Birds of Prey e la fantasmagorica rinascita di Harley Quinn

Birds of Prey (and the Fantabulous Emancipation of One Harley Quinn)
USA 2020
con Margot Robbie, Mary Elizabeth Winstead, Ewan McGregor, Derek Wilson, Matthew Willig, Jurnee Smollett, Chris Messina, Rosie Perez, Steven Williams, Charlene Amoia, Ali Wong, François Chau
regia di Cathy Yan


Birds of Prey e la fantasmagorica rinascita di Harley Quinn


Harley Quinn ci mette un po’ a rivelare la fine della sua relazione con Joker, ben sapendo che senza la protezione del super criminale la sua situazione a Gotham è cambiata e tutti ora vogliono vendicarsi dei torti subiti dalla ragazza; tra questi il boss Roman Sionis. Per salvarsi la pelle Harly promette di riportargli un diamante a cui Sionis tiene molto e che in mano a una giovanissima borseggiatrice, Cassandra Cain. Harley recupera la ragazzina sui cui Sionis ha comunque messo una taglia.
Per questo motivo anche il fidato Doc rivela il nascondiglio di Harley, ormai pronta a consegnare Cassandra a Sionis ma sulla sua strada incontra la detective Renee Montoya, Dinah Lance cantante e autista personale di Sionis che ha a cuore le sorti della ragazzina e la misteriosa Cacciatrice. Le quattro donne si uniranno e riusciranno a sconfiggere le bande assoldate da Roman, che ha dato vita al suo lato più oscuro trasformandosi in Black Mask.



Birdsofprey


Lo spin-off di Suicide Squad incentrato sulla figura di Harley Quinn è un film caotico come la personalità di Harley e come lei, nonostante tutto, innegabilmente simpatico, tutto merito di Margot Robbie che con il suo carisma riesce a sostenere tutto il film.
Il comic è tutto al femminile, non solo il manipolo di eroine Bird of Prey, ma la regista Cathy Yan, prima regista di origini asiatiche a dirigere un action movie, la colonna sonora cantata solo da interpreti femminili.
L’inno al girl power c’è tutto declinato anche in maniera intelligente, seppure leggera: la necessità da mettere da parte le questioni personali per sconfiggere un nemico comune.
Ovvio che il riferimento vada a Kill Bill, citato in diversi momenti, soprattutto nella storia della Cacciatrice e addirittura il titolo provvisorio del film è stato Fox Force Five, il progetto a cui accenna Mia in Pulp Fiction e da cui si è sviluppata l’idea di Kill Bill.



Harley quinn birds of prey


Molti interessante l’inserto in cui Harley immagina la sua versione di Diamond are the girl’s best friend, l’omaggio a Marilyn è pazzoide come tutto il film ma le sonorità hanno molto di Moulin Rouge!, omaggio che giustificherebbe anche la scelta di Ewan McGregor per il ruolo di Black Mask.
image from gfycat.com Visivamente il film è molto piacevole: costumi pazzi, bella fotografia, ottime le scene d’azione.
La narrazione un po’ confusa che torna in dietro per rispiegare i pezzi saltati rispecchia la personalità logorroica e svampita di Harley Quinn, cuore spezzato per amore che trova conforto in una jena come animale domestico, Arlecchino senza più padrone che trova la sua libertà sognando il panino perfetto.

L’uomo dal braccio d’oro

The Man with the Golden Arm
USA 1955, UA
con Frank Sinatra, Eleanor Parker, Kim Novak, Arnold Stang, Darren McGavin, Robert Strauss, John Conte, Doro Merande, George E. Stone, George Mathews, Leonid Kinskey, Emile Meyer, Ralph Neff, Shelly Manne, Frank Marlowe, Harold ‘Tommy’ Hart, Paul E. Burns, Will Wright, Martha Wentworth, Ernest Raboff, Shorty Rogers
regia di Otto Preminger



