La donna sfregiata

Ladonna sfregiata

Lady Scarface
USA 1941, RKO
con Dennis O’Keefe, Judith Anderson, Frances E. Neal, Mildred Coles, Eric Blore, Marc Lawrence, Marion Martin, Rand Brooks
regia di Frank Woodruff

Il tenente Bill Mason di Chicago indaga sull’ennesima sanguinosa rapina della banda di Slade. Grazie all’aiuto della giornalista Ann Rogers scopre che la refurtiva è stato spedito a New York. Mason propone al suo capo di non intervenire subito ma mettere sotto controllo il grande albergo a cui è stato inviato il denaro per sgominare la banda. Il tenente va a New York con la giornalista al seguito, l’omonimia tra il nome civetta della banda e quello di una sposina rischia di mandare a monte il piano ma il caso sarà risolto.

Il titolo Lady Scarface vuole sicuramente richiamare il celebre gangster movie del ‘32.
L’inizio del film è interessante con l’uso espressionistico delle ombre. Judith Anderson, la morbosa signora Denvers, governante di Rebecca la prima moglie ha l’appeal giusto per interpretare questa capobanda crudele e senza scrupoli, un personaggio che avrebbe meritato un approfondimento ma purtroppo entra in azione solo a inizio e fine pellicola facendo da cornice ai battibecchi amorosi tra il detective e la giornalista con il controcanto della coppietta di giovani sposi innamorati finiti per caso al centro delle indagini.
Non mancano i tocchi comici del detective dell’albergo e del venditore di animali.
Un B movie che non nasconde la povertà di mezzi e trama, da considerare in una rilettura delle figure femminili cinematografiche: all’epoca, solo in un’opera a basso costo si poteva pensare alla “bizzarria” di una donna boss sconfitta da un’altra donna.

Dune – parte 2

DuneParte2

USA 2024, Warner Bros
con Timothée Chalamet, Zendaya, Austin Butler, Christopher Walken, Florence Pugh, Léa Seydoux, Rebecca Ferguson, Josh Brolin, Dave Bautista, Javier Bardem, Stellan Skarsgård, Charlotte Rampling, Stephen Henderson, Souheila Yacoub
regia di
Denis Villeneuve

Paul Atreides e sua madre Lady Jessica si uniscono ai Freemen mentre il giovane si unisce ai guerriglieri che attaccano le astronavi degli Arkonnen, Lady Jessica assume tutte le memorie della Reverenda Madre morente. Il rito influisce anche su Alia, la bambina di cui è incinta che sviluppa poteri telepatici. Intanto Paul s’innamora di Chani, la ragazza presente nelle sue visioni. Mentre Chani e gli altri giovani non credono alla profezia di un liberatore, Lady Jessica fa di tutto perché Paul sia identificato con il Lisan al-Gaib tanto atteso fino a fargli bere l’Acqua della Vita: la sopravvivenza di Paul al rito lo identifica definitivamente con il liberatore.
Intanto il barone Vladimir Harkonnen, deluso dalle perdite subite dal nipote
Rabban, decide di affidare il controllo di Arrakis all’altro nipote,
Feyd-Rautha, su cui si posano anche le attenzioni delle Bene Gesserit, nonostante il giovane sia chiaramente psicopatico.
Con i poteri onniscienti ottenuti dall’Acqua della Vita, Paul decide di dedicarsi alla vendetta del padre, sfidando a duello Feyd-Rautha e distruggendo la casata degli Harkonnen poi elimina anche l’imperatore, mandante della distruzione della sua casata. Paul decide di sposare Irulan, la figlia dell’imperatore per legittimare la sua presa di potere ma le altre case rifiutano di riconoscere la sua ascesa e anche Chani se ne va delusa dal suo comportamento.

