I colori del tempo

La Venue de l’avenir
Francia 2025
con Suzanne Lindon, Abraham Wapler, Vincent Macaigne, Julia Piaton, Zinedine Soualem, Paul Kircher, Vassili Schneider, Sara Giraudeau, Cécile de France, Pomme, Fred Testot, Vincent Perez, François Berléand, Philippine Leroy-Beaulieu, Olivier Gourmet
regia di Cédric Klapischy

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Dovendo costruire un grande centro commerciale, un comune della Normandia effettua delle ricerche genetiche per risalire agli eredi di Adèle Meunier la cui casa risulta disabitata dal 1944 per i bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale. Della trentina di parenti trovati ne vengono scelti quattro per consentire l’apertura dell’immobile. La casa si rivela una capsula del tempo e nasconde tesori inaspettati, addirittura un dipinto inedito di Monet: tra lettere, cimel vari e una bevuta di ayahuasca si ricostruisce la vita Adèle che a fine Ottocento, appena ventenne, lasciò la casa per andare a cercare la madre a Parigi…

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Il film si muove su due piani storici: gli anni bohémien di Adèle nella Parigi della Belle Époque dove divide una stanza a Montmartre con due giovani artisti conosciuti durante il viaggio e scopre di essere figlia di un celebre artista, e il presente in cui i quattro rappresentanti degli eredi si appassionano alla storia familiare.

La trama contemporanea è piuttosto originale mentre quella ottocentesca è un po’ più scontata ma nell’insieme il film risulta molto piacevole ed offre una riflessione interessante sui media e sull’arte.

La rivoluzione fotografica del secondo ottocento che sconvolge l’arte portando alla nascita dell’Impressionismo (la pittura ha perso la sua funzione di rappresentare la realtà storica) e del cinema viene confrontata con l’uso smodato delle immagini consumate dai social nel presente: divertente la scena iniziale del film con l’influencer davanti alle Ninfee di Monet che nota che i colori del quadro non valorizzano un abito e tutto l’enturage propone di cambiare i colori del dipinto in post-produzione piuttosto che al vestito che andava monetizzato in quella nuance.

La porta d’oro

Hold Back the Dawn
USA 1941, Paramount
con Charles Boyer, Olivia de Havilland, Paulette Goddard, Walter Abel, Victor Francen, Curt Bois, Rosemary DeCamp, Eric Feldary, Nestor Paiva, Eva Puig, Micheline Cheirel, Madeleine Lebeau, Billy Lee, Mikhail Rasumny, Charles Arnt, Arthur Loft, Gertrude Astor, Martin Faust, Brian Donlevy, Veronica Lake, Richard Webb
regia di Mitchell Leisen

Allo scoppio della seconda guerra mondiale, il gigolo George Iscovesco decide di lasciare Parigi e di trasferirsi in USA passando dal Messico. Per le sue origini rumene i tempi d’attesa per il visto richiederebbero anni ma grazie ad Anita, vecchia conoscenza dei tempi parigini, George scopre che se sposa un’americana riuscirà ad entrare negli States in un mese. In un giorno conquista la maestrina Emmy Brown e la sposa ma finisce per innamorarsi di lei…

Commedia romantica che guadagnò sei candidature agli Oscar e si segnala per essere l’ultima sceneggiatura scritta da Billy Wilder che poco soddisfatto del risultato finale decise di dirigere personalmente i propri progetti.

Un’altra peculiarità del film è l’incipit: vediamo Geoge entrare negli studi della Paramount per  per vendere  un soggetto a Mr. Saxon, un regista che aveva conosciuto in Francia prima della guerra. Il soggetto è la sua rocambolesca storia d’amore con Emmy che dopo aver scoperto il motivo per cui Geoge l’ha sposata, ha un incidente d’auto mentre torna ad Azusa, suo paese natale. Per risarcirla del denaro che nel frattempo gli era stato prestato, a Geoge non resta che vendere la sua storia.
Ad interpretare il regista mr. Saxon c’è Mitchell Leisen, il vero regista del film, mostrato mentre dirige una scena con Veronica Lake tratta da I cavalieri del cielo, il film che lancia la carriera dell’attrice e che nella filmografia del regista precede La porta del cielo.

