Qualcosa di travolgente

QualcosaditravolgenteSomething Wild
USA 1986 Orion
con Melanie Griffith, Jeff Daniels, Ray Liotta
regia di Jonathan Demme

Charlie Driggs, faccia da bravo ragazzo e yuppie di successo viene agganciato in un bar dalla disinibita Lulù che ha notato la fede al dito e una latente tendenza dell’uomo a trasgredire e pensa che sia il tipo che le serve per il progetto che ha in mente ma le cose non andranno come previsto perché nulla è come sembra..

Sotto la patina colorata e pop di Qualcosa di travolgente si muove qualcosa di oscuro, l’inquietudine dark che ha sempre mosso il cinema di Jonathan Demme.
In questa pellicola si manifesta con un continuo capovolgimento di ruoli e anche le citazioni cinematografiche vengono stravolte: nello scontro finale tra Ray e Charlie nel bagno, l’unico posto sicuro diventa la doccia e una volta tanto da dietro alla tenda sbirciamo salvi la stanza dove il sangue e l’acqua si mischiano come ha insegnato Hitchcock in Psycho.
C’è un altra bellissima scena, di semplice raccordo, quando Ray cerca di liberarsi della giovane commessa per partire all’inseguimento di Charlie e Audrey, non si capisce se stiamo guardando dentro la stanza del motel o se la scena si svolge davanti alla stanza: è il secondo caso e l’illusione è data da una veranda, anche nella scenografia ricorre l’ennesimo elemento inaspettato che arriva a complicare gli eventi.
AudreyIl continuo ricordare che niente è come appare è una scelta stilistica molto chiara che nasconde una critica all’edonismo reaganiano, all’apparente felicità delle diverse classi sociali: il broker di successo con la bella casa nel lussuoso sobborgo in realtà vive solo in una casa vuota perché la moglie l’ha lasciato.
La disinibita Lulù non cerca un compagno di sesso ma un tipo presentabile con cui presentarsi alla mamma e alla riunione dei compagni di liceo: ma a un tipo davvero trasgressivo importerebbe della festa di classe dieci anni dopo? In fondo Lulù/Audrey è profondamente middleclass (o borghese come diremmo noi) nonostante la sua vita sopra le righe.
Il male vero che fa esplodere tutte le inquietudini è Ray un bravissimo e bellissimo Ray Liotta al primo ruolo importante, apparentemente un delinquentello “white trash” che nasconde un animo ben più crudele, la sua entrata in scena porta un’escalation per cui il film raggiunge vette thriller che spiazzano lo spettatore convinto di star vedendo una commedia divertente.



SomethingWild


La figura femminile nel film subisce profonde trasformazioni che possono essere lette come una metafora della condizione femminile, Melanie Griffith entra in scena con un caschetto nero e un nome, Lulù i cui rimandi a Louise Brooks sono più che evidenti: è interessante notare che l’unico modello a cui rifarsi per rappresentare una donna libera risalga al cinema muto.
A casa Lulù si trasforma in Audrey, bionda con abiti anni ’50 il prototipo della perfetta ragazza della porta accanto incarnato dalla prima Hepburn, nell’happy end finale (il film ha andamento circolare e si chiude nel luogo dove si era aperto) Charlie ritrova Audrey elegante come una signora disposta a lasciarlo guidare una famigliare come si converrebbe a una diva di un film anni ’60: c’è da chiedersi se il regista non voglia dirci qualcosa sulla parabola femminile nel cinema e nella società americana.




Qlcstravolgente


Da segnalare alcuni camei interessanti come quello del venditore d’auto usate interpretato dal regista John Waters; imperdibile la colonna sonora composta da Laurie Anderson e John Cale con canzone dei titoli di testa di David Byrne.

