claudia di liberarsi dell’odiata figliastra e dei quattro sopravvissuti uno diventerà lo sposo della nostra eroina dopo la resa dei conti di Lilly con la ormai manifesta strega-matrigna.
Un film che si perde nella seconda parte ma che ha un inizio interessante mettendo al centro le conflittualità madre/figlia: anche Claudia sembra manipolata da una figura materna (?) rinchiusa nello specchio.
Ogni paragone con il cartone animato della Disney è ovviamente fuori luogo mentre è più interessate cercare in Biancaneve nella Foresta Nera i semi delle versioni seguenti della fiaba dei Grimm, sia sul grande schermo che nelle serie tv.

Le Camere Oscure

Con tutto il rispetto per il circuito delle grandi mostre che frequento più che volentieri, devo dire che le esposizioni più interessanti viste negli ultimi anni sono quelle che esulano dal sistema grandi mostre, ospitate in provincia, spesso riguardano l’arte contemporanea e molto spesso sono pure ad ingresso gratuito. Questa descrizione si adatta perfettamente alla mostra cuneese che chiuderà domenica prossima, Le camere oscure che con molta intelligenza parte da un dettaglio locale per aprirsi a tutte le derive inerenti al tema.

Camereoscure

La sede è il complesso di San Francesco, una grandiosa chiesa gotica del XV secolo che ospita anche il Museo Civico.
La materia da cui parte il percorso espositivo è il neogotico inteso come stile architettonico nato sul finire del XVIII secolo e che nella Provincia Granda trova alcuni degli esempi migliori, Pollenzo, giusto per fare un nome.
Torremagdala Siccome il cuneese è territorio di civiltà occitana e i territori occitani francesi sono presenti altrettanti gioielli dello stile neogotico, tra cui la torre Magdala di Rennes Les Chateau (foto di Richard Reader), è facile comprendere come dagli aspetti puramente architettonici si passi ad analizzare anche gli altri significati del termine neogotico inteso come forma di “controcultura” contemporanea dividendola in otto sezioni che esplorano l’interesse fotografico per le “recenti rovine” dall’archeologia industriale a vecchie strutture pubbliche abbandonate come i manicomi. Il gusto per il pittoresco è raccolto nella sezione delle “foreste ansiose”; la figura femminile, vittima o carnefice che sia (la Langa è terra di Masche) è analizzata nella sezione delle “figure stregate” mentre è chiaro il soggetto delle “riprese spiritose”: i fantasmi. Di grande interesse i “gotici comici” dove prevale l’humour nero, mi ha colpito la foto di una partita a carte tra la morte e le infermiere sul letto di un malato terminale, dove è lampante il riferimento a Il settimo Sigillo, interessante il lavoro di Foto Marvellini che su vecchie foto aggiunge la maschera di Batman, il più oscuro dei supereroi, ottenendo un effetto straniante.

BareLe prime sette sezioni sono affidate quasi esclusivamente al medium fotografico declinato però in tutte le sue forme, dalle foto classiche e blasonate come quelle di Ugo Mulas, a quelle photoshoppate per creare un’immaginario di angeli caduti dalle nere ali di corvo, dalle doppie esposizioni, agli scatti in infrarossi o quelli su pellicole scadute.
L’ultima sezione delle “cappelle ardenti” coinvolge le cappelli laterali del complesso di San Francesco per ospitare delle istallazioni che vanno dal cenotafio di Darth Fenner alla camera mortuaria di Marilyn Monroe di Paolo Schmidlin, alle bare contemporanee a forma di scarpa da ballerina o di grande sacca da viaggio degli inglesi Crazy Coffins mentre sotto il grande crocefisso che domina l’abside è allestita una tavola imbandita tutta in nero per tredici convitati con chiaro riferimento all’Ultima Cena.
A dominare è quindi uno sguardo disincanto ed ironico, il modo migliore per riavvicinarsi al tema più rifiutato dalla società contemporanea: quello della Morte.

