Nick mano fredda

Cool Hand Luke
USA 1967, Warner Bros
con Paul Newman, George Kennedy, J.D. Cannon, Lou Antonio, Robert Drivas, Strother Martin, Jo Van Fleet, Clifton James, Morgan Woodward, Luke Askew, Marc Cavell, Richard Davalos, Robert Donner, Warren Finnerty, Dennis Hopper, John McLiam, Charles Tyner, Harry Dean Stanton, Ralph Waite, Joy Harmon
regia di Stuart Rosenberg



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Il giovane perdigiorno Nick deve scontare due anni di galera ai lavori forzati per aver vandalizzato dei parchimetri. Nonostante riveli da subito un carattere ribelle e strafottente, Nick riesce ad integrarsi, soprattutto con gli altri galeotti ma quando muore sua madre, una pena ingiusta e preventiva trasforma il carcerato che riesce a fuggire ben due volte dalla prigione diventando un idolo per i compagni e suscitando le ire dei poliziotti che non perdono occasione per angariarlo quando viene catturato nuovamente. Dopo aver finto di esser stato domato, Nick evade per la terza volta ma gli costerà la vita.



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Solida produzione tratta dal romanzo omonimo scritta da un vero galeotto basandosi sulla sua esperienza personale, Nick mano fredda (ma in originale il protagonista si chiama Luke) è uno dei film che ha consolidato la fama di Paul Newman che interpreta l’epitome del ribelle: anche prima della galera Nick è vittima del suo carattere ribelle che, anche sotto le armi lo porta ad esser degradato dopo aver ricevuto onori e medaglie. Nonostante il sorriso strafottente, lo stesso Nick soffre il suo carattere tanto da lamentarsi a più riprese con Dio e terminare la sua ultima fuga in una chiesa dove chiede conto al Creatore del suo destino. A colpire i galeotti è la determinazione di Nick: l’incontro di boxe con Dragline impressiona prigionieri e poliziotti per l’insistenza con cui Nick si rialza anche se sa che non può nulla contro la forza del rivale.
Altro momento topico del film è la scommessa delle uova: Nick scommette di riuscire a mangiarne cinquanta in un’ora e ci riesce, è il momento più divetente del film prima che la storia si volga in tragedia. La scena è stata completamente tagliata dalla versione italiana, forse per il finale a simbologia cristologica: Nick ripreso dall’alto sul tavolone della mensa a braccia aperte, come un Cristo crocifisso, inquadratura che mi ha ricordato molto il finale di Mamma Roma di Pasolini, del 1962.
Il telegramma che annuncia la morte di Arletta, la madre di Nick cambia tutto: il direttore della prigione, il Capitano, gli infligge alcuni giorni di isolamento giustificandolo come forma preventiva del possibile tentativo di fuga per partecipare ai funerali della madre. I giorni in isolamento servono a Nick proprio per elaborare il suo piano di fuga, appena ripreso fugge un altra volta mandando ai compagni una foto con due belle ragazze, si tratta di un fotomontaggio ma non fa che accrescere la sua fama presso i compagni. Catturato nuovamente, il detenuto diventa oggetto delle torture delle guardie che non hanno altro scopo che quello di piegarlo: botte, lavori inutili come scavare una fossa su ordine di un guardiano e ricoprirla per volere di un altro senza avere la possibilità di giustificarsi. Alla fine Nick si piega con grande delusione dei suoi compagni, è un vero cedimento o solo un bluff come quelli che gli vengono così bene alle carte? Non lo sa nemmeno lo stesso protagonista ma quando scorge l’occasione per fuggire nuovamente la coglie al volo e lo segue anche Dragline che dopo la morte di Nick diventa il più grande testimone delle sue avventure.



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La morte di Nick è l’esempio definitivo della violenza delle guardie: ferito da un colpo alla gola, il detenuto potrebbe essere salvato ma il Capitano preferisce riportarlo in carcere piuttosto che al più vicino ospedale. Il semaforo rosso ci fa capire che Nick morirà lungo il viaggio, ultimo uso ai fini della storia della segnaletica: dalla scritta iniziale Violation dei parchimetri vandalizzati, ai segnali di stop e i vari semafori che segnano i momenti nodali del film.
A sparare a Nick è il boss Godfrey, quello dall’ottima mira che porta sempre gli occhiali da sole a specchio. Dopo lo sparo Dragline lo aggredisce e il guardiano perde gli occhiali che finiscono frantumati dall’auto in cui è stato caricato il morente, ma sempre strafottente Nick.

