La figlia di Ryan

Ryan’s Daughter
UK 1970, MGM
con Sarah Miles, Robert Mitchum, Trevor Howard, Christopher Jones, John Mills, Leo McKern, Barry Foster, Marie Kean, Evin Crowley, Arthur O’Sullivan
regia di David Lean

Irlanda 1916: Rose è la figlia dell’oste di un villaggio sulla costa; è la più ricca del paese e conduce una vita solitaria inseguendo i suoi sogni passeggiando lungo la spiaggia. S’innamora di Charles Shaughnessy, il maestro di scuola, un uomo pacato, un vedovo molto più grande di lei. Rose e Charles si sposano ma il matrimonio si rivela una delusione. Un giorno nel vicino campo militare inglese arriva un nuovo ufficiale, il maggiore Randolph Doryan mandato a comandare il campo dopo un’esperienza tanto eroica quanto traumatica sul fronte occidentale. Mentre è solo con Rose nel pub del padre, Doryan ha una crisi, la ragazza lo aiuta e i due si ritrovano a baciarsi. Inizia una relazione clandestina che ben presto fa sparlare tutto il paese. La situazione precipita quando Tim O’Leary, capo degli irredentisti irlandesi viene arrestato con la sua banda mentre cerca di recuperare delle armi inviate dai tedeschi. Per la sua relazione con Doryan, Rose viene creduta la spia che ha fatto catturare i ribelli e viene linciata. Doryan nel frattempo si suicida mentre Charles, che pure ha deciso di divorziare , lascia il villaggio con Rose. 

Melodramma sentimentale che vuole replicare il successo de Il Dottor Zivago ma fu un flop di critica che indusse Lean ad allontanarsi dal cinema, tornerà solo nel 1984 per girare il suo ultimo film, Passaggio in India
A dispetto delle critiche il film ebbe un grande successo al botteghino e vinse anche due Oscar; ovviamente fu premiata la fotografia: come da Lawrence d’Arabia in poi, l’ambientazione viene esaltata dal formato panoramico con grande attenzione alla bellezza paesaggistica, in questo caso le tumultuose coste irlandesi battute dal vento e dalla tempesta.

La storia s’ispira vagamente a Madame Bovary per il fatto che Rose non trova la serenità nel matrimonio che ha fortemente voluto, in realtà la sua è un’insoddisfazione personale difficilmente placabile soprattutto nel matrimonio con un uomo più grande di lei ed estremamente pacato come Shaughnessy, interpretato molto bene da Robert Mitchum in un ruolo assai diverso da quelli da duro che hanno caratterizzato la sua carriera.

A non funzionare nel film è l’eccessiva sottolineatura del registro grottesco soprattutto nella colonna sonora sempre scritta da Michele Jarre e resta incomprensibile come l’autore delle suadenti musiche di Lawrence d’Arabia abbia optato per uno score a base di marcette quando il tema è la disperazione amorosa e personale dei vari personaggi.

Anche il padre di Rose è una figura fuori fuoco giocata troppo su registri grotteschi: Ryan è il più ricco del paese perché è un doppiogiochista, i grandi proclami per la libertà d’Irlanda nascondono la sua attività d’informatore per gli inglesi ed è lui a tradire O’Leary e i suoi ma è talmente pusillanime da non trovare il coraggio di confessare neanche davanti all’aggressione all’adorata figlia che lascia al suo destino, un personaggio tragico sminuito da una recitazione sopra le righe, stile attoriale che caratterizza tutti i personaggi di contorno dal popolino greve e sguaiato tenuto a bada dall’energico reverendo Hugh Collins fino al personaggio di Michael, lo sgorbio del villaggio deriso da tutti, la cui vista è insopportabile a Rose fino a quando non riconosce nello sguardo del derelitto la comprensione per le offese subite.

Da sempre innamorato di Rose, Michael è colui che rivela la sua tresca con il maggiore e che consegna le armi tedesche a Doryan che si suicida facendole esplodere. John Mills vinse comunque l’oscar per questa interpretazione. 

Un altro aspetto poco riuscito è la rappresentazione dell’amore di Rose e Doryan: le scene di sesso (se così le possiamo chiamare oggi) sono inframmezzate da dettagli naturalistici: coppie di fiori in vari stadi da gemme a soffioni che volano via a simboleggiare i vari stadi dell’atto amoroso: fortunatamente il cinema ci ha regalato allusioni sessuali più riuscite e meno melense.