Il film è un’opera molto gradevole magari dall’esito un po’ prevedibile ma può contare su un cast di grandi attori: Charles Boyer sa costruire da par suo il personaggio di George Iscovesco dosando charme e ambiguità sottolineati dal pulsare della sua leggendaria vena sulla tempia. 

Olivia de Haviland ricevette una nomination come miglior attrice: è davvero deliziosa nel ruolo della maestrina travolta prima dalle marachelle dei suoi allievi poi dalla corte di George che finisce per conquistare con il suo ingenuo entusiasmo.

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Il ruolo della terza incomoda è interpretato da Paulette Goddard: Anita è una ballerina cinica ed arrivista da sempre innamorata di George, quando lo ritrova casualmente in Messico è lei a suggerirgli il matrimonio come scorciatoia per poter ottenere il visto e sarà lei a rivelare a Emmy il motivo per cui George l’ha sposata.

Diverse storie di contorno di altri attendenti asilo creano un atmosfera corale su cui veglia l’ispettore Hammock.

C’è la classica notte d’amore negata, marchio di fabbrica delle commedie romantiche di Leisen e il film è impreziosito da belle composizioni, soprattutto allo specchio: oltre alle scene in cui rivela la doppiezza degli intenti dei personaggi, ci sono alcune inquadrature di pura bellezza come quella dedicata a Olivia de Havilland ripresa nello specchietto retrovisore dell’auto.

Turista per caso

The Accidental Tourist
USA 1988 Warner Bros
con William Hurt, Kathleen Turner, Geena Davis, Amy Wright, David Ogden Stiers, Ed Begley Jr., Bill Pullman, Robert Hy Gorman, Bradley Mott, Seth Granger
regia di Lawrence Kasdan

Un anno dopo la tragedia che ha sconvolto le loro vite, la morte del figlio adolescente durante una rapina in un fast food, Sarah Leary decide di separarsi dal marito, Macon. Lui è uno scrittore di guide turistiche spesso in viaggio e deve lasciare Edward, il cane, in una pensione per animali. Muriel, la tenutaria della pensione è una donna molto estroversa che fa subito capire a Macon di essere interessata a lui. Dopo molte titubanze Macon si mette con Muriel quando al matrimonio della sorella Sarah gli chiede di tornare insieme e Macon accetta ma durante un viaggio di lavoro a Parigi Muriel lo segue e anche Sarah lo raggiunge…

Turista per caso è certamente l’opera più nota del regista Lawrence Kasdan, candidata a quattro premi Oscar risolti con la vittoria di Geena Davis come miglior attrice.
Pur essendo coinvolto come sceneggiatore in diversi capitoli della saga di Star Wars, Kasdan nelle sue regie punta a toni intimistici, a commedie agrodolci che sovente girano intorno al tema della morte.

Turista per caso racconta la rinascita di un uomo introverso che pur facendo lo scrittore non ha la capacità di elaborare il lutto che gli ha sconvolto la vita.
Del resto il settore in cui lavora è piuttosto peculiare: Macon scrive guide turistiche per chi viaggia per lavoro, gente che forse preferirebbe stare a casa, quindi i suoi consigli sono volti a razionalizzare l’esperienza del viaggio in modo che l’inatteso impatti il meno possibile sulle abitudini del viaggiatore.
La metafora è lampante e usata per illustrare i vari capitoli della trama: Macon vive e scrive in modo da controllare ogni imprevisto e proprio il suo bisogno di controllo lo rende più inerme davanti agli sconvolgimenti della morte e dell’amore.