La lunga estate calda

The Long, Hot Summer
USA 1958, 20th Century Fox
con Paul Newman, Joanne Woodward, Anthony Franciosa, Orson Welles, Lee Remick, Angela Lansbury, Richard Anderson, George Dunn, Sarah Marshall, Mabel Albertson, Jess Kirkpatrick, J. Pat O’Malley
regia di Martin Ritt



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Ben Quick, giovane spiantato perseguitato dalla nomea di incendiario, arriva in un paesino del Mississippi dove riesce ad affittare un terreno dal figlio del più ricco proprietario della cittadina. Quando Will Varner torna dall’ospedale dov’era ricoverato, vorrebbe cacciare Quick per la sua nomea ma trova nel giovanotto una grinta che manca ai suoi figli, il molle Jody e l’altera Clara che amoreggia senza costrutto con Alan Stewart, rampollo della più antica famiglia del paese.
Will vorrebbe dei nipoti così mette Clara davanti a una scelta: o conclude da Stewart o sposa il protetto del padre per cui la ragazza ha nutrito un’avversione fin dal primo casuale incontro ma che in realtà l’ha colpita e la conquista tenendo testa al borioso padre.



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Tratto da alcuni racconti di William Faulkner, La lunga estate calda è la classica produzione dei tardi anni ’50 dall’impianto molto teatrale sorretta dalla bravura degli attori.
Il mondo è sempre quello duro degli stati del Sud dove il pregiudizio regna sovrano. Altro tema portante ma latente, dati i puritani anni ’50 è il sesso, attorno a cui ruota tutta la trama. Will Varner vedovo di una donna molto amata, ha da lungo tempo un’amante Minnie Littlejohn (Angela Lansbury) che dopo la malattia dell’uomo decide che è il momento di farsi impalmare e tra mille moine riesce ad ottenere il suo scopo.
Jody, nonostante soffra pesantemente la bassa stima che gli dimostra il padre, è felicemente sposato con Eula bellissima e superficiale che attira le attenzioni di tutti i giovani che la notte vanno ad ululare sotto le sue finestre.



La lungaestatecalda


Clara è un’aliena in questo mondo, lo dimostra anche il suo look con i capelli sempre raccolti da cui non sfugge neppure una ciocca. Amante della cultura e del buon gusto, si accontenta di fare la maestra in paese e trova un’affinità elettiva con Alan Stewart, succube di una madre troppo invadente e forse omosessuale.
L’arrivo del magnetico Ben Quick scombina tutti gli equilibri: Will rivede in lui la sua grinta giovanile, l’energia e il piglio per gli affari che i figli non hanno ereditato, Jody si sente definitivamente scalzato dal ruolo di primogenito e la gelosia lo porterà ad appiccare un’incendio con l’intento di uccidere il padre, mentre la raffinata Clara non è certo insensibile al fascino maschio di Ben ma gli resiste fino a quando ne scopre le debolezze (la fama d’incendiario è ingiusta) e il senso di giustizia.



La lunga estate calda


La pellicola si lascia guardare con piacere e anche se alla fine si capisce che la sostanza era poca, resta l’inconsueta soddisfazione metacinematografica di sapere che l’amore di Clara e Ben è durato tutta la vita visto che sul set nacque l’amore tra Joan Woodward e Paul Newman.

Mr. & Mrs. Bridge

Mr. & Mrs. Bridge

Mr. and Mrs. Bridge
USA 1990 Miramax
con Paul Newman, Joanne Woodward, Blythe Danner, Simon Callow, Kyra Sedgwick, Robert Sean Leonard, Margaret Welsh, Saundra McClain, Diane Kagan, Gale Garnett, Marcus Giamatti, Austin Pendleton
regia di James Ivory

La vita dei signori Bridge negli anni ’30 e ’40: Walter è un austero avvocato, India una donna di casa che ha cresciuto tre figli e occupa il suo tempo dedicandosi alle attività sociali consone al proprio status anche se avverte di non essere compresa.

