Frankenstein Junior

FrankensteinjrYoung Frankenstein
Usa 1974
con Gene Wilder, Peter Boyle, Marty Feldman, Peter Boyle, Teri Garr, Madeleine Kahn
regia di Mel Brooks

Frederick Frankenstein, nipote del celebre Victor, è un professore universtario che cerca di far scordare la nomea dell’ingombrante nonno cambiando anche la pronuncia del cognome. Quando riceve il lascito testamentario dell’avo è costretto a partire per la Transilvania e trovati gli appunti di Victor Frankenstein si convincerà che riportare in vita un morto.. si può fare!

Il tributo per la scomparsa di Gene Wilder, avvenuta ieri all’età di 83 anni, passa obbligatoriamente da Frankenstein Junior celeberrima parodia del genere horror di cui l’attore non fu solo protagonista, ma fu anche latore dell’idea da cui si sviluppò il film e collaborò alla sceneggiatura.
Premetto che il genere parodistico non è la mia passione però il valore di Frankenstein Junior è innegabile: personalmente ammiro la perfetta ricostruzione delle atmosfere degli horror anni ’30: ovviamente ci si ispira a Frankenstein e al seguito La Moglie di Frankenstein ma l’ambientazione in Transilvania che con il film e il romanzo originale mi pare proprio che non centri, rimanda a Dracula, altro classico mostro della Warner.
Si riproduce il più fedelmente possibile lo studio nel castello rivolgendosi allo scenografo, ormai ottantenne, dei film di James Whale.
FrankensteinjuniorIn realtà la citazione più fedele è verso un sequel del 1939 Il figlio di Frankenstein e infatti tutto il film mette in scena il “ciarpame” gotico che diventa caratteristica dei b movie ispirati ai grandi classici: la nebbia, il castello diroccato, le ragnatele secolari ecc..
Il film comprende anche citazioni di altri generi filmici in voga negli anni ’30:che cos’è l’inserto del balletto sulle note di Puttin’ on the Ritz portata al successo da Fred Astaire, se non un omaggio alle commedie musicali dell’epoca?
Su questo impianto visivo parodistico s’inserisce la comicità surreale dei protagonisti fatta di tormentoni: Igor/Aigor contrapposto a Frankenstein/Frankensteen e Frau Blücher il cui solo nome fa imbizzarrire i cavalli, per tacer del celebre Lupu ululà e castello ululì! entrato di diritto nella cultura pop.
Interessante anche l’uso di sguardi in macchina a cercare la complicità dello spettatore nelle situazioni più assurde e mi sovviene che questa è una caratteristica dei film di Stanlio&Ollio, continuando anche in ambito comico la citazione/tributo ai classici anni ’30.

Robert Walker

Robertwalker

Il 28 agosto 1951 moriva a soli 32 anni Robert Walker promettente star hollywoodiana la cui vita è stata distrutta, come ebbe modo di dire lui stesso dall’ossessione di Selznick per la moglie.
Robert Hudson Walker nasce il 13 ottobre 1918 a Salt Lake City, ultimo di quattro figli; il carattere sensibile del ragazzo rivela le sue debolezze quando i genitori si separano. L’attività recitativa sembra far bene alla sua indole e il giovane Walker rivela un certo talento tanto da esser mandato a studiare all’American Academy of Dramatic Arts di New York.
A scuola il ragazzo s’innamora quasi subito di una campagna di corso, Phylis Lee Isley, e i due convolano a giuste nozze nel 1939, un anno dopo il loro primo incontro.
Il viaggio di nozze è a Los Angeles in cerca di scritture ma non succede nulla di rilevante e la coppia torna a New York dove si mantengono recitando alla radio e in teatro intanto hanno due figli, Robert Walker Junior e Michael Walker che avranno anch’essi un futuro recitativo.
La nascita dei due figli non impedisce a Philys di proseguire con le audizioni e viene notata da David. O.Selznick che decide di farne una star con il nome di Jennifer Jones.
Daquandoteneandasti
Selznick dimostra interesse anche per la carriera del marito e lo fa assumere alla MGM: mentre nel 1943 Jennifer Jones vince l’oscar per Bernadette, Robert Walker si fa notare come uno dei soldati destinati al sacrificio nel film bellico Bataan di Tay Garnett. Il ruolo del soldato, visto anche il periodo storico, sarà tipico dei primi anni di carriera di Walker, lo ritroviamo ad esempio, in Missione segreta di Mervyn LeRoy girato nel 1944.
Dello stesso anno è anche Da quando te ne andasti dramma sentimentale sulle vicende di una famiglia il cui padre è al fronte, Jennifer Jones è Jane Deborah Hilton, figlia della signora Hilton (Claudette Colbert) che s’innamora di un giovane soldato prossimo alla partenza per la guerra interpretato da Robert Walker. I due erano ancora sposati anche se la relazione con Selznick ormai era cosa nota, creando a Walker un disagio che lo porta all’alcolismo.
Il ruolo del caporale Bill Smollett però è apprezzato dalla critica e l’anno successivo l’attore lavora con Judy Garland, che lo avrebbe voluto anche per Incontriamoci a Saint Louis; insieme girano l’adorabile pellicola L’ora di New York, storia di un incontro fortuito tra una ragazza e un militare in licenza che decidono di sposarsi nel giro di ventiquattro ore. Diretto dal marito della Garland, Vincente Minnelli, il film fu il primo ruolo senza cantato per la giovane diva che doveva la sua fama alla voce angelica.

