Belfast

Belfast

GB 2021
con Jamie Dornan, Jude Hill, Caitriona Balfe, Judi Dench, Ciarán Hinds, Lara McDonnell, Gerard Horan, Turlough Convery, Conor MacNeill, Bríd Brennan, Gerard McCarthy, Sid Sagar, Zak Holland, Barnaby Chambers, Olive Tennant, Josie Walker

regia di Kenneth Branagh

L'infanzia di Buddy, bambino di nove anni cresciuto in quartiere popolare di Belfast, viene sconvolta quando nell'estate del 1969 i protestanti iniziano ad attaccare i vicini cattolici. La famiglia di Buddy cerca di non schierarsi anche se uno dei caporivolta, Billy Clanton, pretende l'impegno del padre di Buddy che lavora in Inghilterra e torna a trovare la famiglia ogni quindici giorni. L'idea di lasciare l'Ulster e trasferirsi a Londra diventa a poco a poco l'unica soluzione, anche se dopo la morte del nonno l'amata nonna di Buddy resterà sola in città.

Kenneth Branagh riscrive la propria vicenda personale in un film che trascende nel ricordo dell'età felice dell'infanzia il dramma delle rivolte del 1960 considerate come l'inizio dei trent'anni di battaglie che hanno insanguinato l'Irlanda del Nord.
Sicuramente il film ha buone dosi di scene furbette su tutte Buddy che legge il fumetto di Thor ci vuole ricordare che Branagh è stato il regista del primo film Marvel dedicato al supereroe, però Branagh conferma la sua abilità nell'uso del linguaggio registico e l'ottima capacità di dirigere gli attori: superlativa Judi Dench e Caitríona Balfe non è mai stata così bella neppure nelle prime stagioni di Outlander!
Personalmente ho trovato molto interessante l'uso del bianco e nero e del colore: l'iniziale "cartolina" contemporanea a colori che racconta di una città pacificata si sofferma su un murale e poi la macchina da presa sale e ci racconta cosa c'è dietro quel murale e quel muro: l'inizio dei Troubles nell'agosto del'69, il bianco e e nero diventa veicolo della storia, forse è un concetto che potranno capire a fondo i boomers come Branagh e noi della Generazione X che abbiamo avuto contezza del mondo solo con le notizie che arrivavano attraverso la televisione rigorosamente in bianco e nero insieme ai film classici: Buddy vede solo western di John Ford in tv, mentre la fantasia esplode ancora attraverso il colore dei film visti al cinema, un modo originale per raccontare la passione che poi sarebbe diventato il lavoro di Branagh.

Dracula *versione spagnola*

USA 1931 Universal
con Carlos Villarías, Lupita Tobar, Pablo Álvarez Rubio, Eduardo Arozamena, Barry Norton
regia di George Melford



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L’agente immobiliare Renfield si reca in Transilvania per formalizzare l’acquisto del conte Dracula dell’abbazia di Carfax. Il giorno dopo I due partono per l’Inghilterra via nave, Renfield è l’unico sopravvissuto dell’equipaggio ma è irrimediabilmente pazzo e viene rinchiuso nella casa di cura del dottor Seward. Dracula si presenta come nuovo vicino ai Seward e seduce Lucia, l’amica della figlia del dr. Seward, Eva. La ragazza muore e il dottor Van Helsing ipotizza sia stata vampirizzata e comprendendo che la stessa sorte toccherà anche a Eva fa di tutto per salvare la ragazza con l’aiuto del suo fidanzato, Juan Harker.