Hitchcock/Truffaut

HitchcockTruffaut A cinquant’anni dall’uscita del libro Il cinema secondo Hitchcock (che in Italia uscì solo nel 1977) esce il film di Kent Jones che rievoca la genesi di un volume che non può mancare nella biblioteca di qualsiasi cinefilo o aspirante tale.
E’ il 1962 quando il trentenne Truffaut che arriva dai Cahiesr du cinéma e ha all’attivo tre soli film di cui due capolavori come I quattrocento colpi e Jules et Jim, contatta il regista inglese per proporgli una lunghissima intervista che duri almeno una settimana e svisceri l’enorme produzione di Hitchcock. L’intento di Truffaut è quello di confermare definitivamente la teoria già avanzata dai Cahiers: Hichcock non è solo un abile intrattenitore come pensa la critica americana ma un vero e proprio Autore, un artista che trasferisce nei suoi film la propria visione del mondo. E’ davvero significativo e pungente l’intervento di Truffaut alla serata di premiazionde dell’Afi del 1979 quando dice “per voi americani è soltanto Hitch per noi francesi è Mr.Hitchcock”.
Hitchcock accetta ben volentieri l’omaggio del giovane collega e l’intervista che porta al libro inizia proprio il 13 agosto, giorno del sessantatreesimo compleanno del maestro del brivido. A documentare il lavoro ci sono le foto di Philippe Halsman e le registrazioni delle conversazioni.
Il documentario parte da questi elementi audio visivi per indagare il valore del libro, vera bibbia per tutti i i registi intervistati da Wes Anderson a Bogdanovich, da Fincher a Scorsese, Linklater e altri. Rispettando l’intento stesso del volume, al centro del film c’è la figura di Hitchcock, la sua evoluzione stilistica che però non prescinde mai dal muto: come sottolinea un intervento, i film di Hitch si potrebbero guardare senza sonoro e il senso globale della storia sarebbe chiaro comunque.
Nonostante la figura di Hitchcock sia centrale e il libro conosciutissimo, il documentario sa sottolineare alcuni punti misconosciuti: la preparazione certosina di Truffaut alle interviste che come dice Olivier Assayas ha lo stesso peso di un film: il cineasta francese riprenderà in mano le conversazioni prima della morte per curarne una riedizione.
Nonostante appartengano a due modi di fare cinema quasi agli antipodi, la libertà della Nouvelle Vague individualista di Truffaut opposta ai meccanismi ferrei del sistema degli Studios di cui Hitchcock fece sempre parte, i due artisti hanno alcune affinità non solo elettive ma anche biografiche come la consegna da parte del padre ai poliziotti, quello di Hitchcock è solo un pesante avvertimento che instillerà però nel regista un forte senso di colpa mentre a Truffaut toccò davvero il riformatorio dopo la consegna paterna.
Da questo formidabile incontro nasce un’amicizia che durerà tutta la vita in cui i due registi si terranno sempre in contatto ed è impressionante ricordare come due artisti di generazioni diverse morirono a soli quattro anni di distanza l’uno dall’altro: Hitchcock nel 1980 e Truffaut nell’84.

Stanley Donen

StanleyDonen
Il regista è scomparso il 21 febbraio 2019
Stanley Donen, l’impareggiabile King of the Hollywood musicals, come lo definì il critico David Quinlan, anche autore che seppe dimostrare il suo talento anche in altri generi cinematografici, nasce a Columbia nel South Carolina il 13 aprile 1924; dopo gli studi di danza classica, debutta a Broadway a soli 17 anni come ballerino e diventa amico di Gene Kelly al cui seguito si trasferisce a Hollywood nel ’43 come coreografo.
Dirige il suo primo film nel 1949 coadiuvato da Gene Kelly, si tratta di Un giorno a New York (On the Town) considerato un punto di svolta nel musical perché per la prima volta si gira (e si danza) in esterni.
Nel 1951 gira Sua Altezza si sposa storiella banale sullo sfondo delle nozze della Regina Elisabetta II ma ancora una volta le scene di danza passano alla storia con il celebre numero di Fred Astaire che balla sulle pareti.

SingingInTheRainDi nuovo insieme a Kelly, Stanley Donen dirige il più celebre musical di tutti i tempi, Cantando sotto la pioggia dove alla classe dei numeri musicali si unisce una divertente rivisitazione del periodo di passaggio dal cinema muto al sonoro. Citazioni del muto erano già presenti in Un giorno a New York sottolineando da subito la cifra nostalgica di Donen presente nella sua capacità innovativa.
Per tutti gli anni ’50 Donen dirige musical di grande successo: Tre ragazze di Broadway (1953) Sette spose per sette fratelli del ’54, È sempre bel tempo 1955, ultima codirezione con Gene Kelly e nel 1957 Cenerentola a Parigi dove dirige Fred Astaire accanto una deliziosa Audrey Hepburn, bibliotecaria che non ne vuole sapere del mondo della moda.
A partire dal 1958 Donen abbandona il musical per dedicarsi alla commedia brillante anche in questo campo gli esiti sono notevoli come in Indiscreto del 1958, e L’erba del vicino è sempre più verde (1960) dove il legame della nobile coppia inglese interpretata da Cary Grant, Deborah Kerr è messo in crisi dalla corte sfacciata del milionario americano Robert Mitchum.
Dal 1960 Stanley Donen lascia anche l’America per trasferirsi in Inghilterra e le influenze della Swinging London rientrano nello stile dei suoi film, soprattutto nel secondo giallo rosa (il primo è Sciarada del 1963) Arabesque, del 1966 che ha per protagonisti Sophia Loren e Gregory Peck. In questa pellicola sperimenta gli effetti caleidoscopici della fotografia glam degli anni ’60.

