La tentatrice

The Temptress
USA 1926 MGM
con Greta Garbo, Antonio Moreno, Armand Kaliz, Marc McDermott, Roy D’Arcy, Lionel Barrymore, Robert Anderson, Virginia Brown Faire
regia di Fred Niblo


Latentatrice


A Parigi, durante un ballo in maschera Manuel Robledo incontra una donna misteriosa e si giurano amore eterno ma il giorno dopo, in visita all’amico, il marchese di Torre Bianca, Robledo scopre che la donna di cui si è invaghito, è Elena, la moglie del marchese. Robledo non può esimersi dall’accompagnare la coppia a una cena di gala dal banchiere Fontenoy che conclude il festino annunciando il proprio fallimento per colpa di Elena e si suicida davanti alla tavolata. Robledo sconvolto anticipa il rientro in Argentina dove è a capo dei lavori di costruzione di una diga senza ascoltare le ragioni della donna.
La reputazione dei Torre Bianca oramai è rovinata e raggiungono Robledo in Argentina, anche qui Elena porta scompiglio e morte. Quando un bandito locale fa saltare la diga, Elena decide di lasciare Robledo, che pure le ha dichiarato il suo amore. Sei anni dopo la diga è terminata e Robledo torna a Parigi con Celinda, la fidanzata. Tra la folla scorge Elena abbrutita dall’alcol ma quando la avvicina, la donna finge di non riconoscerlo.


The temptress


La Tentatrice è il secondo film film americano della Garbo che ne decreta il successo e come la protagonista del film, al suo trionfo si sacrifica Mauritz Stiller, il regista mentore dell’attrice che avrebbe dovuto dirigere la pellicola ma fu licenziato dopo una decina di giorni e dopo qualche altra fallimentare esperienza con gli Studios tornò in Svezia.



La tentatrice


La regia passa in mano a Fred Niblo che è molto abile nell’alimentare il mistero femminino della femme fatale. Il film si apre con il rifiuto di Elena a Fontenoy poi vediamo la donna tristissima coinvolta nella sarabanda delle danze fino all’incontro con Robledo. La donna che il mattino dopo si presenta come Elena di Torre Bianca è ben diversa, lasciando stupito anche lo spettatore. Elena resta impassibile anche di fronte al suicidio del banchiere ma ben presto scopriamo che è il marito che per mantenere il suo tenore di vita, ha spinto la moglie tra le braccia di Fontenoy.


Latentatrice


Quando raggiunge l’Argentina con il marito, Elena vuole solo recuperare il rapporto con Robledo ma tra i compagni dell’ingegnere scatta una rivalità che porta all’omicidio e per salvare Elena dalle rudi avances del bandito Manos Duras, Robledo accetta un duello all’argentina, cioè a colpi di frusta, una sequenza molto potente che fa il paio con l’inquadratura sotto il tavolo durante la cena di Fontenoy dove i vari intrecci di gambe raccontavano le tresche segrete tra i vari commensali: continua l’antitesi tra il frivolo mondo parigino e il rude mondo del lavoro in una terra da domare.



Thetemptress


Il film ha due finali, uno drammatico e uno con l’happy end, io ho visto il primo e ancora una volta ho ritrovato l’ambiguità che caratterizza il mistero di Elena: molto probabilmente la donna finge di non riconoscere l’amato per non rovinargli il momento di gloria ma quando resta sola e trasfigura il beone del tavolo accanto in Gesù Cristo a cui dona l’anello di Robledo, è la follia dettata dal dolore del sacrificio o i vaneggiamenti di un’alcolizzata? Di certo Elena, omen nomen, richiama l’antesignana omerica, impotente prima vittima dei guai attirati dalla sua bellezza.