Perfetto spaccato d’epoca, magnifico nella ricostruzione storica, come è solito fare James Ivory e sorretto dalla prova di due mostri sacri del cinema hollywoodiano come Paul Newman e la moglie Joan Woodward che regala una magnifica interpretazione messa in lizza per diversi premi.
I caratteri dei due coniugi non potrebbero essere più distanti: lui è un austero avvocato che ha abbandonato l’introspezione con i sogni giovanili di diventare poeta, lei, dietro una svagata leggerezza nasconde un animo sensibile e curioso messo al servizio della volontà del marito a cui si affida ciecamente come simboleggiato dalla cena al club durante l’uragano.




Mr. and Mrs. Bridge


La completa dipendenza dal marito costa a Mrs. Bridges la stima dei figli: Ruth se ne andrà a New York per fare l’attrice, Carolyn s’impunterà per sposare un uomo che la renderà infelice e Douglas sviluppa nell’adolescenza un rifiuto tale per la figura materna che evita ogni contatto e quasi di rivolgerle la parola. Non si capisce cosa abbia scatenato questa acrimonia ma il film ci mostra lampi di vita, brevi fotografie della vita dei Bridge attraverso gli anni in cuil’incomunicabilità all’interno della coppia, ma anche sociale, basti pensare al suicidio di Grace, si fa predominane fino al magnifico finale di Mrs. Bridges bloccata in macchina, sotto la neve, senza che nessuno l’ascolti o le presti attenzione, immagine emblematica di tutta la sua vita.
Il film è tratto da due romanzi di Evan S. Connell che dedicò un primo libro a Mrs. Bridge nel 1959 per poi raccontare il punto di vista di Mr. Bridge dieci anni dopo, nel 1969.

Lassù qualcuno mi ama

Somebody Up There Likes Me
USa 1956 MGM
con Paul Newman, Pier Angeli, Sal Mineo, Everett Sloane, Eileen Heckart
regia di Robert Wise

Rocco Barbella, figlio di poveri immigrati italiani di New York, fin dalla più tenera infanzia dimostra uno spirito ribelle e l’insofferenza verso il padre ubriacone, pugile fallito. L’adolescenza trascorre tra case correzionali e riformatori da cui fugge regolarmente, diserta anche dall’esercito dove era stato arruolato forzatamente dopo il riformatorio.
Per guadagnare qualche soldo onestamente, Rocky si avvicina alla boxe e inizia ad avere successo anche se rischia di perdere la licenza il giorno che si scopre innamorato di Norma, una amica della sorella, dimenticando di presenziare all’incontro della serata. Dopo il matrimonio con Norma, Rocky sembra aver trovato un equilibrio ed è in lizza per il campionato del mondo, quando loschi figuri del suo passato lo ricattano: se non venderà il match riveleranno il suo passato di disertore. Marciano con una scusa rimanda l’incontro ma la commissione lo sospende, la squalifica non è ratificata in tutte le città e a Chicago, dopo una notte di ripensamenti e un incontro sanguinoso, Graziano guadagnerà l’ambito titolo mondiale.