Luomodalbracciodoro


Arrestato, il cartaio Frankie Machine sconta la pena in un centro di disintossicazione per l’eroina. Libero torna a casa dove lo aspetta la moglie che si finge paralizzata in seguita a un incidente automobilistico causato dal marito, per non perdere Frankie conscia del sentimento che lo lega a Molly, una bella vicina di casa. Lo aspettano anche Schwiefka, il gestore della bisca clandestina per cui lavorava e soprattutto Louie, il suo spacciatore. Frankie vorrebbe rifarsi una vita e diventare batterista professionista, l’unica che lo appoggia è Molly mentre la moglie e gli altri cercano di farlo tornare alla vecchia vita, in parte riuscendoci ma quando Sophy uccide Louie che ha scoperto che la donna è in grado di camminare lasciando che accusino il marito, Frankie trova la forza di disintossicarsi e andare a chiarire la propria situazione con la polizia ma durante una lite Sophy si alza in piedi rivelando così la sua colpevolezza…






L'uomodalbracciod'oro


L’uomo dal braccio d’oro racconta per la prima volta, dall’entrata in vigore del codice Hays, una storia di dipendenza dalla droga.
Ad interpretare il protagonista c’è un Frank Sinatra in stato di grazia, che riceverà una nomination agli Oscar come migliore attore protagonista, il suo braccio è d’oro per l’abilità come cartaio che lo hanno portato a mescolarsi con la malavita e il talento come batterista che rappresenta la sua occasione di rivalsa, ma quel braccio è anche quello che riceve le iniezioni di eroina di cui assistiamo alla preparazione.



Theman withthe goldenarm


C’è un forte contrasto tra l’innovazione (per l’epoca) del tema e la messa in scena in un teatro di posa che ricostruisce l’angolo del quartiere malfamato in cui si svolge la vicenda di Frankie. I brevi piani sequenza, gli spostamenti continui tra il bar e l’appartamento, il locale della bisca e la casa di Molly fanno sembrare Frankie una pallina impazzita che cerca di uscire dalla sua dipendenza quasi fosse un labirinto, non per nulla nel finale lo vediamo allontanarsi con Molly su una strada principale mentre il fedele Sparrow amico combina guai di Frankie se ne va nell’altra direzione: finalmente Franke è uscito dal vicolo cieco in cui lo aveva ridotto la droga. Lo stesso braccio contorto del poster di Saul Bass che firma anche i titoli di testa riprende un po’ l’immagine di un’unica via di uscita.
Bass è alla seconda collaborazione don Preminger e nel piano sequenza iniziale vediamo il poster di Carmen Jones che ha dato il via alla collaborazione.

La signora senza camelie

Italia 1953
con Lucia Bosé, Gino Cervi, Andrea Checchi, Ivan Desny, Alain Cuny, Monica Clay, Oscar Andriani, Anna Carena, Enrico Glori, Laura Tiberti, Gisella Sofio, Xenia Valderi, Elio Steiner, Luisa Rivelli, Nino Dal Fabbro, Nuri Neva Sangro, Mario Meniconi, Renato Navarrini, Rita Mara, Vittorio Manfrino, Lyla Rocco, Gino Rossi, Emma Druetti, Rita Giannuzzi
regia di Michelangelo Antonioni


Lasignorasenzacamelie


L’attrice esordiente Clara Manni, grazie alla sua bellezza, sembra destinata a una brillante carriera almeno nei film commerciali ma il matrimonio, altrettanto rapido con il produttore che l’ha scoperta mette un freno alla sua carriera: il marito vuole che interpreti ruoli più strutturati e dirige in prima persona una versione di Giovanna d’Arco che si rivela un flop. Delusa dalla carriera e dal matrimonio, Clara si lascia sedurre da un giovane diplomatico e dopo aver aiutato il marito a ripianare la situazione finanziaria decide di rifarsi una vita con Nardo ma l’uomo le fa capire che per lui si è trattata solo di un’avventura. Disperata Clara si confida con un attore che la invita a impegnarsi seriamente nello studio dell’arte drammatica. Clara tenta e dopo qualche mese si ripropone a Cinecittà ma capisce che la sua carriera si basa solo sulla bellezza e non sul talento rassegnandosi a tornare ai film salaci e tra le braccia dell’amante che l’ha ricontattata.