Avevo letto Dune poco prima dell’uscita del dittico di Villeneuve e, in pieno hype per Il Trono di Spade, pensavo che il romanzo fosse perfetto per una grandiosa serie tv e ne sono ancora convinta nonostante la bontà del lavoro del regista canadese: il romanzo propone un universo di personaggi che i due film dedicati al primo romanzo riducono talmente da non riuscire mai ad approfondire le figure di contorno e quindi anche alcuni snodi della trama.
Gli eventi che nel romanzo si svolgono in anni, nei due film si compiono in pochi mesi: Alia resta allo stato fetale per tutto il film e solo in una visione la vediamo adulta (la interpreta Anya Taylor-Joy).
Sicuramente uno dei personaggi più rimarchevoli di questa seconda parte è il vilain Feyd-Rautha, anche per la scelta dell’attore che lo interpreta: suscita sicuramente sconcerto, in chi l’ha riconosciuto, ritrovare Austin Butler in un ruolo così particolare dopo esser stato l’Elvis di Baz Luhrmann.
Nella durata del film il ruolo di Feyd-Rautha rimane poco più di un cameo che si fa ricordare per le atmosfere cupe del pianeta Giedi Prime, dove la scarsa attività di fotosintesi permette alla scenografia di giocare con reminiscenze di architetture del Terzo Reich nel bianco e nero della fotografia.
La seconda parte di Dune conferma e amplifica quanto visto nel primo segmento: pur essendo un film d’autore dal grande potenziale immaginifico, l’opera ricalca l’immaginario fantasy e sci-fi: i vermi si cavalcano come i draghi, le navi Harkonnen distruggono come la Morte Nera, Irulan ha una cuffia che ricorda quella dell’Imperatrice Bambina de La storia infinita; il grande sforzo -e assai pregevole- è la ricostruzione scenografica delle architetture dei vari pianeti in stili completamente differenti ma profondamente identificativi del mondo o della casata in questione.
Una scelta stilistica che rende ancora più facile la sovrapposizione con la situazione politica dei nostri tempi, tra fondamentalismi e guerre.

L’uccello dalle piume di cristallo

L'uccello conlepiumedicristallo

Italia 1970
con Tony Musante, Suzy Kendall, Enrico Maria Salerno, Eva Renzi, Mario Adorf, Umberto Raho, Renato Romano, Giuseppe Castellano, Pino Patti, Karen Valenti, Carla Mancini, Rosita Toros, Werner Peters, Reggie Nalder, Omar Bonaro, Fulvio Mingozzi, Gildo Di Marco
regia di Dario Argento

Lo scrittore americano Sam Dalmas dopo una deludente parentesi in Italia, sta per tornare in patria quando una sera assiste a un tentato omicidio in una galleria d’arte. Il suo intervento mette in fuga l’assassino ma lo rende anche un sospettato e il commissario di polizia che segue il caso gli ritira il passaporto; costretto ad allungare il soggiorno italiano, Sam si appassiona al caso perché c’è un dettaglio che non gli è chiaro nella scena in cui ha assistito tanto da rischiare la propria vita e quella di Giulia, la sua ragazza…

A scatenare la furia omicida del killer è un quadro naïf, ed elementi naïf (non intesi in accezione negativa) possiamo ritrovarli anche nel notevole esordio di Dario Argento che dà vita al primo capitolo della cosiddetta Trilogia degli animali perché nei titoli si citano degli animali.
Le esperienze antecedenti di Dario Argento sono da sceneggiatore per Sergio Leone in C’era una volta il west e nel film non mancano dettagli degli occhi tipici degli spaghetti western, all’esordiente regista tornano utili per sottolineare la sua teoretica della visione, sull’inganno dello sguardo dello spettatore e del protagonista: Sam Dalmas vede qualcosa che è talmente insolito che la mente lo registra con il significato opposto anche se persiste la sensazione di disagio.


Luccello dalle piumedicristallo

Pur portando il giallo italiano a un livello superiore, Argento segue un solco ben preciso e molto deriva dalle pellicole di Bava degli anni precedenti, a partire dai famigerati guanti neri diventati simbolo per antonomasia dei killer argentiani ma che in realtà sono già presenti in Sei donne per l’assassino di Mario Bava del 1964.
Ovviamente non può mancare l’omaggio al maestro per eccellenza di Dario Argento, sir Alfred Hitchcock, tanto da chiamare Reggie Nalder che aveva lavorato per Hitch ne L’uomo che sapeva troppo e che qui ha il ruolo dell’uomo col giubbotto giallo incaricato di eliminare Dalmas.

