Probabilmente ieri non era la giornata migliore per andare a vedere questa “biografia non autorizzata di Silvio Berlusconi”, perche’ nel giorno in cui il vegliardo dalla faccia flaccida ha tirato fuori dal cilindro la spudoratissima invenzione dell’Ich bin ein lampedusaner (la battuta geniale non e’ mia ma di Ardemagni a Caterpillar) il documentario sceneggiato da GianAntonio Stella e Sergio Rizzo per la regia di Roberto Faenza e Filippo Macelloni, mostra tutta l’inconsitenza dell’opposizione di sinistra alla macchina da propaganda berlusconiana. L’opera si picca di non usare altro che le parole stesse del premier e quando l’audio originale e’ rovinato si e’ provveduto a far recitare le parole esatte a Neri Marcore’ che imita la voce del berluska. Questa scelta parodistica mi ha urtato in partenza perche’ vela di satira il documentario prestando cosi’ il fianco a facili critiche.
Nonostante le affermazioni di un’ accurata ricerca d’archivio, le immagini usate per narrare la biografia di Berlusconi sono straviste, basta essere assidui spettatori di Blob per conoscere a menadito tutti i siparietti di cui il buon Silvio e’ protagonista. Quest’opera sembra quindi destinata a un pubblico ben preciso, non solo allo zoccolo duro antiberlusconiano, ma a quella frangia piu’ schizzinosa della sinistra che la televisione non la guarda e che quindi puo’ ancora stupirsi o scandalizzarsi per le immagini di repertorio usate. Insomma si continua a guardarsi l’ombelico senza neppure piu’ indignarsi perche’ Silvio Forever non pretende neppure di indagare i lati piu’ oscuri del cavaliere, si limita a mostrarci l’immagine di un uomo molto sicuro di se’ che sembra essere arrivato dove e’ arrivato piu’ per caparbia autoconvinzione che per loschi intrighi e che se mai cadra’ sara’ perche’ la troppa sicurezza l’avra’ portato ad abbassare la guardia, insomma la morale e’ quella del vecchio proverbio Chi si vanta s’inguanta.
Piu’ che illustrare come Berlusconi interpreti una certa italianita’, la pellicola mi pare illustrare alla perfezione l’inanismo dell’opposizione ormai ridotta ad aspettare sulla riva del fiume che passi il cadavere del nemico a cui, con mia grande irritazione, si sta cominciando a riconoscere la grande abilita’ di comunicatore, cosa anche vera con ogni probabilita’, ma in Italia le santificazioni cominciano cosi’, si inizia a definire uno Il miglior piazzista del mondo (Indro Montanelli) e poi si finisce in gloria dimenticando il senso dispregiativo dell’affermazione.
Mese: Marzo 2011
Pandora
Pandora and the Flying Dutchman
UK, 1951
con Ava Gardner, James Mason, Mario Cabre’,
regia di Albert Lewin
Nella Spagna della fine degli anni ‘20, il porto di Esperanza e’ diventato un buen ritiro per il jet set americano che ruota attorno alla bellissima Pandora Reynolds, una ragazza capricciosa e crudele che assiste indifferente al suicidio di uno dei suoi spasimanti ed accetta di sposare un corridore solo quando questi rinuncia per amor suo alla macchina che ha costruito gettandola da una scogliera. La stessa notte in cui Pandora accetta la proposta di matrimonio, al porto compare un misterioso veliero che attrae subito la curiosita’ della donna. Il proprietario e’ Hendrick van der Zee che si rivelera’ essere l’Olandese Volante, capitano olandese del XVII sec su cui grava una terribile maledizione: sara’ costretto a vagare in solitudine per i sette mari fino a quando una donna non sara’ disposta a sacrificare la vita per amor suo.
Melodramma raggelato che inanella una serie di morti tragiche: la pellicola si apre una ventina d’anni dopo gli eventi narrati con il ritrovamento del relitto del veliero di van der Zee e i corpi dei due amanti; inizia cosi’ il racconto dell’incontro tra i due protagonisti, narrata da Geoffrey Fielding, studioso di antichita’ e cultore di leggende.