La componente naturalistica ha anche delle valenze molto belle e il cielo tempestoso che fa da sfondo all’arrivo del maggiore sull’isola anticipa la portata tragica di quest’entrata in scena.

Lean prova anche a giocare con registri onirici con un buoni risultati: il nero che avvolge i protagonisti durante il loro primo bacio portandoli in una dimensione altra dalla noia del villaggio per lei e dall’incubo dei ricordi bellici per lui.
Charles che scopre il tradimento della moglie dalle impronte sulla spiaggia e ha una sorta di allucinazione in cui vede la coppia dirigersi in una grotta appartata dove poi Michael troverà le mostrine perdute dall’ufficiale.
Un film non perfettamente riuscito ma che conserva nella fotografia il suo punto di forza.

Una rosa per Giulia

Where Danger Lives
USA 1950 RKO
con Robert Mitchum, Faith Domergue, Claude Rains, Maureen O’Sullivan, Charles Kemper, Ralph Dumke, Billy House, Harry Shannon, Philip Van Zandt, Jack Kelly, Lillian West, Ray Teal
regia di John Farrow

Il giovane dottore Jeff Cameron rimane affascinato da Margo,  una bella paziente che ha salvato da un tentativo di suicidio. La ragazza lascia l’ospedale senza il permesso dei medici ma lascia un biglietto a Jeff con un invito ad incontrarsi per spiegargli i motivi della sua fuga. Nonostante sia legato all’infermiera Julie, Jeff inizia una relazione con Margo che improvvisamente tronca il legame per il ritorno del severo padre contrario al rapporto tra la figlia e il giovane dottore. Ubriaco Jeff si reca a casa di Margo per chiedere la mano al suocero e scopre che quello che la donna spiaccia per genitore è il vecchio marito. Dopo una violenta colluttazione Frederick Lannington giace svenuto a terra, Jeff, colpito violentemente alla testa, va a rinfrescarsi in bagno ma le urla di Margo lo richiamano: Frederick è morto e la donna insiste per darsi alla fuga: nessuno crederà all’incidente. Confuso dagli inizi di una commozione cerebrale Jeff si lascia convincere e inizia una folle corsa verso il confine per il Messico…

Sulla falsariga di Detour un noir road movie non perfettamente riuscito ma piuttosto interessante che mostra le conseguenze degli incontri con la donna sbagliata. Motore del film è il senso di colpa: convinti di essere inseguiti dalla polizia Jeff e Margo cambieranno strada (per una sempre più sbagliata) ogni volta che incontreranno gli agenti in realtà in ben altre faccende affaccendati. 

All’inizio abbiamo un giovane dottore molto dedito al lavoro, impegno che lo porterà al successo, dall’altra parte una giovane malata di mente disposta a tutto per il denaro, le continue deviazioni in fuga li portano a perdere tutti i soldi per pagare i ricattatori che fiutata la loro disperazione si fanno pagare lautamente per aiutarli a sfuggire al fantomatico (almeno nella prima parte del film) inseguimento della polizia: i profittatori e gli assurdi membri di una “congrega della barba” che durante una festa paesana costringono i fuggitivi al matrimonio sono gli unici incontri della coppia in fuga: un’immagine cupa e allucinata dell’America, come l’incubo in cui è caduto il nostro dottorino di belle speranze dopo cocktail a base di esotici liquori e botte in testa. 

Un’immagine poco lusinghiera anche del rapporto di coppia: la passione è pericolosa, il matrimonio d’interesse infelice, il legame con una donna comprensiva e paziente noioso.

Camei di lusso per le controparti amorose: il vecchio marito cinico è interpretato da Claude Rains che sa farsi ricordare nelle poche scene a disposizione dai dialoghi fulminanti. La Giulia del titolo è l’infermiera che Jeff mette sempre in secondo piano, prima per il lavoro poi per la passione per una pazza (ma alla fine capisce che si era invaghito del caso clinico quindi resta fedele alla missione medica). Ad interpretare la fedele infermiera c’è Maureen O’Sullivan, moglie del regista. L’attrice ha sei anni in più dell’abitante Mitchum, creando una coppia insolita per il grande schermo ma siamo in un B movie e l’infermiera ha quasi sempre la mascherina quindi  è accettabile una coprotagonista più anziana come oggetto amoroso della star.
Notevole l’interpretazione di Robert Mitchum credibile nella trasformazione dell’ingenuo dottore che in apertura inventa fiabe per i piccoli pazienti alla nemesi finale della pazza con vizio di soffocare i compagni col cuscino: l’inesorabilità con cui si avvicina alla fuggitiva nonostante la paralisi è angosciante.

