Gloria! 

Italia 2024
con Galatéa Bellugi, Carlotta Gamba, Veronica Lucchesi, Maria Vittoria Dallasta, Sara Mafodda, Paolo Rossi, Elio, Vincenzo Crea, Natalino Balasso, Anita Kravos
regia di Margherita Vicario

Veneto, 1809: la “muta” Teresa è  inserviente all’istituto di Sant’Ignazio che offre una formazione musicale alle giovinette di buona famiglia. Il collegio è sotto la guida del maestro di cappella Perlina. Il sacerdote viene messo in grandi ambasce dalla proposta di scrivere una messa cantata in onore di Papa Pio VII eletto da un conclave veneto e che ha in programma una visita all’istituto. Teresa, che ha sempre avuto un grande talento per la musica scopre un pianoforte nascosto in cantina e assieme a quattro educande, inizia ad andare a suonarlo di notte, intanto Perlina fa di tutto per ritrovare la vena creativa ma alla fine vende il pianoforte per cercare di trovare chi la componga per lui. Il fatto scatena la ribellione di Teresa…

Originale debutto nel lungometraggio di Margherita Vicario, come dice la didascalia del film, l’opera è dedicata a tutte le compositrici e le musiciste che nel corso dei secoli hanno dovuto rinunciare al riconoscimento della propria arte.

L’intento femminista di Gloria! si sviluppa in forme diverse, nelle varie personalità delle protagoniste: Teresa è un’orfana, la sua condizione e la povertà l’hanno costretta a subire molte angherie che culminano in una violenza carnale da parte del governatore che le strappa anche il bambino con la connivenza di Perlina. I traumi lasciano Teresa senza parole tanto che viene creduta muta,  anche dallo spettatore. 

Neppure le educande  sono tenere con la ragazza e anche le quattro musiciste impiegheranno un po’ per accettare la ragazza e il suo talento musicale, soprattutto Lucia, la compositrice del gruppo a cui spetta anche una buona dose di delusione amorosa che la porta a tentare il suicidio. 

Nonostante i risvolti drammatici, la storia di riscatto di Teresa e delle sue compagne è raccontata con allegria grazie al  potere salvifico della musica ed è molto interessante come la regista metta in scena questo punto: stilisticamente vediamo la macchina da presa avvicinarsi alla persona che sta suonando, volendo coglierne il trasporto.

La fotografia luminosa riprende i colori tardo rococò mentre, musicalmente, si spazia tra vari generi uscendo dalla dimensione storica, personalmente mi è molto piaciuta la sfida al pianoforte tra l’accademica Lucia e la libertà jazzistica di Teresa che non ha cultura musicale ma solo un grande talento.

Molto buona la prova delle attrici e degli attori: nel ruolo del viscido Perlina abbiamo un insolito ma perfetto Paolo Rossi.

Anima persa

Italia, 1977
con Vittorio Gassman, Catherine Deneuve, Danilo Mattei, Anicée Alvina, Ester Carloni, Gino Cavalieri, Michele Capnist, Aristide Caporale
regia di Dino Risi



Anima persa


Il diciannovenne Tino Zanetti vuole studiare pittura e si trasferisce dalla provincia a Venezia, ospitato dagli zii che vivono in una grande casa in decadimento. Lo zio Fabio è arcigno e severo anche con la moglie, la molto più giovane Elisa. Ben presto Tino si accorge di strani rumori e la cameriera Annetta gli rivela che al piano superiore vive recluso, Alberto, fratello pazzo di Fabio. Le confidenze dei due zii però rivelano a Tino una realtà ancora più inquietante…


Animapersa


Il film è tratto dal romanzo di Giovanni Arpino, Un’anima persa che non approvò la trasposizione cinematografica.
L’opera, considerata minore, rimane relegata nella filmografia del regista anche per il tema scabroso trattato, la pedofilia: il rapporto perverso che lega Elisa e Fabio li porta a inventarsi una realtà fittizia fatta di morti e fratelli immaginari per giustificare la scomparsa di un sentimento svanito con la normale crescita della bambina. Uno sguardo inquietante e a suo modo pietoso su uno degli abissi più orridi della follia umana.
E’ interessante lo sviluppo del film che parte da un topos classico del genere gotico, la porta chiusa dietro cui si celano i più oscuri segreti di famiglia e il divieto assoluto di varcarla, veto che ovviamente scatena l’irrefrenabile curiosità.