Pandora viene introdotta la sera in cui un suo spasimante si suicida per lei avvelenandosi in un locale pubblico, arriva poi il torero Montalvo con cui Pandora ha avuto una relazione, l’uomo capisce che nonostante la promessa di matrimonio con Steven Pandora e’ innamorata di Hendrick e lo uccide ma essendo l’olandese immortale (in un flashback assistiamo all’uxoricidio per gelosia che causa la maledizione) il giorno dopo compare alla corrida suscitando il terrore di Montalvo che viene incornato a morte dal toro con cui sta combattendo. In tutta questa catena di morti violente il momento piu’ intenso e’ forse la gara automobilistica con la quale Stephen Cameron cerca di battere un record mondiale a rischio della vita e molti tra gli spettatori, Montalvo ma anche Pandora ed Hendrick sperano piu’ o meno inconsciamente nella morte del pilota nel rogo dell’auto.
La misura dell’amore sta in quello a cui si e’ disposti a rinunciare e’ l’assunto attorno a cui ruota il film e la cosa piu’ preziosa e’ la vita, tranne che per Hendrick van der Zee, disposto a rinunciare alla salvezza e alla fine della maledizione purche’ l’amata Pandora non sacrifichi la sua vita per lui, ma Pandora, reincarnazione della moglie uccisa da Hendrick secoli prima, accetta il sacrificio che si trasforma in un momento magico oltre la barriera del tempo (la clessidra smette di far scivolare la sabbia prima di incrinarsi).
Lettura romanticissima del sentimento amoroso ma soprattutto metafisica e all’arte metafisica si ispira lo stile del film. Essendo questa scuola parte della corrente del surrealismo e’ Man Ray a occuparsi della fotografia e a creare la scacchiera e a dipingere (omaggiando De Chirico?) il quadro relativo al mito di Pandora a cui Hendrick van der Zee sta lavorando quando entra in scena. Sulla spiaggia di Esperanza affiorano statue di gusto classico che fissano il mare e la sarabanda dopo la gara vittoriosa di Stephen accentua la dimensione onirico fantastica ma e’ l’uso geniale dei filtri blu per ricreare le scene notturne girate in realta’ nel mezzogiorno a suggellare la dimensione surreale con le ombre corte degli assolati pomeriggi mediterranei sposate ai colori freddi della notte.
ESPRESSIONISMO LIVE: il cinema muto musicato da scrittori e dj
selezione musicale a cura di
Niccolò Ammaniti, Igort, Letizia Muratori, Nicola Lagioia, Simone Caltabellota, Tommaso Pincio
dj set di
Roberto Corsi, Gianni Music, DandywOlly, Max Passante, Estasy, Giorgio Gigli
collaborazione al progetto di
Giovanni Guardi
Il Palazzo delle Esposizioni presenta una rassegna di capolavori del cinema muto espressionista sonorizzati live grazie al gusto musicale di alcuni dei nostri maggiori autori contemporanei – cinque scrittori e un disegnatore di fumetti – invitati a scegliere le colonne sonore di accompagnamento ai film. Le loro selezioni musicali, eseguite durante le proiezioni da dj d’eccezione, ci offrono una lettura inedita e personale, restituendo “la parola” ai grandi film del passato attraverso una partitura musicale tutta contemporanea.
Quella espressionista è una stagione straordinaria della storia del cinema di tutti i tempi e a distanza di quasi un secolo i suoi capolavori riescono ancora a incidere profondamente nel nostro immaginario di spettatori. Con sorprendente anticipo, i suoi registi proposero temi sconvolgenti al pubblico delle prime sale cinematografiche e svelarono sullo schermo il lato nascosto dell’essere umano, spogliato brutalmente da ogni certezza e rassicurazione sociale, travolto da contenuti profondi, misteriosi e malati. Per primi, attraverso strategie visive spiazzanti e innovative, portarono al cinema la discesa nel magma dell’esistenza o dell’inconscio dell’uomo contemporaneo, sostituendo alla riproduzione oggettiva della realtà una percezione soggettiva e distorta del mondo e dei suoi accadimenti, creando paesaggi irreali, deformati, opprimenti e allucinatori.
Espressionismo Live restituisce al pubblico di oggi lo stesso senso di stupore dei primi spettatori di fronte all’impatto visivo di queste opere, grazie al sapiente dialogo tra le immagini e la fantasia degli autori coinvolti, che si sono divertiti a saccheggiare la loro playlist musicale ideale per dare nuova voce a questi universi visionari, con la complicità di alcuni dei più interessanti dj della nostra scena musicale.