La rinascita di Macon irrompe nella sua vita con l’incontro con Muriel, figura bizzarra chiaramente costruita sulla falsariga di Susanna!: una donna sopra le righe, madre single di Alexander, ragazzino con problemi di salute e vittima di bullismo; la presenza di Muriel sconvolge alquanto quel che resta della famiglia di Macon, tre fratelli (una sorella che guida la casa con piglio deciso e maniacale e due fratelli ultra quarantenni incapaci di badare a sé stessi).
Macon si lascia trascinare nella relazione con Muriel forse anche per la tenerezza verso il figlio di lei ma appena l’ex moglie riappare, l’uomo torna alla vita di famiglia e ci vorrà ancora il bizzarro viaggio a Parigi in cui è conteso tra le due donne per fargli comprendere l’imprevedibilità della vita e dei sentimenti.

Il filo nascosto

Phantom Thread
USA 2017
con Daniel Day-Lewis, Vicky Krieps, Lesley Manville, Camilla Rutherford, Gina McKee, George Glasgow, Brian Gleeson, Harriet Sansom Harris, Lujza Richter, Julia Davis
regia di Paul Thomas Anderson

Londra anni ’50: Reynolds Woodcock, stilista affermato e dispotico, gestisce la sua casa di moda con l’aiuto della sorella Cyril. Refrattario al matrimonio, Woodcock passa da una donna all’altra accogliendole nella sua casa studio quando sono le sue muse e lasciando a Cyril il compito di invitarle ad andarsene quando si è stancato di loro ma un giorno incontra Alma, cameriera di pessime maniere ma dal carattere determinato in grado di spezzare la routine sentimentale dello stilista.

Gelido e perfezionista come il suo protagonista, Il filo nascosto è un’opera a tratti respingente non tanto per la perversione amorosa che scatta tra i tue protagonisti quanto per la scelta di ambientare la vicenda nel mondo della moda.

Sarà che recupero il film in pieno delirio per il sequel del Diavolo veste Prada, ma ho trovato un po’ straniante vedere un film ambientato nel mondo della moda che trasforma l’argomento in un trattato quasi ascetico (osservate le luci) con un taglio chirurgico nei camici bianchi da dottori di Woodcock e le sue sarte, nei dettagli dei punti e del taglio delle stoffe, insomma che ne elimina tutto il côté glam che da sempre lo caratterizza.

Come se non bastasse il film non è ambientato a Parigi o a New York ma a Londra in un periodo un po’ oscuro per la moda inglese, gli austeri anni Cinquanta postbellici dove brilla solo il vestiario per il jet set americano o la nobiltà.

Il filo nascosto ovviamente non è un film sulla moda ma una spietata analisi di giochi di potere come The Master o Il petroliere però resto perplessa dall’ambientazione scelta pur capendo che al regista importi mettere il protagonista a capo di un universo femminile, genere con cui ha un rapporto molto complicato a partire da un complesso di Edipo grande come una casa.
Narcisista e ossessivo Woodcock governa il suo mondo con l’aiuto della sorella che ha sacrificato tutta la sua vita per diventare la vestale della Maison Woodcock.

Alma Elson è una cameriera goffa e poco elegante: mangia in modo rumoroso urtando i nervi del raffinato stilista. Reynolds crede di avere facile gioco con la ragazza affascinata dal suo Pigmalione ma anche Alma è una figura nevrotica portata a gesti criminali dalla determinazione di diventare indispensabile per il marito.

Se molti film si sarebbero fermati al matrimonio tra lo stilista e Alma, PTA approfondisce l’indagine sentimentale o meglio patologica spingendola agli estremi: il matrimonio ben presto scricchiola e Alma ripete le sue manovre persuasive ma questa volta Reynolds è cosciente del suo gioco e lieto di farne parte, la scena in cucina tra sguardi d’intesa è magnetica e finalmente la luce si fa calda e intima, perdendo la dimensione ieratica che ha caratterizzato gran parte del film con una fotografia fredda.