Il promontorio della paura

Cape Fear
USA 1962, Universal
con Gregory Peck, Robert Mitchum, Polly Bergen, Martin Balsam, Telly Savalas, Lory Martin, Jack Kruschen, Barrie Chase
regia di J. Lee Thompson


Il promontorio della paura


Appena scontati otto anni di prigione, il sadico Max Cady va a minacciare l’avvocato Sam Bowden, la cui testimonianza era stata fondamentale per spedirlo in carcere. La presenza di Cady diventa un’inquietante costante nella vita di Bodwen e quando il suo cane viene avvelenato decide di rivolgersi alla polizia che non può fare nulla perché Cady fa di tutto per non superare mai i limiti della legge; dopo che la donna con cui Cady aveva intrecciato una relazione e aveva picchiato a sangue rifiuta di testimoniare contro di lui, Bowden capisce che dovrà usare la sua stessa famiglia come esca per liberarsi del pericoloso galeotto.



Capefear


Il film deve la sua notorietà al remake del 1991 firmato da Scorsese dove hanno un piccolo cameo anche i due protagonisti a ruoli invertiti: Gregory Peck è l’avvocato di Cady e Robert Mitchum è il tenente di polizia.



Ilpromontoriodellapaura


Con la prima versione de Il promontorio della paura la Universal riprende molti temi di Psyco, il film di Hitchcock che aveva avuto incassi strepitosi nel 1960: il protagonista è un maniaco sessuale particolarmente violento, nel cast ritroviamo Martin Balsam che era presente anche nel film di Hitchcock e soprattutto la colonna sonora è firmata da Bernard Herrmann.



Il promontorio della paura


Il regista omaggia il maestro del brivido mettendo in scena un avvincente compendio sulla costruzione della paura sul grande schermo: ombre impressioniste, dettagli su pomelli di porte che si aprono, dettagli del probabile assassino che si avvicina, inquadrature sghembe quando l’orrore temuto si trasforma in realtà, nulla di innovativo ma un buon mestiere che diverte.



Cape fear


Il tema di fondo è un classico dilemma del cinema americano: cosa deve fare il cittadino retto e probo quando non trova aiuto nelle forze dell’ordine per proteggere la propria famiglia, se non scendere a patti con la propria coscienza e confrontarsi direttamente con il Male? Il finale stesso in cui Bowden rinuncia ad uccidere Cady pur avendone la possibilità per farlo imprigionare non è un affidarsi nuovamente alla giustizia ma il modo più crudele e lungo per vendicarsi del nemico: il contatto con la malefica presenza di Cady ha infettato presumibilmente per sempre la perfetta famiglia americana come dimostrano i loro volti sbigottiti nella inquadratura finale.

Seduzione mortale

Angel Face
USA 1952 RKO
con Robert Mitchum, Jean Simmons, Mona Freeman, Herbert Marshall, Leon Ames, Barbara O’Neil, Kenneth Tobey
regia di Otto Preminger


Angel face

Frank, autista di ambulanza, incontra Diana quando si reca nella villa dei Tremayne a prestare soccorso alla matrigna della ragazza, vittima di una strana fuga di gas. Diana ben presto seduce l’uomo facendogli trascurare la fidanzata Mary e proponendogli di diventare l’autista di casa Tremayne. Frank accetta soprattutto per la paga che gli permetterebbe di realizzare il suo sogno, un’officina specializzata per auto di classe. Diana fa in mondo che l’uomo discuta il suo progetto con Catherine, per avere un prestito ma poi gli dice che la matrigna ha stracciato il suo prospetto senza neppure guardarlo, solo per dispetto. Per Frank è chiaro che la ragazza cerchi di coinvolgerlo nel suo tentativo di liberarsi della donna e lascia la villa ma ormai è troppo tardi: Diana ha già manomesso l’auto di  Catherine che finisce nella scarpata ma a bordo c’è anche Charles, suo padre. Per la duplice morte viene indagato anche Frank e il brillante avvocato che deve difendere Diana ha la brillante idea di farli sposare per evitare che possano testimoniare l’uno contro l’altra. Scagionati, Frank prova a tornare da Mary che però si è sistemata con un altro spasimante mentre Diana, vorrebbe confessare le sue colpe e l’avvocato fatica a dissuaderla. Frank decide di lasciarla e andarsene in Messico, Diana sembra rassegnata e si offre di accompagnarlo alla stazione, invece…


Seduzione mortale

Un classico del noir che Preminger amava definire “un incidente interessante” di cui pare scrivesse la sceneggiatura giorno per giorno.
Trovo un certo debito verso Femmina Folle di John Stahl: ancora una volta una ricca ereditiera con il complesso di Elettra, talmente innamorata del padre da volersi liberare di ogni possibile rivale, in questo caso la matrigna ricca che mantiene lo scrittore che ha perso la vena artistica.