Palazzo delle Esposizioni – Sala Cinema
scalinata di via Milano 9A, Roma
tel. 06 39967500
biglietto: intero € 4,00 – ridotto possessori della membership card PdE € 3,00
Addio a Liz Taylor
Era la diva dagli occhi viola, famosa, oltre che per i film, per i suoi otto matrimoni: del resto si vantava di non essere mai andata a letto con un uomo con cui non fosse sposata. Ironica civetteria di una donna che non si fece scrupoli a rubare il marito della sua migliore amica, Debbie Reynolds e l’oggetto del contendere era il cantante Eddie Fisher per la precisione quarto marito della Taylor.
Grandi amori e grandi amicizie per la divina Liz: resto’ sempre vicina al Montgomery Clift, anche quando il carattere dell’attore si fece ombroso dopo l’incidente d’auto che gli deturpo’ il volto. Stessa amicizia per Rock Hudson, prima vittima hollywoodiana dell’AIDS, malattia nella cui lotta Liz Taylor si distinse fin dal principio.
Altro amico del cuore della diva fu Michael Jackson che Liz Taylor difese strenuamente negli anni bui delle accuse di pedofilia.
Celeberrimo il suo amore con Richard Burton sposato due volte e accanto al quale dovrebbe essere sepolta aldila’ di ogni vincolo matrimoniale , come i due si erano promessi.
Rango
Un camaleonte con la passione per il cinema vola fuori dal suo terrario durante un trasloco. La bestiola si ritrova spersa nel deserto del Nevada e finisce nella citta’ di Dirt dove grazie alla sua immaginifica fantasia il camaleonte si crea un’identita’ fittizia: e’ Rango, una leggenda del selvaggio West. Rango viene acclamato sceriffo, ma riuscira’ a sventare la crisi idrica che incombe sulla citta’?
La trama non e’ il punto forte del debutto nel cartoon di Gore Verbinski, per certi versi ricorda un po’ Cars ma l’idea del camaleonte non e’ male. Allevato in cattivita’ Rango ha una vita virtuale ma non ha l’occasione di esercitare il proprio mimetismo naturale e in tutta la pellicola lo vedremo cambiare colore solo una volta in una situazione d’emergenza e con esiti improbabili. Arrivato a Dirt (tradotta malamente in italiano in Polvere) il camaleonte ha l’occasione di mimetizzarsi con gli abitanti del posto e quindi si finge un duro del selvaggio West. Insomma la scelta di avere per protagonista un camaleonte in una storia incentrata sulla finzione la trovo molto sottile.
Se il successo del cartone animato contemporaneo si deve al citazionismo cinefilo, in Rango non si teme di spingere la citazione fino in fondo arrivando anche a una visione di Clint Eastwood con poncho spaghetti western dove il mitico straniero senza nome incarna lo spirito del West. West inteso come metafora di vita a contatto con la natura, esistenza dura che rispetta i ritmi di una natura aspra, ben lontana dalle facilitazioni del progresso: dall’altro lato dell’autosrtada sorge Las Vegas, rappresentazione per eccellenza di spreco e indifferenza ai ritmi naturali, quindi anche la morale ecologista non e’ banale e posticcia.
La pellicola sposa bene le due opposte concezioni del deserto (la vita dura e la dimensione psichedelica) ponendo i due estremi sui due lati dell’autostrada con incitazioni a passare spesso dall’altra parte, e nel film non si teme di passare dalla dimensione western a quella piu’ surreale sempre con una forte vena di humor nero.
La vera forza del film pero’ sta nella sgradevolezza dei personaggi: la Pixar ha reso carino anche un ratto di fogna rendendolo compatibile con la linda cucina di un ristorante, Verbinski non indulge troppo neppure verso il suo sgraziato protagonista con quel collo stortignaccolo. Il riferimento potrebbe essere Tim Burton, visto che Borlotta, la lucertola di cui Rango si innamora ricorda vagamente La sposa cadavere. I personaggi secondari sono davvero stupefacenti per l’estro della rappresentazione in particolare la banda di talpoidi orridi e dementi per i continui incesti, chiaro omaggio alle turpi famiglie dei film horror di Tobe Hooper e Rob Zombie.