Loradinewyork

La carriera di Walker procede senza grossi successi anche se in produzioni interessanti come Il Mare d’Erba, seconda regia di Elia Kazan che ha per protagonisti al coppia Tracy/Hepburn. Sempre del 1947 e ancora con Katharine Hepburn è Canto d’Amore, il convenzionale biopic diretto da Clarence Brown sull’amore tra Clara Wieck e Robert Schumann; Robert Walker veste i panni dell’amico Johannes Brahms.
Nel 1948 è Eddie Hatch, il timido vetrinista che si innamora di una statua di Venere che prende vita, interpretata da una smagliante Ava Gardner, nel musical fantasy Il Bacio di Venere diretto da  William A. Seiter (e Gregory La Cava non accreditato).

Ilbaciodivenere

Ancora segnato dalla fine della relazione con Jennifer Jones, dopo una relazione sul set con la Gardner, l’attore sposa impulsivamente Barbara Ford, figlia del celebre regista ma il matrimonio naufraga dopo alcuni mesi e Walker, per non perdere il contratto con la MGM accetta di farsi disintossicare in una clinica.
La carriera procede senza pellicole significative fino al 1951 quando Hitchcock sceglie Robert Walker per il ruolo di Bruno Anthony ne L’Altro Uomo (Delitto per delitto). Bruno Anthony è il losco personaggio che, durante un incontro in treno, propone al tennista Guy Haines uno scambio di delitti per avere entrambi un solido alibi e non essere incriminati.

Laltrouomo

La prima del film si tiene il 30 giugno 1951 e il film ha buone recensioni, Walker intanto lavora a un nuovo progetto, L’amore più grande di Leo McCarey: ma la sera del 28 agosto l’attore muore per un mix di farmaci e alcol: trovandolo in uno stato d’alterazione, la cameriera aveva chiamato il medico che lo aveva sedato causando l’overdose che uccide Robert Walker.
Il film in lavorazione viene modificato per poter essere terminato e vennero utilizzatati alcuni materiali de L’altro Uomo.

Dalì – materie dialoganti

Veneregiraffa

Chiuderà domenica 4 settembre la mostra antologica che Acqui Terme dedica al genio surrealista di Dalì, non ci sono i dipinti degli anni ’30 e ’40 ma le sei sculture attorno cui ruota tutta la mostra sono molto belle ed interessanti a partire dalla Venere Giraffa elegantissima nel suo essere surreale.
Di San Giorgio e il Drago colpisce la complessa monumentalità della scultura di grandi dimensioni, le altre, L’elefante Spaziale, La persistenza della memoria, la Donna del Tempo e il Profilo del Tempo (quest’ultima monumentale e posta all’esterno) pur essendo molto belle mi hanno colpito meno perché presentano temi classici dell’arte daliniana.
DalìgalaAlle pareti numerose opere su carta, anche quelle postume uscite nel 1999 che fecero molto scalpore. I soggetti sono disparati, dalle serie letterarie ispirate a Pantagruel, al Bestiario di Fontaine o il tema tipicamente spagnolo della Tauromachia, più soggetti surreali come il Telefono aragosta e in un’opera a tecnica mista c’è anche un ritaglio della stanza Mae West.
Molto interessanti, perché poco noti, gli altri oggetti esposti in mostra che vogliono sottolineare la capacità di Dalì di spaziare nei vari ambisti artistici, la Sedia Leda, i vetri per la cristalleria Daum tra cui spicca il piatto La Triomphale, i dodici oggetti d’oro esposti forse sono i più intriganti nella loro capacità di racchiudere l’arte di Dalì.