Anima-persa


Torna anche il rapporto de Il sorpasso: il giovane timido e senza esperienza affascinato suo malgrado da un adulto sicuro e saccente, se Bruno Cortona era l’apoteosi dell’ignoranza e della gaglioffaggine,  Fabio Stolz nasconde i suoi demoni dietro una facciata irreprensibile di conformismo -la tirata contro i cappelloni compagni del corso d’arte del nipote- e cultura: le continue citazioni letterarie, soprattutto in tedesco. Il doppio ruolo di Fabio e Alberto permette a Gassman di sfruttare tutto il suo grande talento di mattatore e Risi riesce a tenere a bada l’estro dell’attore mettendolo al servizio del film.
Se il giovane de Il Sorpasso ci lasciava la pelle, Tino si salva grazie alla fuga finale e all’amicizia con Lucia, la modella che posa al suo corso. La ragazza diventa sua confidente e lo aiuta nelle ricerche della tomba di Beba, la bambina morta, presunta figlia di Elisa.
Anima persa ha anche elementi thriller, piccoli indizi disseminati qua e là che lasciano intuire il legame malsano dei due coniugi: la voce infantile con cui Elisa si esibisce nel fatiscente teatro del palazzo, i continui riferimenti alle piante di Fabio, ingegnere, quando dovrebbe essere Alberto lo studioso di scienze naturali.



Animapersa


Venezia è l’ambientazione ideale per la vicenda: la bellezza decadente, le acque limacciose e piene di immondizie, la galleria di personaggi bislacchi sottolineano l’atmosfera putrescente e morbosa del film.

Dracula *versione spagnola*

USA 1931 Universal
con Carlos Villarías, Lupita Tobar, Pablo Álvarez Rubio, Eduardo Arozamena, Barry Norton
regia di George Melford



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L’agente immobiliare Renfield si reca in Transilvania per formalizzare l’acquisto del conte Dracula dell’abbazia di Carfax. Il giorno dopo I due partono per l’Inghilterra via nave, Renfield è l’unico sopravvissuto dell’equipaggio ma è irrimediabilmente pazzo e viene rinchiuso nella casa di cura del dottor Seward. Dracula si presenta come nuovo vicino ai Seward e seduce Lucia, l’amica della figlia del dr. Seward, Eva. La ragazza muore e il dottor Van Helsing ipotizza sia stata vampirizzata e comprendendo che la stessa sorte toccherà anche a Eva fa di tutto per salvare la ragazza con l’aiuto del suo fidanzato, Juan Harker.



Dracula


All’avvento del sonoro il doppiaggio non era una pratica utilizzata, si preferiva girare più versioni dello stesso film con attori madrelingua. Il caso di Dracula è particolare perché la versione in lingua spagnola vanta non solo un cast diverso ma è stata realizzata da un’altra troupe guidata da un diverso regista, solo le scenografie sono le stesse utilizzate di giorno per la versione americana e di notte per la versione spagnola. Venivano visionati i giornalieri dal regista per essere fedele al progetto originale e del cast solo Villarías aveva accesso alla visione perché il suo Dracula doveva essere il più fedele possibile a quello di Bela Lugosi.
Per lungo tempo la versione spagnola è stata considerata perduta ed è riemersa solo negli anni’70 svelando un film con alcune differenze sostanziali che lo fanno ritenere anche superiore alla versione di Tod Browning.



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È assodato dagli storici del cinema che la lavorazione della produzione originale fosse piuttosto caotica, David Manners che interpreta John Harker si disse così disgustato da non voler mai vedere il film finito. Di certo la produzione spagnola che visionava i giornalieri già girati aveva modo di migliorare alcune scena anche spinti da una rivalità tra i produttori Carl Laemmle Jr. per la versione americana e Paul Kohner (poi marito della protagonista femminile Lupita Tovar) per quella spagnola.
Resta inarrivabile la presenza scenica di Lugosi, già protagonista dello spettacolo teatrale da cui è tratto il film e la fotografia di Karl Freund che illumina gli occhi del Conte rendendoli magnetici ma effettivamente la produzione spagnola vanta una maggiore cura nelle scene, maggiori movimenti di macchina e anche i costumi sono differenti come fa notare la stessa Lupita Tobar nell’introduzione al film, i suoi costumi sono molto più scollati di quelli di Helen Chandler: la produzione per l’estero fu più libera perché, per quanto fossimo negli anni del Pre-Code, la censura era molto puntigliosa con questa produzione in quanto era la prima volta che le tematiche soprannaturali venivano portate sul grande schermo: fu cancellata la chiusa dello spettacolo teatrale in cui Van Helsing avvertiva il pubblico che per quanto quella fosse solo una rappresentazione, nel mondo esistevano fatti simili.