Pare che l’incontro con l’attore sia stato fortuito; ben più ragionata l’applicazione di una regola del maestro gel giallo, quella di mostrare l’assassino nelle prime scene (anche se la sua identità omicida verrà svelata in un secondo tempo, vedi Giovane e innocente o Frenzy, per spaziare tra gli estremi della carriera hitchcockiana).
Nella silhouette infagottata del killer possiamo riconoscere la silhouette de Il pensionante e una delle immagini più emblematiche del film viene replicata durante l’aggressione a Giulia mostrata accasciata con le braccia avvinghiate all’inferriata, esattamente come Il Pensionante inseguito dalla folla


L'uccello dalle piume di crisstallo

L’uccello dalle piume di cristallo anticipa tutta la passione di Dario Argento per l’elemento artistico che assume un ruolo fondamentale nella costruzione dei sui film, la pittura che tornerà con valenze diverse in Profondo Rosso: sarà l’elemento che confonde la visione e sarà addirittura ricostruzione della scenografia con la rappresentazione di Nighthawks di Hopper.
Anche l’architettura ha un ruolo interessante nella bella scena della tromba delle scale triangolare nel terzo omicidio che diventerà poi l’esaltazione del liberty di Villa Scott sempre in Profondo Rosso e degli spazi della scuola di danza di Suspiria.
Una menzione anche all’originale colonna sonora di Morricone, ripresa da Tarantino in Grindhouse.

Mon Crime – La colpevole sono io

Moncrime

Mon Crime
Francia, 2023
con Nadia Tereszkiewicz, Rebecca Marder, Isabelle Huppert, Fabrice Luchini, Dany Boon, André Dussollier, Édouard Sulpice, Régis Laspalès, Olivier Broche, Félix Lefebvre, Franck de la Personne, Evelyne Buyle, Michel Fau, Daniel Prevost, Myriam Boyer, Jean-Christophe Bouvet, Suzanne De Baecque, Lucia Sanchez, Jean-Claude Bolle-Reddat, Dominique Besnehard, Anne-Hélène Orvelin
regia di François Ozon

L’attrice Madeleine Verdier e l’avvocatessa Pauline Mauléon sono coinquiline e sopravvivono a fatica nella Parigi del 1935. Un giorno Madeleine è costretta a fuggire da un provino perché il produttore Montferrand la molesta; poco dopo l’uomo viene ritrovato ucciso e la ragazza è indagata. Scoperto che non rischia la pena capitale, Madeleine si proclama colpevole per attrarre su di sé l’attenzione mediatica, certa che Pauline la farà dichiarare innocente. Le cose superano le aspettative delle due ragazze che in breve diventano una stella del teatro e un’avvocatessa di fama. Un giorno però si presenta la vera colpevole dell’omicidio: se non verrà profumatamente pagata rivelerà la sua colpevolezza, alle due ragazze non resta che inventarsi un nuovo piano per non perdere la fama…

François Ozon è un regista molto prolifico con cui ho un rapporto ambivalente: amo molto alcuni suoi film mentre non ne sopporto altri. Non Crime rientra nella lista dei preferiti perché il regista sa restituire le atmosfere del cinema classico senza citare troppo un’opera o un’autore e in questo caso il rischio c’era visto che dall’omonima opera teatrale di Georges Berr e Louis Verneuil del 1934 era stato tratto il film del 1937, La moglie bugiarda poi rifatto nel 1946: Bionda tra le sbarre.
Per questo lavoro incentrato sul tema della falsità, Ozon sfrutta molteplici suggestioni del cinema classico, stando ben lontano dal film di Ruggles; si parte da una ricostruzione storica molto fedele nelle scenografie e nei costumi: Pauline omaggia chiaramente lo stile sportivo di Katharine Hepburn. Per sviscerare il tema della menzogna, il regista utilizza il classico parallelo tra il mondo giudiziario e quello cinematografico/teatrale: innumerevoli i film giudiziari che hanno per protagonista un’attrice, fra tutte le protagoniste da segnalare l’ambigua Marlene Dietrich di
Paura in palcoscenico di Hitchcock e soprattutto di Testimone d’accusa di Billy Wilder. Anche la Norma Desmond di Viale del tramonto è un’attrice decaduta protagonista di un giallo, la vera colpevole di Mon Crime è una ex diva del muto, Odette Chaumette,5 che uccide il produttore che aveva mosso i primi passi nel cinema come suo autista, il cammino inverso di Max von Mayerling che in Viale del tramonto lascia la carriera cinematografica per diventare il maggiordomo della Desmond.
Odette Chaumette s’ispira a Crudelia Demon, tanto che a un certo punto si scontra con un dalmata al guinzaglio, ad interpretarla c’è Isabelle Huppert, attrice amata da Ozon che ha vestito anche i panni di Violette Nozière per Chabrol: la Noziere fu veramente protagonista di un caso giudiziario dei primi anni ‘30 tanto che nei titoli di giornali che riportano la vicenda di
Madeleine Verdier si dice espressamente “dopo Violette Nozière un nuovo caso di un omicidio al femminile”, le suggestioni di Ozon quindi coprono un arco temporale molto ampio, dalle commedie anni ‘30 al biopic degli anni’70 rileggendo i temi della condizione femminile e le astuzie per sopravvivere ai tempi in chiave contemporanea: sotto la patina frivola delle battute fulminanti batte un cuore nero e cinico come nei più grandi esempi della commedia brillante americana degli anni ‘30 e ‘40.