Mostradalì



DALÍ. Materie dialoganti
PALAZZO LICEO SARACCO
Vai Bagni 1, Acqui Terme AL
16 luglio /4 settembre 2016

Remember

Remember

Max Rosenbaum, ex deportato di Auschwitz che ha collaborato con Wiesenthal, ora è immobilizzato e chiuso in un ricovero ma con l’aiuto di Zew Guttman, un altro sopravvissuto conosciuto nella casa di riposo, potrà compiere l’ultimo atto di giustizia: eliminare l’SS che ha sterminato le loro famiglie e che ora vive in America sotto il falso nome di Rudy Kurlander. Zew accetta di compiere la vendetta dopo la morte dell’adorata moglie Ruth e nonostante la demenza senile inizia un viaggio alla ricerca del proprio passato..

Non è un tema nuovo quello della vendetta dello smemorato, a partire da Memento passando per Vendicami dove la vendetta è l’unico motivo per vivere di un vecchio.
Nel film di Atom Egoyan, presentato al Festival di Venezia 2015, il tema centrale è però quello del ricordo, Remember è un thriller che si può ascrivere anche al genere del ricordo della Shoah, di cui esce almeno un film all’anno nell’anniverario dell’apertura dei cancelli di Auschwitz, e allora i quattro Rudy Kurlander che Zew incontra nel suo viaggio rappresentano quattro diversi aspetti del periodo nazista: il primo, interpretato da Bruno Ganz, è un soldato che ha fatto la guerra d’Africa al servizio di Rommel ed era all’oscuro della vera funzione dei campi di concentramento, il secondo era un tedesco ma internato perché omosessuale, il terzo sarebbe stato un ottimo nazista ma era troppo giovane per vivere appieno il momento storico e si è limitato a raccogliere cimeli nazisti e a indottrinare per bene il figlio poliziotto, al quarto incontro c’è la resa dei conti con un drammatico colpo di scena finale che non svelo nonostante il film sia uscito a gennaio ma la programmazione è stata talmente lasca che sicuramente molti dovranno ancora recuperarlo.
Rememberlandauplummer Senza immagini di repertorio o ricordi diretti, la Shoah è presente attraverso le suggestioni di Zew che ci arrivano senza bisogno di essere spiegate: il risveglio nella vasca da bagno e il sussulto vedendo i soffioni della doccia, la paura dei cani aggressivi, soprattutto pastori tedeschi, il suono opprimente della sirena della cava nel segmento dell’incontro con John Kurlander, il figlio del collezionista di cimeli, indubbiamente la parte più angosciante del film per la violenza psicologica a cui Zew è sottoposto che richiama ancora i maltrattamenti dei prigionieri nei lager.
Ma la memoria a cui allude il titolo non si riferisce solo alla tragedia dei campi di sterminio, allude alla perdita della memoria personale per sfuggire al proprio passato, alla capacità di crearsi falsi ricordi per sfuggire a sé stessi opposto alla memoria ferrea di Max Rosembaum che mette in piedi un beffardo gioco del destino perché sa, perché ricorda.
Se Martin Landau è mefistofelico come occulto manipolatore di destini relegato nella sua stanza, Christopher Plummer è superlativo nei panni di Zew Guttman: è sempre in scena tallonato dalla macchina da presa e sa restituire perfettamente la gamma di emozioni che suscita il suo personaggio, mostrandone gli imbarazzi per il senso di smarrimento dovuto alla malattia e la determinazione nel compiere la folle impresa.

La grande scommessa

Lagrandescommessa

Nel 2005 il gestore di fondi d’investimento Michael Burry si accorge che il mercato dei mutui sulla casa, da sempre considerato solidissimo e colonna portante dell’economia americana, è gonfiato oltremisura da emissioni fasulle, decide quindi di scommettere sul crollo del mercato, inventando di fatto un nuovo modo di investire contro l’economia di una nazione. La scelta è talmente bizzarra che la voce si sparge tra gli operatori di Wall Street ma solo pochissimi altri fondi d’investimento decidono di approfondire e seguire la scelta di Burry..