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La versione spagnola è più lunga anche se manca la scena in cui Dracula vampirizza la fioraia prima di recarsi a teatro per conoscere i Seward; in compenso alcuni passaggi sono spiegati meglio rispetto alle sforbiciate americane: quando Renfield si avvicina alla cameriera svenuta la versione spagnola continua mostrando come il pazzo, più che alla donna inerme, fosse ancora ossessionato dalle mosche e abbandoni la facile preda umana perché distratto da un insetto.
Lupita Tobar si segnala per una recitazione più spontanea ed effervescente rispetto alla protagonista americana: il morso ad Harker è mostrato e non avviene fuori scena come nella versione originale.



GIUDIZIO SUL DVD


Dracula


La versione spagnola di Dracula fa parte del cofanetto Dracula: Legacy Collection che include anche i sequel La figlia di Dracula, Il figlio di Dracula e La casa di Dracula oltre a un interessante versione commentata del film americano e il documentario molto interessante Road To Dracula che spiega la genesi del Dracula cinematografico a partire dal romanzo di Bram Stoker, il Nosferatu di Murnau, le piéces teatrali che trasformano il Conte nell’azzimato nobile dall’aspetto di un prestigiatore (gli spettacoli erano pieni di colpi di scena come le sparizioni) e la sensualizzazione del personaggio passa anche attraverso la figura femminile di Theda Bara, vamp per eccellenza del primo cinema muto.

L’oro di Napoli

Italia 1954
con Totò, Lianella Carell, Pasquale Cennamo, Sophia Loren, Giacomo Furia, Paolo Stoppa, Alberto Farnese, Tecla Scarano, Pasquale Tartaro, Piero Bilancioni, Mario Passante, Silvana Mangano, Erno Crisa, Ubaldo Maestri, Eduardo De Filippo, Tina Pica, Nino Imparato, Gianni Crosio, Teresa De Vita, Gigi Reder, Nino Vingelli
regia di Vittorio de Sica



L'orodiNapoli


Un film in sei episodi tratti dai racconti di Giuseppe Marotta che raccontano vari aspetti dell’anima napoletana con grande varietà di toni da quelli più salaci al dramma, diretti con mano sicura da Vittorio De Sica: poco più che bozzetti dove l’intensità delle emozioni è affidata alle espressioni, spesso dei bambini.



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Ogni episodio è caratterizzato dalla presenza di un nome di richiamo, si inizia con Totò ne Il Guappo che racconta di un pazzariello, un comico di strada costretto da dieci anni a subire le angherie di un guappo che si è installato a casa sua solo perché la moglie di Don Saverio Petrillo aveva invitato Don Carmine Javarone a trascorrere una serata da loro quando l’uomo era rimasto vedovo. Saverio trova la forza di cacciare in malo modo l’ospite indesiderato solo quando questi è seriamente malato ma la famiglia Petrillo non tornerà indietro neppure quando si scopre che Don Carmine gode ancora di ottima salute.



L'orodinapoli


Il secondo episodio, Pizze a credito, ha per protagonista Sophia Loren, procace pizzaiola che ha scordato l’anello di diamanti dall’amante e fa credere al marito che potrebbe essersi smarrito nell’impasto di una delle pizze vendute in mattinata. Con un codazzo di popolino i due pizzaioli partono alla ricerca dei clienti, importunando anche Don Peppino, appena rimasto vedovo. L’anello viene recuperato fingendo una vendita di pizze all’amante di donna Sofia che in realtà non è mai avvenuta.
Uno dei episodi più noti del film che mette in scena la teatralità della vita napoletana sia negli aspetti comici del tradimento che in quelli più drammatici della vedovanza, Paolo Stoppa interpreta da par suo il neo vedovo, in bilico tra pazzia e istinti suicidi. Tra i parenti che cercano di calmare don Peppino si riconosce un giovanissimo Gigi Reder, il rag. Filini di Fantozzi.