È un degno contrappasso delle tante colazioni a tre che hanno caratterizzato il film.
Colazioni che richiamano i pasti di Quarto Potere di Orson Welles anche se Il filo Nascosto, per stessa ammissione del regista ha rimandi hitchcockiani sicuramente a Rebecca la prima moglie e Io ti salverò; da notare come il cognome del protagonista giochi con quello del regista mentre la donna che gli ruba il cuore si chiami Alma, come la moglie di Hitchcock

Sogno di prigioniero

Peter Ibbetson
USA 1935, Paramount Pictures
con Gary Cooper, Ann Harding, John Halliday, Douglass Dumbrille, Ida Lupino, Virginia Weidler, Dickie Moore, Doris Lloyd, Gilbert Emery, Donald Meek, Christian Rub
regia di Henry Hathaway

Alla morte della madre il piccolo Peter viene riportato da Parigi in Inghilterra dallo zio che lo ha in tutela allontanandolo da Mary, la piccola vicina di casa. Ibbetson diventa un architetto e si trasferisce per alcuni mesi presso i duchi di Towers per seguire la ristrutturazione delle stalle. S’innamora di Mary, la duchessa ritrovando la bambina della sua infanzia. Scoperti dal duca, Peter uccide il nobile per legittima difesa ma viene condannato all’ergastolo. Malmenato dalle guardie, Peter giace tra la vita e la morte per una gravissima lesione spinale ma in sogno gli appare Mary che lo sollecita a vivere per incontrarsi in questa dimensione onirica. Peter sopravvive e trascorre la vita immobilizzato in cella sempre in contatto con Mary attraverso i sogni.

Peter Ibbetson è un romanzo di George du Maurier, nonno della scrittrice Daphne autrice di alcuni testi che Hitchcock ha portato sul grande schermo.
Dal romanzo è stata tratta una pièce teatrale di grande successo che ha avuto diverse trasposizioni cinematografiche, questa del 1935 fu osannata dai Surrealisti in quanto esalta la dimensione onirica della vicenda.

Il film procede in maniera lineare soffermandosi sul trauma infantile di Peter: la morte della madre e lo strappo crudele dalla piccola Mary. Arriva poi l’incontro fortuito con la duchessa, i sentimenti repressi fino alla scoperta che la duchessa e la bambina sono la stessa persona, l’omicidio e la galera.

L’elemento fantastico s’insinua lentamente, introdotto dal dialogo con Mr. Slade il datore di lavoro di Ibbetson, cieco dalla nascita che si dice in grado di vedere i fiori e il mare che si infrange sugli scogli; la vacanza a Parigi dove Peter torna nei luoghi della sua infanzia incontrando la bambina che ha sempre avuto nel cuore (incontro risolto fuori campo e rivelato solo quando l’uomo riconosce Mary nella duchessa).

Prima di riconoscersi Mary e Peter fanno lo stesso sogno e solo dopo l’incarcerazione di Ibbetson esplode la dimensione fantastica, resa veramente bene da un punto di vista cinematografico con grandiosi tagli di luce, un fragile castello di vetro sempre sul punto di rompersi sotto il peso della realtà e le orme sulla spiaggia dei passi di domani.

Il film anticipa i grandi successi del cinema fantastico americano che avrà la sua stagione migliore nel decennio successivo.