Il ventaglio di Lady Windermere

LadyWindermere'sFan

Lady Windermere’s Fan
USA 1925 Columbia
con Irene Rich, May McAvoy, Bert Lytell, Ronald Colman, Carrie Daumery, Billie Bennett, Helen Dunbar, Edward Martindel
regia di Ernst Lubitsch

l signor Windermere riceve uno strano invito da Mrs. Erlynne che gli rivela di essere la madre della sua giovane moglie che la crede morta mentre in realtà la donna ha dovuto abbandonare Londra in seguito a uno scandalo. Windermere cede al ricatto della suocera che torna in società anche se resta l’oggetto di tutti i pettegolezzi.
Lord Darlington, innamorato di Lady Windermere, instilla nella donna il dubbio che
Mrs. Erlynne sia l’amante del marito che la mantiene. Controllando i libri contabili Lady Windermere scopre un assegno intestato alla donna e si convince del tradimento. Intanto
Mrs. Erlynne riesce a sedurre un ricco scapolo e vorrebbe partecipare alla festa di compleanno di Lady Windermere per dimostrare a Lord Augustus di essere ben introdotta in società. Saputo della presenza di
Mrs. Erlynne alla propria festa, Lady Windermere minaccia di fare uno scandalo ma poi quando si trova davanti la donna si comporta affabilmente fino a quando con crede di vedere il marito amoreggiare con lei. Lady Windermere lascia un biglietto piccato e va a casa di Lord Darlington, fortunatamente
Mrs. Erlynne si accorge della sua assenza e la salva dallo scandalo di aver lasciato il ventaglio nel salone di lord Darlington.

Dalla commedia di Oscar Wilde, un film che ha il coraggio di lasciare da parte l’’arguto testo del drammaturgo per raccontare con immagini l’ipocrisia del bel mondo, fatta di apparenze, sotterfugi e pettegolezzi.
Un’altra differenza sostanziale con l’opera teatrale è che la commedia teatrale si svolge in una sola giornata, il giorno del compleanno di Lady Windermere, mentre il film dipana la vicenda nell’arco di alcuni mesi con l’inserto della giornata alle corse dove vediamo l’interesse morboso verso la chiacchierata Mrs. Erlynne e la prima installazione del dubbio del legame tra lord Windermere e la donna che sta in realtà seducendo Lord August come racconta la mirabile scena dell’uscita dall’ippodromo: Mrs. Erlynne che cammina sotto l’enorme scritta exit che sottolinea la sua posizione di repoba, Lord August che la segue e la raggiunge mentre un tendino laterale segue e restringe il campo visivo focalizzandolo sulla coppia in fieri.
Se le porte sono una componente importante del cinema lubitsciano, scandendo lo spazio come quinte e ritmando l’azione con le aperture e chiusure, Il ventaglio di Lady Windemere è forse l’apoteosi della funzione filmica delle porte nel cinema del maestro berlinese: sono porte altissime che possono aprirsi all’improvviso per annunciare un ospite inatteso, chiudersi su un possibile futuro come quando Lord August lascia casa Darlington dopo che Mrs. Erlynne si è palesata facendosi passare per l’amante di Darlington e l’ingresso della donna nella stanza dove si trovano tutti i lord è anticipata da una luce quasi divina dopo l’apertura della porta: il gesto sacrificale in favore della reputazione della figlia, redime la donna dall’errore di gioventù che le è costato l’allontamento dalla bambina.
Molto belle anche le scene in giardino: la scenografia è caratterizzata da una perfetta geometria trionfo del razionale che cozza con l’illusione di vedere il marito amoreggiare con la presunta amante.
Come sempre Lubitsch stigmatizza i legami sentimentali soprattutto se “benedetti” dal matrimonio: il campo e contro campo dell’abbraccio finale dei coniugi Windermere parla di una ritrovata armonia ma non sapremo mai se la giovane lady è innamorata di Darlington (dubbio già presente nella scena iniziale) o se si è recata a casa sua solo per ripicca.
Geniale la chiusa tra
Mrs. Erlynne è il suo lord: la sfrontatezza con cui lei chiude la relazione per il comportamento inopportuno di lui lascia interdetto il grande scapolone che non può far altro che seguirla.