Lassùqualcunomiama

Seconda incursione di Robert Wise nel mondo della boxe, Lassù qualcuno mi ama è un biopic romanzato (anche se i titoli di testa riportano la didascalia “Questo è il modo in cui ricordo.. definitivamente. Rocky Graziano) ben diverso dall’amaro apologo di Stasera ho vinto anche io.
Una pellicola quindi più commerciale ma dalla confezione raffinata per il bianco e nero drammatico della fotografia (premiata con l’Oscar, come le scenografie) ed estremamente godibile ancora oggi grazie al racconto nervoso delle (dis)avventure da loser del protagonista perfettamente in linea con i tempi: il ruolo di Graziano, infatti, avrebbe dovuto andare a James Dean, tragicamente scomparso nell’incidente automobilistico del settembre 1955.
Nel cast compaiono attori legati alla figura di di Dean: Sal Mineo ancora una volta nei panni del sodale disperato del protagonista come fu in Gioventù Bruciata, e (Anna Maria) Pier Angeli, l’attrice cagliaritana che trovò fortuna in America e fu il grande amore del ribelle per eccellenza, anche lei scomparsa prematuramente a soli 39 anni il 10 settembre 1971 per overdose di barbiturici.
Per rimanere in tema di grandi ribelli dello schermo, nel film recita in un piccolo ruolo, non accreditato, anche Steve Mc Queen.
A sostituire l’attore scomparso arriva Paul Newman, al secondo ruolo da protagonista e trova la consacrazione: una recitazione in perfetto stile Actor’s Studio, con momenti di disperazione contenuta (il collo incassato sulle spalle) alternati alla boria nevrotica: Graziano saltella spesso come se fosse sul ring.
Film seminale per tutta la produzione media a venire sui film di boxe: la brava Pier Angeli incarna il modello della dolce mogliettina disgustata dalla violenza del pugilato ma disposta ad accettarla pur di restare accanto all’uomo che ama, Rocky Graziano perde l’incontro decisivo per il titolo prima dello scandalo delle scommesse e poi lo riconquista dopo un match sofferto che subisce per lunghi round prima della riscossa finale: materiale che in seguito verrà sviluppato in saghe pugilistiche anziché in un unica pellicola.
A perdersi per strada è solo qualche spunto comico (i rientri a casa col volto sempre più tumefatto di Graziano) in favore del melodramma.

Vincent Sherman

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Il 16 luglio 1906 nasce a Vienna in Georgia Abraham Orovitz, diventato noto come regista con il nome di Vincent Sherman.
Dopo la laurea il giovane è deciso a fare l’attore e prima sbarca a New York dove cambia il nome e si dedica alla recitazione teatrale e proprio la piece teatrale Counsellor at Law in cui recita accanto a John Barrymore, gli apre le porte di Hollywood infatti dal dramma nel 1933 viene tratto il film Ritorno alla vita diretto da William Wyler e il giovane attore viene confermato anche per la versione cinematografica, ma fare carriera come attore non è cosa facile, Vincent Sherman ripiega allora sul suo talento di abile sceneggiatore che lo fa assumere alla Warner Bros nel 1937.
Il primo film che gira nel 1939 è un B movie, Il ritorno del dottor X ma il protagonista è destinato a chiara fama: Humphrey Bogart, in questa pellicola il futuro divo è una sorta di zombie/vampiro: è risvegliato dalla tomba grazie al sangue sintetizzato in modo tale da ridargli la vita.


RitornodelDottorX

Seguono altri film di serie B tra cui va ricordato Sesta colonna del 1941 che ha sempre per protagonista Bogart nei panni di un delinquente che, cercando gli assassini di un suo amico, scopre una banda di spie naziste.
Il salto di qualità avviene nel 1943 quando Vincent Sherman dirige Bette Davis e Miriam Hopskins in L’amica (titolo originale Old Acquaintance) il film narra il complicato rapporto d’amicizia tra due donne, tra rivalità sentimentali e lavorative: entrambe sono scrittrici. L’amica ebbe un remake nel 1981, Ricche e Famose, l’ultimo film diretto da George Cukor.
L’anno seguente Sherman dirige ancora Bette Davis in La signora Skeffington storia di una donna bellissima che si sposa per interesse, solo quando sente avvicinarsi la vecchiaia e la solitudine comprende l’affetto del marito. Sia La Davis che Claude Rains vengono nominati agli Oscar per questo film.