Dracula


All’avvento del sonoro il doppiaggio non era una pratica utilizzata, si preferiva girare più versioni dello stesso film con attori madrelingua. Il caso di Dracula è particolare perché la versione in lingua spagnola vanta non solo un cast diverso ma è stata realizzata da un’altra troupe guidata da un diverso regista, solo le scenografie sono le stesse utilizzate di giorno per la versione americana e di notte per la versione spagnola. Venivano visionati i giornalieri dal regista per essere fedele al progetto originale e del cast solo Villarías aveva accesso alla visione perché il suo Dracula doveva essere il più fedele possibile a quello di Bela Lugosi.
Per lungo tempo la versione spagnola è stata considerata perduta ed è riemersa solo negli anni’70 svelando un film con alcune differenze sostanziali che lo fanno ritenere anche superiore alla versione di Tod Browning.



Loc Dracula


È assodato dagli storici del cinema che la lavorazione della produzione originale fosse piuttosto caotica, David Manners che interpreta John Harker si disse così disgustato da non voler mai vedere il film finito. Di certo la produzione spagnola che visionava i giornalieri già girati aveva modo di migliorare alcune scena anche spinti da una rivalità tra i produttori Carl Laemmle Jr. per la versione americana e Paul Kohner (poi marito della protagonista femminile Lupita Tovar) per quella spagnola.
Resta inarrivabile la presenza scenica di Lugosi, già protagonista dello spettacolo teatrale da cui è tratto il film e la fotografia di Karl Freund che illumina gli occhi del Conte rendendoli magnetici ma effettivamente la produzione spagnola vanta una maggiore cura nelle scene, maggiori movimenti di macchina e anche i costumi sono differenti come fa notare la stessa Lupita Tobar nell’introduzione al film, i suoi costumi sono molto più scollati di quelli di Helen Chandler: la produzione per l’estero fu più libera perché, per quanto fossimo negli anni del Pre-Code, la censura era molto puntigliosa con questa produzione in quanto era la prima volta che le tematiche soprannaturali venivano portate sul grande schermo: fu cancellata la chiusa dello spettacolo teatrale in cui Van Helsing avvertiva il pubblico che per quanto quella fosse solo una rappresentazione, nel mondo esistevano fatti simili.



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La versione spagnola è più lunga anche se manca la scena in cui Dracula vampirizza la fioraia prima di recarsi a teatro per conoscere i Seward; in compenso alcuni passaggi sono spiegati meglio rispetto alle sforbiciate americane: quando Renfield si avvicina alla cameriera svenuta la versione spagnola continua mostrando come il pazzo, più che alla donna inerme, fosse ancora ossessionato dalle mosche e abbandoni la facile preda umana perché distratto da un insetto.
Lupita Tobar si segnala per una recitazione più spontanea ed effervescente rispetto alla protagonista americana: il morso ad Harker è mostrato e non avviene fuori scena come nella versione originale.



GIUDIZIO SUL DVD


Dracula


La versione spagnola di Dracula fa parte del cofanetto Dracula: Legacy Collection che include anche i sequel La figlia di Dracula, Il figlio di Dracula e La casa di Dracula oltre a un interessante versione commentata del film americano e il documentario molto interessante Road To Dracula che spiega la genesi del Dracula cinematografico a partire dal romanzo di Bram Stoker, il Nosferatu di Murnau, le piéces teatrali che trasformano il Conte nell’azzimato nobile dall’aspetto di un prestigiatore (gli spettacoli erano pieni di colpi di scena come le sparizioni) e la sensualizzazione del personaggio passa anche attraverso la figura femminile di Theda Bara, vamp per eccellenza del primo cinema muto.

Robin e Marian

Robin e MarianRobin and Marian
GB 1976 Columbia
con Sean Connery, Audrey Hepburn, Robert Shaw, Richard Harris, Nicol Williamson, Denholm Elliott, Kenneth Haigh, Ronnie Barker, Ian Holm
regia di Richard Lester

Alla morte di Riccardo Cuor di Leone, che han seguito per vent’anni, Robin Hood e il fedele Little John fanno ritorno alla foresta di Sherwood ritrovando Fra’ Tuck e Will Scarlett; Robin scopre che l’amata Marian è diventata badessa di un convento e sta per essere arrestata dallo sceriffo di Nottingham, allora la salva dal carcere ritrovando in un sol colpo l’amore e l’acerrimo nemico di sempre…