Victor Victoria

Victor/Victoria
USA 1982, MGM
con Julie Andrews, James Garner, Robert Preston, Lesley Ann Warren, Alex Karras, John Rhys-Davies, Graham Stark, Peter Arne
regia di Blake Edwards

Parigi 1934: la cantante Victoria Grant ridotta alla fame, accetta la proposta di Toddy Todd, un artista gay: fingersi un conte polacco, Victor Grazinski, che canta en travesti. Per quanto strambo il piano ha successo e ben presto Victor Grazinski diventa la stella dei cafe chantant parigini. King Marchand, gestore di night club americani legati alla mafia, non riesce a credere che Victor sia un uomo e cerca di scoprire la sua vera identità. Anche Victoria subisce il fascino di Grant e i due iniziano una relazione ma la donna non intende rinunciare al suo personaggio. Intanto la ex fidanzata di King, Norma Cassidy, torna a Chicago e informa il boss che King ha una relazione omosessuale…

Deliziosa commedia di Blake Edwards che ricostruisce perfettamente l’atmosfera anni ’30 aggiornandola alle tematiche d’inizio anni ’80 ad esempio l’uso disinvolto della parola gay e anche l’incipit del film è piuttosto audace -forse anche ancora oggi- aprendosi su Toddy addormentato su un fianco mentre alle sue spalle compare il suo compagno di letto, anche il dialogo che segue è piuttosto crudo anche se ironico: il vecchio attore (piuttosto simile a Liberace) è ben conscio di essere sfruttato dal giovane amante.

È come se Blake Edwards si divertisse a portare in scena tutte le situazioni scabrose a cui la commedia anni ’30, anche quella pre-code, alludeva solamente: la svampita Norma Kassidy è chiaramente ispirata a Jean Harlow anche nei costumi ispirati a Pranzo alle otto.

Anche King Marchand non è quello che sembra, non è un gangster ma si finge tale perché ama gestire i night club. Nessuno nel film è chi finge di essere, a parte Toddy, non a caso demiurgo di tutta la situazione, un po’ come un regista che dirige la messinscena. 

In fondo anche in Victor/Victoria il discorso metacinematografico è sempre latente ricordando che tutto è finzione, cercando anche la complicità del pubblico che non deve essere convinto delle identità fittizie dei personaggi ma partecipare a tutti i passaggi della mistificazione.

Il sapore classico del film torna anche nella costruzione di molte gag: personaggi secondari, come il cameriere, che ritornano nel finale con un ruolo risolutivo, figure di contorno (il cliente dell’albergo che assiste a tutte le entrate nella camera di Victor) con il solo scopo dí sottolineare la comica assurdità della situazione.

Il numero musicale Shady Dame from Seville è elegantissimo quando lo interpreta Julie Andrews, diventa un delirio comico nella ripresa finale di Toddy: la dualità è il tema base: dal titolo all’ambiguità dei personaggi fino alla doppia versione del numero musicale 

Chi la dura la vince

The Passionate Plumber
USA 1932, MGM
con Buster Keaton, Jimmy Durante, Irene Purcell, Polly Moran, Gilbert Roland, Mona Maris, Maude Eburne, Henry Armetta, Paul Porcasi, Jean Del Val, August Tollaire
regia di Edward Sedwick


The passionate plumber


Parigi: l’idraulico Elmer Tuttle viene chiamato a riparare un guasto alla doccia di Patricia Alden, una ragazza del bel mondo. Il fidanzato di lei, che la tiene sulla corda facedole credere di essere sposato con un’altra, si ingelosisce e sfida a duello Elmer che sceglie come padrino Julius, il cameriere che gli aveva procurato il lavoro. Elmer è anche un inventore e ha realizzato un innovativo modello di pistola, con l’aiuto di Julius vorrebbe mostrarlo al generale Bouschay, decidono di farlo durante una serata al Casino di Parigi che ovviamente finisce malissimo ed Elmer fugge con l’auto di Patricia, distruggendola, per ripagarla la donna gli propone di aiutarla a liberarsi dalla relazione con Tony fingendosi il suo amante; Elmer prende molto seriamente il compito e scopre che Tony ingannava sia Patricia che la presunta moglie, smascherato il seduttore, l’amore tra Elmer e Patricia trionfa.