Skeffington Prentiss

Del 1947 è il tragico melò Smarrimento che ha per protagonista Ann Sheridan nei panni di Nora Prentiss, una cantante di night per cui un integerrimo dottore è deciso a lasciare la moglie. Per non chiedere il divorzio il dottor Talbot fa passare il cadavere di un paziente per il suo; quando ormai è convinto di poter iniziare una nuova vita viene arrestato come l’assassino del presunto Talbot.
Sempre nel ’47 Ann Sheridan è protagonista di Le donne erano sole un remake non dichiarato di Ombre malesi girato da Bette Davis nel 1940.
Nel 1948 Sherman abbandona momentaneamente i women movies per dedicarsi a Le avventure di Don Giovanni con Errol Flynn, il film riceve due nomination per le scenografie e vince l’Oscar per i migliori costumi nel 1950.
Dopo il mediocre Cuore solitario del 1949, inizia una collaborazione con Joan Crawford: nel 1950 la dirige in Sola con il suo rimorso e ne I Dannati non piangono, i film non sono eccelsi ma confermano la fama di Sherman di regista delle donne, forse non dovuta solo al soggetto dei suoi film ma anche alle liason che il regista intraprese con le sue protagoniste: nella sua autobiografia Studio Affairs il regista confessa il legame di tre anni con la Crawford e una relazione con Bette Davis ai tempi della loro collaborazione cinematografica. Instaura un legame sentimentale anche con Rita Hayworth quando la dirige nel 1952 in Trinidad.

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Dopo questa pellicola la carriera del regista subisce uno stopo di cinque anni: siamo nel pieno del maccartismo e Sherman viene allontanato per sospette simpatie comuniste, non finisce nella lista nera di Hollywood ma si ferma alla grigia.
Riprende a lavorare nel 1956 supervisionando un film italiano Difendo il mio amore, poi nel ’57 sostituisce Robert Aldrich nelle riprese finali de La Giungla della 7° strada. Sherman gira ancora qualche film tra cui ricordiamo I segreti di Filadelfia con Paul Newman onesto avvocato tentato di cedere alle lusinghe del denaro, poi passa alla televisione dirigendo episodi di serie tv o film per la televisione.
Scompare il 18 giugno 2006, nemmeno un mese prima del suo centesimo compleanno.

Angela Lansbury

***L’attrice è scomparsa l’11 ottobre 2022***

Compie oggi 90 anni Angela Brigid Lansbury, nota al grande pubblico come La signora in Giallo, serie tv che durò 12 anni dal 1984 a 1996 più quattro film per la tv ma in virtù delle continue repliche domina ancora oggi i palinsesti delle nostre televisioni.
Anche se il personaggio di Jessica Fletcher le resterà incollato a vita, Angela Lansbury ha una carriera di tutto rispetto, sia al cinema (nel 2014 ha ricevuto l’Oscar alla carriera) che in teatro dove ha collezionato ben quattro quattro Tony Award come miglior attrice protagonista in un musical per quattro spettacoli diversi e un quinto Tony nel 2009 come attrice non protagonista.

Le sua abilità nel musical sono state riconosciute anche al cinema: la teiera canterina Mrs. Bric de La Bella e la bestia (1991) si ispira alle fattezze della Lansbury che ovviamente la doppiava nella versione originale.

Angela Lansbury nasce a Londra il 16 ottobre 1925 e durante la seconda Guerra Mondiale si trasferisce in America dove viene naturalizzata nel 1951.
Il debutto sul grande schermo, nel 1944 è di tutto rispetto, facendole guadagnare una prima nomination agli Oscar: in Angoscia è Nancy, la cameriera che si presta ai maneggi del marito Charles Boyer che cerca di far passare per pazza la povera Ingrid Bergman.
L’anno seguente guadagna una nuova nomination per il ruolo di Sibyl Vane, fidanzata suicida di Dorian Gray in Il ritratto di Dorian Gray diretto da Albert Lewin.
Nel 1946 è nel musical Le ragazze di Harvey accanto a Judy Garland per la regia di George Sidney, che la dirige nuovamente nel 1948 ne I tre moschettieri, con Gene Kelly nei panni di d’Artagnan, Lana Turner in quelli di Milady e Vincent Price come Richelieu mentre Angela Lansbury interpreta la Regina Anna. Sempre nel 1948 è nel cast de Lo stato dell’unione, pellicola diretta da Frank Capra dove la Lansbury è l’editrice Kay Thorndyke che convince l’industriale Spencer Tracy a entrare in politica. L’attrice fu scelta su consiglio di Katharine Hepburn che nel film interpreta la moglie di Tracy.
Nel 1949 interpreta la filistea Semadar nel kolossal di Cecil B. De Mille Sansone e Dalila con Victor Mature e Hedy Lamarr.