2xlastrada Altrettanto innovativo è considerato il seguente Due per la strada del 1967 dove si analizza il legame d’amore di una coppia sposata (Audrey Hepburn e Albert Finney) attraverso un uso intenso del flashback e flash-forward.
Quei due (1969) è l’ultimo film inglese di Donen che segue alla rivisitazione faustiana del ’67 Il mio amico il Diavolo; è un film sul mondo gay stroncato dalla critica è ancora oggi poco visibile nonostante la bella prova attoriale di Rex Harrison e Richard Burton.

Boxeureballerina Tornato al Hollywood, Donen si riavvicina al musical con a trasposizione de Il piccolo principe nel 1974; dopo il flop di In tre sul Lucky Lady  con Liza Minnelli del 1975, Donen da sfogo alla sua vena nostalgica per il vecchio cinema ne Il boxeur e la ballerina del 1978 (Movie Movie) si tratta di due cortometraggi, il primo dedicato alla boxe e il secondo ai musical di  Busby Berkely recitati dal medesimo cast com’era in uso negli anni’30 con tanto di un falso trailer nell’intervallo. Anche questo film all’uscita non ebbe fortuna né al botteghino né presso la critica. oggi però Il Mereghetti ritiene La ballerina il vero testamento del regista.
Nel 1980 Donen si mette in gioco con un nuovo genere, la fantascienza: Saturn 3, interpretato da Michael Douglas e Farrah Fawcett, si segnala per alcune originali innovazioni.
L’ultimo film per il grande schermo diretto dal regista è la commedia sentimentale Quel giorno a Rio del 1984, sarebbe stato molto interessante il previsto ritorno del 1993 con Michael Jackson in una rivisitazione di Dr.Jekyll e Mr. Hide sfumata per le accuse di pedofilia rivolte al cantante.
L’ultima regia di Donen è una riduzione teatrale per la televisione del 1999, Love Letters.

Il Gran Gabbo

The Great Gabbo
USA 1929
con Erich von Stroheim, Betty Compson, Donald Douglas
regia di James Cruze

Thegreatgabbo

Gabbo, ventriloquo da fiera che ha un rapporto morboso con il suo pupazzo Otto, riversa le frustrazioni di una carriera mediocre sulla fidanzata/assistente Mary che lo lascia, esasperata dal suo pessimo carattere.
Due anni dopo i due si rincontrano all’apice del successo: Gabbo è convinto di poter riconquistare la donna ma quando Mary gli confessa di essersi sposata, la follia di Gabbo esplode, stroncandogli la carriera.