Miracolo a Milano

Italia 1951
con Francesco Golisano, Emma Gramatica, Paolo Stoppa, Guglielmo Barnabò, Brunella Bovo, Arturo Bragaglia, Anna Carena, Alba Arnova, Flora Cambi, Erminio Spalla, Virgilio Riento, Riccardo Bertazzolo, Angelo Prioli
regia di Vittorio De Sica



Miracoloamilano


La buona vecchina Lolotta trova un bambino sotto un cavolo e lo alleva come fosse suo figlio, quando muore Totò finisce in orfanatrofio, ne esce adulto ma senza aver perso la sua bontà per cui saluta calorosamente tutti quelli che incontra, applaude all’elegante pubblico della Scala e lascia la sua valigetta al ladro che gliela aveva rubato. In cambio Alfredo ospita il ragazzo nella sua tenda in una baraccopoli. La buona volontà di Totò incita gli altri poveri a creare un vero e proprio villaggio. Il commendator Mobbi che dovrebbe comprare il terreno rifiuta il terreno facendo appello alla fratellanza universale ma quando si scopre un filone di petrolio non esita a comprare il terreno e a rivolgersi alle forse dell’ordine per lo sgombero. Dal cielo interviene Lolotta che porta a Totò una colomba che esaudisce tutti i desideri, dopo diverse peripezie Totò ei suoi amici inforcano le scope dei netturbini e lasciano Milano verso un luogo “dove buongiorno voglia davvero dire buongiorno”.



Miracoloamilano


Dopo Sciuscià e Ladri di Biciclette, De Sica accantona il neorealismo che riprenderà l’anno successivo con Umberto D. per realizzare un film dai toni favolistici, tratto dal romanzo Totò il Buono di Cesare Zavattini, sceneggiatore e sodale del regista.
Le intenzioni fiabesche sono evidenti dall’esordio: Totò viene trovato sotto un cavolo, come nella più classica delle fiabe. La sua naturale bontà non viene svilita dalle traversie della vita e il furto dei pochi averi da parte di Alfredo si trasforma nell’occasione per trovare la propria vita e anche l’amore,  Edvige, la domestica di una famiglia snob decaduta che ora vive nella baraccopoli.
Il film attirò critiche da destra e da sinistra: evidentemente da più fastidio un povero che accetta dignitosamente la sua condizione che una massa furiosa da gestire a piacere. Credo però che le accuse di “cattocomunismo buonista” rivelino una lettura superficiale, non vedo l’esaltazione del povero che non fa nulla: Lolotta muore insegnando le tabelline a Totò e per fare in modo che i bambini del villaggio non restino ignoranti Totò cambia la toponomastica con le tabelline (Via Granda diventa Via 5X5 =25) e tra i vari desideri espressi c’è anche quello del balbuziente che desidera una dizione perfetta per poter essere assunto dalla ditta di cioccolato che stipendia le persone che chiedono l’elemosina perché ringrazino ricordando la bontà del loro cioccolato.
Ovviamente colpiscono di più i personaggi negativi nella varia umanità dipinta da De Sica e Zavattini come il malmostoso Rappi che fa la spia sul giacimento del petrolio per avere un cappello nuovo come quello di Mobbi ma a me commuove sempre la coppia mista che non riesce a realizzare il suo sogno d’amore: lei chiede di diventare nera e lui bianco ritrovandosi così al punto di partenza.
De Sica e Zavattini inseguono con questo film un lirismo surreale che si richiama al cinema muto e anticipa certi aspetti del mondo felliniano, è anche uno dei primi film ad affidare gli effetti speciali agli americani facendo lievitare i costi di produzione che non furono ripagati dal successo al botteghino ma è ormai noto che il volo finale sulle scope fu d’ispirazione per il volo delle biciclette di E.T.

Inferno

Italia 1980
con Leigh McCloskey, Irene Miracle, Daria Nicolodi, Veronica Lazar, Eleonora Giorgi, Gabriele Lavia, Leopoldo Mastelloni, Sacha Pitoëff, Alida Valli, Feodor Chaliapin Jr., Anja Pieroni
regia di Dario Argento



Inferno


La poetessa Rose Elliott, dopo la lettura di un antico libro dell’architetto e alchimista a Emilio Varelli, sospetta che lo strano palazzo dove vive sia la casa di una delle Tre Madri, Mater Tenebrarum. Scrive al fratello Mark, che studia in Italia, per informarlo della notizia ma, distratto da una misteriosa studentessa, Mark dimentica la lettera in classe. La recupera e la legge Sara, una sua compagna di corso che si reca nella presunta casa romana della Mater Lacrimarum dove rischia di venire uccisa. Tornata a casa, chiama Mark per restituirgli la lettera ma il ragazzo la trova morta. Mark riceve una telefonata dalla sorella che lo sollecita a recarsi da lei ma una volta a New York Mark trova l’appartamento della sorella vuoto. Fa amicizia con Elise, una contessa che vive nel palazzo e incontra Kazanian, l’antiquario che ha venduto il libro sulle Tre Madri alla sorella. Mentre continuano gli omicidi, Mark riesce a trovare la via che conduce al cuore della casa e al suo più terribile segreto mentre l’immobile va in fiamme.