Loro di napoli


Quasi in risposta alla mancanza di rispetto alla morte della moglie di don Peppino segue Il Funeralino, che è l’unico episiodio che non è ispirato dall’opera di Marotta escluso dalla prima versione venne reinserito sollo nella riedizione della pellicola.
Racconta del funerale di un bambino, perfetto esempio della poetica del regista che sa toccare temi profondamente drammatici senza scadere nel patetico. Si concentra tutto sull’attenzione con cui la madre organizza l’ultimo viaggio del figlioletto, passando nelle vie principali di Napoli, orgogliosa del saluto che i militari in altra uniforme rivolgono al feretro. Il lancio dei confetti richiama i monelli e scompiglia le file dei compagni di scuola, la sorella affranta ha uno sgardo simile a quello di Bruno davanti alla pasta in Ladri di Biciclette: la golosità per i confetti che si scontra con il momento tragico.
Ancora un bambino è protagonista del quarto episodio I giocatori:  Gennarino, il figlio del portiere è costretto a lunghe partite con il barone proprietario dello stabile, il nobile è stato interdetto dalla moglie perché si giocava tutto il patrimonio e così passa il tempo a perdere a scopa con il bambino che vorrebbe solo giocare con gli amici le cui urla divertite gli arrivano dalla finestra.
Il barone Prospero è interpretato dallo stesso regista che scherza sulla sua nota passione per il tavolo da gioco, un ruolo simile a quello che riveste in Gastone.



L'oro di Napoli


Teresa è l’episodio più misconosciuto nonostante abbia per protagonista Silvana Mangano nei panni di una prostituta chiesta in sposa da un giovanotto della Napoli bene. La donna vorrebbe illudersi che lo strano e rapido matrimonio sia dettato da un colpo di fulmine ma il marito le spiega senza mezzi termini che il paraninfo l’ha scelta a caso per dargli modo di espiare la morte di Lucia una ragazza che si è suicidata per lui. Teresa sconvolta lascia la casa, la storia avrebbe dovuto chiudersi con un finale aperto ma si è optato per un amaro lieto fine con l’accettazione dell’inconsueto matrimonio da parte di Teresa.



Loro dinapoli


L’ultimo episodio è il più noto: Il Professore ha per protagonista Eduardo de Filippo, Don Ersilio Miccio venditore di consigli che campa creando didascalie per l’altare della Madonna come richiesto dalla popolana Tina Pica o consigliando come sfregiare qualcuno senza rischiare la galera. Quando tutto il rione si rivolta contro il nobile che li costringe a rientrare nei bassi per poter passare con la macchina, la vendetta di don Ersilio è lapidaria, ricorrere all’antica arte dello spernacchio di cui è uno degli ultimi depositari e che insegna ai vicini per dimostrare il loro disprezzo per il borioso duca.

Non c’è pace tra gli ulivi

NoncèpacetragliulivilocItalia 1950 Lux
con Raf Vallone, Lucia Bosè, Folco Lulli
regia di Giuseppe De Santis

Il pastore ciociaro Francesco Dominici tornato dalla guerra e dalla prigionia, scopre che le venti pecore che rappresentavano le ricchezze della sua famiglia sono state rubate da Agostino Bonfiglio, ricco pastore che spadroneggia sugli altri con violenta prevaricazione. Anche la bella Lucia, innamorata di Francesco sta per sposare Agostino, così da ripagare le cambiali del padre. Francesco decide di riprendersi le pecore ma Agostino chiama i carabinieri: durante il processo nessuno osa testimoniare in suo favore per paura delle rappresaglie di Agostino che brucia stalle e avvelena le pecore. Nemmeno Lucia ha il coraggio di testimoniare e Francesco finisce in galera non sapendo che la notte della tentata riappropriazione delle pecore Agostino aveva violentato la sorella Maria Grazia che ha sviluppato un attaccamento morboso per il suo aguzzino e ora vive in casa con lui, dopo aver fatto saltare le nozze con Lucia. Francesco evade per vendicarsi e finalmente ottiene l’aiuto di tutti i pastori stufi delle angherie di Agostino.