La signora senzacamelie


Se Bellissima di Visconti narrava la delusione del sogno cinematografico, come Lo Sceicco bianco di Fellini, La signora senza camelie, uscito poco dopo e sempre con il contributo di Suso Cecchi d’Amico alla sceneggiatura, narra la delusione di chi a quel mondo è arrivato grazie ai concorsi di bellezza: la Lollobrigida, uscita come la Loren da Miss Italia, rifiutò il ruolo che andò a Lucia Bosè che, come Clara Manni, era stata notata mentre faceva la commessa in centro a Milano.
Dal vago sogno della madre di Bellissima, il discorso metacinematografico si fa più centrato ispirandosi alle vite delle dive del momento e il carrozzone giocoso di Fellini nel finale si trasforma in un incubo senza uscita.



LaSignorasenzacamelie


Il secondo lavoro di Antonioni segna un momento di passaggio tra il neorealismo e la sua poetica più personale dove il paesaggio diventa metafora dello stato d’animo: il viaggio in vaporetto dopo la proiezione fallimentare del film rappresenta perfettamente il mondo di Antonioni: il pianto solitario di Clara, la vicinanza silenziosa (già finta?) del console Rusconi mentre sullo sfondo scorre la linea grigia della laguna. In altri momenti l’ambientazione sarà meno metafisica e quasi soverchiante: la villa in cui il produttore Franchi vorrebbe richiudere la bella moglie ha un cancello che ricorda le sbarre della prigione, che Clara apre felice per andarsene con Nardo che la lascia riaccompagnandola allo stesso cancello, riconsegnandola alla sua prigione. Pur moderna la villa è oscura e con ambienti illogici, le ombre diventano quasi espressioniste nella scena del tentato suicidio di Gianni dopo che il film su Giovanna d’Arco l’ha portato alla rovina.
Profondamente borghesi gli ambienti in cui la madre di Clara cerca di convincerla a non lasciare il marito, anticamente lussuosi quelli del palazzo nobiliare prestato come set dove Clara incontra per la prima volta Nardo: pur snobbando i “cinematografari” nemmeno le classi più alte possono evitare la curiosità verso il mondo del cinema.



Lasignora senzacamelie


La tristezza del piazzale scelto da Clara per incontrarsi la prima volta con il console, le cartacce e l’immondizia che infestano alcuni luoghi per sottolineare lo squallore della relazione tra i due e la pochezza della carriera a cui Clara si deve adeguare.
Buono il cast ben supportato dalla protagonista, con Cervi emiliano gioviale e amichevole nei panni del socio di Franchi, un altero Andrea Checchi; Desny si riconferma nel ruolo di seduttore infingardo, Alain Cluny è Lodi, l’attore serafico e saggio a cui Clara chiede consiglio.

Fedora

Italia 1942
con Luisa Ferida, Amedeo Nazzari, Osvaldo Valenti, Memo Benassi, Rina Morelli, Sandro Ruffini, Annibale Betrone, Augusto Marcacci, Cesare Polacco, Nerio Bernardi, Guido Celano, Beatrice Negri, Alfredo Varelli, Dina Romano, Fedele Gentile, Mirza Capanna, Alfredo Martinelli, Elio Marcuzzo, Giuseppe Addobbati, Nino Marchesini, Domenico Viglione Borghese, Giulio Tempesti, Anna Valpreda
regia di Camillo Mastrocinque


Fedora


La principessa Fedora è innamoratissima del promesso sposo il principe Vladimiro Yaryskine che viene ucciso la notte prima delle notte, si pensa per una vendetta politica. Fedora giura di vendicare l’uccisione dell’amato. Dopo qualche anno la ritroviamo a Parigi dove incontra il pittore  Ivan Petrovic, il pittore s’innamora della principessa ma lei, pur attratta, lo frequenta soprattutto perché lo sospetta di essere l’assassino del promesso sposo. Alla fine Petrovic confessa di essere il fuggitivo Loris Ipanov reo di aver ucciso il principe Vladimiro. Fedora corre a denunciare Loris ma l’uomo la raggiunge e le spiega che la vendetta non è politica ma per una questione d’amore: Vladimiro era l’amante di sua moglie come dimostra la loro corrispondenza dalla cui lettura Fedora scopre che Vladimiro l’avrebbe sposata solo per interesse. Capito l’errore Fedora, per salvare Loris di cui si scopre innamorata, modifica la denuncia rivelando il nascondiglio della madre e del fratello di Loris che muoiono in prigione. Quando confida la sua colpa a Loris e questi non la perdona, la donna si uccide.