Inferno


Secondo capitolo della trilogia delle Tre Madri, seguito ideale di Suspiria, Inferno è un film divisivo, che si ama molto oppure non si sopporta per la farraginosità della trama.
Personalmente credo di apprezzarlo anche più di Suspiria perché in questo film si arriva al nocciolo dell’ispirazione argentiana, per lo meno per quanto riguarda il filone puramente horror, cioè il cinema espressionista tedesco. I colori violenti che caratterizzano anche il film precedente, diventano i colori classici dei viraggi del cinema muto: il rosso, il blu, il verde e l’arancione, le illuminazioni innaturalistiche ricreano le atmosfere sghembe e fantastiche dell’espressionismo tedesco, una citazione già realizzata da Bava ne La Frusta e il corpo e il grande genio della fotografia e del gotico italiano partecipa alla lavorazione del film assieme al figlio Lamberto.
La rêverie delle trame espressioniste è immersa da Argento in un bagno lisergico di suggestioni fantastiche che procedono per accumulo e associazione più che per nesso logico: i molti frammenti di immagini di animali che divorano una preda, la lucertola con la farfalla, il gatto con il topo, si inseriscono nella composizione delle scene degli omicidi, dettagli da delirio infernale di Hieronymus Bosch, a spezzare omicidi sempre più gore.
Flamboyant in tutti i sensi: un delirio del barocchismo argentiano che rimanda a un altro classico del cinema muto: il ballo della morte rossa de Il fantasma dell’Opera. Dario Argento omaggia in Inferno anche un altro regista molto amato: come in Psyco i nomi di spicco del cartellone, Eleonora Giorgi e Gabriele Lavia muoiono prima della metà del film, la scena di Elise aggredita e ferita dai gatti riprende l’aggressione de Gli Uccelli
Un altro elemento lisergico è quella di penetrare in spazi sempre più piccoli quando ci si avvicina alla soluzione dell’enigma che spesso coincide con la morte, quasi un’Alice nel paese degli orrore: è piccola la porta che Elise apre nel sottotetto dove troverà la morte dopo esser rimasta bloccata sulle scale di servizio. Si fa sempre più basso il percorso nell’intercapedine che Mark compie per incontrare Varelli e poi la Madre. Il finale è flamboyant in tutti i sensi: un delirio del barocchismo argentiano che rimanda a un altro classico del cinema muto: il ballo della morte rossa de Il fantasma dell’Opera.
Dario Argento omaggia in anche un altro regista molto amato: come in Psyco i nomi di spicco del cartellone, Eleonora Giorgi e Gabriele Lavia muoiono prima della metà del film, la scena di Elise aggredita e ferita dai gatti riprende l’aggressione de Gli Uccelli.



Inferno


La scena iniziale di Rose che s’immerge nell’appartamento sommerso per recuperare le chiavi che le sono cadute mentre sta curiosando nelle cantine è estremamente emblematica sia per l’idea di paura che ha Dario Argento, attinta ad archetipi insiti nell’uomo: rimanere chiusi sott’acqua con un cadevere decomposto è raccapricciante per chiunque e anticipa molto della pellicola: il regista ci chiede di immergerci in un mondo fantastico, un Inferno dominato dal femminile: l’acqua, la luna… dove la Morte racchiude più delle tre madri, è la vecchia avida portiera incarnata da Alida Valli, l’infermiera di Varelli e anche la bella strega che protegge Mark, l’unico ad uscire vivo dall’infernale dimora.