Una pellicola dolce amara che rilegge in chiave melanconica il mito di Robin Hood eliminando tutti gli orpelli retorici.
Il senso di morte è anticipato dalle tre mele mezze marce dei titoli di testa e che torneranno nel finale con un significato più chiaro e già il prologo che narra l’ultimo assedio di Riccardo Cuor di Leone in terra di Francia, l’assedio a un castello rifugio di donne e bambini inermi che il sovrano inglese non esita a massacrare per impossessarsi di una leggendaria statua d’oro che non è altro che un antico cippo romano, ci mostra i personaggi spogli della loro patina leggendaria, con alcuni spunti comici (i due armigeri che per prendere una pietra da mettere sulla catapulta si scontrano con gli elmi) che sembrano derivare dal nostro Brancaleone anche nella descrizione delle terre desolate e saccheggiate dai potenti.



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Riccardo Cuor di Leone è un pazzo, pronto ad uccidere anche il suo fedele Robin Hood che si è rifiutato di partecipare a quest’inutile mattanza e solo la morte del re salva Robin e Little John dalla pena capitale.
Disincantato Robin fa ritorno in Inghilterra e il ritrovare gli amici che gli cantano le canzoni gloriose delle mille imprese che lui non ha mai compiuto, ritrovare Marian e anche il nemico di un tempo, lo sceriffo di Nottingham riaccendono in lui la passione per la battaglia per una giusta causa.



Robin and Marian


Anche lo sceriffo questa volta non è il perfido vilain di sempre: a sua volta sopravvissuto di un epoca mitica, che non ha fatto carriera perché sa leggere e ciò non è ben visto alla corte reale, costretto a scendere a patti con nobili gaglioffi è ben contento di ritrovare il suo rivale di un tempo e cercare di batterlo con l’astuzia ma Sir Ranulf preferisce farsi dare duecento soldati dal re e per salvare i giovani che si sono uniti alla rivolta Robin propone una sfida tra sé e lo sceriffo. Se fino al duello, la pellicola scherza con gli acciacchi della mezza età di Robin, mostrandocelo con le giunture doloranti dopo una notte passata a dormire nella foresta, ora la fatica e la stanchezza dei due vecchi nemici assume un tono epico e drammatico nello sforzo palese di maneggiare gli enormi spadoni ma l’impossibilità per entrambi di dichiararsi sconfitti.



Robin e marian


Marian è interpretata da una splendida Audrey Hepburn che torna al cinema dopo una pausa di nove anni. Robin la ritrova badessa del convento in cui si è rifugiata dopo che lui se n’era andato senza nemmeno salutarla, la passione tra i due ritorna immediatamente nonostante gli imbarazzi le paure (soprattutto femminili) di non essere più desiderabili come in gioventù.
Ritrovato il suo grande amore Marian non è più disposta a perderlo e si fa artefice del loro destino in un finale commovente e tragico degno di un grande amour fou.

Lady Godiva

Lady Godiva of Coventry
USA 1955 Universal Pictures
con Maureen O’Hara, George Nader, Victor McLaglen, Rex Reason, Torin Thatcher, Eduard Franz, Leslie Bradley, Robert Warwick, Arthur Gould-Porter
regia di Arthur Lubin



LadyGodiva


Nell’Inghilterra dell’XI secolo divisa dalle lotte intestine tra sassoni e normanni, Lord Lefric finisce in galera perché rifiuta di sposare una nobildonna normanna come vorrebbe il re. In prigione incontra Godiva, sorella dello sceriffo, bella e battagliera più amica dei galeotti che dei nobili: amore a prima vista coronato dal matrimonio. Godiva si rivela particolarmente intelligente: convince il marito a rappacificarsi con Lord Godwin e conquista anche il benvolere del re finendo vittima dell’odio della fazione normanna. Accusata di tradimento, Lady Godiva accetta di cavalcare nuda per le vie di Coventry certa dell’amore del suo popolo che la rispetterà, come puntualmente avviene, portando i normanni a svelare le loro intenzioni contro il regno d’Inghilterra.