La grande scommessa è un film molto interessante sia da un punto di vista stilistico che di contenuti. E’ la prima volta che un film di finzione e non un documentario affronta un tema astruso come l’alta finanza spiegando un crollo economico epocale in modo tale che lo capisca anche un bambino. Per fare questo si utilizza uno stile pop e veloce che ricorda il ritmo e il tono di The Wolf of Wall Street l’unico stile, del resto, che può riuscire a mantenere l’attenzione su un tema complesso come quello della macrofinanza; in aggiunta c’è il racconto fatto guardando direttamente in macchina della voce narrante del trader Jared Vennett (Ryan Gosling) e l’inserimento di alcuni personaggi estremamente popolari come Selena Gomez che spiegano, sempre rivolti al pubblico, certi meccanismi della finanza con esempi alla portata di tutti.
Lo sfondamento della quarta parete non è solo un elemento stilistico scelto per dare maggior vivacità alla pellicola, ma fa sentire maggiormente coinvolto lo spettatore perché quelle parole e quegli acronimi astrusi che altrimenti si rifiuta di ascoltare regolano di fatto la sua vita.
La recitazione è ottima, come sempre si distingue la prova di Christian Bale.
Quello che ho ritenuto davvero interessante è comunque il messaggio del film: da quando è scoppiata la bolla del 2008 chi investe contro un’economia è stato dipinto come il diavolo, un’entità cattiva che spinge verso il crollo di una nazione, invece La grande scommessa descrive Burry e Mark Baum come due persone profondamente diverse ma entrambe spinte da forme di rettitudine, in soldoni non sono stati loro a rovinare l’economia come si è cercato di far credere al grande pubblico, loro hanno visto per primi i segnali di un sistema malato e corrotto che è proseguito fino a contagiare l’economia mondiale, indifferente ai danni che sapeva benissimo di fare e che continua a fare senza che di fatto nulla sia cambiato, come conclude il film ci sono sempre gli emigrati a cui dare la colpa..

Vento caldo

Parrish
Usa 1961 Warner Bros
con Troy Donahue, Claudette Colbert, Karl Malden
regia di Delmer Daves

Ventocaldo

Parrish McLean si trasferisce nel Connetticut con la madre Ellen, che va a fare la governante nella casa di un coltivatore di tabacco, Sala Post. Mentre il ragazzo scopre la seduzione femminile e viene sfacciatamente corteggiato prima dalla contadina Lucy poi dalla viziata figlia di Sala, la madre si sposa con Judd Raike, il più ricco piantatore della valle. L’uomo è un padre padrone e vorrebbe assoggettare al suo volere anche Parrish che però si ribella ai metodi poco ortodossi con cui Raike guida la famiglia e gli affari.

Vento caldo è il classico melodramma con famiglie patriarcali che si rivelano covi di vipere e i popolani bianchi costretti a giocarsi la dignità; a dirigerlo con mano sapiente c’é Delmer Daves, regista prima di noir poi di western e infine di melodrammi: nel 1959 aveva diretto il celeberrimo Scandalo al Sole che aveva dato la fama a Troy Donahue. In questa pellicola ritroviamo l’ attore idolo delle ragazzine anni ’60, nei panni di un giovane ribelle che preferisce seguire ciò che gli detta la coscienza invece di piegarsi ai metodi poco ortodossi dei Raike che pure gli garantirebbero la sicurezza economica e l’amore della bella Alison Post che non lo segue nella sua decisione di farsi strada da solo e gli preferisce il matrimonio infelice con Wiley Raike.
Anche la madre, Ellen preferisce fingere di non vedere il carattere da desposta del marito in cambio della ricchezza, ma come dice il vecchio marinaio a Parrish nel dialogo introduttivo del film, i figli devono avere il coraggio di fare la propria strada come il ragazzo dimostrerà nel corso della pellicola, guadagnando l’amore di Paige, ultimogenita di Raike che a differenza dei fratelli, ha il coraggio di opporsi all’ingombrante figura paterna.
Parrish MaldenColbert Il carismatico e volitivo, per quanto gramo, Judd Raike è interpretato magistralmente da Karl Malden che io ricordo in ruoli magari anche perfidi ma sicuramente più remissivi. Quello di Ellen McLean è l’ultimo ruolo interpretato da Claudette Colbert sul grande schermo.
Come vuole la tradizione del melò la fotografia gioca un ruolo importante e simbolico, il colore dominante è il marrone simbolo della terra e del tabacco, a cui si oppone il blu quasi imperiale dei ricchi piantatori, è il colore di Alison e dopo essere stato baciato da lei, Parrish va al lavoro con un giubbotto azzurro quasi a significare che ormai appartiene alla viziata ragazza; il rosso è il colore della ribellione e nella seconda parte del film quando il ragazzo sfida apertamente il monopolio terriero del patrigno indossa sempre un maglione o un giubbotto rosso.