Fedora


Il film s’ispira al dramma di Victorien Sardou, il drammaturgo da cui Puccini prese l’ispirazione per la Tosca e Umberto Giordano trasse le opere liriche di Madame Sans-Gêne e la stessa Fedora; nel film c’è solo qualche breve accenno alle musiche dell’opera lirica.
Il film di Camillo Mastrocinque è un robusto melodramma invecchiato dignitosamente per la prova degli attori e per i notevoli i costumi di Luisa Ferida e Rina Morelli nei panni della principessa Olga, logorroica amica di Fedora e protettrice degli artisti russi a Parigi come Ivan Petrovic.
Quello che è sorprendente nel film è la sottile satira politica che rivela la situazione complessa negli ultimi anni della dittatura fascista.
Il film si apre nel palazzo Yaryskine dove vediamo il vecchio principe maltrattare i servi, sapremo poi che la sua crudeltà verso gli avversari politici era tale che lo stesso imperatore lo ha allontanato da corte. Un carattere brutale ereditato anche dal figlio e in diverse occasioni vediamo la servitù o chi ha avuto parenti spediti in Siberia o uccisi imprecare contro gli Yaryskine sperando che il destino si accanisca contro di loro.
Loris Ipanov a Parigi si confida con il vecchio amico amico musicista rimpiangendo la patria lontana: vien quasi da capire il disdoro di Goebbels che l’anno prima alla mostra di Venezia avrebbe messo al muro Blasetti per La corona di Ferro, chissà lo sturbo del terribile ministro della propaganda nazista di fronte a uno script che per buona parte descrive la condizione degli oppressi dal potere e degli esiliati politici!



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Ma l’italico colpo di scena sta nello svelare la natura dell’omicidio: non una vendetta politica ma una questione d’onore e quando la principessa tutta votata alla memoria di Vladimiro si scopre a sua volta cornuta può finalmente permettersi di amare l’aitante Loris con buona pace della censura fascista.
Mentre gli amanti finalmente soggiornano felici in Svizzera in attesa della grazia in un tripudio di fiori di melo e cascate, arriva la ferale notizia della morte dei parenti di Loris per la delazione di Fedora, il colpo di scena definitivo: Fedora si avvelena con il veleno contenuto nella croce dei Yaryskine, antico gioiello che testimoniava la fedeltà delle donne della casata, Fedora lo usa perché ha tradito il suo vero amore e paga la colpa con la vita; perché nel tragico momento del trapasso tra le braccia dell’addolorato Loris la macchina da presa si sposti ancora sui paradisiaci meli in fiore rimane un po’ incomprensibile.

Nina

A matter of time
USA, 1976
con Ingrid Bergman, Liza Minnelli, Charles Boyer, Isabella Rossellini, Tina Aumont, Fernando Rey, Gabriele Ferzetti, Arnoldo Foà, Orso Maria Guerrini, Amedeo Nazzari, Anna Proclemer, Geoffrey Copleston, Spiros Andros, Gerardo Amato, Giampiero Albertini, Claudio Cassinelli
regia di Vincente Minnelli



Nina


L’attrice di grido Nina rievoca i suoi esordi, quando, trasferitasi a Roma dal paesello su invito della cugina Valentina, per fare come lei la cameriera in un hotel demodè, conosce la contessa Sanziani, una nobile decaduta e sull’orlo della demenza che era stata una celebrata bellezza d’inizio secolo nota per i suoi amanti. Nina si lega di sincero affetto all’anziana contessa e impara i segreti del fascino che le permetteranno di vincere un provino e diventare una stella del cinema.