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Film di poco conto con una fantasiosa rilettura storica della leggenda di Lady Godiva farcita da lambiccati intrighi politici che appesantiscono inutilmente la storia, nel tentativo di aumentare l’attesa del momento topico: la famosa cavalcata nuda, che si rivela castissima, essendo un film del 1955. L’unico motivo d’interesse è l’interpretazione di Maureen O’Hara la rossa irlandese si dimostra quanto mai volitiva: la sua apparizione inattesa nella prigione lascia il segno. I colori vivaci dei suoi costumi, la foltissima chioma e il carattere indipendente mi fanno pensare che la sua Godiva sia un modello di riferimento per le principesse Disney contemporanee.




Lady godiva


Altro motivo per cui il film è ricordato è quello di contenere una delle prime apparizioni di Clint Eastwood, credo fosse suo terzo film non accreditato, in sostanza pochissime pose senza dialoghi.




ClintLadyGodiva

Ladygodiva



Più interessante ricordare che l’espressione Peeping Tom titolo di un celebre film di Michel Powell, nasce proprio dalla leggenda di Lady Godiva, e nel film si mostra il contandino Tom che non resiste alla curiosità di sbirciare ma viene punito Grimald che lo acceca con una torcia, scena mostrata in soggettiva dal punto di vista di Tom, unico vezzo autoriale in una pellicola trascurabile.

Capitan Blood

Captain Blood
Usa 1935 Warner Bros
con Errol Flynn, Olivia de Havilland, Basil Rathbone. Ross Alexander
regia di Michael Curtiz

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Inghilterra, XVII secolo: il medico Peter Blood viene arrestato per aver curato  Lord Gildoy, a capo di un gruppo di ribelli che sosteneva la rivolta di Monmouth. Scampato alla forca e destinato alla schiavitù in Giamaica, le abilità mediche di Blood conquistano ben presto il gottoso governatore permettendo all’indomito medico di organizzare una fuga per sé e i suoi compagni di sventura trasformandoli nella più leggendaria ciurma di pirati..

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Capitan Blood è il film che lancia Errol Flynn nell’olimpo delle stelle hollywoodiane e segna uno dei sodalizi più fruttuosi degli anni ’30: sotto la regia di Michael Curtiz, l’attore e Olivia de Havilland gireranno nove film di grande successo sempre di genere avventuroso.
A distanza di ottant’anni, la pellicola si conferma ancora molto piacevole in grado di divertire lo spettatore con una storia ricca di colpi di scena, un protagonista eroico ed integerrimo reso con divertito entusiasmo dal carismatico Flynn a cui fanno da contorno tutta una serie di figure secondarie più buffe che effettivamente cattive. Unica donna del cast è Olivia de Havilland, Arabella Bishop, da subito colpita dal fascino dell’indomito Blood con cui vivrà un amore contrastato prima dell’immancabile lieto fine.

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Michael Curtiz, regista ungherese che prima di arrivare negli Stati Uniti lavora nel cinema tedesco, riesce a creare un perfetto connubio tra modellini e cieli di cartone, trasparenti e scene in plein air, molto interessante il duello tra Blood e  Levasseur (Basil Rathbone) sulle spiagge di Laguna Beach con le onde della risacca che coprono il volto del pirata francese dopo la sua morte.
La lezione espressionista tedesca si riflette sui numerosi giochi di ombre sui muri spaziosi e senza decorazioni degli interni e raggiunge l’apice quando Blood e i suoi compagni si nascondono per sfuggire agli spagnoli che hanno conquistato Port Royal e rubare le imbarcazioni spagnole.
Non per nulla il film gli valse la prima delle quattro nomination all’Oscar vinto con Casablanca