Gloria – Una notte d’estate

Gloria
USA 1980, Columbia
con Gena Rowlands, John Adames, Basilio Franchina, Julie Carmen, Buck Henry, Lupe Garnica
regia di John Cassavetes


Gloria


Jack Dawn, contabile della mafia che ha fatto la spia viene trucidato con tutta la famiglia, si salva solo il piccolo Phil affidato alla vicina di casa, Gloria capitata dai Dawn proprio nel momento del tentativo di fuga. Jack consegna al figlioletto un quaderno dove ha segnato tutta la contabilità dei mafiosi che per riaverlo sono disposti a uccidere il bambino settenne, ma Gloria, che pure ha difficoltà ha instaurare un rapporto col ragazzino farà di tutto per metterlo in salvo…

Il film più noto di Cassavetes, Leone d’oro a Venezia, ex aequo con Atlantic City, U.S.A. di Louis Malle; nato su commissione: un progetto della MGM per sfruttare il momento di fama del bambino de Il campione poi abbandonato dalla major e passato alla Columbia con richiesta all’autore di occuparsi anche della regia.
Protagonista assoluta della pellicola è Gena Rowlands moglie di Cassavetes; il regista calibra tutti i topos del noir su una figura femminile, una donna anche lei compromessa con la malavita, ex amante del boss a cui è stato fatto lo sgarro, cinica cinquantenne che pensava di aver scansato la maternità e si ritrova tra i piedi un bambino che pur figlio di una sua amica, non gli è mai stato simpatico. Effettivamente il piccolo Phil è decisamente odioso soprattutto all’inizio ma all’isteria machista (io sono l’uomo, io sono l’uomo) Cassavetes fa seguire subito momenti toccanti come la fuga disperata del ragazzino che si ritrova sulle prime pagine di tutti i quotidiani che fanno intuire la sua solitudine e la sua disperazione. La convivenza forzata di questa strana coppia non può che portare a un legame intenso, fatto di alti e bassi, abbandoni e ripensamenti che portano Gloria a sparare ai gangsters come se non avesse fatto altro in vita sua pur di salvare la vita al ragazzino.
Quando le possibilità di sfuggire alla mafia si fanno minime, Gloria cerca anche di scendere a patti con Tanzinni, l’ex amante. E’ uno dei momenti più intriganti del film tra la malinconia dell’incontro di due vecchie fiamme e la ritrovata abilità seduttiva con cui la “pupa” tiene testa al manipolo di mafiosi.
Protagonista del film la città di New York omaggiata nella lunga ripresa iniziale e poi mostrata nei quartieri più popolari e multietnici tra alberghi squallidi e hotel di classe, stazioni e metropolitane e tanti taxi, luoghi di un’umanità varia, il più delle volte disponibile ad aiutare senza chiedere nulla in cambio.
Rifatto con scarso successo nel 1999 da Sidney Lumet con protagonista Sharon Stone.

I ruggenti anni Venti

The Roaring Twenties
USA 1939 Warner Bros
con James Cagney, Priscilla Lane, Humphrey Bogart, Gladys George, Jeffrey Lynn, Frank McHugh, Abner Biberman, Paul Kelly, Elisabeth Risdon
regia di Raoul Walsh



The roaring20s


Eddie Bartlett, George Hally e Lloyd Hart si conoscono in Francia durante la Prima Guerra Mondiale. Il ritorno alla vita normale non è facile: Eddie fa il tassista e finisce senza saperlo a fare una consegna di alcolici illegali, venendo arrestato e finisce in galera nonostante Lloyd, ora avvocato, patrocini la sua causa. A tirarlo fuori di galera ci pensa Panama Smith, la cantante a cui doveva fare la consegna. Eddie non ci mette molto a capire come funziona il racket degli alcolici e in breve diventa un boss. Intanto ritrova Jean Sherman, una ragazzina che gli scriveva quando era in guerra ora è una bella ragazza che vuole fare la cantante e il gangster le spiana la strada. Eddie ritrova George quando decide di scalzare un boss che gestisce la compravendita di liquori pregiati, insieme i due dominano la città ma George è troppo violento e uccide una guardia che era un loro superiore durante la guerra. E’anche il primo ad informare Eddie che Jean in realtà è innamorata di Lloyd. La delusione amorosa porta Eddie all’alcolismo nel frattempo arriva il crollo di Wall Street e George rileva la compagnia di taxi di Eddie per una somma di denaro ridicola lasciandogli un unico taxi con cui Eddie cerca di sopravvivere dopo aver perso tutto. Dopo qualche anno il tassista carica Jean che lo riconosce e lo invita a casa: Lloyd ha fatto carriera e hanno un bimbo. L’incontro sprofonda nuovamente Eddie nell’alcol ma quando Jean viene a chiedergli aiuto perché George minaccia il marito, Eddie non si tira indietro…



Theroaringtwenties


L’ultimo gangster movie con l’ambizione di raccontare il decennio più folle della storia americana: il proibizionismo, la malavita organizzata, il crollo del ’29 e di come tutto sia legato, a partire dalla disoccupazione che colpisce i reduci della Grande Guerra.
Il film è ispirato a un racconto di  Mark Hellinger The World Moves On è introdotto da una didascalia e i salti temporali sono raccontati da una voce off sulle belle dissolvenze simboliche di Walsh: i grattacieli che si squagliano come neve al sole per raccontare il crollo della Borsa sono indimenticabili.