Fiamme sul mare

Fiammesulmare

Italia 1947
con Carlo Ninchi, Silvana Jachino, Evi Maltagliati, Giacomo Rondinella, Edda Albertini, Felice Romano, Ciro Berardi, Nando Del Duca, Mario Gallina, Piero Palermini, Alfredo Rizzo, Peppino Spadoro, Giuseppe Varni, Leopoldo Valentini
regia di Michał Waszyński e Vittorio Cottafavi

A Napoli, Stefano, capitano eroe di guerra ora disoccupato, decide di fondare una cooperativa e recuperare un relitto per rimetterlo in sesto. Stefano chiede aiuto dell’armatore Matteo La Spina nonostante la pessima fama dell’uomo e scopre che anche La Spina è interessato al recupero. La cooperativa riesce a rimettere in sesto la Santa Maria grazie al supporto finanziario di un altro armatore e ben presto organizza il viaggio inaugurale per Buenos Aires. Sulla nave s’intrufola una clandestina, Alda, che deve raggiungere il fratello malato in Argentina ma è sprovvista di documenti la ragazza viene scoperta quando il marinaio l’aveva fatta imbarcare viene messo ai ferri costringendo Alda ad uscire dal suo nascondiglio in cerca di cibo. La ragazza riesce a conquistare la simpatia di tutti, soprattutto di Stefano che s’innamora di lei.
Al viaggio inaugurale partecipa anche La Spina con la figlia, da sempre innamorata di Stefano. L’armatore acquista di nascosto le quote dei marinai e stipula una grossa assicurazione perché intende far affondare la nave nel viaggio di ritorno. La figlia, scoperte le intenzioni del padre, torna a bordo per avvisare Stefano ma muore nell’incendio del carico di materiale infiammabile. Stefano è ormai deciso a chiedere la mano di Alda ma un suo giovane marinaio lo batte sul tempo…


Fiamme sul mare


Primo dei tre film realizzati da Vittorio Cottafavi e il regista polacco
Michał Waszyński, Fiamme Sul Mare è un’opera inconcludente che si muove su troppi registri narrativi: brani musicali della tradizione napoletana che sembrano accostarlo al musical, personaggi secondari molto stereotipati in ruoli comici e la trama sentimentale che aspira al melodramma ma non riesce ad appassionare perché i personaggi sono appena abbozzati, soprattutto la figura di Diana La Spina il cui sacrificio lascia piuttosto indifferenti sia gli spettatori, che il protagonista tutto preso da suo amore a senso unico per la giovane Alda che lo ha sempre visto come un padre.
L’unico aspetto interessante del film è il registro neorealista: le immagini quasi documentaristiche del lavoro per risistemare la nave e la vita di bordo, l’ottimo recupero della pellicola restaurata dalla Ripley’s Film permette di godere della magnifica fotografia, soprattutto dei giochi di luce sull’acqua.


Fiammesul mare


Curioso il registro musical-napoletano coniugato con le immagini dal vero della vita marinara, da segnalare tra i protagonisti la presenza del cantante Giacomo Rondinella, stella di film sentimentali anni ’50.
Paradossalmente riescono più convincenti i personaggi minori divertenti nelle loro tipicizzazioni da commedia dell’arte, su tutti spicca la superficiale diva del varietà Dory Jane interpretata da Evi Maltagliati.

Renfield

Renfield

USA 2023, Universal
con
Nicolas Cage, Nicholas Hoult, Jenna Kanell, Awkwafina, Shohreh Aghdashloo, Brandon Scott Jones, Ben Schwartz, Caroline Williams, William Ragsdale, Adrian Martinez, Camille Chen, Joshua Mikel, Derek Russo, Dave Davis
regia di Chris McKay

Dopo un centinaio di anni impiegati come famiglio di Dracula, Renfield ha ormai compreso lo schema del loro rapporto ed è stanco della sua vita. Dopo l’ennesimo fallimento del Conte di conquistare il mondo, i due si trovano a New Orleans e per rimettere in sesto il Principe della notte; per non dare troppo nell’occhio, il suo servitore si è iscritto a un gruppo di sostegno per persone coinvolte in relazioni tossiche con l’intento di nutrire Dracula con i compagni opprimenti degli iscritti al gruppo. Durante una di queste operazioni in cui si scontra con la malavita organizzata, Renfield conosce una giovane poliziotta che lotta praticamente da sola contro la famiglia Lobo, narcotrafficanti senza scrupoli che hanno al loro servizio gran parte dei poliziotti corrotti di New Orleans, l’incontro da la forza a Renfield di essere sé stesso ma quando Dracula scopre la doppia vita di Renfield si schiera con i Lobo…