NoncèpacetragliuliviAgostinoNon c’è pace tra gli ulivi è forse il film più controverso di Giuseppe De Santis, regista che ha saputo coniugare in maniera originale le tematiche neorealiste sviluppate con particolare attenzione soprattutto verso le realtà contadine e poi coniugate con il melodramma in Riso amaro e anche con derive western in Non c’è pace tra gli ulivi.
La critica soprattutto quella dell’epoca vede nel secondo lavoro un tentativo di aggiustare in chiave comunista quello che la logica di partito non aveva apprezzato in Riso Amaro quindi la voce off del regista che introduce e conclude la vicenda commenta il finale con la necessità degli ultimi di unirsi contro i soprusi.
I punti di contatto tra Riso Amaro e Non c’è pace tra gli ulivi restano diversi ma su tutti spicca la figura della protagonista femminile, eroina suo malgrado che ha fatto delle due interpreti due star, nel primo caso Silvana Mangano, nel secondo Lucia Bosè, anche lei impegnata in un ballo, il saltarello, per distrarre l’attenzione delle guardie e permettere la fuga di Francesco.
L’attenzione per la realtà contadina assume una valenza molto più documentaristica in Non c’è pace tra gli ulivi, ambientato nei luoghi nativi del regista, che sa sfruttare anche una processione religiosa ai fini della trama che effettivamente mostra qualche debolezza in alcuni passaggi.


Noncèpacetragliulivi

Di notevole resta la fotografia e l’ambientazione sui monti scabri della Ciociaria, il sapiente uso della composizione dell’immagine con l’uso del panfocus che permette la profondità di campo tenendo a fuoco tutti i livelli dell’inquadratura.

L’intrepido

Antonio Pane, divorziato con un figlio musicista, alla soglia dei cinquant’anni per sopravvivere alla crisi si ritrova a fare il rimpiazzo: sostituire anche solo per poche ore chi per forza maggiore non può adempiere al proprio lavoro. Nel frattempo partecipa anche a concorsi statali e proprio durante un esame incontra Lucia, una giovane ragazza a cui passa i risultati del test d’ammissione..

L'intrepido

Tra omaggi a Ladri di biciclette e Tempi moderni, Gianni Amelio dice la sua sulla pesante situazione lavorativa italiana: vorrebbe essere un film leggero dalle venature grottesche comunque improntato all’ottimismo ma risulta un’opera confusa e francamente irritante.
All’inizio l’entusiasmo di Antonio Pane (nomen omen in quanto il protagonista è davvero buono come il pane) è anche interessante per lo spettatore che vede una serie di lavori poco conosciuti al grande pubblico come la banda di spazzini che compatti, puliscono lo stadio dopo la partita. I luoghi in cui si muove Antonio sono i quartieri coinvolti nella riqualificazione per l’Expo e questa Milano inedita è resa ancora più piacevole da scoprire grazie alla fotografia sempre più che eccellente di Luca Bigazzi.
A un certo punto il mimetismo lavorativo del protagonista comincia a generare qualche sospetto: possibile che sia sempre così abile in tutto, anche in grado di guidare i tram? (forse è per quello che a Milano succedono molti incidenti che coinvolgono i mezzi pubblici!).
A quel punto della trama si inserisce la pseudo storia d’amore (pessimo, anche da un punto recitativo, il momento d’intimità sui divanetti) i cui risvolti fanno già intendere il messaggio del regista che si fa ben chiaro quando il nuovo compagno della ex moglie, ricco perché senza scrupoli, affida ad Antonio un’attività di copertura che culmina in un’inquadratura in cui il nostro protagonista rischia di restar sommerso da un cumulo di scatole vuote, metafora ormai trita dell’allegra finanza contemporanea che ci ha portato al baratro: assai meglio la vita peregrina ed avventurosa di Antonio Pane anche se è sfruttato da un caporale e la sua ingenuità lo mette in una situazione francamente di pessimo gusto (l’episodio del bambino poteva essere tranquillamente risparmiato).
L’irritazione però esplode nel rapporto con il figlio (il bel Gabriele Rendina che spero di rivedere presto sullo schermo) che si chiama Ivo come un noto personaggio interpretato da Albanese, distrazione metacinematografica che non ho gradito. All’inizio sembra che sia il figlio a prendersi cura del padre passandogli anche dei soldi all’insaputa della madre. Sassofonista di belle speranze, Ivo mostra viva via delle debolezze a cui il padre nel finale ottimista porrà consolazione e rimedio con banalità scontate e superficiali come “impara a volerti bene” e il pistolotto sul fatto che anche lui la mattina sente un peso sullo stomaco ma trova la forza di reagire: complimenti allo spirito di Antonio Pane ma la lezioncina è proprio stantia e veteromoralista.