Ilgrangabbo

Primo film sonoro interpretato da Erich von Stroheim che ha collaborato, non accreditato, anche alla regia.
I giudizi dei dizionari sono molto critici nei confronti dell’opera che effettivamente è imperfetta, più che per i problemi con il sonoro (tecnologia che aveva solo due anni di vita) direi che a non funzionare è l’inserimento dei numeri musicali che spezzano il ritmo della tragedia di Gabbo, creando uno strano musical drammatico.
Anche se a livello tecnico l’uso del sonoro non è eccelso, colpisce l’attenzione con cui si vuole rompere ogni rapporto con il cinema muto: quello che non viene mostrato visivamente della storia, come il salto temporale di due anni, invece che esser risolto tramite una didascalia, espediente troppo legato alla precedente epoca muta, viene raccontato attraverso i dialoghi e l’altra coppia di artisti da fiera ha esclusivamente il compito di spiegare i retroscena del rapporto tra Gabbo e Mary.
Ilgrangabbo Gli intermezzi musicali, sicuramente troppo lenti, sottolineano il mutamento di uno stile: si passa dalle sfilate di ballerini dei primi numeri al numero finale della ragnatela (vituperato dal Mereghetti) che rispecchia chiaramente lo stile deco che era in piena affermazione. Anche nelle riprese si tentano nuove soluzioni: ad esempio con i dettagli dei piedi danzanti, tecniche che fanno presagire i grandi musical che negli anni immediatamente seguenti faranno la fortuna del coreografo Busby Berkeley.
Resta memorabile Stroheim fedele al suo personaggio odioso con monocolo e medaglie al petto; per sottolineare l’ambiziosa follia di The great Gabbo il look è più stravagante del solito con marsine e pantaloni alla zuava in raso che l’attore riesce a rendere credibilissimi. Ci si aspetterebbe un risvolto più horror nello sdoppiamento con Otto (sulla falsariga di Chucky ed altre bambole assassine) invece il carattere borderline di Gabbo resta sempre latente tenendo alto il senso di aspettativa dello spettatore e riequilibrando in qualche modo le figure di Gabbo e Mary la cui estrema dolcezza non è amore ma pietà verso il bipolare Gabbo, dovuta forse a un senso materno riversato sul fantoccio Otto.

Gustav Klimt nel segno di Hoffmann e della Secessione

Salomè
GiudittaI Si conclude oggi a Venezia la mostra dedicata a Klimt e alla Secessione Viennese. L’evento si inserisce nell’ambito dei festeggiamenti dei 150 anni dalla nascita del celebre pittore e vuole ricordare la sua partecipazione alla Biennale di Venezia del 1910.
L’esposizione indaga il periodo storico e il milieu formativo di Gustav Klimt mostrando anche opere del fratello minore Ernst, prematuramente scomparso.
Il periodo di rivisitazione storica e nazionalista da cui si evolve la Secessione viennese mi fa amare ulteriormente il movimento dell’art nouveau, l’unica volta (per lo meno nei secoli XIX e XX) in cui un ideale d’arte internazionale si è declinato partendo e mantenendo integre le spinte nazionaliste delle diverse nazioni restando di fatto l’unico esempio di arte “federalista”. Un modello da tenere da conto nella (ri)costruzione dell’Europa non solo monetaria.
Poche le opere celebri di Gustav Klimt in mostra (causa dei mugugni sul prezzo del biglietto, 12 euri senza aderire alle convenzioni più diffuse, innegabilmente caro) ma per me la Giuditta I e la Salomè (o Giuditta II) sono state sufficienti per accorgermi quanto quelle due opere siano stati modelli per le dive del cinema muto: la mano di Salomè che artiglia il capo decollato di Giovanni il Battista si è tramutata in una sola parola Greed e ho ripensato agli artigli felini sventagliati alla cinepresa da Norma Desmond mentre scende perl’ultima volta le scale. Le sfumature del volto estatico di Giuditta I entrano a loro volta nel bagaglio di espressioni delle dive rapaci dei silent movie.
Tra le opere “minori” (da intendere come meno note) spicca il Girasole la cui composizione ha cosi tante assonanze con il celebre Bacio.


Girasolebacioklimt



Amando molto anche Josef Hoffmann sono stata ben felice di trovare esposte alcune sue opere che vanno dall’ebanisteria ai gioielli, semplicemente meravigliosi e poi i disegni architettonici e i fregi di Palazzo Stoclet che mi han fatto venire in mente un’idea balzana: non potendo accontentarmi di quelle due foto skinfie scattatell’esterno , VOGLIO entrare dentro quella meravigliosa dimora privata per rubare qualche scatto, che fo? mi specializzo in pulizia e manutenzione di palazzi storici? L’olio di gomito non è esattamente il mio forte ma non mi viene in mente altro, si accettano suggerimenti..

Gustav Klimt nel segno di Hoffmann e della Secessione
dal 24 marzo 2012 all’ 8 luglio 2012
Museo Correr
Piazza San Marco 52 – Venezia

Hugo Cabret

Hcabretautoma Hugo vive clandestinamente nella stazione di Montparnasse dove sostituisce lo zio ubriacone nella manutenzione degli orologi e intanto cerca di restaurare un vecchio automa, ultimo legame con il padre morto in un incendio. Sorpreso a rubare da un vecchio giocattolaio che ha il chiosco in stazione, il ragazzo instaura uno strano legame con l’uomo la cui figlia adottiva diventa complice di Hugo in una fantastica scoperta..