Dalla figura fantastica del vampiro nasce l’archetipo psicologico del vampiro psichico, l’individuo -reale- che si nutre delle energie psichiche di chi gli sta intorno, figura parodiata nella serie tv What we do in the dark. Il passaggio alla lettura del conte Dracula come il più grande narcisista patologico di tutti i tempi aveva già la strada spianata. Non a caso in Renfield quello che funziona meglio è proprio la rilettura del mito del vampiro in chiave psicologica e nella moda dei gruppi/ libri di autoaiuto: il povero famiglio brandisce un volume stampato dalla Chiesa che ospita il gruppo di autoaiuto, come difesa verso l’attacco del suo irascibile capo.
Il film è una commedia horror, un genere molto diffuso negli anni’80 dove lo splatter eccessivo finiva per essere divertente per cui i cultori del genere troveranno sicuramente piacevole la visione. E’ anche impreziosito da citazioni dei classici dedicati al Conte Dracula, da spezzoni del primo film del 1931 con i volti di Bela Lugosi e di E. Cline sostituiti da quelli degli odierni protagonisti, passando a citazioni della Hanner per arrivare a Dracula di Bram Stoker di Coppola.
Il filo con il cinema contemporaneo è dato dalle immancabili mosse di arti marziali e dal fatto di aver caratterizzato Renfield come un supereroe: gli basta nutrirsi di un insetto (che non si trova mai quando serve!) per diventare invincibile.
La trama è un po’ raffazzonata con i personaggi di contorno non all’altezza dei due protagonisti, sia la poliziotta
Rebecca Quincy (non so perché ma mi ricordava la protagonista di Zootropolis) che la coppia madre-figlio a capo dei narcotrafficanti.
Lo spessore dei personaggi principali è sostenuta anche dalla prova attoriale di Nicholas Hoult (sì il ragazzino di About a Boy che ha saputo costruirsi una carriera di tutto rispetto) e soprattutto di Nicolas Cage, attore che non amo particolarmente ma che ha saputo usare il suo istrionismo per creare una declinazione del principe transilvano degna di nota.

Barbie

Barbie

USA 2023, Warner Bros
con Margot Robbie, Ryan Gosling, America Ferrera, Kate McKinnon, Michael Cera, Ariana Greenblatt, Issa Rae, Rhea Perlman, Will Ferrell, Ana Cruz Kayne, Emma Mackey, Hari Nef, Alexandra Shipp, Kingsley Ben-Adir, Simu Liu, Ncuti Gatwa, Scott Evans, Jamie Demetriou, Connor Swindells, Sharon Rooney, Nicola Coughlan, Ritu Arya, Helen Mirren, Emerald Fennell, Dua Lipa
regia di Greta Gerwig

Un giorno a Barbieland, la zuccherosa terra delle Barbie, Barbie Stereotipo viene colta da pensieri di morte e si risveglia coi piedi piatti ed un inizio di cellulite. Viene chiesto consiglio a Barbie Stramba, emarginata ma di riconosciuta saggezza, che spiega a Barbie che i suoi guai nascono da una profonda connessione con la bambina che la possiede; invita quindi Barbie a recarsi nel mondo reale per aiutare la ragazzina e ripristinare l’ordine delle cose ma due cose vanno storte: Ken, da sempre innamorato di Barbie la segue nel suo viaggio e soprattutto il mondo reale non è la riproduzione perfetta di Barbieland dove ogni donna può essere ciò che vuole e addirittura la bambola che credeva di essere un simbolo di libertà femminile è vissuta come un modello inarrivabile che mette in crisi le bambine…