Nel 1958 partecipa a La lunga estate calda, con Paul Newman e Orson Welles, di cui la Lansbury nel film è la compagna; la regia è di Martin Ritt.
Nel 1969 il ruolo più significativo della carriera che le vale la terza nomination e il secondo Golden Globe: è la tremenda signora  Iselin (personaggio che rientra tra i 50 più cattivi di tutti i tempi secondo la classifica stilata dall’American Film Institute nel 2003) in Va’ e Uccidi (The manciurian candidate) film diretto da John Frankenheimer che ha per protagonista Frank Sinatra.
Nel 1971 è la protagonista di Pomi d’ottone e manici di scopa: un’apprendista strega, Miss Price, a cui, durante la seconda guerra mondiale, vengono affidati tre orfani londinesi e si trova a dover combattere contro uno sbarco nazista.
Nel 1978 partecipa al film “all star” Assassinio sul Nilo, nel 1979 è Miss Froy, nel remake de La signora Scompare di Hitchcock, che ha lo stesso titolo originale, The Lady Vanishes ma in italiano diventa Il mistero della signora scomparsa e nel 1980 è Miss Marple in Assassinio allo specchio: i tempi sono ormai maturi per diventare la regina del giallo televisivo.

Myrna Loy

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Il 2 agosto 1905 nasce a Helena, nel Montana Myrna Adele Williams divenuta celebre come Myrna Loy, attrice di grande eleganza che ebbe una vita cinematografica divisa in due, segnata dall’avvento del sonoro.
Quando il padre muore di febbre spagnola nel 1918, la madre realizza il desiderio di trasferirsi con i due figli a Los Angeles, dove Myrna frequenta una scuola esclusiva e studia danza e recitazione iniziando a calcare le scene a 15 anni.
A diciotto abbandona gli studi per dedicarsi a tempo pieno alla danza e alla recitazione, alcune sue foto vengono notate da Rodolfo Valentino ma sarà la moglie di Rudy, Natacha Rambova a scritturarla per il suo primo film, What Price Beauty? del 1925. La ventenne Myrna Loy interpreta il ruolo di una vamp che contende (perdendo) l’amore a una fanciulla acqua e sapone interpretata da Nita Naldi.

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Per tutti gli anni ’20 alla giovane attrice saranno attributi ruoli da vamp o da bellezza esotica, ha una parte non accreditata anche ne Il cantante di jazz, quasi una premonizione del ruolo che il sonoro avrebbe avuto nella sua carriera: il brio nella recitazione infatti, la libera dai ruoli spesso secondari di bellezza esotica per imporla come una delle più raffinate attrici della commedia brillante come dimostra nel 1932 in Amami Stanotte di Rouben Mamoulian, dove i doppisensi della sua Contessa Valentine rubano la scena alla romantica e schizzinosa principessa Jeanette interpretata da Jeanette McDonald.
Nel 1934 arriva il film, anzi la serie che trasforma Myrna Loy ne “la regina di Hollywood”, in quell’anno gira infatti L’uomo ombra accanto a William Powell: i coniugi Nick e Nora Charles, accompagnati dall’immancabile fox terrier Asta, tra battute e vita da jet set, risolveranno una serie di omicidi nel corso dei sei film dedicati all’elegante coppia che sbanca i botteghini tra il 1934 e il 1947.