Theroaring twenties


I tre protagonisti sono emblematici: Eddie, gangster dal cuore d’oro costretto a darsi alla malavita perché non trova altro lavoro e che investe tutti i suoi risparmi in una compagnia di taxi spazzata via dalla crisi e dal cinismo di George, il vero cattivo della storia -Humprey Bogart all’ultimo ruolo da comprimario- la cui natura crudele viene mostrata nella trincea francese: Lloyd rifiuta di sparare a un tedesco perché poco più che adolescente, George lo uccide commentando che non arriverà a diciassette anni. Subito dopo viene proclamato l’armistizio, quindi su George da subito pesa una morte inutile.



Iruggentianni20


Lloyd fa da prestanome a Eddie negli anni d’oro del racket ma poi diventa assistente del procuratore generale pronto a testimoniare contro George che ha continuato a prosperare con altri intrighi. Rappresenta il nuovo corso impresso da Roosevelt, l’impegno e la conciliazione necessari per uscire dalla Grande Depressione.
Walsh rispetta gli stilemi principali dei gangster movie anni ’30, ad esempio la paura del gangster quando si trova di fronte alla morte e anche il duro Bogart supplica Eddie quando questi tira fuori la pistola.



I ruggenti anni venti


Anche per il tassista c’è la morte ma anche la redenzione: si trascinerà ferito sui gradini di una chiesa, bianchi di neve, al suo fianco sempre Panama Smith la donna che lo ha sempre amato in silenzio e non lo ha mai abbandonato.

Roberta

USA 1935 RKO
con Irene Dunne, Fred Astaire, Ginger Rogers, Randolph Scott, Helen Westley, Claire Dodd, Victor Varconi, Luis Alberni, Lucille Ball
regia di William A. Seiter



Roberta


Huck Haines e la sua banda musicale perdono l’ingaggio appena arrivati in Francia a causa di un disguido: il proprietario del Caffè Russe voleva una banda di indiani nativi americani! L’amico di Huck, John Kent, propone di chiedere aiuto a una sua vecchia zia, proprietaria di una nota casa di moda parigina. Qui Huck ritrova Lizzie, vecchio amore di gioventù che ora si spaccia per contessa russa, per mantenere il suo segreto Lizzie promette di aiutare Hick e la sua banda facendoli riassumere dal club che li aveva respinti.
Intanto John rimane colpito da Stephanie, l’assistente personale di zia Minnie e quando l’anziana muore chiede alla ragazza di aiutarlo a gestire la sartoria. L’amore tra John e Stephanie è ostacolato dall’arrivo di Sophie, la ex fidanzata snob di John che era venuto a Parigi per dimenticarla. I due si riavvicinano ma ben presto capiscono di non avere più nulla da dirsi. Tutta colpa di un abito di pessimo gusto e John litiga anche con Stephanie, pensando che la socia l’abbia consigliato a Sophie per metterla in cattiva luce ai suoi occhi, mentre il suggerimento è stato di Huck,
La casa di moda rischia di andare a rotoli ma tutto finisce bene, l’amore trionfa e si scopre che Stephanie è una principessa russa in esilio.



Roberta


Terzo musical della coppia Fred Astaire / Ginger Rogers ancora in un ruolo di supporto: finiranno per innamorarsi nuovamente anche loro ma l’evoluzione del loro legame resta sullo sfondo, rinsaldato solo dai pregevoli numeri di ballo mentre la love story principale è quella tra l’aitante Randolph Scott e la dolce Irene Dunne, l’unica vera principessa nobile di cuore e raffinata di gusti in contrasto con la capricciosa ma simpatica contessa Scharwenka, il personaggio che la campagnola Lizzie Gatz si è dovuta inventare per avere successo a Parigi e soprattutto in contrasto con Sophie Teale, la ex fidanzata snob di John che lo ha sempre giudicato uno zoticone ma che non esita a tornare nella sua vita appena scopre che ha ereditato una celebre casa di moda francese.