Ave, Cesare!

Avecesare

Eddie Mannix è a capo della casa di produzione cinematografica Capitol di cui è anche il fixer: si deve occupare cioè di mantenere limpida l’immagine degli attori sotto contatto, risolvendo problemi di foto sexy o gravidanze fuori dl matrimonio. Un giorno però capita una grana davvero grossa: Baird Whitlock, la star di punta della Capitol, impegnato a girare un kolossal biblico, viene rapito e dai comunisti!

Ave, Cesare! sarà forse poco più di un divertissement metacinematografico ma per chi è appassionato di storia del cinema la perfetta ricostruzione della Hollywood anni ’50 è estremamente godibile.
Il periodo è ben contestualizzato: i primi anni ’50, cioè l’inizio del declino della grande Hollywood che continua a macinare la sua produzione e l’attenzione dei Fratelli Coen è soprattutto per le produzioni di genere, dai western canterini, ai film acquatici con Esther Williams, dai musical con Gene Kelly, ai kolossal che ruotano attorno alla figura di Cristo che pure rimane una semplice comparsa, filone molto diffuso negli anni ’50 con titoli che vanno da La Tunica a Ben Hur. Le commedie brillanti dirette dai registi di provenienza mitteleuropea di cui da un ottima caratterizzazione Ralph Fiennes, e le regine del gossip Luella Parson e Hedda Hopper qui interpretate dalle due gemelle rivali Thora e Thessaly Thacker, impersonate da una raffinatissima Tilda Swinton.
Non manca il riferimento al maccartismo visto dall’angolazione opposta: la banda di sceneggiatori sovversivi asserviti al divo del musical Burt Gurney che se ne andrà in Russia prelevato da un sottomarino sovietico in una scena surreale. Le motivazioni dei rapitori sono decisamente valide tanto che il divo beone rapito finirà per lasciarsi affascinare.
Sono tutti un po’ svitati a Hollywood ma come al solito nei film dei Coen è l’uomo comune che manda avanti la baracca, in questo caso la fabbrica del sogno americano ecco che allora il cowboy canterino che non ha nessun talento per la recitazione è l’unico a rivelarsi utile per Mannix, “l’uomo qualunque” dietro la Capitol: Mannix è un uomo estremamente concreto, religiosissimo e votato alla famiglia, con un’offerta di lavoro molto remunerativa che lui rifiuta per continuare a gestire i problemi assurdi della major che pure gli portano via tutto il tempo da dedicare alla famiglia, forse con la convinzione che il cinema è l’unica forma d’arte profondamente americana.

L’anno del dragone

LannodeldragoneYear of the Dragon
USA 1985 MGM
con Mickey Rourke, John Lone, Ariane Koizumi, Dennis Dun, Raymond Barry
regia di Michael Cimino

Dopo un eclatante omicidio, al capitano di polizia Stanley White viene affidata la zona di Chinatown in preda alla ribellione delle gang giovanili. White capisce subito che quella delle gang è un manovra per nascondere un sanguinoso cambio di potere ai vertici della triade e il poliziotto va allo scontro diretto con il nuovo capo Joey Tai lasciandosi una scia di morti alle spalle, moglie compresa..

Tornato a cinque anni dal flop de I Cancelli del Cielo, Cimino racconta la violenza della metropoli in un film che all’uscita, fu tacciato di razzismo e criticato dalla comunità cinese per l’immagine che dava di Chinatown.
Di certo la figura di White è estremamente scomoda per il personaggio protagonista di un film: alla bidimensionalità di un eroe degli anni ’80 (e non dimentichiamo che Cimino sceneggiò anche il secondo Callaghan) si unisce l’antipatia di un uomo che cambia il proprio cognome polacco nel più anonimo White, un quarantenne colto nel momento di una crisi sentimentale per cui tradisce la moglie con la giovane giornalista che sicuramente lo attrae ma di cui intende anche sfruttare l’appeal televisivo per condurre in porto la sua operazione di pulizia di Chinatown, un poliziotto pluridecorato che si muove ancor come un soldato, ossessionato dal Vietnam. Eppure è proprio l’assurda caparbietà di White che finisce per farci schierare dalla sua parte, la sua ostinazione che ovviamente non porta a nulla: eliminato Tai, figura per certi versi speculare a quella del poliziotto, tornano gli accordi sottobanco tra mafia e polizia, a White non resta che il nuovo amore in un happy end che sa di posticcio nel mondo dei losers tanto cari a Cimino.
Il regista dirige da par suo con i fish eye che deformano gli spazi, gli improvvisi scoppi di violenza che alterano il ritmo della pellicola: basti pensare all’addio tra Stanley e Connie che si trasforma nell’omicidio della moglie da parte dei sicari di Tai.