The passionate plumber


Chi la dura la vince è una delle commedie sonore che Buster Keaton girò nel suo periodo alla MGM, il plot non è originalissimo: l’ingenuo ingaggiato per allontanare il fidanzato fedifrago riesce a smascherarlo e a conquistare il cuore della bella, la cosa interessante è vedere come il grande genio del cinema muto si adatta al sonoro, usando un tono monocorde che ben si sposa con l’imperturbabilità della sua maschera.
abbastanza stridente il contrasto con la spalla Jimmy Durante la cui comicità è fatta più di parola, giochi di parole e parlantina a raffica, i due girarono insieme tre film.
Migliore il supporto del resto del cast: Gilbert Roland esaspera i toni del seduttore che ben conosceva pe i suoi ruoli da latin lover ai tempi del muto, le due rivali, la bionda Irene Purcell e la mora Mona Maris rappresentano perfettamente la svampita e la latina pasionaria sempre pronta alle scene madri con urla e lanci di piatti.



Chi la dura la vince


Non è chiaro perché l’americano Elmer si trovi a Parigi con una bottega ben avviata pur non essendo in grado di comprendere le abitudini francesi, soprattutto quelle del bel mondo, ragion per cui Elmer, per trarsi dalle situazioni imbarazzanti in cui si trova userà a sproposito lo schiaffo col guanto che indica la sfida a duello, resta memorabile -e in perfetto stile pre code– il primo schiaffeggiamento con Tony Lagorce: al tocco del guanto Elmer risponde usando l’asciugamano che lo cinge in vita per coprire le sue parti intime dopo che si è bagnato nel tentativo di riparare la doccia.
Il momento più divertente del film resta la scena della colazione, un brevissimo assolo delle tipiche gag della comicità lapstick del comico che trasformano i semplici gesti del servire a letto la colazione all’amata in un vero delirio comico, arrivando a sciabolare un uovo alla cocque.
In omaggio alla trasferta francese cambia anche il look di Keaton che sostituisce la paglietta con un basco.

Svengali

USA 1931, Warner Bros
con John Barrymore, Marian Marsh, Donald Crisp, Bramwell Fletcher, Lumsden Hare, Carmel Myers, Luis Alberni, Paul Porcasi
regia di Archie Mayo


Svengali


A Parigi il musicista squattrinato Svengali vive grazie alle sue allieve di canto che ipnotizza per sedurle e carpire il denaro. Quando incontra casualmente la modella Trilby si accorge delle grandi doti canore inespresse della ragazza, innamorata del pittore Billee. Sfruttando un malinteso tra i due giovani, Svengali finge il suicidio di Trilby e la porta via da Parigi. Con il potere dell’ipnosi la trasforma in una grande cantante ma al ritorno a Parigi Billee riconosce la ex fidanzata che per un momento riesce a sfuggire al controllo mentale di Svengali. Il pittore si mette sulle tracce dell’amata e ogni volta che è presente in sala Svengali rimanda l’esibizione, si ritroveranno in un locale de Il Cairo dove uno Svengali ormai stremato dallo sforzo mentale muore sul palco…



Svengali


Film misconosciuto in Italia nonostante le diverse versioni cinematografiche dai primi anni del muto fino alla metà degli anni ’50 che hanno fatto entrare il nome del magnetico musicista nel linguaggio anglosassone come sinonimo di manipolatore dai sinistri scopi.
La versione di Archie Mayo del 1931 è molto interessante perché segna un momento di passaggio definitivo dall’eredità espressionista tedesca a un gusto propriamente americano.
Il passaggio è evidente soprattutto nella scenografia: le geometrie sghembe vanno bene per le soffitte bohémien dove incontriamo i nostri personaggi ma quando Svengali e la sua bellissima moglie hanno successo l’arredo della camera è quello ricco e magniloquente del deco.
Anche il personaggio di Svengali è caratterizzato da questa transizione: ad interpretarlo c’è John Barrymore con un look alla Rasputin, figura con cui Svengali condivide anche le capacità manipolatrici.