Seduzionemortale


Diana usa il suo fascino per sedurre Frank e avere un complice ma l’uomo è abbastanza scaltro da intuire le intenzioni della ragazza e defilarsi, la morte non voluta del padre getta Diana nello sconforto più totale e l’attrazione fisica per Frank si trasforma nell’amore esclusivo di cui si nutre la protagonista.
Duro dal cuore tenero. Frank è un loser rassegnato al suo destino: gioca a fare la coppia aperta con Mary ma alla fine lei gli preferisce il più solido Bill perché non vuole passare la vita a difendere un uomo troppo bello che qualche altra donna cercherà sempre di insidiarle.


Angelface

Scaltro ma non abbastanza da prevedere la follia totale di Diana, Frank si lascia accompagnare alla stazione degli autobus non immaginando certo le intenzioni della donna che lasciano anche lo spettatore a bocca aperta, un finale inatteso e improvviso che contrasta con il ritmo piano, al limite del noioso, con cui si è evoluta la trama: il gioco seduttivo, la parte del processo con la disquisizione sui danni dell’auto dovuti alla caduta o a una manomissione.

Duello sulla Sierra Madre

Second Chance
USA 1953 RKO
con Robert Mitchum, Linda Darnell, Jack Palance, Reginald Sheffield, Roy Roberts, Dan Seymour, Fortunio Bonanova, Margaret Brewster, Rodolfo Hoyos Jr., Maurice Jara, Judy Walsh
regia di Rudolph Maté



Duello sulla sierra madre


Clare Shepperd, ex fidanzata di un malavitoso, sì è nascosta in Messico sotto falso nome per sfuggire ai sicari del boss che vogliono imperdirle di testimoniare al processo.
Il sadico Cappy Gordon, da sempre innamorato della donna, riesce a ritrovarla a San Cristobal ma la ragazza gli sfugge e si rifugia nel pittoresco paesino di La Cumbre con un boxeur americano che le fa corte. Tra i due nasce l’amore ma Cappy li ritrova e per salvare Russ, Clare accetta di andare via con lui. I tre si ritrovano sulla funivia quando uno dei cavi d’acciaio si spezza…



Second-Chance


Primo film in 3D della RKO, Duello sulla Sierra Madre è un bizzarro miscuglio di generi a partire dal noir per finire nel catastrofico ma non mancano inserti musical ed esotici: l’ambientazione messicana diventa l’occasione per mostrare i tratti pittoreschi del paese, fieste e mercati mentre l’episodio coreografato della donna di facili costumi che il marito va a recuperare alla fiesta e ucciderà nella notte per gelosia, serve all’economia finale del film per creare un personaggio sacrificabile nel tentativo di salvataggio della teleferica.
Robert Mitchcum è un pugile in cerca di una “second chance” dopo aver ucciso involontariamente un avversario sul ring e ora gira per le arene del Messico facendo incontri di seconda categoria che vince senza più usare il destro micidiale.



Second chance


Clare è una donna in fuga, che cade nella disperazione quando si ritrova davanti Cappy, arriva anche a scommettere contro Lambert pur di trovare il denaro per scomparire di nuovo. Va con lui a La Cumbre solo per sfuggire al sicario ma quando scopre che il pugile sa tutto del suo passato cede alla passione. I due protagonisti, che avevano iniziato a frequentarsi solo per interesse (quello di Russ meramente sessuale) hanno ritrovato la loro seconda occasione ma si ripresenta l’ostacolo di Cappy, interpretato da Jack Palance, mai cosi cattivo e caparbiamente determitato nella sua ossessione per Clare.



Second chance


I caratteri dei vari personaggi, anche secondari, escono nel chiuso della cabinovia in bilico nel vuoto: il sacrificio dell’uxoricida, la decisione di chi resterà nella cabina se i soccorsi non arriveranno per tutti; la crudeltà di Cappy che vuole usare il carrello solo per sé e Clare lasciando gli altri al loro destino, porta alla reazione di Russ che fa volare il killer nel vuoto e finalmente si può andare verso l’happy end.