Yearofthedragon

Cimino anticipa un cinema che sta per arrivare prima dall’Oriente con i noir di Hong Kong, poi con Tarantino che ha sempre messo L’anno del Dragone tra i suoi film preferiti e tutta la sequenza al Crystal Palace, scenografia compresa, mi ha ricordato lo scontro con gli 88 Folli nello showdown finale di Kill Bill vol.I.

La ragazza del peccato

LaragazzadelpeccatoEn cas de malheur
Francia 1958
con Jean Gabin, Brigitte Bardot, Franco Interlenghi, Edwige Feuillère
regia di Claude Autant-Lara

Dopo aver tentato una rapina in gioielleria, Yvette Maudet si rivolge a un avvocato di grido e gli si offre perché la difenda. L’avvocato Gobillot rifiuta le avances della ragazza ma quando vince il processo inizia una relazione con lei, pur sapendo che Yvette è molto disinibita fino a quando s’innamora di Bernard, un operaio studente che non vuole che Gobillot la mantenga e finisce per ucciderla.

Produzione italo-francese tratta dal romanzo di Georges Simenon, In caso di disgrazia.
La rapina di Yvette si svolge durante una visita di Elisabetta II in Francia, cn tanto di immagini che passano alla tv, facendo della sovrana inglese la regina più cinematografica, visto che le sue nozze erano state lo spunto per Sua altezza si sposa di Stanley Donen.
Il film presentato alla Mostra di Venezia del 1958, dove fu in lizza per il leone d’oro, risultò piuttosto scandaloso per l’epoca: quando Yvette proprone il pagamento “in natura” per l’assistenza legale di Gobillot, la vediamo tirarsi su la gonna fino in vita (nella versione italiana la scena è parzialmente censurata) e c’è un altra scena di nudo di spalle della Brigitte Bardot che esce dal bagno e trova nella camera da letto la segretaria di Gobillot a cui l’avvocato sta dettando una lettera.
Altra caratteristica del film è quella di mettere assieme due star del cinema francese, Jean Gabin e Brigitte Bardot in due ruoli molto consoni al loro personaggio: tanto Gabin è disincantato, tanto la Bardot è sensuale e disinibita.

Encasdemalheur

La trama che pecca di qualche lunghezza, è la classica storia dell’uomo di successo che getta al vento carriera e matrimonio per una ragazza molto più giovane ma Autant-Lara sfugge da certo perbenismo e racconta la vicenda senza false ipocrisie: la moglie di Gobillot, capisce da subito che il marito è attratto da Yvette e, pur soffrendo, lascia il marito libero di vivere la passione che però si trasforma in qualcosa di più serio quando l’avvocato scopre che la ragazza è incinta.
Gobillot accetta tutto da Yvette, anche di mettere a rischio la sua carriera: la fa scagionare usando la falsa testimonianza di un barista connivente e per questo viene messo sotto inchiesta dall’ordine degli avvocati. Sopporta i tradimenti della ragazza perché la vive come un animale selvatico che non può essere domato.
Yvette Maudet (nomen omen: il suo destino infausto è celato nel cognome “maledetto”) non è mossa da secondi fini, è profondamente legata da un senso di riconoscenza all’uomo che l’ha salvata dalla prigione e ricambia con l’unico mezzo che conosce, il sesso ma non rinuncia alla propria libertà e dopo diverse avventure s’innamora di Bertrand Mazetti (Franco Interlenghi), operaio e studente di medicina, geloso del fatto che Yvette si faccia mantenere da Gobillot. Impaurita la ragazza si nasconde da lui ma poi non sa resistere e lo va a trovare per un ultimo appuntamento che le sarà fatale.
Un risvolto attualissimo che oggi conosciamo bene con il nome di femminicidio.