Roberta


La trama è piuttosto semplice e anche prevedibile ma Roberta resta sempre un classico, una pellicola piacevole per i numeri musicali: oltre ai balletti del duo Astaire Rogers segnalo anche Irene Dunne che canta -doppiata- Smoke Gets in Your Eyes.
Di sicuro interesse anche il campionario di elegantissime mise degli anni ’30 e tra le modelle figura anche la futura stella cinematografica e televisiva Lucille Ball.

Un lupo mannaro americano a Londra

An American Werewolf in London
USA 1981 Universal
con David Naughton, Griffin Dunne, Jenny Agutter, John Woodvine, Anne-Marie Davies, Frank Oz, David Schofield, Brian Glover, Don McKillop
regia di John Landis



Anamericanwerewolfinlondon


Due studenti americani in vacanza nel nord dell’Inghilterra finiscono vittime di un lupo mannaro: Jack  viene sbranato mentre David solo ferito e trasportato a Londra. Dopo due settimane tra la vita e la morte al ragazzo viene raccontata una versione un po’ diversa sull’aggressione da quel che ricorda ma la sua mente è pervasa da strani incubi. A ridosso del nuovo plenilunio il fantasma di Jack appare all’amico per informarlo che presto si trasformerà in un lupo mannaro e consigliargli il suicidio perché le vittime dei lupi mannari restano sospesi tra la vita e la morte fino a quando non si spezza la linea di sangue dei mostri che li hanno uccisi. Ancora una volta David pensa di essere vittima di allucinazioni e si trasferisce a casa di Alex, l’infermiera che l’ha accudito e di cui si è innamorato ma la prima notte di plenilunio David si trasforma e uccide sei persone. Il giorno dopo le sue vittime lo incontrano con Jack in un cinema porno e gli consigliano nuovamente la morte. Nel mentre David si trasforma nuovamente e per evitare altre vittime si lascia uccidere dai poliziotti.



Unlupomannaroamericanoalondra


Tra tutti i film recuperati in questo periodo di lockdown Un lupo mannaro americano a Londra è quello che ho trovato più in relazione alla pandemia perché racconta come l’imponderabile sia escluso dalla civiltà contemporanea: se nella brughiera desolata un lupo mannaro può fare una vittima o poco più a plenilunio, nel cuore di Londra il lupo mannaro non solo riesce a uccidere sei persone in una notte, ma la sua sola presenza scatena una serie di incidenti automobilistici con danni collaterali, gli stessi che dobbiamo ancora valutare e gestire per “imparare a convivere col virus” come dice l’abusato slogan.



Unlupo mannaroamericano alondra


Un lupo mannaro americano a Londra è un caposaldo del nuovo modo di fare horror a partire dagli anni’80 con grande attenzione agli effetti speciali: la trasformazione di David in lupo mannaro sotto l’occhio della telecamera è passata alla storia; non mancano i tocchi umoristici: la normalità con cui prosegue il rapporto tra David e l’amico morto Jack, che ogni volta che si presenta è sempre più incancrenito e nell’ultimo incontro ha un trucco molto simile a quello riproposto due anni dopo da Thriller di Michael Jackson. L’incontro di David con le sue vittime, già surreale di per sé, avviene in un cinema porno e le sue vittime insanguinate lo consigliano sul metodo più efficace ma indolore di suicidarsi.
Non manca il romanticismo con Alex che va incontro al mostro e gli confessa il suo amore toccando la parte ancora “umana” della bestia che si fa sparare anche per salvarla.



Anamerican werewolfinlondon


Per nobilitare l’approccio più leggero ma comunque inquietante all’horror si ricorre alle citazioni, si nominano esplicitamente L’implacabile condanna ma soprattutto L’uomo lupo con Lon Chaney Jr, del resto il film di Landis è una produzione Universal, la storica casa cinematografica della grande stagione dei mostri anni ’30.
Ovviamente non possono mancare citazioni da Il bacio della pantera: l’inseguimento nella metropolitana s’ispira chiaramente alla scena della piscina del film del 1942 mentre il risveglio nella gabbia dei lupi allo zoo rimanda sempre al film del 1942 ma mi pare che venga ripresa nel remake del 1982.