Barbie 2


Pur divertendomi il film mi ha lasciato diverse perplessità ma ha innegabilmente spostato le categorie del pensiero oltrepassando la categoria del post- che pure è ben presente nella costruzione filmica: la citazione di 2001 è ormai abusata e l’ultima reinterpretazione, anche più originale è d quella di Everywhere Everything Everywhere All At Once e la conclusione (la morale?) del film è l’ennesima variazione sul tema di Pinocchio.
Non mi pare invece di essermi mai imbattuta in un film, soprattutto nato per essere un blockbuster, che sfrutti l’immaginario da cui deriva per criticarlo e non penso tanto all’assurdo CdA della Mattel tutto al maschile che si è impossessato del progetto di una donna snaturandolo, un’operazione simpatia a cui una multinazionale si presta senza problemi e che siamo tutti in grado di riconoscere; penso piuttosto a certi fermo immagine con il nome del prodotto accessorio che nel corso degli anni hanno costruito il mondo di Barbie: l’esaltazione di oggetti oggi di culto, più costosi della bambola che dovevano accessoriare, un’operazione bizzarra dentro un film che vorrebbe denunciare capitalismo e patriarcato, concetti saldamente connessi.
Indubbiamente Barbie punta più a stigmatizzare il patriarcato e anche qui succede un cortocircuito: a mio modesto parere il film non riesce ad essere mordace nella contrapposizione tra i sessi eppure il ruolo marginale dei Ken a Barbieland è il più commentato: davvero neppure in un mondo fantastico di bambole si può accettare il ruolo di appendice per un bambolotto sfigato per natura con cui nessun maschio avrebbe mai voluto giocare e pure le femmine preferivano fidanzare le loro Barbie con Big Jim e mo’? Sollevazione per la rappresentazione di un maschile con il solo ruolo decorativo? Segno che il nervo è più scoperto di quanto si credesse.



Barbie 1


Non trovo ficccante la critica sul patriarcato per il buco di sceneggiatura per cui Ken torna dal mondo reale e riesce ad instaurare il patriarcato a Barbieland senza colpo ferire, con Barbie premio Nobel e altre forme di genialità ben contente di stare in bikini a cucinare per i maschi, questo lo trovo veramente offensivo.
Altra caduta il famoso monologo di Gloria che riesce a far tornare pensanti le Barbie imbesuite dal patriarcato: Gloria è interpretata da America Ferrara, famosa soprattutto per aver interpretato Ugly Betty, per uscire dal ruolo da allora è di una magrezza impressionante, far tenere a lei il discorso sull’impossibilità di essere donna è straniante, ribadisco siamo in una nuova categoria di pensiero dove vale tutto, mi sfugge se per superficialità o se si tratta di un’evoluzione del ragionamento così raffinata da superare sé stessa: mah!

Illusioni Perdute

Illusions perdues
Francia, 2021
con Benjamin Voisin, Cécile de France, Vincent Lacoste, Xavier Dolan, Jeanne Balibar, Gérard Depardieu, Louis-Do de Lencquesaing, André Marcon, Salomé Dewaels, Jeanne Balibar, Jean-François Stévenin
regia di Xavier Giannoli


Illusioni perdute


Nella Francia della Restaurazione, il giovane Lucien Chardon sogna di diventare un poeta e di rivendicare i quarti di nobiltà materni firmandosi Lucien de Rubempré.
Protetto da una nobildonna locale, Lucien ben presto s’innamora, ricambiato, della sua mecenate e per sfuggire alle chiacchiere di paese i due fuggono da Angoulême per cercare fortuna a Parigi. Ben presto Louise de Bargeton si accorge che il giovane protetto è impresentabile in società e lo abbandona al suo destino. Lucien, nel tentativo di far pubblicare le sue poesie, scopre il mondo del giornalismo e il potere della stampa. Desideroso di vendicarsi del rifiuto della nobiltà, il giovane diventa una penna affilata e si fa una posizione tra i liberali, a rovinarlo sarà il suo desiderio di veder riconosciute le sue nobili origini che lo portano a tradire le riviste liberali per entrare in un giornale monarchico che ben presto fallisce lasciando Lucien sul lastrico ed esposto alla vendetta degli ex colleghi di cui farà le spese anche la sua giovane amante, Coralie, un’attricetta stroncata mentre debutta in un’opera di prestigio