Un garibaldino al convento
Italia 1942
con Carla Del Poggio, Leonardo Cortese, Maria Mercader
regia di Vittorio De Sica
Inizi del XX sec. l’anziana dama Caterina Bellelli va in visita alla marchesa Mariella Dominiani per presentarle due sue nipoti. In attesa dell’arrivo della marchesa, Caterina rievoca la sua gioventu’ sotto l’impero borbonico, quando la famiglia Bellelli, ricca ma di umili origini era acerrima nemica dei marchesi Dominiani, nobili e spiantati. Mariella e Caterinetta si ritrovano al collegio del Convento di Santa Rossana e diventano amiche. Una sera, la ribelle Caterinetta trova il conte Franco Amidei, luogotenente garibaldino ferito e inseguito dai soldati borbonici; lo ospita nella baracca di Tiepolo, il guardiano del convento e chiede aiuto a Mariella non sapendo che la fanciulla e Franco sono segretamente fidanzati.
Alla sua quarta regia Vittorio de Sica celebra l’epopea risorgimentale in un film che prosegue il filone sbarazzino di fanciulle impertinenti dei primi lavori (Maddalena zero in condotta, Teresa’ Venerdi’). Un garibaldino al convento risulta cosi’ una pellicola leggera ma forse e’ l’unica a testimoniare pienamente quello spirito di passione e ribellione giovanile che mosse il nostro Risorgimento ma che difficilmente emerge dalle pellicole storiche.
La storia d’amore tra Mariella e il garibaldino resta sullo sfondo e l’escamotage di narrare la vicenda in flashback, scelta stilistica molto rara nel cinema italiano dell’epoca, vena di sottile malinconia l’esito infelice dell’amore tra i due giovani, visto che Franco, salvato da una compagnia di camice rosse guidata da Nino Bixio (interpretato dallo stesso De Sica) non sopravvivera’ alle guerre di indipendenza e Mariella consacrera’ tutta la sua esistenza al ricordo dell’amato.
Sviando in questo modo il lato melodrammatico, De Sica puo’ giocare con i vari registri comici dall’amore impossibile di Giacinto, zio di Caterinetta, per la zia marchesa, ai vari livelli di satira: l’irruzione in sala da pranzo degli animali di Caterina durante un pomposo pranzo ufficiale degli zii che costa alla fanciulla la reclusione in collegio e soprattutto il trasformismo del Governatore che in visita al convento si trova invischiato nelle operazioni di cattura di Franco Amidei: prima appoggia i borbonici che in un centinaio cercano di stanare il garibaldino ferito e dopo la vittoria della brigata garibaldina si congratula con il nuovo esercito che a suo dire, ha sempre sostenuto.
C’e’ anche una ricerca di aderenza storica piuttosto inconsueta per l’epoca: le scene in esterni si ispirano alla pittura risorgimentale di Lega e Fattori mentre l’abito delle giovani collegiali, per quanto assurdo riprende la mise del celebre ritratto della marchesina Anna Pallavicino Trivulzio di Giuseppe Molteni.
Sul set de Un garibaldino al convento nacque l’amore tra Maria Mercader e Vittorio De Sica.
Another year
Tom&Jerri sono una coppia di sessantenni; alla loro rodata stabilita’ matrimoniale si appoggiano una serie di amici con problemi di cuore, in particolare Mary, stagionata collega di lavoro di Jerri con una cotta per Joe, il figlio trentenne della coppia…
Parafrasando Lucio Battisti potremmo dire a proposito dell’ultima fatica di Mike Leigh Ah l’amicizia, questo sopravvalutato sentimento che... Il regista inglese e’ infatti abbastanza caustico in questo rondo’ di personaggi indagati con apparente noncuranza come e’ tipico per il maestro inglese. Dietro l’apparente bonomia di una coppia che si chiama come un cartone animato che ha fatto il giro del mondo negli anni’ 70, sempre disponibile per gli amici, in particolare per “i meno fortunati” (ecco gia’ un sottilissimo senso di superiorita’ che pervade i discorsi banali in compagnia di Mary) si celano i sentimenti piu’ conservatori della famiglia per cui se la psicologa Jerri accetta di buon grado che la civettuola Mary flirti con il marito, rischia di mandare in frantumi la ventennale amicizia con la patetica segretaria quando questa non riesce a nascondere la delusione e l’irritazione per la comparsa di una fidanzata (odiosissima per altro!) nella vita di Joe. Per quanto di sinistra e radical-chic seguace dell’ultima mania dell’orto, il cuore di mamma e’ sempre lo stesso, soprattutto se il figlio trentenne non ha ancora messo la testa a posto.