Assassinio al cimitero etrusco

titolo internazionale Scorpion with Two Tails
titolo alternativo Il mistero degli Etruschi
Italia 1982 Medusa
con Elvire Audray, Paolo Malco, Claudio Cassinelli, John Saxon, Van Johnson, Marilù Tolo, Wandisa Guida, Gianfranco Barra, Carlo Monni, Jacques Stany, Anita Sagnotti Laurenzi, Maurizio Mattioli, Franco Garofalo
regia di Sergio Martino
(con lo pseudonimo di Christian Plummer)

Assassinioalcimiteroetrusco

Joan, moglie dell’etruscologo Arthur Barnard, in trasferta in Italia per lavoro, inizia a fare angosciosi incubi riguardanti riti etruschi, mentre ne parla con il marito questi viene ucciso. Nonostante il parere contrario del ricco padre, Joan, insieme al ricercatore Mike Grant, viene in Italia per capire cosa è successo ad Arthur: scoprirà che i reperti etruschi spediti alla fondazione paterna coprivano un traffico di droga ma anche di essere la reincarnazione di Cere, l’unica lucomone donna.


Assassinioalcimiteroetrusco

A una decina d’anni da L’etrusco uccide ancora, l’intrigante e misterioso mondo etrusco torna a far da sfondo a un thriller dalle venature soprannaturali, il film purtroppo non è buono ma questo è dovuto al fatto che nasce come una produzione televisiva di circa 180 anni minuti (Lo scorpione a due code) poi ridotta alla metà e passata sul circuito cinematografico. Si perdono quindi molti dei nodi salienti e la pellicola conclude separatamente le varie sottotrame: quando tutti gli implicati nel traffico di droga si trovano nella grotta e Joan scatena le forze telluriche pensavo fosse la fine del film, evidentemente era la fine del primo episodio televisivo e, conclusa la vicenda del traffico di droga, riprende la ricerca dell’assassino dopo l’intervento chirurgico che salva Joan, nel frattempo si scopre che la donna è uguale all’antico affresco che decora la tomba appena scoperta e i poteri medianici di Joan si affinano.

Assassinioalcimiteroetrusco

Nel finale arrivano inopinati colpi di scena: Mike è un infiltrato dell’FBI sulle tracce dei trafficanti di droga e poi su quelle del killer e per giustificare la reincarnazione di Joan salta fuori anche l’antimateria, elementi che non trovano giustificazioni nel plot del film e che forse trovavano un senso nelle parti tagliate dello sceneggiato televisivo.
La produzione è comunque importante e curata: troviamo addirittura Van Johnson nella parte del padre di Joan, il riccone colluso con il traffico di droga una spanna sopra agli altri per la recitazione; gli esterni nella campagna della Tuscia sono davvero incantevoli, e la musica di Fabrizio Frizzi, anche se sullo stile dei Goblin, è d’effetto.

Macchie Solari

Italia 1975 Titanus
con Mismy Farmer, Barry Primus, Ray Lovelock
regia di Armando Crispino
Titolo internazionale Autopsy



Macchie solari


Nel caldo agosto romano, Simona lavora in obitorio per approfondire i suoi studi sulla distinzione tra suicidio reale e quello apparente. Sembra essere un’estate molto proficua per la ricerca della ragazza: l’intensa attività solare sta causando un aumento di suicidi ma all’improvviso il cerchio di morti si concentra sulle conoscenze di Simona, forse sulla donna stessa..



Macchiesolari


Celebre tra i cultori del macabro italiano per la sarabanda di morti portati alla Morgue e la conseguente allucinazione della protagonista, il film di Crispino si distingue per i sottili tocchi d’ironia già evidenziati nella sequenza iniziale. La trama è molto prosaica ma l’autore sa intricarla per bene portando lo spettatore lungo derive che non centrano nulla con le cause dei delitti. Le motivazioni della spirale di morte che si innesca attorno a Simona diventano secondarie, verranno svelate solo nel finale mentre tutta la pellicola cerca (o finge di cercare?) di indagare sulla personalità disturbata dei protagonisti: la frigidità di Simona, dovuto al suo legame morboso per il padre play-boy, la follia latente di Paul Lenox, fratello di una delle vittime e diventato prete dopo aver causato un gravissimo incidente a Le Mans quando faceva il pilota.



Macchie-solari


Divertente anche la serie di personaggi secondari, a partire dall’inquietante portinaio sciancato.
Forse il gioco di depistaggio è un po’ lungo e a tratti la storia perde mordente ma viene riscattata dalla magnifica colonna sonora di Morricone e dall’eleganza formale di Crispino che avevamo già riconosciuto a L’Etrusco uccide ancora.