La magnifica preda

River of no return
USA 1954 20th Century Fox
con Robert Mitchum, Marilyn Monroe, Rory Calhoun, Tommy Rettig, Murvyn Vye
regia di Otto Preminger



Riverofnoreturn


L’agricoltore Matt Calder rischia di perdere il figlioletto Mark ancor prima di conoscerlo, nell’avamposto dell’Oregon in preda alla febbre dell’oro, del ragazzino si è occupata May, sciantosa dal cuore d’oro, fidanzata con Weston, un baro di professione che ha vinto al gioco la concessione di un cercatore e deve correre in città a registrarla. Weston ruba il cavallo e il fucile a Carver che lo aveva salvato dalle rapide del fiume, lasciando l’agricoltore e il figlioletto alla mercé degli indiani, Kay decide di restare con loro in attesa del ritorno di Weston ma per sfuggire all’aggressività degli indiani i tre saranno costretti a una tumultuosa fuga lungo il fiume…




Lamagnificapreda


Un film pochissimo amato dagli interpreti, Marilyn lo reputava il suo film peggiore, che invece conserva la sua dignità attraverso gli anni.
Per quanto concerne l’attrice, oltre che farle cantare le canzoni più belle del suo repertorio, River of no return in testa, La magnifica preda le regala un ruolo un po’ diverso dagli altri: una volta tanto non incarna lo stereotipo dell’oca giuliva ma è una donna intelligente e disincantata che nonostante le durezze della vita ha ancora la capacità di capire che gli uomini non sono sono solo le gesta cattive che compiono.
Robert Mitchum è roccioso come non mai nel dar vita a Matt Calder, un uomo con un passato burrascoso alle spalle (la galera) che ha deciso di ricominciare lavorando la terra e prendendo con sé il figlioletto dopo la morte della madre.
I due attori, costretti dagli obblighi contrattuali a girare la pellicola, furono sicuramente scelti per la loro presenza scenica: il film è una lotta corpo a corpo per la sopravvivenza; sullo sfondo dei scenari mozzafiato del Canada ripresi per la prima volta in Cinemascope, i due attori incarnano letteralmente l’assunto: lotte tra uomini per il possesso della bella, lotta contro un puma affamato e anche il primo avvicinamento tra i due è una lotta.




Riverofnoreturn


Anche la figura del bambino è meno sdolcinata del solito, per merito della mano del regista, Otto Preminger che in tutti i suoi film ci parla cinicamente dell’ambiguità umana così nel finale Mark dovrà vivere in prima persona l’esperienza che ha segnato la vita del padre.

Stanley Donen

StanleyDonen
Il regista è scomparso il 21 febbraio 2019
Stanley Donen, l’impareggiabile King of the Hollywood musicals, come lo definì il critico David Quinlan, anche autore che seppe dimostrare il suo talento anche in altri generi cinematografici, nasce a Columbia nel South Carolina il 13 aprile 1924; dopo gli studi di danza classica, debutta a Broadway a soli 17 anni come ballerino e diventa amico di Gene Kelly al cui seguito si trasferisce a Hollywood nel ’43 come coreografo.
Dirige il suo primo film nel 1949 coadiuvato da Gene Kelly, si tratta di Un giorno a New York (On the Town) considerato un punto di svolta nel musical perché per la prima volta si gira (e si danza) in esterni.
Nel 1951 gira Sua Altezza si sposa storiella banale sullo sfondo delle nozze della Regina Elisabetta II ma ancora una volta le scene di danza passano alla storia con il celebre numero di Fred Astaire che balla sulle pareti.

SingingInTheRainDi nuovo insieme a Kelly, Stanley Donen dirige il più celebre musical di tutti i tempi, Cantando sotto la pioggia dove alla classe dei numeri musicali si unisce una divertente rivisitazione del periodo di passaggio dal cinema muto al sonoro. Citazioni del muto erano già presenti in Un giorno a New York sottolineando da subito la cifra nostalgica di Donen presente nella sua capacità innovativa.
Per tutti gli anni ’50 Donen dirige musical di grande successo: Tre ragazze di Broadway (1953) Sette spose per sette fratelli del ’54, È sempre bel tempo 1955, ultima codirezione con Gene Kelly e nel 1957 Cenerentola a Parigi dove dirige Fred Astaire accanto una deliziosa Audrey Hepburn, bibliotecaria che non ne vuole sapere del mondo della moda.
A partire dal 1958 Donen abbandona il musical per dedicarsi alla commedia brillante anche in questo campo gli esiti sono notevoli come in Indiscreto del 1958, e L’erba del vicino è sempre più verde (1960) dove il legame della nobile coppia inglese interpretata da Cary Grant, Deborah Kerr è messo in crisi dalla corte sfacciata del milionario americano Robert Mitchum.
Dal 1960 Stanley Donen lascia anche l’America per trasferirsi in Inghilterra e le influenze della Swinging London rientrano nello stile dei suoi film, soprattutto nel secondo giallo rosa (il primo è Sciarada del 1963) Arabesque, del 1966 che ha per protagonisti Sophia Loren e Gregory Peck. In questa pellicola sperimenta gli effetti caleidoscopici della fotografia glam degli anni ’60.