Patetica e dolente la figura di Mary e’ quella che ci resta nel cuore e nell’intenso primo piano finale con la povera segretaria riammessa al desco familiare possiamo cogliere tutta la disperazione di un altro anno passato inutilmente, contrappunto ideale al cameo di apertura della madre di famiglia depressa interpretata da Imelda Staunton.
The fighter
Micky Ward, pugile trentunenne con qualche chance di fare carriera, vive all’ombra del mito del fratellastro, Dicky Eklund, che quindici anni prima mise al tappeto Sugar Ray Leonard ma ora e’ vittima del crack. Dicky allena il fratellino mentre la madre Alice fa da manager. I due sono piu’ di intralcio che d’aiuto alla carriera di Micky che avra’ bisogno di allontanarsi dalla famiglia per ritrovare se’ stesso ma sara’ solo con l’aiuto di Dicky che il pugile potra’ ambire al titolo dei pesi welter.
La pellicola e’ ispirata alla vera storia dei due omonimi pugili che compaiono in un breve inserto nei titoli di coda.
Il riscatto, la rivincita sono da sempre il motore che sta dietro al successo dei film di ambientazione pugilistica, quasi un genere a se’, dove la fatica e il dolore sono palpabili. Una volta era il riscatto di una minoranza etnica (vedi Rocky, lo stallone italiano e il vero Micky Ward era soprannominato Irish) ora le radici irlandesi dei due fratellastri non sono piu’ importanti, Ward ed Eklund rappresentano in questa pellicola il riscatto della white trash, la spazzatura bianca che vive ai margini della societa’ americana.
L’idea del riscatto ha una potente presa emotiva altrimenti non si spiegherebbe come si rimanga affascinati da questa pellicola che analizzata razionalmente non ha le carte in regola per avvincere lo spettatore come invece succede. C’e’ una certa debolezza drammaturgica, ci si aspetterebbe un dramma segreto che sul finale spieghi il legame profondo che unisce i due fratelli invece non c’e’ nulla di piu’ di un fratello maggiore che ha perso la sua occasione e si consola con il crack, diventato protagonista di un docufilm della HBO sui danni di questa droga mentre lui pensa che sia una celebrazione del suo antico successo.
Christian Bale giustamente premiato con l’oscar per la miglior interpretazione non protagonista maschile interpreta il fratello quarantenne mentre nella realta’ ha tre anni meno del protagonista Mark Wahlberg, classe 1971, cioe’ un quarantenne che interpreta un trentunenne. Insomma sulla carta sembra tutto sbagliato e invece il film funziona, che veramente basti crederci fino in fondo?
Il gioiellino
Andrea Molaioli si ispira chiaramente al crack Parmalat (lo esplicitano i titoli di coda) per narrare una vicenda solo apparentemente lontanissima dal suo esordio La ragazza del lago, in realta’ ad essere protagonista e’ ancora la provincia. Se nel lavoro precedente era un piccolo villaggio di montagna ad essere sconvolto dalla morte di una giovane ragazza del posto, ora l’azione si svolge in una cittadina (una splendida Acqui Terme, lasciatemi dar sfogo all’orgoglio alessandrino) cui ha dato lustro il successo imprenditoriale di Amanzio Rastelli, autorita’ locale. Il capo della Leda Latte, che non vuole diversificare i settori d’investimento perche’ si ricorda che durante la guerra ai beni di lusso si poteva rinunciare ma al latte no, e’ convinto (?) che la sua ditta produca valori per cui esige che tutto l’apparato dirigenziale appartenga alla citta’.
Imprenditore piu’ furbo che abile, Amanzio Rastelli e’ riuscito a far carriera grazie ad appoggi politici e maneggi economici. Non si rende conto che con la seconda repubblica molto e’ cambiato, se non altro gli agganci giusti, e per rimanere a galla si inventa un capitale con l’aiuto del fido ragionier Botta, un Toni Servillo sempre superlativo.
Rastelli e Botta sono speculari: tanto e’ legato ai suoi “valori” il primo, i riconoscimenti pubblici, la famiglia che si rifornisce tranquillamente dai fondi aziendali, tanto il secondo vive esclusivamente per l’azienda: e’ quello che mette in piedi la truffa finanziaria ma paradossalmente e’ anche quello che lascia un prospetto di risanamento al curatore fallimentare, il ragionier Botta ama tanto il suo lavoro da seguire anche la via dell’illegalita’ ( bisogna adeguarsi ai tempi) pur di conseguire il risultato.