Anamericanwerewolfinlondon


Da notare anche la cura nella scelta della colonna sonora: tutti i brani cantati hanno a che fare con la luna e Blue Moon viene declinata in pù versioni.
Curiosità, al termine dei titoli di coda c’è una dedica che vuole onorare il matrimonio di Carlo e Diana ecco, quarant’anni dopo possiamo dirlo: dedicare un film dell’orrore per un matrimonio non è elegante e possiamo proprio dire che non porta bene.

La febbre dell’oro

The Gold Rush
USA 1925 United Artist
con Charlie Chaplin, Mack Swain, Tom Murray, Henry Bergman, Georgia Hale, Malcolm Waite
regia di Charlie Chaplin



Thegoldrush


Anche il vagabondo Charlot si lascia tentare dalla ricerca dell’oro in Klondike e durante una tempesta si rifugia nella capanna del fuorilegge Black Larsen che vorrebbe scacciarlo, l’arrivo di un altro cercatore, Gicomone, che ha appena trovato un filone d’oro, costringe i tre a una convivenza forzata. Black Larsen parte alla ricerca di viveri mentre Charlot e Giacomone restano nella capanna in preda alla fame. Scampati alla tormenta e alla tentazione di cannibalismo, i due si dividono e mentre Giacomone viene colpito alla testa da Black Larsen che fuggendo dalla legge era incappato nella sua miniera, Charlot arriva in una cittadina mineraria e si innamora di Giorgia, una ragazza del tabarin. L’omino viene ospitato da un ingegnere minerario, Hank Curtis, che gli affida la sua baita mentre parte per una missione. Charlot incontra ancora Giorgia e le altre ragazze del saloon: accortesi della passione del vagabondo per Giorgia si invitano per la notte di Capodanno salvo poi dimenticarsene.Intanto anche Giacomone che non ricorda più dov’è la sua miniera a causa del colpo ricevuto da Black Larsen, arriva la saloon e riconosce Charlot e gli promette di dividere con lui i proventi del filone d’oro se lo riporta alla baita dove si erano riparati durante la tempesta. L’omino acconsente ma un’altra notte di bufera trascina la casupola sull’orlo di un dirupo, fortunatamente vicino alla miniera di Giacomone che come promesso divide la sua ricchezza con Charlot che ritrova anche l’amore di Georgia.



Lafebbredell'oro


Un classico della cinematografia chapliniana che ci ha regalato alcune sequenze memorabili: Giacomone che nel delirio della fame vede Charlot come un grosso pollo, l’eleganza con cui l’omino serve una delle sue scarpe bollite, sfilettata come un pesce pregiato, il ballo dei panini durante il sogno mentre Charlot attende invano le ragazze la notte di Capodanno, e la casa in bilico sul dirupo che s’inclina pericolosamente.
La genesi del film è nota: dopo il successo de Il Monello, Chaplin gira il drammatico La donna di Parigi dove non compare e si limita al ruolo di regista, il film fu un insuccesso commerciale e il comico faticava a trovare una fonte d’ispirazione per un nuovo progetto. Un giorno a casa dei Fairbanks, vide alcune diapositive relative alla febbre dell’oro e rimase colpito, la lettura di alcune testimonianze di sopravvissuti al gelo e alla fame stimolò la fantasia di Chaplin portandolo a scrivere il film che raccontava nella sua caratteristica chiave poetica e tragicomica le disavventure dei cercatori d’oro nel clima impervio dell’Alaska.



Lafebbredell'oro


Per certi versi La febbre dell’oro è il film più “keatoniano” di Charlie Chaplin: l’incapacità dell’uomo di affrontare le forze avverse, in questo caso naturali, sembra più appartenere all’altro genio del cinema muto americano.
Tipicamente chapliniana è la solitudine del suo protagonista che sembra ritrovarsi in Alaska quasi per caso, mosso al limite dalla curiosità ma non certo dall’avidità, un isolamento che emerge lampante quando Charlot entra nel tabarin: è il giorno di Natale, tutti bevono e festeggiano non certo con spirito religioso ma per divertirsi dimenticando le fatiche e i fallimenti della ricerca. L’unica cosa che colpisce l’omino è la luminosa bellezza di Giorgia, che non si accorge di lui e lo sceglie per ballare solo per fare un dispetto a Jack, adone sciupafemmine.