A matter oftime


Nina è l’ultimo film di Vincente Minnelli, il film, che inizialmente doveva durare tre ore, fu massacrato dai tagli di produzione che lo ridussero agli attuali 97 minuti, il regista finì per disconoscere il film che resta comunque il suo testamento.
In Nina tornano infatti tanti temi portanti della poetica del regista: anche se non è un musical Liza canta alcuni canzoni, la dimensione fiabesca e fantastica permea la pellicola che pure è venata di malinconia: Minnelli sente che la sua epoca cinematografica è conclusa ma anche attraverso stili più moderni la magia e il sogno del cinema continuano a vivere non a caso la protagonista è sua figlia Liza Minnelli e il film segna anche l’esordio di Isabella Rossellini nei panni della suora che veglia la Sanziani (la madre Ingrid Bergman) sul letto di morte: un duplice passaggio di testimone.





A matter of time

Ingrid Bergman tratteggia ottimamente la figura della contessa, una donna che scandalizzò il suo tempo per il numero dei suoi amanti scelti sempre in onore del loro genio, l’ispirazione per la figura della Sanziani è sicuramente la Marchesa Luisa Casati ma nella contessa rientrano tutte le divine della Belle Epoque come mostrano i disegni dei quadri che la donna ha venduto nel corso degli anni per mantenersi.
Richiusa nella stanza di un hotel, una volta di grido ora decadente come lei, la contessa Sanziani si rifugia in una dimensione di sogno dove rivive il suo glorioso passato e cerca di mantenere in vita i suoi fantasmi; Nina si lascia affascinare da questo mondo e fa sue le lezioni che più o meno consciamente le impartisce la contessa, in primis quella di essere sempre sé stessa.



-nina


La dolcezza con cui la ragazza si mette al servizio della donna le regala, come in una fiaba, l’occasione della vita: sarà andando in una trattoria di artisti dove la contessa pasteggia gratis come gesto di riconoscenza per aver lanciato il locale quando era una gran dama, sarà lì dicevo, che Nina verrà notata dal produttore che la lancerà nel mondo del cinema e lo stesso provino sarà salvato da Mario, lo sceneggiatore che vive anche lui nell’hotel e porta Nina ad esprimere la sua gamma di emozioni facendola parlare dell’adorata contessa che ormai giace sul letto di morte, investita da un’auto in un momento di follia in cui era uscita per Roma alla ricerca del suo grande amore.



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La potenza del sogno cinematografico è dimostrato dall’interscambio tra Nina e la contessa: a volte è la Sanziani ad esser protagonista dei propri ricordi altre volte è Nina che si immagina di vivere gli episodi narrati dalla contessa. Il cast degli amanti della donna è di grido: il marito della contessa è interpretato da Charles Boyer, che con la Bergman girò il celeberrimo Angoscia, in questo caso è un marito che cerca di comprendere la situazione della ex moglie e capita la sua follia la abbandona a sé stessa. E’ l’unico personaggio legato alla Sanziani che ha poco più di un cameo, Amedeo Nazzari non ha neppure una battuta, Orso Maria Guerrini, Orazio il grande amore della contessa, ha giusto un saluto e Fernando Rey a cui la donna si lega solo per il suo patrimonio ha solo una scena, tutta colpa dei tagli che hanno ridotto i personaggi a semplici comparse.
Resta invece la dimensione da cartolina di Roma, con scene girate dal vero dei turisti che invadono i monumenti, la trascuratezza dei monumenti degli anni ’70 però, ben si confà allo spirito maliconico e decadente della pellicola.

Non si sevizia un paperino

Italia, 1972, Medusa Film
con Tomas Milian, Barbara Bouchet, Florinda Bolkan, Irene Papas, Marc Porel, Georges Wilson, Antonello Campodifiori, Ugo D’Alessio, Virginio Gazzolo, Vito Passeri, Linda Sini, Andrea Aureli, Franco Balducci, Rosalia Maggio
regia di Lucio Fulci