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Oltre ai sei film de L’uomo ombra, la coppia Loy-Powell compare insieme sul grande schermo altre otto volte per un totale di quattordici pellicole girate insieme.
Ne Le due strade sono affiancati da Clark Gable (con cui l’attrice girerà sei film), la pellicola è melodramma passato alla storia perché John Dillinger fu ucciso dopo aver assistito a questa proiezione e Myrna Loy ebbe la fama di star del cinema preferita dal Nemico Pubblico n°1.
Nel 1936 l’attrice è protagonista del La donna del Giorno, ancora con William Powell, Spencer Tracy e Jean Harlow, il film di Jack Conway è un perfetto esempio di commedia brillante, a differenza di Gelosia dell’anno seguente nonostante il cast sia rodato e di tutto rispetto con Clark Gable diviso tra la raffinata moglie Loy e la provocante segretaria Harlow.
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Il paradiso delle fanciulle, biografia di Ziegfeld, L’amico pubblico n°1, Gli arditi dell’aria sono alcuni dei film degni di nota degli anni ’30, alternati alla serie de L’uomo ombra, in cui Myrna Loy brilla come ricca ereditiera o come moglie perfetta (The perfect wife era un altro dei suoi soprannomi), come dimostra nel 1946 nel melodramma di William Wyler, I migliori anni della nostra vita, storia del reinserimento in famiglia di tre reduci della Seconda Guerra Mondiale.
Nel 1947 torna alla commedia ne L’intraprendente Signor Dick accanto a Cary Grant il film ha molto successo e la coppia viene riproposta l’anno seguente nel classico La casa dei nostri sogni.
A partire dagli anni ’50 Myrna Loy inizia a diradare le sue apparizioni cinematografiche per dedicarsi a teatro e televisione, i film degni di nota in cui compare sono Merletto di Mezzanotte, Dalla terrazza di Mark Robson dove interpreta la madre ubriacona di Paul Newman Airport 75, La fine …della fine commedia nera interpretata e diretta da Burt Reynolds; l’ultimo film è Dimmi quello che vuoi di Sidney Lumet, del 1980.
Mai nominata dall’Academy, Myrna Loy riceve un Oscar alla carriera nel 1991, si spegne il 14 dicembre 1993.

Picnic

USA 1955 Columbia
con William Holden, Kim Novak, Betty Field, Susan Strasberg, Cliff Robertson, Rosalind Russell, Arthur O’Connell, Nick Adams, Verna Felton
regia di Joshua Logan



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Hal Carter, vagabondo di ex belle speranze, arriva in una cittadina del Midwest per chiedere un lavoro a un ricco compagno di università, Alan Benson, che sarebbe anche disposto ad assumere il vecchio amico ma il colpo di fulmine tra Hal e Madge, la bella del paese, di cui Alan è innamorato fa crollare tutta una serie di equilibri sentimentali mettendo a soqquadro la città nel giorno del Labour Day…



Picnic


Il film ha un impianto molto teatrale anche nella recitazione ma del resto è una trasposizione cinematografica di una  pièce  di Broadway diretta dallo stesso regista qualche anno prima e con Paul Newman nel ruolo di Alan Benson.
Resta molto interessante nello studio psicologico dei personaggi, soprattutto le figure femminili messe in agitazione dall’indubbio fascino del vagabondo, che diventa insolitamente, e non solo per l’epoca, un “uomo oggetto”, ottima la scelta di farlo interpretare a William Holden la cui prova resta molto apprezzata ma con un gioco metacinematografico mi piace pensare che se Joe Gillis non fosse annegato nella piscina di Viale del Tramonto sarebbe potuto finire con Hal Carter che all’amico racconta anche i suoi trascorsi hollywoodiani con un amante un po’ stagionata.



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Appena arrivato in città Hal si offre per qualche lavoretto in cambio di cibo nella casa dell’anziana Helen, vicina e amica delle Owens, la vedova Flo con le due figlie, la bella Madge che la madre indirizza a un matrimonio d’interesse con Benson e la piccola Millie, intelligente ma non carina come la sorella maggiore. Per sbarcare il lunario Flo Owens affitta una stanza a un’insegnate, l’attempata zitella Rosemary Sidney che accetta con finta noncuranza una relazione senza prospettive matrimoniali. Interpretata da una memorabile Rosalind Russell sopra le righe sarà proprio Rosemary che finge -ancora una volta- indifferenza verso il fascino innegabile di Hal a far precipitare la situazione con una tremenda sfuriata verso il giovanotto per poi costringere il pacato Howard alle nozze.



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La presenza di Hal porta scompiglio anche tra le sorelle Owens acuendo il contrasto tra Millie, invidiosa della bellezza della sorella mentre Madge è stanca di essere ammirata solo per la sua bellezza ma in Millie troverà un supporto quando deciderà di lasciare il paese per seguire Hal e dovrà convincere la madre che teme che la figlia riviva la sua infelicità matrimoniale: pochi soldi, alcol, tradimenti..