Si conferma nel regista una vena noir qui espressa nell’uso di luci molto contrastate con ambienti cupissimi dove solo i personaggi sono fortemente illuminati come se agissero sotto il fascio di un occhio di bue. L’atmosfera e’ tetra, sempre tesa, l’attenzione e’ concentrata sul lato sdrucciolevole di quell’”allegra finanza” che la Leda riesce a portare avanti per un decennio, sottolineando come l’onesta’ paghi se non altro in termini di minor fatica perche’ per sostenere l’invenzione finanziaria il gruppo sara’ costretto a voli pindarici sempre piu’ faticosi e surreali.
Il grinta
La quattordicenne Mattie Ross si reca a Fort Smith per recuperare il cadavere del padre, ucciso in una rissa. In citta’ l’intraprendente ragazzina si mette alla ricerca del piu’ spietato cacciatore di taglie per esser certa che Tom Chaney, l’omicida del padre venga consegnato alla giustizia. Non contenta di avere assunto Rooster Cogburn, detto Il Grinta, Mattie decide di seguirlo nella ricerca del colpevole per controllare di aver speso bene i suoi soldi.
I fratelli Coen riportano al cinema la figura del Grinta, incarnato nel 1969 da John Wayne nell’omonimo film di Henry Hathaway che gli valse l’unico Oscar. La nuova pellicola, per restare in tema di Academy, ha ricevuto dieci nomination senza portar a casa nessuna statuetta: fatto clamoroso ma che non declassa certo l’opera, anzi!
Perno della nuova versione e’ Mattie, quattordicenne di ferro che non teme di trattare con i piu’ astuti venditori di cavalli ne’ si sente intimorita dalla fama e dal carattere burbero di quello che considera a tutti gli effetti un suo dipendente, lo sceriffo federale Rooster Cogburn. Con la stessa temerarieta’ Mattie contende Chaney al Texas Ranger LaBoeuf anche lui sulle tracce del bandito per processarlo in Texas.
Non c’e’ dubbio che la ragazzina sia la piu’ grintosa tra i protagonisti ma resta pur sempre poco piu’ che una bambina ed e’ proprio il suo punto di vista che i Coen adottano per narrare la storia, un misto di toni fiabeschi e fede biblica. Anche a livello cinematografico ci sono dei rimandi che esulano dal genere prettamente western: sara’ una suggestione mia ma datemi una ragazzina con le trecce che gira con tre uomini e il mio pensiero corre subito a Il mago di Oz e l’apparizione del medico coperto dalla pelle d’orso suffraga la dimensione fantastica del viaggio nelle terre dei Choctaw. Un viaggio che si apre e si chiude tra due luci che bucano la notte, la scena iniziale del cadavere del padre steso a terra e l’apparizione della capanna a cui giunge faticosamente Cogburn con in braccio Mattie morsa dal serpente dopo una folle corsa di ritorno alla civilta’ narrata esaltandone le suggestioni magiche.
Se Mattie vive la sua avventura in compagnia del Grinta con fiducioso spirito infantile, la ragazzina non e’ una sprovveduta e ha piena coscienza del bene e del male e conosce l’importanza di un giusto processo non per nulla la sequenza del dibattimento in cui e’ chiamato a testimoniare Cogburn e’ illuminata da una luce quasi mistica che entra dalle finestre. Mattie pero’ sceglie la vendetta: vuole il cacciatore di taglie piu’ crudele e sara’ lei stessa a sparare a Chaney. Potremmo dire che il male entra nel suo corpo (il morso del serpente) e come dice la Bibbia bisogna tagliare cio’ che ci offende ed ecco che l’epilogo del film ci mostra Mattie venticinque anni dopo la sua caccia all’assassino del padre con il braccio sinistro amputato a seguito del morso del crotalo.
Mattie e’ diventata una zitella arcigna, che ricorda un po’ la Lilian Gish de La morte corre sul fiume: mancato per un soffio l’appuntamento con Cogburn, la donna ne fa portare la salma nel piccolo cimitero della sua proprieta’ dove e’ solita vegliare sui suoi cari, sapendo che il male e’ sempre all’erta come ci ricorda la canzone finale Leaning on the everlasting arms che nel capolavoro firmato da Charles Laughton era cantata dal “reverendo” Harry Powell (Robert Mitchum).