James Tissot

Tissotbramante Merita di essere presa in considerazione la mostra romana dedicata a Tissot, non fosse altro perché è la prima monografica italiana dedicata al pittore francese, nato a Nantes nel 1836 che godette di grande fama in vita ma finì per essere dimenticato nel XX secolo poiché la sua pittura non pare avere aderenze né con l’Impressionismo né con i Preraffaelliti, nonostante i contatti dell’artista con entrambe le cerchie.
James Tissot viene riscoperto solo agli inizi degli anni ’70 da critici inglesi e da allora la complessità della sua arte sta venendo lentamente riscoperta.
Tissot visse come un dandy e fu tra i primi collezionisti di arte giapponese: il suo unico nudo conosciuto s’intitola La giapponese al bagno. Il pittore viene di solito ricordato come un artista interessato a rappresentare soprattutto la moda del suo tempo; la mostra romana pur sottolineando questo aspetto, offrendo così un compendio della moda femminile dell’età vittoriana, pone l’attenzione sullo sguardo spesso ironico dell’artista, che stigmatizzava l’ipocrisia del suo tempo (in Troppo presto un padre con le figlie è arrivato con largo anticipo al ballo dove certamente spera di trovare un genero) rivelando come Tissot fosse un fine indagatore di psicologie, molto attento alla condizione femminile. Questa caratteristica della sua opera emerge soprattutto nei quadri dedicati al Tamigi, (Il Ponte dell’HMS Calcutta, Il Tamigi, Portsmouth Dockyard) che alludono ai rapporti sessuali tra i marinai e le donne dipinte, solitamente si tratta di triangoli amorosi dove la tensione erotica è affidata al gioco di sguardi. Il capolavoro è certamente La figlia del capitano dove la ragazza diventa l’oggetto di una trattativa tra il vecchio marinaio e il giovane che fissa la ragazza valutandola.

TissotLafigliadelcapitano

Arrivato in Inghilterra nel 1871 dopo la repressione della Comune parigina, Tissot diventa un pittore di successo, amato dal bel mondo, fino all’incontro nel 1875 con Kathleen Newton, che diventa la sua musa. I due vanno a vivere insieme anche se lei è già sposata e ha due figli, il ritiro dallla vita pubblica corrisponde a opere più intimistiche, di vita familiare (La colazione sull’erba) ma nel 1882 a soli 28 anni Kathleen muore di tubercolosi e Tissot ritorna a Parigi.
Il nuovo ciclo dedicato a La Donna a Parigi non sembra interessare il pubblico francese (La più bella di Parigi è il quadro che chiude la mostra e a cui è dedicata anche un’istallazione); deluso Tissot decide di abbandonare i temi mondani per dedicarsi alle tematiche del sacro che lo hanno interessato anche in gioventù.
In mostra vediamo la serie de Il Figliol prodigo nella vita moderna, dove accanto all’afflato religioso, Tissot rivela tutto il suo interesse per la cultura giapponese (Nel Paese straniero) accanto ai quadri degli anni ’80 troviamo un’opera del 1963, La partenza del figliol prodigo, che dimostra l’interesse giovanile dell’artista per il tema e ricorda i suoi inizi con opere di carattere storico d’ambientazione medievaleggiante dove poteva dimostrare la sua passione per i pittori fiamminghi e il rinascimento italiano.
Oltre alle opere di Tissot, sono esposti anche alcuni quadri di De Nittis: i due erano amici ed entrambe le loro parabole artistiche sono segnate dalla compagna: Leontine è fondamentale per De Nittis come Kathleen lo è per Tissot.

