Black Sea

BlackSea Il capitano di un sottomarino, licenziato dalla società per cui lavora, viene coinvolto da un altro marittimo che ha perso il lavoro in un progetto al limite della legalità: scendere nel Mar Nero alla ricerca di un U-boot affondato durante la Seconda Guerra Mondiale con un a bordo un carico d’oro che doveva garantire un accordo di pace tra la Russia di Stalin e la Germania nazista..

Le pellicole di sottomarini hanno sempre per sfondo la guerra, vera (Destinazione Tokio) o fittizia (Caccia a Ottobre Rosso), questa volta si tratta di una sporca dozzina di marittimi licenziati in tronco che combattono la crisi a modo loro, senza sapere di esserne vittime per l’ennesima volta, manipolati dalla stessa società che ha tolto loro il lavoro.
Il film si divide in tre parti con stili ed esiti piuttosto diversi: la formazione del gruppo con un tono piuttosto scanzonato che culmina nella presentazione della rugginosa bagnarola russa che dovrà accoglierli, talmente vintage da non esser neppure un sottomarino a propulsione nucleare.
Da questo punto il tono cambia e si inabissa nel luogo comune: dai tempi di Armageddon – Giudizio finale la tecnologia russa è sempre obsoleta e basta assestare un buon colpo per metterla in moto, astronavi o sottomarini che siano.
Come in tutti i film di sottomarini, il mezzo finisce per incagliarsi pencolando pericolosamente su uno sprofondo, in un modo o in un altro si allaga costringendo l’equipaggio a rifugiarsi in una piccola porzione dello scafo con le paratie stagne che gocciolano; quel che manca nel film, oltre al bip del sonar, è il senso di claustrofobia insito nel mezzo, sacrificato alla necessità (questa sì interessante) di mostrare gli scontri tra le due parti dell’equipaggio: per gli inglesi non è giusto dividere a metà il bottino con i russi perché il potere d’acquisto che questi ne ricaveranno sarà superiore al loro, l’avidità non porterà nulla di buono per nessuno, tanto meno per il comandante a cui è dedicata un’ultima parte di redenzione un po’ melensa scandita dai ricordi della vita familiare sacrificata per il lavoro.

Nomads

Nomads Nomads
USA 1986
con Pierce Brosnan, Lesley-Anne Down
regia di John McTiernan

Los Angeles. Durante un turno di notte in ospedale, la dottoressa Eileen Flax visita un barbone farneticante. Prima di morire l’uomo l’aggredisce e la morde. Si scoprira’ in seguito che la persona scambiata per un barbone era un antropologo di chiara fama, Jean Charles Pommier. Intanto la dottoressa Flax, in conseguenza al morso, comincia a ricordare le ultime esperienze di Pommier..

Nel 1986 John McTiernan (Predator, Caccia a Ottobre rosso) debutta alla regia con questo piccolo cult horror che declina in maniera del tutto originale il tema del vampiro. Essendo un mistery di suggestione e ben poco di sangue, possiamo solo dedurre dal morso che unisce la mente di Eileen a quella di Pommier e dal fatto che i soggetti non impressionino la pellicola fotografica, che la banda violenta e sanguinaria che attira l’attenzione di Pommier sia un’accolita vampiresca. L’elemento gotico e’ in realta’ al servizio di una teoria antropologica ben piu’ intrigante, che le megalopoli, al pari dei deserti, possano ospitare delle colonie di nomadi.
Ben presto Pommier comprende che gli strani personaggi in cui si e’ imbattuto sono degli spiriti maligni attirati da scenari di fatti di sangue (la casa che Pommier ha preso in affitto a L.A. senza sapere che e’ stata teatro di morti violente) esattamente come le entita’ malefiche presenti nelle mitologie delle popolazioni nomadi da lui studiate. Forse pero’ si tratta solo di suggestione, del resto lo stesso Pommier nel suo incipiente delirio, ricorda le parole di un vecchio cacciatore inuit: quando ci si spinge troppo oltre, sul pak come nella vita, si finisce per superare il confine della realta’.
Dopo cinque lustri il film mantiene inalterato tutto il suo fascino, i segni del tempo si rivelano solo nell’uso spinto delle luci blu per gli esterni notturni che fa tanto anni ‘80 e tanto videoclip e a confermare la dimensione musicale troviamo il cameo di Adam Ant nel ruolo di Number One, il capo della banda.
Pierce Brosnan non e’ mai stato cosi’ bello e c’e’ uno strano incrocio nelle carriere dei due protagonisti: Lesley-Anne Down che nei titoli di testa viene prima di Brosnan, aveva avuto un inizio carriera prettamente cinematografico per poi specializzarsi in ruoli televisivi e la possiamo vedere quasi quotidianamente in Beautiful nei panni di Jackie Marone, la madre peperina di Nick. Pierce Brosnan invece aveva alle spalle una carriera squisitamente televisiva e Nomads e’ il suo primo ruolo da protagonista sul grande schermo sul finire della serie di successo Mai dire si’ (Regminton Steele) terminata nel 1987. Ben presto Brosnan avrebbe abbandonato del tutto il mondo della televisione per dedicarsi esclusivamente al cinema vestendo anche i panni del penultimo 007.