Thegoldrush


Nonostante si prenda bonariamente gioco di Charlot quando scopre che è innamorato di lei, la ragazza rimane colpita dalla cura con cui l’omino aveva preparato il cenone a cui lei e le altre ragazze non si erano presentate per semplice dimenticanza. L’attenzione fa breccia nel cuore di Giorgia che quando ritrova Charlot sulla nave che lasca l’Alaska, vedendolo ancora con gli abiti da barbone pensa sia un clandestino e si batte perché non venga cacciato. Charlot che indossava gli abiti con cui aveva trovato la miniera per un servizio fotografico ha così la conferma che la ragazza lo ama davvero e non per i suoi soldi.



Thegoldrush


Nella versione rieditata nel 1942 dallo stesso Chaplin che aggiunge la colonna sonora da lui composta e un commento sonoro eliminando le didascalie, il regista modifica il finale eliminando la scena del bacio per sfumare sui due che entrano nella nave, forse per ricollegarsi ai suoi celebri finali dei protagonisti di spalle e in cammino.

Il mago Houdini

Houdini
USA 1953, Paramount Pictures
con Tony Curtis, Janet Leigh, Angela Clarke, Torin Thatcher, Sig Ruman, Ian Wolfe, Connie Gilchrist
regia di George Marshall



Ilmagohoudini


L’incontro casuale tra la collegiale Bess e il giovane mago Houdini si trasforma ben presto in un grande amore e i due si sposano in brevissimo tempo. Dopo una tournée in localacci malfamati, Henry accetta di lavorare in una fabbrica di cassaforti ma viene licenziato quando durante una pausa pranzo si fa rinchiudere all’interno di un modello per cercare di uscirne, La vittoria del primo premio a un concorso di magia fa cedere Bess e i coniugi Houdini viaggiano per tutta Europa ottenendo una grande fama. Nel suo viaggio europeo Houdini vorrebbe incontrare Johann Von Schweger mago a cui è riuscita un’impresa di escapologia che rasenta la smaterializzazione ma l’incontro non avviene per la morte di Von Schweger. Il suo assistente Otto, passa al servizio di Houdini, Durante una fuga da una cassaforte immersa nelle acque ghiacciate del fiume Detroit, Houdini, in balia della corrente riesce a trovare un’apertura nel ghiaccio che ricopre il fiume seguendo la voce della madre, morta proprio nel momento in cui il figlio era in difficoltà. Per due anni Houdini si dedica a smascherare falsi medium convinto però che debba esistere un modo per comunicare con l’aldilà. Quando decide di tornare in teatro, Houdini vorrebbe mettere in scena un esercizio studiato da Von Schweger ma mai realizzato: conscia della pericolosità dell’esperimento, Bess lo convince a rinunciare al numero ma sfidato dal pubblico il mago lo affronta rimettendoci la vita.



Il mago houdini


Un biopic molto romanzato, come andava di moda nei primi anni ’50, che punta soprattutto sul grande amore tra il mago e Bess Houdini che nel film viene introdotta come una collegiale mentre nella realtà veniva anche lei dal mondo del vaudeville.



Ilmago houdini


Ad interpretare Bess c’è Janet Leigh, moglie dal 1951 di Tony Curtis. L’attore, al suo primo ruolo da assoluto protagonista in una grande produzione, conferma le sue abilità atletiche e talento per la commedia: la parte più divertente è proprio quella iniziale dove Houdini, per poter fare i suoi numeri di magia deve esibirsi come “uomo selvaggio” ed è proprio in queste vesti che ha il colpo di fulmine per Bess e inizia a corteggiarla ancora truccato da primitivo.



Houdini


Per il resto il film procede senza scosse raccontando l’ascesa del mago e anche se viene sottolineato il suo interesse per il sovrannaturale, si mostra sempre la spiegazione logica del mirabolante talento di Houdini, come la scena della fuga dalle carceri londinesi con il beone nella cella di fronte che certa di replicare quanto fatto dall’abile artista.



Il mago houdini


Anche sull’esercizio che è costato la vita a Houdini, si pone l’accento sul pessimo stato di salute del mago prima di affrontare il numero: i problemi di appendicite trascurati per proseguire con la tournée, peggiorano per un banalissimo incidente, un urto in camerino proprio nella zona compromessa che portano lo svenimento del mago rinchiuso nella campana di vetro.