James Tissot
26 settembre 2015 – 21 febbraio 2016
Chiostro del Bramante
Roma

Crimson Peak

Crimsonpeak Edith Cushing è la figlia di un magnate americano, con il sogno di diventare una scrittrice; quando incontra il baronetto inglese Thomas Sharpe, è subito amore ma Mr. Cushing, che ha fatto condurre delle ricerche sul giovanotto, osteggia il matrimonio costringendo Sharpe a spezzare il cuore alla figlia. Cushing però muore improvvisamente ed Edith, a cui Thomas ha confessato tutto, può coronare il suo sogno d’amore e seguire il marito nella sua magione in Inghilterra, non sapendo che la tenuta è nota anche Crimson Peak, proprio il luogo da cui lo spettro della madre invita Edith a star lontana fin dall’infanzia..

Crimson Peak segna il ritorno di Guillermo del Toro al genere horror, più propriamente al filone gotico con tanto di fantasmi e casa fatiscente.
Le atmosfere gotiche del film sono suggerite da una serie di allusioni, più che citazioni, a tutta la letteratura e la filmografia del genere: uno dei riferimenti più chiari riguarda l’amore impossibile di Thomas che ripropone il melodramma amoroso di Cime Tempestose; la casa fatiscente che sta sprofondando sotto i due fratelli schiavi del loro passato ha reminiscenze de La caduta della casa degli Usher e la determinazione con cui Lucille Sharpe protegge i segreti della magione ricordano (anche nella rigidità della postura) la signora Danvers, la governante di Rebecca la prima moglie.
Da un punto di vista artistico il rifemento va alla pittura preraffaellita e il look di Mia Wasikowska nella desolata Allerdale Hall si ispira chiaramente al quadro di Sir John Everett Millais The Bridesmaid.

Millaismia

L’uso di colori molto saturi richiama il ciclo dedicato a Poe diretto da Roger Corman con Vincent Price per protagonista.
Mille altre suggestioni si possono trovare nell’opera del regista messicano che però non è solo un film calligrafico: se “i fantasmi sono solo una metafora”, come ripete spesso Edith, questa storia per certi versi scontata (anche se si svela a poco a poco) è di grandissima attualità e di grande presa sul pubblico, visto il grande interesse che suscitano gli episodi di cronaca nera che in fondo ripropongono le stesse tematiche del film: passione, gelosia, denaro.

The Imitation Game

TheImitationGame Il biopic romanzato su come i crittografi di  Bletchley Park riuscirono a svelare il codice di Enigma, il cifrario usato dai tedeschi e dagli alleati dell’Asse durante la Seconda Guerra Mondiale, è in realtà l’occasione per raccontare la storia del matematico Alan Turing, a capo del gruppo di ricercatori.
Turing era una delle menti più brillanti d’Inghilterra, considerato oggi uno dei padri dei computer, il matematico fu dimenticato per oltre mezzo secolo, in seguito agli eventi ignominiosi che lo portarono al suicidio: condannato per il reato di omosessualità, ancora in vigore in Gran Bretagna nei primi anni ’50, non resse ai danni della castrazione chimica che aveva scelto in alternativa al carcere e preferì suicidarsi.
La sua riabilitazione postuma è iniziata nel 2012, centenario della nascita culminando con la grazia postuma concessa dalla Regina Elisabetta a fine 2013.
Il film, con tutti i suoi limiti, è un tributo doveroso a questo genio dimenticato e la pellicola nella sua robusta ricostruzione storica riesce anche ad affascinare lo spettatore.
L’impianto è molto classico con salti temporali che dal periodo esaltante delle ricerche per svelare Enigma, passano all’indagine poliziesca degli anni ’50 che porterà a scoprire l’omosessualità del matematico o rimandano agli anni difficili dell’adolescenza che dovrebbero rivelare alcuni aspetti della personalità di Turing e si dimostrano essere la parte più debole della pellicola.
L’opera probabilmente non ha che ambizioni didascaliche e facilmente può essere confusa con una produzione televisiva (il che non è un demerito visto la grandissima qualità dei serial inglesi) di certo prima di farsi catturare dal film il series addicted deve superare lo straniamento di vedere l’asociale Sherlock fare il verso a Sheldon Cooper litigando con Tywin  Lannister per entrare a Bletchley dove può collaborare con Branson di Downton Abbey