Nonsiseviziaunpaperino


Il piccolo borgo di Accendura viene sconvolto dalla morte di tre bambini, il primo ad essere accusato è il matto del paese, poi è la volta della “maciara” una giovane donna considerata una strega che confessa di aver fatto una fattura di morte sui ragazzini che avevano profanato la tomba del suo bambino. Prosciolta dalle accuse, la maciara viene linciata a morte dai genitori delle vittime ma poco dopo un altro bambino viene ucciso e le attenzioni degli inquirenti si rivolgono su Patrizia, ricca e disinibita figlia di un emigrato che ha fatto fortuna al Nord e ha rimandato a casa la ragazza per allontanarla dalla dipendenza della droga. Patrizia inizia a collaborare con Andrea Martelli, scafato giornalista di nera e i due arriveranno a scoprire il colpevole, anche se in maniera fortuita visto che le loro attenzioni non erano concentrate su di lui ma su chi gli stava vicino.



Nonsiseviziaunpaperino

Ottimo film di Fulci che, ispirandosi a un fatto di cronaca di quegli anni, riguardante la morte di alcuni ragazzini, riesce a costruire un giallo piuttosto anomalo che coniuga la ricerca del serial killer con le credenze popolari che sopravvivvono alla rivoluzione dei costumi.
L’immagine d’apertura è sull’autostrada che corre vicino al paese, simbolo di un progresso che ha scalfito di poco la cultura contadina della zona e mentre le macchine sfrecciano, la maciara recupera il corpicino malformato del figlioletto, seppellito nella campagna perché la malformazione veniva letta come testimonianza che il bambino fosse figlio del diavolo e quindi indegno di essere seppellito in terra consacrata.
I ragazzini annoiati conducono una vita libera tra la caccia alle lucertole e la scoperta precoce della sessualità. Il tema scabroso valse problemi con la censura per la scena in cui Barbara Bouchet si mostra nuda a un bambino (che era un nano ripreso di spalle).
Il film va per i cinquant’anni ma le tematiche sono ancora attuali, soprattutto nell’ottusità delle forze dell’ordine che seguono sempre il solito iter per trovare i colpevoli concentrando le indagini sui diversi e i disadattati: se il matto Giuseppe Barra poteva essere ritenuto colpevole perché aveva telefonato ai genitori della prima vittima per cercare di estorcere un riscatto dopo aver trovato il corpo del ragazzino, il destino della maciara sottolinea l’incapacità della giustizia di comprendere la mentalità del paese: solo il maresciallo che da sempre vive a stretto contatto con la popolazione, consiglia di tenere la donna in carcere ancora per qualche tempo, nessuno capisce che la proposta è per salvaguardarla e infatti appena uscita di prigione la donna verrà massacrata a sprangate dai genitori delle vittime dei suoi malefici, in una delle scene più rimarchevoli del film accompagnata dalle note di una struggente canzone d’amore di Ornella Vanoni, Quei giorni insieme a te.



Non sisevizia un paperino


Anche Patrizia, altro elemento estraneo alla società arcaica del paese diventa ben presto un elemento su cui concentrare le indagini: troppo disinibita, troppo ricca (la villa di famiglia viene definita fantascientifica) e i suoi comportamenti bizzarri dettati dalla noia e dai tentativi di resistere al richiamo della droga ne fanno un’altra colpevole ideale.
Le viene in aiuto l’intesa che da subito la ragazza ha costruito con il giornalista de La notte e proprio vedendo sul giornale la testa di un paperino che aveva regalato a una bambina del paese, i due riusciranno a scoprire il vero colpevole e come molto spesso accade il male non sta nell’elemento estraneo alla comunità ma nasce all’interno di essa, da un desiderio malato di estrema protezione della stessa; di certo la visione di Fulci è molto pessimistica perché nessuno dei presunti colpevoli è poi uno stinco di santo e di tutti il regista sottolinea i lati ambigui con un’intezione che va oltre quella di depistare lo spettatore che deve intuire il colpevole.



Nonsiseviziaunpaperino

Il film è costruito con molta eleganza, molto bello il taglio di molte riprese, la luce abbacinante del paese tutto bianco. Il finale che taccio invece mostra un po’ la corda nella rappresentazione dello scontro finale con l’assassino: la sua caduta dal dirupo è ovviamente quella di un manichino ma ripreso senza nessuna accuratezza per nasconderne le fattezze.