Svengali


Il film si apre sull’ultimo incontro con Madame Honori, allieva stonata che si è innamorata del maestro e per lui ha lasciato il marito rifiutandone i denari. Svengali occhieggia disperato con l’aiutante Gecko alle stecche della donna e poi la caccia quando capisce che non avrà nessun vantaggio economico dalla seduzione. Prevale l’elemento comico e solo in un secondo tempo, quando Svengali ipnotizza Trilby per farle passare l’emicrania, capiamo che la frase di Honori “non mi fissare con quegli occhi” allude a un’ultima ipnosi del musicista che induce la donna al suicidio.



Svengali


Sotto l’apparente bonomia del personaggio si nasconde quindi un animo perverso ma sul finale la caratterizzazione cambia ancora: la manipolazione mentale consuma le energie vitali di Svengali che prima di cedere fisicamente è già stanco di amori mai reali ma indotti dalle sue capacità mesmeriche, la morte sul palcoscenico lo dipinge come una figura solitaria e patetica, più vicina ai mostri Universal che iniziano a rivelare anche un’umanità dietro la mostruosità che alla perversione fine a sé stessa di un dottor Caligari, da cui prende ispirazione il personaggio di Svengali.

I quattro cavalieri dell’Apocalisse

USA 1921
con Rodolfo Valentino, Alice Terry, Pomeroy Cannon, Josef Swickard, Brinsley Shaw, Alan Hale, Bridgetta Clark, Mabel Van Buren, Nigel De Brulier
regia di Rex Ingram



I 4 cavalieri dell'apocalisse


Madariaga, il più ricco latifondista argentino, ha una predilezione per il nipote Julio Desnoyres mentre non sopporta i rigidi nipoti di origine prussiana; alla sua morte le due figlie si spartiscono l’eredità e tornano a vivere in Europa nei paesi dei rispettivi mariti: i von Hartrott si trasferiscono in Germania e i Desnoyers in Francia. Qui Julio e i suoi parenti conducono una vita sopra le righe, il padre Marcelo investe quasi tutti i beni in opere d’arte che conserva in un castello sulla Marna, il figlio studia arte e si mantiene frequentando il Tango Palace dov’è il re incontrastato del ballo. Julio s’innamora di Marguerite Laurier, la giovane moglie di un amico del padre che li sorprende. I Laurier divorziano mentre incalza la Prima Guerra Mondiale, Julio non ha l’obbligo di arruolarsi perché straniero mentre Margherite diventa crocerossina e scoperto che il marito è diventato cieco in battaglia, decide di tornare da lui. Julio allora parte volontario facendo la gioia del padre il cui castello è stato depredato e distrutto dai tedeschi. Julio morirà in missione trovandosi davanti il cugino tedesco, dilaniati dalla stessa cannonata.



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Il film che regala la notorietà a Rodolfo Valentino, grazie alla sensualità dei suoi balli e il magnetismo del divo è innegabile già solo per essere credibile nell’improbabile abbigliamento da gaucho con cui appare nella scena iniziale.
I quattro cavalieri dell’Apocalisse è tratto dall’omonimo romanzo di Vicente Blasco Ibáñez sceneggiato da June Mathis a cui va anche il merito di aver scelto Valentino per il ruolo principale.



Thefourhorsemen of apocalypse


Il film parte come in dramma sentimentale poi, con lo scoppiare della guerra s’innesta una vena surreale con le profezie dell’esule russo Tchernoff: i quattro cavalieri dell’Apocalisse vengono rappresentati in maniera sempre più terribile, Conquista e Guerra sono due cavalieri medievaleggianti ma Carestia ha già un aspetto orripilante che introduce al definitivo teschio di Morte.
La Bestia che li scatena è un mostro metallico ispirato al Moloch di Cabiria.
Il film fu un’opera costosa ed imponente che ebbe un grande successo al botteghino grazie alla varietà di scenografie: l’Argentina, Parigi, il castello e il borgo sulla Marna, le scene in trincea.
Ci sono tocchi comici anche nei momenti più drammatici: i beni di una contadina che sta lasciando la casa cadono dalla finestra, sulla testa di un uomo in fuga.