Il principe e la ballerina

The Prince and the Showgirl
UK 1957, Warner Bros
con Marilyn Monroe, Lawrence Olivier, Sybil Thorndike, Jeremy Spencer
regia di Laurence Olivier

Nel 1911 il Reggente di Carpazia, a Londra per l’incoronazione di Giorgio V, invita un’attricetta americana per una cena di piacere. Per una serie di complicazioni la ragazza resta nell’ambasciata più a lungo del previsto presenziando anche all’incoronazione al seguito della Regina Madre e ovviamente scoppierà l’amore per l’improbabile coppia.

E’ stato detto molto sul perché Il principe e la ballerina sia un film poco riuscito: il mancato affiatamento tra i due protagonisti, le fragilità di Marilyn sono state raccontate di straforo anche nel film Marilyn che racconta la permanenza inglese della diva giunga in Inghilterra per girare la pellicola.
In realtà se colpe ci sono sono tutte della regia e nel compiacimento di Sir Olivier nel mostrare la grandiosità britannica con il lungo intermezzo dell’incoronazione dove la macchina da presa si perde tra le volte e le vetrate di Westminster mentre gorgheggia uno zuccheroso coro di voci bianche.
Questo inserto, inutile ai fini della storia, appesantisce una commedia che ha invece una sua robustezza di scrittura puntando sul rovesciamento delle situazioni: la prima notte è il principe a tentare di sedurre la ballerina, la seconda sarà sarà la donna, con gli stessi gesti a cercare di sedurre il reggente, poi c’è il gioco con la spilla di commiato che a ogni nuovo ritardo Elsa Marina restituisce al principe.

Non mancano le incertezze, che per certi versi mi hanno ricordato i difetti de La contessa di Hong Kong, l’ultimo film di Chaplin con Sophia Loren. Le due dive sanno destreggiarsi molto bene con i ritmi della commedia slapstick che però risulta ormai fuori tempo massimo. Quello che manca veramente a Il principe e la ballerina è una sottolineatura della vena malinconica intrinseca nel film: siamo nel 1911, a un passo dalla Prima Guerra Mondiale che metterà fine a moltissime dinastie reali: la guerra e gli anarchici sono paventati spesso nel corso della pellicola ma manca del tutto l’atmosfera di fine di un’epoca che avrebbe sostenuto anche il finale non proprio lieto del film: tra Elsa Marina e il Granduca nasce l’amore ma la ragazza si rifiuta di seguire il Reggente, il loro amore (se durerà) è rimandato di diciotto mesi quando il giovane Re avrà l’età giusta per regnare.

Un finale dal retrogusto amaro che arriva inatteso in una commedia che ha giocato solo sulle battute e le gag, ovviamente lascia scontento il pubblico e si rivela un’occasione mancata anche perché il personaggio di Elsa Marina è davvero interessante e Marilyn sa rendere bene le nuove sfumature dell’ennesima versione di svampita pronta ad innamorarsi dopo due parole dolci e qualche bicchiere di champagne. La sciantosa però, possiede anche una fierezza indomita che le permette di resistere ai banali approcci del Granduca e da buona yankee non si fa impressionare né dal cerimoniale né tantomeno dalla complessa ragion di stato che regola i rapporti tra il Reggente e suo figlio, il futuro Re Nicola.

Stanley Donen

StanleyDonen
Il regista è scomparso il 21 febbraio 2019
Stanley Donen, l’impareggiabile King of the Hollywood musicals, come lo definì il critico David Quinlan, anche autore che seppe dimostrare il suo talento anche in altri generi cinematografici, nasce a Columbia nel South Carolina il 13 aprile 1924; dopo gli studi di danza classica, debutta a Broadway a soli 17 anni come ballerino e diventa amico di Gene Kelly al cui seguito si trasferisce a Hollywood nel ’43 come coreografo.
Dirige il suo primo film nel 1949 coadiuvato da Gene Kelly, si tratta di Un giorno a New York (On the Town) considerato un punto di svolta nel musical perché per la prima volta si gira (e si danza) in esterni.
Nel 1951 gira Sua Altezza si sposa storiella banale sullo sfondo delle nozze della Regina Elisabetta II ma ancora una volta le scene di danza passano alla storia con il celebre numero di Fred Astaire che balla sulle pareti.