Il segno del comando

Ilsegnocomando
sceneggiato RAi trasmesso dal 16 maggio al 13 giugno 1971
con Ugo Pagliai, Carla Gravina, Massimo Girotti, Rossella Falk
regia di Daniele D’Anza

Nel marzo del 1971, lo studioso di letteratura inglese Lancelot Edward Foster è a Roma per presentare i suoi ultimi studi sul diario romano di Lord Byron e confrontarsi con il pittore Marco Tagliaferri che contesta alcune delle sue scoperte. A casa del pittore, Foster incontra una bella e misteriosa ragazza, Lucia, la modella di Tagliaferri che gli segnala un hotel dove risiedere durante il soggiorno romano. All’Hotel Galba Foster incontra una vecchia amica londinese e nel frattempo scopre che Marco Tagliaferri è morto cento anni prima, il 28 marzo 1871 presunta reincarnazione dell’orefice alchimista Ilario Brendani, anche lui nato il 28 marzo del 1735 e scomparso lo stesso giorno del 1771. Il 28 marzo 1935 è anche la data di nascita di Foster: toccherà anche a lui il destino dei personaggi vissuti nei due secoli precedenti?

Primo dei celebri sceneggiati Rai firmati da Daniele D’Anza che creano un nuovo genere di grande successo intrecciando thriller e soprannaturale. Francamente io non me lo ricordavo (andò in onda che avevo 5 anni!) e ho trovato la visione lenta e a tratti noiosa, insomma per me non è la vetta di questo genere televisivo, trovo nettamente superiore Ritratto di donna velata (diretto però da Flaminio Bollini) sceneggiato che Rai2 riproporrà a partire da stasera alle 01,55 per riempire i palinsesti notturni..
Tornando a Il segno del comando ho apprezzato l’indubbio sforzo del regista di svecchiare lo sceneggiato dall’impostazione molto rigida e di taglio teatrale del decennio precedente: fin dalla prima puntata si nota un lavoro sulla composizione dell’immagine, ad esempio le deformazioni attraverso il vetro di un bicchiere per raccontare l’obnubilazione di Foster ignaro di esser stato drogato. C’e’ anche un intrigante lavoro sul motivo musicale (il celeberrimo “din don din don cento campane..”) che torna in dierse rivisitazioni musicali, da stornello romano a ritmo osessivo. La sequenza più bella è sicuramente l’incubo delirante del quarto capitolo che gioca sempre sulla scomposizione visiva ma la trama resta troppo arzigogolata infatti tutto il quinto ed ultimo episodio serve per spiegare l’intreccio della vicenda. Da notare che per quanto circondato e corteggiato da belle donne, vere o revenants, il bel Foster non da mai neppure un bacio.
Impressiona la rapida evoluzione del genere: dal ritmo ancora lento e pomposo de Il segno del comando arriviamo in soli 4 anni all’ironia e al ritmo di Ritratto di donna velata passando attraverso due soli altri sceneggiati ESP del 1973 e Ho incontrato un ombra del ’74, entrambi diretti da D’Anza che raggiunge il suo apice nel 1975 con L’amaro caso della Baronessa di Carini girato addirittura a colori e canto del cingo del genere giallo sovrannaturale, innovativo esperimento di una televisione che osava rischiare ben diversa dalla contemporanea bloccata su pochi generi che si ripetono sempre uguali.
Altra cosa che mi ha colpito è il fatto che gli episodi durassero poco più di 60 minuti, molto più in linea con gli attuali serial americani i cui episodi durano dai 40 ai 50 minuti mentre nell’attuale televisione italiana, anche quando le puntate della fiction durano un’ora persiste l’abitudine di dare due episodi consecutivi dilatando ulteriormente i tempi con la pubblicità.