La Valle dell’Eden

East of Eden
USA 1955, Warner Bros
con James Dean, Julie Harris, Richard Davolos, Raymond Massey, Jo Van Fleet, Lois Smith, Harold Gordon, Burl Ives, Albert Dekker, Timothy Carey
regia di Elia Kazan



Lavalledelleden


Cal Trask scopre che la madre da sempre creduta morta in realtà ha abbandonato il marito e I due figli e gestisce una casa di malaffare a Monterey. Il ragazzo cerca di mettersi in contatto con la donna che lo allontana e quando ne parla con il padre questi gli fa promettere di non rivelare nulla al fratello maggiore, Aron. Intanto l’attività di refrigerazione in cui il padre ha investito tutti i suoi averi fallisce e Cal per restituire il denaro al padre specula sul prezzo dei fagioli che crescerà per l’entrata in guerra degli Stati Uniti. Il padre rifiuta il denaro del figlio in nome dei suoi principi e ancora una volta gli preferisce Aron. Cal ingelosito porta il fratello dalla madre rivelandole la sua vera identità. Aron già scioccato dallo scoppio della guerra parte volontario completamente ubriaco. Adam Trask ha un colpo apoplettico e solo la mediazione di Abra, fidanzata di Aron ma attratta anche a Cal, farà in modo che il genitore accetti la vicinanza del figlio.



Lavalledell'eden


Il film che rivelò il talento di James Dean facendone una star. come spesso capita l’attore fu scelto dopo il rifiuto di Marlon Brando e Montgomery Clift e Dean battè ai provini l’emergente Paul Newman.
Ispirato alla parte finale dell’omonimo romanzo di John Steinbeck ed è quasi una lettura psicoanalitica delle figure di Caino e Abele, dove Caino non è perfido ma solo un ragazzo non amato dal padre che gli preferisce il fratello più simile a lui. La scoperta che la madre è ancora viva ed è una donnaccia è quasi consolante per Cal che trova una giustificazione del sentirsi così diverso dal padre e dal fratello nella natura ereditata dalla madre.
Il ragazzo s’impegna ad aiutare il padre nel suo progetto di trasportare verdura congelata a New York, progetto che fallisce per una frana che blocca il treno e fa marcire tutta il carico. Coinvolgendo anche la madre con cui ha testardamente cercato un rapporto, Cal recupera il denaro perso dal padre ma l’uomo ritiene inaccettabile la speculazione, soprattutto in tempo di guerra e rifiuta il denaro del figlio, l’ennesimo rifiuto spinge Cal alla vendetta che lo libererà del fratello di cui è sempre stato geloso: già provato dalle tensioni create dallo scoppio della guerra esemplificate nelle ritorsioni contro l’amico di famiglia di origine tedesca, Aron non è in grado di accettare che la madre creduta morta per tanti anni sia in realtà ancora viva e conduca una vita riprovevole. Lo shock spinge il ragazzo completamente fuori di sé ad arruolarsi e partire verso un destino sicuramente infausto.
Adam non sopporta la vista del figlio prediletto in quelle condizioni e ha un grave mancamento, lo stesso sceriffo invita Cal a lasciare la casa paterna citando il passo biblico in cui Caino dopo il delitto si stabilisce a est della Valle dell’Eden. Sarà Abra, la fidanzata di Aron a ricucire il rapporto tra Cal e il padre gravemente malato. La ragazza ha vissuto in prima persona una problematica situazione familiare quando il padre si è risposato dopo esser rimasto vedovo, per questo comprende Cal ed è attratta da lui.



Eastofeden


La Valle dell’Eden resta uno dei drammi degli anni ’50 più attuali sulla condizione adolescenziale, supportata da un bravissimo James Dean (che ricevette una nomination agli Oscar) che sa essere credibile e naturale nella recitazione teatrale del periodo. Notevole anche la regia di Elia Kazan a suo primo film a colori: netto il contrasto tra la luminosità della campagna californiana e la cupezza degli interni cupi ed oppressivi dove i drammi familiari sono sottolineati dal taglio sghembo dell’inquadratura. Anche Kazan fu nominato per la regia, il film ottenne anche la nomination per la miglior sceneggiatura non originale ma l’unico oscar vinto fu quello di miglior attrice non protagonista a Jo Van Fleet per il ruolo della madre.