2xlastrada Altrettanto innovativo è considerato il seguente Due per la strada del 1967 dove si analizza il legame d’amore di una coppia sposata (Audrey Hepburn e Albert Finney) attraverso un uso intenso del flashback e flash-forward.
Quei due (1969) è l’ultimo film inglese di Donen che segue alla rivisitazione faustiana del ’67 Il mio amico il Diavolo; è un film sul mondo gay stroncato dalla critica è ancora oggi poco visibile nonostante la bella prova attoriale di Rex Harrison e Richard Burton.

Boxeureballerina Tornato al Hollywood, Donen si riavvicina al musical con a trasposizione de Il piccolo principe nel 1974; dopo il flop di In tre sul Lucky Lady  con Liza Minnelli del 1975, Donen da sfogo alla sua vena nostalgica per il vecchio cinema ne Il boxeur e la ballerina del 1978 (Movie Movie) si tratta di due cortometraggi, il primo dedicato alla boxe e il secondo ai musical di  Busby Berkely recitati dal medesimo cast com’era in uso negli anni’30 con tanto di un falso trailer nell’intervallo. Anche questo film all’uscita non ebbe fortuna né al botteghino né presso la critica. oggi però Il Mereghetti ritiene La ballerina il vero testamento del regista.
Nel 1980 Donen si mette in gioco con un nuovo genere, la fantascienza: Saturn 3, interpretato da Michael Douglas e Farrah Fawcett, si segnala per alcune originali innovazioni.
L’ultimo film per il grande schermo diretto dal regista è la commedia sentimentale Quel giorno a Rio del 1984, sarebbe stato molto interessante il previsto ritorno del 1993 con Michael Jackson in una rivisitazione di Dr.Jekyll e Mr. Hide sfumata per le accuse di pedofilia rivolte al cantante.
L’ultima regia di Donen è una riduzione teatrale per la televisione del 1999, Love Letters.

Il grinta

La quattordicenne Mattie Ross si reca a Fort Smith per recuperare il cadavere del padre, ucciso in una rissa. In citta’ l’intraprendente ragazzina si mette alla ricerca del piu’ spietato cacciatore di taglie per esser certa che Tom Chaney, l’omicida del padre venga consegnato alla giustizia. Non contenta di avere assunto Rooster Cogburn, detto Il Grinta, Mattie decide di seguirlo nella ricerca del colpevole per controllare di aver speso bene i suoi soldi.