Galantuomini

Galantuomini

Nel Salento dei primi anni ‘60 cresce la bella ma poverissima Lucia con gli inseparabili Luigi e Ignazio, ragazzo di buona famiglia che se andra’ presto dalla Puglia per studiare e intraprendere una carriera da giudice. Trent’anni dopo Ignazio torna a Lecce, proprio nei giorni in cui Luca muore per overdose di eroina; rincontra Lucia e sentira’ riaccendersi quella passione mai sopita dagli anni dell’adolescenza. Il corteggiamento verso Lucia prosegue di pari passo con l’indagine sulla morte di Luca e la scoperta della nascente mafia salentina, fino a quando le due strade si uniranno nella scoperta che Lucia e’ una dei boss delle cosche indagate: nonostante il conflitto con la propria carriera, Ignazio non sapra’ rinunciare all’amore per Lucia..


Galantuomini
Non so perche’ ho raccontato la trama dal punto di vista di Ignazio, quando sono fortemente convinta che il film racconti principalmente l’evoluzione del personaggio di Lucia, cresciuta poverissima, messa incinta da un bulletto locale, il vigliacco Infantino, salita ai vertici della piramide mafiose forse per una scopata con il boss che se ne sta rintanato in Montenegro: l’allusione ai servizietti resi al boss sono sono una perfidia dell’ex compagno invidioso che si vede scavalcato da una donna o sono una chiave di lettura del personaggio di Lucia? Il dubbio resta, visto che la donna esplica il suo ruolo all’interno della cosca con una certa distanza e un’aria di mesta rassegnazione che caratterizza tutta la sua esistenza. 

Galantuomini

La svolta avviene con il rinnovato incontro di Ignazio e quella notte di amore rubata a due esistenze che hanno indirizzi diametralmente opposti: se la prima scena di sesso e’ completamente inutile e richiama nella posa plastica certo sesso patinato degli anni ‘80, la seconda incentrato sull’orgasmo di Lucia (forse il primo?) sembra condurre la donna a una presa di coscienza di se’ che la porta a prendere la decisione narrata nella scena finale del film. 
Molto interessante e’ il rapporto tra Lucia e la collega del giudice: probabilmente Laura ha una cotta per Ignazio, ma la rivalita’ tra le due donne che si accende gia’ al primo sguardo in un locale pubblico, riveste una valenza simbolica: Laura e’ in fondo la coscienza, la parte etica che Ignazio mette da parte per Lucia. 
La storia raccontata da Winspeare ha dunque un taglio molto interessante, il film pero’ risulta poco convincente per il modo trattenuto di raccontare le emozioni dei due amanti, ma questo tono algido mi pare una caratteristica del regista che resta bravissimo nelle suggestioni qui legate alle rievocazioni dell’infanzia dei protagonisti: memorabile quella dove Lucia offre una serpe da baciare ad Ignazio, un’Eva che oltre a condurre il millenario gioco con l’uomo riesce a manipolare anche il serpente.

L’uomo perfetto

Luomoperfetto

Lucia e’ da sempre innamorata di Paolo, quando questi decide di sposarsi con Maria, la sua migliore amica, affitta un attore perche’ si finga l’uomo dei sogni di Maria..




Ispirandosi ad una commedia spagnola, Marco Ponti e Lucia Moisio hanno scritto una commedia molto godibile, senza grossi colpi di scena nella trama, che pero’ riesce a stupire per la freschezza e la perfezione dei tempi comici.
Pur senza graffiare Lucini, gia’ regista di tre metri sopra il cielo, lascia serpeggiare una sottile inquietudine nei tic e nelle manie dei trentenni d’oggi: l’ossessione per il lavoro, lo snobismo per mode e luoghi ma soprattutto la paura della solitudine e l’abitudine.
Finalmente il cinema italiano sembra essere definitivamente uscito dalla morsa minimalista che lo attanagliava nel decennio scorso: all’ottimo il quartetto degli attori protagonisti, si aggiunge una serie di esilaranti personaggi minori altrettanto bravi. Estremamente curate anche l’ambientazione e la fotografia che sa piegare Milano alle proprie esigenze: scorci di grattacieli in vetro quasi newyorkesi per introdurre l’ambiente lavorativo, tristi incroci grigi di smog e nebbia fanno da contrappunto alla malinconia amorosa di Lucia, locali alla moda, la Scala e il book shop della Triennale sono la cornice ai giochi d’amore il cui romanticismo e’ sottolineato dai navigli e dal verde del parco.