La banda degli Angeli

Band of Angels
USA 1957 Warner Bros
con Clark Gable, Yvonne De Carlo, Sidney Poitier, Efrem Zimbalist Jr., Rex Reason, Patrick Knowles, Torin Thatcher, Andrea King, Ray Teal, Russel Evans
regia di Raoul Walsh
titolo alternativo italiano La frusta e la carne


Labandadegliangeli


La vita di Amantha Starr cambia drasticamente alla morte del padre: non solo la piantagione di famiglia è mangiata dai debiti, ma la ragazza scopre che la madre era una schiava quindi, in quanto mezzosangue anche Amantha verrà venduta al mercato degli schiavi di New Orleans. La compra Hamish Bond che la rispetta e riesce a conquistarla con il suo animo tormentato. Quando Hamish le confida che la sua ricchezza si basa sulla tratta degli schiavi esercitata in gioventù, Amantha lo lascia. Nel frattempo è iniziata la guerra civile e Amantha si accorge che anche i nordisti sono personaggi piuttosto loschi e quando scopre che Hamish è ricercato per essere impiccato farà di tutto per raggiungerlo…



Bandofangels


Impossibile non pensare a Via col vento vedendo La banda degli angeli perché Clark Gable veste ancora i panni dell’eroe del Sud, solo più cupo e tormentato del fascinoso damerino di Charleston.
Visti i problemi di censura che quest’anno hanno afflitto la celeberrima saga di Rossella rieditata 80 anni dopo con pecetta antirazzista, forse bastava abbinare la visione dei due film per mostrare come nemmeno vent’anni dopo la posizione sulla schiavitù fosse già più articolata in un film avventuroso sentimentale con pochi guizzi come La Banda degli Angeli.
A funzionare infatti è la profondità dei personaggi: Hamish Bond è il nome fittizio con cui si è ricostruito una reputazione un accanito mercante di schiavi poi pentito che cerca di espiare le colpe passate trattando con ogni riguardo i suoi schiavi: l’acquisto di Manthy è dettato dal desiderio di salvarla dalle grinfie dei “gentiluomini” che vogliono visionare la merce irriguardosi dei sentimenti della ragazza.
La gentilezza di Hamish è quella che scatena l’odio di Rau-Ru, il giovane attendente di colore allevato come un figlio da Bond: per quanto molto più libero degli altri neri della città, Rau-Ru è cosciente che la sua condizione è solo una parvenza di libertà: legata al prestigio di Bond, nel momento in cui venisse a mancare il suo mentore la situazione di Rau-Ru cambierebbe. Il giovane sfoga la sua frustrazione odiando l’uomo che l’ha allevato ma alla fine ricorderà il debito di riconoscenza che ha nei suoi confronti e lo aiuterà a fuggire.
Anche i personaggi minori rivelano le profonde contraddizioni dell’animo umano: il padre di Amantha che nasconde all’amata figlia la verità sulle sue origini e si rovina per amore dell’insegnante di francese che si tiene la piantagione senza muovere un dito per l’ex allieva. Seth, primo amore di Amantha, predicatore abolizionista che quando ritrova la ragazza a New Orleans, pur sapendola legata ad un altro ufficiale non esita a ricattarla: tacerà la sua razza se Manthy gli si concede.
L’aver capito le ambiguità del mondo porta Amantha a rivalutare Hamish, che a modo suo cerca di riparare gli errori del passato che potrebbe tranquillamente tacere.
E’ interessante il doppiaggio, presumo originale dato che Gable è doppiato da Emilio Cigoli come in Via col vento. C’è un alternanza dell’uso della parola negro e nero: il primo termine è usato comunemente soprattutto dagli schiavisti, il secondo nei discorsi più confidenziali di Hamish a dimostrazione che già nei tardi anni cinquanta anche in Italia la differenza era nota, checché ne dicano i reality del momento.