Il grinta

I fratelli Coen riportano al cinema la figura del Grinta, incarnato nel 1969 da John Wayne nell’omonimo film di Henry Hathaway che gli valse l’unico Oscar. La nuova pellicola, per restare in tema di Academy, ha ricevuto dieci nomination senza portar a casa nessuna statuetta: fatto clamoroso ma che non declassa certo l’opera, anzi!
Perno della nuova versione e’ Mattie, quattordicenne di ferro che non teme di trattare con i piu’ astuti venditori di cavalli ne’ si sente intimorita dalla fama e dal carattere burbero di quello che considera a tutti gli effetti un suo dipendente, lo sceriffo federale Rooster Cogburn. Con la stessa temerarieta’ Mattie contende Chaney al Texas Ranger LaBoeuf anche lui sulle tracce del bandito per processarlo in Texas.
Non c’e’ dubbio che la ragazzina sia la piu’ grintosa tra i protagonisti ma resta pur sempre poco piu’ che una bambina ed e’ proprio il suo punto di vista che i Coen adottano per narrare la storia, un misto di toni fiabeschi e fede biblica. Anche a livello cinematografico ci sono dei rimandi che esulano dal genere prettamente western: sara’ una suggestione mia ma datemi una ragazzina con le trecce che gira con tre uomini e il mio pensiero corre subito a Il mago di Oz e l’apparizione del medico coperto dalla pelle d’orso suffraga la dimensione fantastica del viaggio nelle terre dei Choctaw. Un viaggio che si apre e si chiude tra due luci che bucano la notte, la scena iniziale del cadavere del padre steso a terra e l’apparizione della capanna a cui giunge faticosamente Cogburn con in braccio Mattie morsa dal serpente dopo una folle corsa di ritorno alla civilta’ narrata esaltandone le suggestioni magiche.
Se Mattie vive la sua avventura in compagnia del Grinta con fiducioso spirito infantile, la ragazzina non e’ una sprovveduta e ha piena coscienza del bene e del male e conosce l’importanza di un giusto processo non per nulla la sequenza del dibattimento in cui e’ chiamato a testimoniare Cogburn e’ illuminata da una luce quasi mistica che entra dalle finestre. Mattie pero’ sceglie la vendetta: vuole il cacciatore di taglie piu’ crudele e sara’ lei stessa a sparare a Chaney. Potremmo dire che il male entra nel suo corpo (il morso del serpente) e come dice la Bibbia bisogna tagliare cio’ che ci offende ed ecco che l’epilogo del film ci mostra Mattie venticinque anni dopo la sua caccia all’assassino del padre con il braccio sinistro amputato a seguito del morso del crotalo.
Mattie e’ diventata una zitella arcigna, che ricorda un po’ la Lilian Gish de La morte corre sul fiume: mancato per un soffio l’appuntamento con Cogburn, la donna ne fa portare la salma nel piccolo cimitero della sua proprieta’ dove e’ solita vegliare sui suoi cari, sapendo che il male e’ sempre all’erta come ci ricorda la canzone finale Leaning on the everlasting arms che nel capolavoro firmato da Charles Laughton era cantata dal “reverendo” Harry Powell (Robert Mitchum).

Deborah Kerr

DeborahkerrDeborah Jane Kerr-Trimmer nasce a Helensburgh, Scozia il 30 settembre 1921. Si avvicina al teatro con l’aiuto di una zia che era una star della radio britannica.
A 20 anni debutta nel cinema inglese con un piccolo ruolo in Il Maggiore Barbara, i suoi ruoli piu’ significativi in patria sono Duello a Berlino (1943) dove interpreta un triplo ruolo e la suora protagonista di Narciso nero, (1947) entrambi diretti dalla geniale coppia Michael Powell e Emeric Pressburger.
Il 1947 e’ anche l’anno in cui l’attrice emigra in America chiamata dalla MGM, il suo primo film hollywoodiano e’ I trafficanti girato nel ‘47 accanto a Clark Gable e Ava Gardner per la regia di Jack Conway.
La carriera americana procede con discreto successo: la Kerr e’ nel cast di film come Il prigioniero di Zenda (remake del 1952 dell’omonimo film del ’37) e Giulio Cesare di Mankiewicz del 1953, ma sara un altro film dello stesso anno a lanciarla nell’immaginario collettivo con la celebre scena d’amore sulla spiaggia con Burt Lancaster in Da qui all’eternità di Fred Zinnemann: il film, per cui era anche in lizza la maliarda Joan Crawford, consolida la sua immagine di algida signora inglese che cova grandi passioni.

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Nel 1956 e’ Anna Leonowens nella seconda versione del celebre Il re ed io accanto a Yul Brynner e sempre nello stesso anno gira la versione cinematografica di Tè e simpatia, per la regia di Vincente Minnelli; l’attrice aveva gia’ riscosso grande successo a Broadway con questa piece teatrale.
Nel ‘57 e’ ancora una suora per John Huston in L’anima e la carne girato con Robert Mitchum e anche l’innamorata che non potra’ raggiungere Cary Grant sulla vetta dell’Empire a causa di un incidente in Un amore splendido per la regia di Leo McCarey che gira il remake di un suo film del ‘39.
Deborah Kerr ritrova Robert Mitchum e Cary Grant nella piacevole commedia di Stanley Donen girata nel 1960: L’erba del vicino e’ sempre piu’ verde dove l’americano Mitchum in vista turistica ad un castello inglese, cerca di sedurre la la moglie dello svagato lord.
Nel 1961 interpreta il ruolo di Miss Giddens nell’ottima versione filmica di Giro di vite diretta da Jack Clayton, Suspance.