Picnic


Da menzionare la messa in scena quasi documentaristica della festa paesana: le competizioni e i giochi, il picnic, la festa serale con l’elezione della reginetta: dietro alle risate, alla quieta soddisfazione si cela l’irrequietezza femminile resa giocosamente dal montaggio: alle esibizioni e ai discorsi fanno da contraltare le facce annoiate o schifate degli infanti, sembra una facile captatio benevolentiae ma forse è il segno della ribellione della nuova generazione.

Addio ad Arthur Penn

Arthurpenn Si e’ spento martedi’ 28 settembre, il regista Arthur Penn, fratello del fotografo Irving Penn e padre del regista televisivo Matthew Penn, nessuna parentela invece con l’attore Sean Penn.
Nato a Philadelphia il 27 settembre del 1922, Arthur Penn studia all’Actor Studios di Los Angeles e muove i primi passi nella televisione iniziando a lavorare nel 1951 per la NBC.
Il debutto cinematografico risale al 1958 con Furia selvaggia, rilettura in chiave psicoanalitica del mito di Billy The Kid visto come un adolescente inquieto interpretato da Paul Newman.
Oltre che alla regia cinematografica, Penn si dedica anche alla regia teatrale e il suo secondo lungometraggio e’ la trasposizione cinematografica di una piece che aveva diretto in teatro, Anna dei miracoli. Rifiutando di scegliere Elisabeth Taylor per il ruolo di protagonista, Penn ripropone sul grande schermo la coppia di attrici della versione teatrale, Anne Bancroft e Patty Duke che vennero premiate con l’Oscar mentre al regista ando’ la sua prima nomination. Nasce cosi’ la leggenda uno dei film che personalmente amo di piu’, girato in un bianco e nero fortemente contrastato come la vicenda di Ellen Keller.
Per la sua terza opera, dopo essere stato licenziato da Burt Lancaster dal set de Il treno, il regista si ispira alla nouvelle vague francese con Mickey One interpretato da Warren Beatty, una pellicola che vuole portare sullo schermo il disagio di una generazione ispirandosi ad una dimensione di angoscia kafkiana.
Nel 1966 e’ la volta de La caccia, con cast d’eccezione: Marlon Brando, Robert Redford, Jane Fonda e Angie Dickinson. La storia dell’inseguimento di un evaso che scatena le reazioni piu’ disparate negli abitanti di una cittadina del Texas pero’ non piacque al produttore Sam Spiegel che licenzio’ il regista e rimonto’ il girato a sua discrezione.

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La delusione spinse Arthur Penn a decidere di lasciare il cinema ma Warren Beatty lo convinse a dirigere Gangster Story (1967). La storia violenta di Bonnie&Clyde esaltati come eroi belli e dannati, valse la seconda nomination al regista e fu un grande successo di pubblico. Il film rappresenta il trait d’union tra la nouvelle vague francese e il cinema della nuova Hollywood.
Nel 1969 il regista gira Alice’s Restaurant, la ballata sulla cultura hippye che gli vale la terza nomination all’oscar.
Del 1970 e’ Piccolo grande uomo il film che insieme a Soldato blu dello stesso anno, contribuisce a smontare il mito della Frontiera e a rivalutare il genocidio degli Indiani d’America.
Nel 1975 Penn tratteggia il ritratto di un grande loser in Bersaglio di notte, storia di un investigatore privato (Gene Hackman) alle prese con una vicenda lavorativa piu’ grande di lui a cui si intrecciano le sue disavventure personali (il tradimento della moglie).

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Del 1976 e’ Missouri, ancora una volta un western che dissacra la mitologia del genere, uno scontro tra allevatori e ladri di bestiame interpretato da Jack Nicholson e Marlon Brando.
Gli amici di Georgia del 1981, e’ forse il suo ultimo capolavoro, pur avendo una fama molto inferiore ai suoi lavori precedenti. Diradata l’attivita cinematografica che termina nel 1990 con Con la morte non si scherza, Arthur Penn chiude la sua carriera con lavori televisivi, lo stesso settore in cui aveva esordito.