Illusioniperdute


Ispirandosi al secondo volume dell’omonimo romanzo in tre parti di Honoré de Balzac, il regista francese Xavier Giannoli torna ai temi analizzati in Marguerite, il film del 2015 che gli ha dato la notorietà internazionale e cioè il confronto tra arte e critica e il peso di quest’ultima nel determinare il successo di un’opera o di un artista.
La trasposizione del romanzo balzachiano che ha vinto sette César nel 2022, è fedele soprattutto nella ricostruzione storica con la macchina da presa al servizio di una vicenda che si annovera tra i capolavori (Proust dixit) della sterminata produzione della Comedie humaine.
Pur sfrondata di molti personaggi e, come già detto, incentrata sul capitolo centrale del romanzo, il film di Giannoli mantiene lo spirito romantico dell’opera con Lucien diviso tra l’amore angelicato per la bella Louise e quello carnale per Coralie, l’attrice che viene dalla strada, follemente innamorata di Lucien il cui destino è già segnato dalla tisi. I protagonisti incarnano perfettamente lo spirito della letteratura ottocentesca francese.
Illusioni perdute però non è solo la bella riduzione di un celeberrimo romanzo, il film si dimostra profondamente attuale nello svelare i retroscena economici che stanno dietro a un momento storico in cui la stampa liberale ha un grande sviluppo data la possibilità di criticare la rigida nobiltà della Restaurazione. La contrapposizione politica si esplicita soprattutto nella critica d’arte dove non è l’analisi dell’opera a determinarne il successo ma la sua capacità di provocare discussioni e quel che è peggio la capacità di pagare meglio la stroncatura dell’avversario, memorabile la figura di Singali, capo claque potentissimo e irremovibile nella sua fedeltà al miglior offerente.
Una critica spesso mossa al film è la presenza di una voce off ingombrante ma non vedo molte altre soluzioni per raccontare i meccanismi distorti del giornalismo ottocentesco così incredibilmente simili alle storture create dai social: diffusione virale di fake news e costruzione ad hoc di inutili diatribe.

Love Actually

Love actually

GB 2003
con Hugh Grant, Emma Thompson, Rowan Atkinson, Colin Firth, Liam Neeson, Alan Rickman, Laura Linney, Martine McCutcheon, Thomas Brodie-Sangster, Chiwetel Ejiofor, Andrew Lincoln, Keira Knightley, Rodrigo Santoro, Martin Freeman, Claudia Schiffer, Billy Bob Thornton, Bill Nighy, Rory MacGregor, Chris Marshall, Heike Makatsch
regia di Richard Curtis

Film corale che racconta dieci storie d’amore tra personaggi legati tra loro da vincoli di amicizia, lavoro o parentela.
S’indagano diverse sfumature amorose, non solo quelle romantiche ma anche la dedizione di una sorella al fratello malato per cui rinuncia a coronare un amore ricambiato, l’impegno di un vedovo verso il figliastro di dieci anni che aiuta a conquistare la più bella della classe e la strana coppia della rock star decaduta e il suo manager che sono la vera chicca del film: la vecchia gloria del rock Billy Mack cerca di ritrovare il successo con una hit natalizia ma sarà la candida volgarità con cui ammette nelle interviste che la canzone è pessima e ha solo scopi commerciali a farlo arrivare in vetta alle classifiche.
Peccato che la regola dell’estrema onestà da humor british non valga anche per la pellicola considerato ormai un classico natalizio e il canto del cigno della commedia romantica inglese; personalmente trovo che Love Actually sia più una commedia sentimentale perché prevalgono i toni un po’ melensi e certi cliché, su tutti il marito che tradisce la moglie con la collega più giovane: per uscire dal cliché sarebbe stato necessario approfondire; cosa impossibile per la scelta di raccontare troppe storie e francamente quella del fattorino Colin convinto di avere successo in amore negli USA si poteva tagliare.
Anche la relazione tra lo scrittore Jamie Bennett e la colf portoghese che s’innamorano senza capire i rispettivi idiomi e che è la storia più romantica di Love Actually viene un po’ buttata in caciara dal finale sopra le righe in quel di Lisbona.
Recentemente il regista ha detto che avrebbe dovuto scegliere un cast più inclusivo: vent’anni fa la mentalità era diversa ma che l’unico personaggio di colore sia il marito di Juliet, di cui è innamorato anche il suo migliore amico Mark che la notte di Natale le confessa i suoi sentimenti con i cartelli, sembra una scelta studiata per rendere più accettabile il comportamento di Mark in quella che oggi è considerata una scena cult.
A far prevalere i pro del film nel mio gusto personale arriva il doppio cameo di Rowan Atkinson, che odio come Mr. Bean, ma nei panni del deus ex machina che permette a Sam di superare i tornelli dell’aeroporto per raggiungere Johanna (con una mezza citazione de Il Laureato) e soprattutto nel ruolo del commesso del grande magazzino ha omaggiato egregiamente il mio caratterista preferito delle vere commedie romantiche: Edward Everett Horton.