Sarà anche il film più gettonato alla corsa agli Oscar 2012 con le sue 11 candidature, ma per me Hugo Cabret è stata una delusione totale, sia dal punto di vista dello script che ho trovato superficiale e molto “telefonato”: che la scatola dentro l’armadio sarebbe caduta lo si immagina appena i due ragazzi aprono lo scomparto segreto e che l’Ispettore Ferroviario avrebbe finalmente acciuffato Hugo lo si intuisce appena questi si precipita in stazione a recuperare l’automa.
Devo ammettere che personalmente non sono per nulla intrigata dalle storie strappalacrime che han per protagonisti gli orfanelli, ho dato tutto per Incompreso e I miserabili.
Questo è anche il primo film che non sia a cartoni animati che vedo in 3D e se da un lato ho apprezzato molto la profondità di campo resa dal mezzo in certe scene, ad esempio quelle nel corridoio di casa Melies, dall’altra ho trovato estremamente straniante l’effetto da libro pop up dei primi piani quindi mi sono trovata anche a disagio da un punto di vista visivo, disagio che prosegue anche nella rappresentazione di Isabelle e Hugo che formano una ben strana coppia, con lei estremamente carina e normale, mentre gli occhioni assolutamente photoshoppati di Hugo creano un effetto innaturale.
Venendo al nodo centrale del film, la ricostruzione dell’epopea cinematografica che va dagli esordi della Settima Arte fino alla Prima Guerra Mondiale ricostruita attraverso diversi celebri frame e la parabola artistica ed esistenziale di Meliès, sono passata dalla commozione nel vedere i materiali originali de La rapina al treno o Harold Lloyd allo sconforto più totale nel vedere sezionata la magia di Meliès e, tacciatemi pure di passatismo, ma gli spezzoni de Il Viaggio nella Luna in 3D proprio non li ho digeriti. Del resto l’operazione di colorizzazione dei film anni ‘30 e ‘40 fatta con l’intento di ridare lustro alle vecchie pellicole non è molto amata e si ricerca sempre la versione originale, perche’ dovrebbe essere apprezzata questa versione anabolizzata del cinema muto che a mio modesto parere nasconde l’ennesimo tentativo di dare nobiltà artistica al 3D?
Spero davvero che un giorno qualcuno si prenda la briga di spiegarmi quel che non riesco a capire, soprattutto se raffronto la presunta purezza dello sguardo di Hugo Cabret con la presunta furbizia dello sforzo filologico di The Artist (che adoro).

The Artist

TheArtist Hollywood, 1927: George Valentin e’ una stella di prima grandezza del cinema muto e quando incontra l’aspirante attrice Peppy Miller fa in modo che abbia un ruolo da comparsa e le consiglia di disegnarsi un neo. Tra i due e’ amore a prima vista ma il divo e’ sposato. Peppy fa carriera velocemente grazie al suo fascino di smart girl mentre Valentin non vuole adeguarsi al sonoro e nel ‘29 lascia la major per produrre con il proprio denaro un grandioso film muto, l’insuccesso del film e il crollo della borsa lo portano al fallimento ma da lontano Peppy Miller veglia su di lui..