SingingInTheRainDi nuovo insieme a Kelly, Stanley Donen dirige il più celebre musical di tutti i tempi, Cantando sotto la pioggia dove alla classe dei numeri musicali si unisce una divertente rivisitazione del periodo di passaggio dal cinema muto al sonoro. Citazioni del muto erano già presenti in Un giorno a New York sottolineando da subito la cifra nostalgica di Donen presente nella sua capacità innovativa.
Per tutti gli anni ’50 Donen dirige musical di grande successo: Tre ragazze di Broadway (1953) Sette spose per sette fratelli del ’54, È sempre bel tempo 1955, ultima codirezione con Gene Kelly e nel 1957 Cenerentola a Parigi dove dirige Fred Astaire accanto una deliziosa Audrey Hepburn, bibliotecaria che non ne vuole sapere del mondo della moda.
A partire dal 1958 Donen abbandona il musical per dedicarsi alla commedia brillante anche in questo campo gli esiti sono notevoli come in Indiscreto del 1958, e L’erba del vicino è sempre più verde (1960) dove il legame della nobile coppia inglese interpretata da Cary Grant, Deborah Kerr è messo in crisi dalla corte sfacciata del milionario americano Robert Mitchum.
Dal 1960 Stanley Donen lascia anche l’America per trasferirsi in Inghilterra e le influenze della Swinging London rientrano nello stile dei suoi film, soprattutto nel secondo giallo rosa (il primo è Sciarada del 1963) Arabesque, del 1966 che ha per protagonisti Sophia Loren e Gregory Peck. In questa pellicola sperimenta gli effetti caleidoscopici della fotografia glam degli anni ’60.

2xlastrada Altrettanto innovativo è considerato il seguente Due per la strada del 1967 dove si analizza il legame d’amore di una coppia sposata (Audrey Hepburn e Albert Finney) attraverso un uso intenso del flashback e flash-forward.
Quei due (1969) è l’ultimo film inglese di Donen che segue alla rivisitazione faustiana del ’67 Il mio amico il Diavolo; è un film sul mondo gay stroncato dalla critica è ancora oggi poco visibile nonostante la bella prova attoriale di Rex Harrison e Richard Burton.

Boxeureballerina Tornato al Hollywood, Donen si riavvicina al musical con a trasposizione de Il piccolo principe nel 1974; dopo il flop di In tre sul Lucky Lady  con Liza Minnelli del 1975, Donen da sfogo alla sua vena nostalgica per il vecchio cinema ne Il boxeur e la ballerina del 1978 (Movie Movie) si tratta di due cortometraggi, il primo dedicato alla boxe e il secondo ai musical di  Busby Berkely recitati dal medesimo cast com’era in uso negli anni’30 con tanto di un falso trailer nell’intervallo. Anche questo film all’uscita non ebbe fortuna né al botteghino né presso la critica. oggi però Il Mereghetti ritiene La ballerina il vero testamento del regista.
Nel 1980 Donen si mette in gioco con un nuovo genere, la fantascienza: Saturn 3, interpretato da Michael Douglas e Farrah Fawcett, si segnala per alcune originali innovazioni.
L’ultimo film per il grande schermo diretto dal regista è la commedia sentimentale Quel giorno a Rio del 1984, sarebbe stato molto interessante il previsto ritorno del 1993 con Michael Jackson in una rivisitazione di Dr.Jekyll e Mr. Hide sfumata per le accuse di pedofilia rivolte al cantante.
L’ultima regia di Donen è una riduzione teatrale per la televisione del 1999, Love Letters.