Thefourhorsemenof apocalypse


Interessante l’uso degli animali metaforico di alcune situazioni: il litigio tra Chichi, la sorella di Julio e il fidanzato viene seguito da una baruffa tra un gatto e un cane, animali infiocchettati e da salotto, a significare la piccolezza della baruffa tra i due esponenti del bel mondo. Julio ha invece una scimmietta ammaestrata che la madre gli spedisce anche al fronte mentre quando Margherite sta per lasciare nuovamente il marito e tornare da Julio c’è un criceto che gira nella ruota. La decisione di lasciare per sempre Laurier è bloccata dall’apparizione di Julio, appena morto in guerra: il sentimentalismo e la retorica dell’intervento americano, non tolgono potenza a un film magmatico che riesca ancora ad appassionare lo spettatore.

Mia moglie è una strega

Italia 1980 Cineriz
con Eleonora Giorgi, Renato Pozzetto, Helmut Berger, Lia Tanzi, Renzo Rinaldi, John Stacy, Sonia Otero, Raimondo Penne, Vittorio Bisogno, Rita Caldana, Sandro Chiani, Sveva Altieri
regia di Castellano & Pipolo



Mia moglieèunastrega


Nel XVI secolo la strega Finnicella viene mandata al rogo dal cardinale Emilio Altieri che l’ha fatta confessare con l’inganno. Asmodeo, che ha una predilezione per la strega, le concede di tornare sulla Terra dopo trecentotrentatrè anni per vendicarsi sulla discendenza del cardinale. Finnicella si riseglia così nel mondo contemporaneo e incontra l’omonimo discendente del cardinale, broker di borsa. Invece della vendetta scatta l’amore e a rimetterci sarà il diavolo in persona.



Miamoglie è una strega


Benché il rifermento sia rinnegato da Castellano e Pipolo, il film trae spunto dal film di René Clair Ho sposato una strega del 1942 e Eleonora Giorgi ne omaggia la protagonista -Veronica Lake- nella caratteristica pettinatura allo schiaffo, spettinato quando Finnicella compare in tv in bianco e nero inserendosi in Casablanca.
Malignamente potremmo pensare che sia la produzione originale a impedire che si vanti la citazione perché Mia moglie è una strega è un film decisamente bruttino: battute senza mordente, effetti speciali malfatti: il volo in scopa su Parigi è di una tristezza unica anche se sembra ispirarsi a Miracolo a Milano.



Miamoglieèunastrega


Fa simpatia l’effetto trash della ricostruzione del sabba iniziale in cui Asmodeo scopre che la prediletta Finnicella è stata arrestata dalla Santa Inquisizione. Helmut Berger è l’unico ad avere la presenza scenica e l’ironia per giocare con il personaggio del diavolo e gli assurdi travestimenti che gli tocca indossare. Pare che tra le giovani streghe ci sia anche Serena Grandi in vesti di comparsa.
Se non si trattasse di un film del 1980, verrebbe da pensare a una produzione televisiva targata Mediaset: quella prima colazione con i barattoli di marmellata in bella vista, ancorché con la marca girata, ricordano tutta la produzione delle sitcom del Biscione, da Casa Vianello in giù.
Le uniche gag che funzionano ancora sono la macchina che va per conto suo, macchina d’epoca, grande passione di Pozzetto e le mitiche azioni fallite delle Canistracci Oil: anche la Borsa e l’alta finanza stava per affacciarsi nelle case degli italiani con le “bluuu chips” di Everardo Dalla Noce