Osannato a Cannes 2011, The Artist e’ veramente un gioiello che sa incantare le platee, un po’ meno i critici che pare lo trovino un mero esercizio di stile. Personalmente l’ho adorato perche’ il cinema muto e la commedia anni ’30 sono da sempre il mio genere preferito e non ho potuto fare a meno di ammirare il rigore con cui il regista ha ricostruito l’epoca che va dal ‘27, avvento del sonoro al 1933 anno di Carioca il primo film della premiata coppia Ginger Rogers Fred Astaire. Encomiabile la precisione con cui sono stati allestiti i set fantasiosi del cinema muto e quelli piu’ realistici del sonoro a sottolineare che il suono ha comportato l’abbandono dei toni fiabeschi ed esotici dei silent movies popolato di sceicchi, principi e quant’altro per arrivare ad ambientazioni piu’ realistiche in stile deco’ (non divaghero’ parlando di una meravigliosa scultura di nudo di donna in piedi acrobaticamente reclinata sulla schiena).
La capacita’ di ricostruire perfettamente le atmosfere a cavallo degli anni ‘20-’30 permette al regista Michel Hazanavicius di giocare con omaggi a grandi pellicole di quel periodo o su quel periodo, impossibile non pensare a Cantando sotto la pioggia: il protagonista ha il sorriso aperto di Gene Kelly e la sua partner, di cui vedremo il provino sonoro, ricorda l’odiosa Lina Lamont dalla voce così querula e nasale da richiedere il doppiaggio della dolce Debbie Reynolds.
La sequenza iniziale del film con la prima del grande successo di Valentin, racconta gia’ tutto: il film si apre con l’attore che giura di non parlare (e’ torturato dai tedeschi con un macchinario che ricorda quello che ha dato vita al robot di Metropolis) della protagonista femminile clonata da Cantando sotto la pioggia abbiamo gia’ detto e quando Valentin si ferma sotto lo schermo a vedere la pellicola il pensiero corre al Don Quixote di Welles che lotta con le immagini e il film raccontera’ proprio la lotta don chisciottesca di Valentin contro il progresso della tecnologia cinematografica. Progresso che costo’ davvero la vita a diversi divi del cinema muto che non seppero adeguarsi alla nuova tecnologia: piu’ che a Valentino, scomparso prima di cimentarsi con il sonoro, l’omaggio onomastico forse doveva essere per John Gilbert.
Tornando a Orson Welles, il piu’ grande cineasta americano e’ omaggiato molte volte: le colazioni che narrano il progressivo allontanamento tra Valentin e la moglie, la stanza con i cimeli protetti da lenzuola, mi hanno ricordato molto Quarto Potere.
Se i protagonisti sono bravissimi, va menzionato sicuramente il cane, il Jack Russel Uggie che vanta un proprio profilo twitter, meritatissimo dato che e’ protagonista al pari degli attori: nel momento piu’ drammatico la sua presenza ricalca il ruolo del bambino piangente ne Il Monello di Chaplin. L’inseparabile coppia che la bestiola forma con Valentin ci ricorda come il cinema sia un’espressione artistica molto popolare, nata dal vaudeville e pur citando i grandi del cinema, l’ironia che smorza i momenti di grande tensione melodrammatica riporta sempre la riflessione a questo inizio giocoso e popolare ..sara’ questo che ha disturbato i critici?

The dragon painter

TheDragonPainter USA 1919
con Sessue Hayakawa, Tsuru Aoki, Edward Peil Sr.
regia di William Worthington

Il selvaggio Tatsu e’ un abile pittore ma alquanto strano: dipinge per ritrovare il sembiante dell’amata principessa che gli dei hanno rapito mille anni prima trasformandola in drago. L’agrimensore Uchida, visti i disegni di Tatsu, intuisce che il ragazzo potrebbe essere il discepolo ideale di Kano Indara, ultimo esponente di una grande famiglia di pittori rimasto senza eredi ne’ allievi; conduce quindi il giovane artista a Tokyo per presentarlo all’insigne maestro che rimane colpito dall’arte del ragazzo. Tatsu invece rimane colpito dalla figlia di Indara, Ume-ko, e ritrova in lei la principessa dei suoi sogni. Superato l’apprendistato Tatsu e Ume-ko si sposano ma il giovane marito e’ talmente soddisfatto di aver appagato il suo desiderio d’amore da perdere ogni talento pittorico. Alla moglie non resta che inscenare la propria morte per far capire al marito che l’arte e l’amore devono andare di pari passo.

Operetta morale sul rapporto tra arte e amore molto amata dai surrealisti ambientata in un Giappone romantico e interpretata dalla compagnia di Sessue Hayakawa, attore di origine giapponese che divento’ la prima stella hollywoodiana di origine asiatica, attivissimo nell’epoca del muto ma molto noto anche in seguito, infatti il suo ruolo piu’ famoso e’ certamente quello del colonnello Saito ne Il ponte sul fiume Kwai.
La regia non brilla per virtuosismi ma si mette al servizio della trama riuscendo a coinvolgere lo spettatore e a creare un’atmosfera molto suggestiva fatta di scene open air e fondali di natura lussureggiante.
All’interesse dei surrealisti segui’ un periodo di declino tanto che la pellicola ha rischiato di scomparire. Ne rimase un’unica copia con le didascalie in francese restaurata nel 1988 dalla Eastman.