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La Kerr sara’ ancora una governate ne Il giardino di gesso, polpettone diretto da Ronald Neame nel 1964.
Da ricordare anche la sua partecipazione , sempre nel ‘64 a La notte dell’iguana, trasposizione di John Huston di un dramma di Tennesse Williams.
Nella seconda meta’ degli anni ‘60 l’attrice comincia a diradare le sue apparizioni ma va certamente menzionato il film I temerari di John Frankenheimer, dove a 16 anni di distanza, il film e’ del 1969, si ritrova ad amoreggiare con Burt Lancaster.
L’ultimo film dell’attrice e’ Il giardino indiano del 1985, l’anno seguente Deborah Kerr si ritira ufficialmente dalla scene non riconoscendosi piu’ in un cinema prevalentemente fatto di violenza. E’ l’attrice che detiene il piu’ grande numero di nomination agli Oscar, senza conseguire mai nessuna vittoria, ottenendo solo l’Oscar alla carriera nel 1994.

L’attrice è scomparsa il 16 ottobre 2007

100 anni di John Huston

JohnhustonUn secolo fa a Nevada, Missouri, nasceva John Marcellus Huston, membro centrale di una importante dinastia di attori: e’ infatti figlio dell’attore Walter Huston che John spesso fece recitare nei suoi film facendogli vincere l’Oscar per Il tesoro della Sierra Madre; John Huston e’ anche padre di due attori, Tony e Anjelica, quest’ultima portata all’Oscar dal padre che la diresse ne L’onore dei Prizzi (1981).
Huston e’ uno di quei personaggi per cui vale il detto “bigger then life”: lui stesso sostiene di aver vissuto piu’ vite ed infatti e’ stato pugile, pittore, grande appassionato di caccia, attore, sceneggiatore, documentarista; alla regia arriva nel 1941 con Il mistero del falco dove impone per il ruolo di protagonista Humphrey Bogart in sostituzione di George Raft.

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Il sodalizio con Bogey li porta a girare diversi film: Agguato ai tropici (1942), Il tesoro della Sierra Madre del 1948 come L’isola di corallo e nel 1951 il magnifico La regina d’Africa per cui Bogart vincera’ il suo unico Oscar.

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L’anno prima Huston aveva sdoganato un’attricetta che sarebbe diventata leggenda, Marilyn Monroe (tragicamente scomparsa proprio il 5 agosto 1962) facendola recitare in uno dei capolavori del genere noir, Giungla d’asfalto. Marilyn e Huston avrebbero ancora lavorato insieme nell’ultimo film dell’attrice ed altro capolavoro del regista, Gli spostati del 1961.

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La poliedricita’ registica di Huston riflette la sua irrequietezza nella vita e il regista spazia in quasi tutti i generi cinematografici: declina il melodramma dallo strappalacrime In questa nostra vita del 1942 interpretato da una grande Bette Davis, al romanzo d’amore sublimato L’anima e la carne (1957) dove il rude capitano Allison e Suor Angela (Robert Mitchum e Deborah Kerr), costretti su un‘isola deserta durante la II Guerra Mondiale, sfuggono ai giapponesi ed alla tentazione della carne, fino all’ottimo Riflessi in un occhio d’oro interpretato da un grande Marlon Brando nel 1967.

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Del 1960 e’ il western Gli inesorabili, con un’inedita Audrey Hepburn nei panni della mezzosangue indiana che imbraccia il fucile; il regista si riavvicinera’ al genere nel 1972 con L’uomo dai sette capestri interpretato da Paul Newman e Ava Gardner, altra attrice con cui ama collaborare: la bellissima Ava era stata protagonista de La notte dell’iguana (1964) e aveva avuto il ruolo di Sarah nel kolossal del 1966, La Bibbia dove il regista si ritaglia il ruolo di Noe’.

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Del 1972 e’ uno dei film migliori del regista, Citta amara, una pellicola che ruota attorno al mondo della boxe, pochissimo conosciuta a differenza dell’altro film sportivo di Huston, il notissimo Fuga per la vittoria (1981) dove accanto a Sylvester Stallone recita anche Pele’.
Da menzionare anche il film d’avventura L’uomo che volle farsi re, dal chiaro messaggio antimperialista del 1975, interpretato da Sean Connery e Michael Caine.

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Ultimo film del grande regista e’ il commovente The Dead – Gente di Dublino, delicata riflessione sulla morte tratta da un racconto di Joyce, girato nel 1987: John Huston sarebbe scomparso il 28 agosto di quel medesimo anno.