Challengers

USA 2024
con Zendaya, Josh O’Connor, Mike Faist, Darnell Appling, AJ Lister, Nada Despotovich
regia di Luca Guadagnino

Art Donaldson ha come coach la moglie Tashi, una promessa del tennis femminile che ha dovuto rinunciare alla carriera per un infortunio. Art vorrebbe ritirarsi ma la grinta di Tashi continua a determinare la sua carriera. È Tashi a decidere di iscrivere il marito a una Challenge con tennisti di seconda fascia, una vittoria facile che dovrebbe rinverdire il desiderio di vincere di Art. Sul campo da tennis però l’avversario è Patrick Zweig, un tennista di talento che non ha mai avuto successo e non è la prima volta che le strade di Tashi, Art e Patrick s’incontrano…

Come la pallina rimbalza da un lato all’altro della rete, così il film rimbalza tra la partita in atto e i continui flashback del passato dei tre protagonisti. Art e Patrick, amici fin dalla prima adolescenza, restano sedotti dal fascino e dallo spirito agonistico di Tashi che accetta inaspettatamente un loro invito e sembra proporre loro una cosa a tre per poi abbandonarli sul più bello alla loro latente attrazione omoerotica.

Da subito Tashi instaura un rapporto di dominio che corrisponde allo spirito con cui affronta le partite di tennis che lei vive come una relazione: il costringere l’avversario in determinate zone del campo, subire il suo contrattacco possono in fondo essere lette come una relazione di potere.
Inizialmente Tashi ha una relazione con Patrick ma le loro posizioni diverse sul tennis e sulla vita (torna spesso la domanda “stiamo sempre parlando di tennis?”) li allontanano e il legame si rompe definitivamente dopo l’infortunio della ragazza che si mette col più malleabile Art plasmando per lui la carriera che non ha potuto avere.

La storia si svolge tra il 2006 e il 2019, l’anno del Challenge in cui Art è stanco di giocare a tennis e vorrebbe ritirarsi mentre Patrick che ha buttato via la sua carriera chiede a Tashi di diventare la sua coach: chi vincerà la partita e il cuore della donna? Il finale sorprende per la sua irrisolutezza, diciamo che i due ragazzi sembrano liberarsi dalla malia di Tashi che però gioisce per aver visto finalmente una bella partita di tennis, Tashi è quindi l’incarnazione dell’agonismo puro.

Non è certo la prima volta che il tennis viene usato al cinema come metafora della vita, pensiamo a Match Point solo per fare un nome. Guadagnino ne esalta lo sforzo atletico e l’ideale eleganza; della raffinatezza, in fondo il regista è un cultore dai tempi di Io sono l’amore film che a sua volta presentava un triangolo amoroso ambientato a Villa Necchi lussuoso bene FAI in Milano.


Anche Challengers è un film patinato e a volte si sospetta che sotto l’eleganza formale ci sia poco altro, anche se il film riesce ad avvincere lo spettatore.

Il Grande Freddo

Ilgrandefreddo

The Big Chill
USA 1983 Columbia
con Tom Berenger, Glenn Close, Jeff Goldblum, William Hurt, Kevin Kline, Mary Kay Place, Meg Tilly, JoBeth Williams, Don Galloway, James Gillis
regia di Lawrence Kasdan

Sette trentenni, compagni di università, si ritrovano per il funerale del loro amico Alex che si è suicidato. Trascorrono il weekend insieme rievocando i vecchi tempi, raccontandosi le delusioni del presente e le speranze per il futuro.

Commedia agrodolce, cult degli anni ’80 per una diversa serie di motivi.
Sicuramente la storia è molto coinvolgente, grazie a un raffinato gioco di scrittura e da vita al genere reunion in cui in gruppo di persone si ritrova per confrontarsi, più o meno consapevolmente sulle proprie esperienze.
Ne Il grande freddo il confronto tra gli ex compagni di università è, non solo uno scavo sull’amicizia giovanile e su come (e se) sopravvive alle responsabilità dell’età adulta, ma è anche lo studio di una generazione, quella dei sessantottini, che voleva cambiare il mondo e poco più di dieci anni dopo si ritrova a rinnegare gran parte degli ideali giovanili in nome del denaro: il nascente edonismo reaganiano porta sì la sicurezza economica ma anche una grande insoddisfazione: droga alcol e propositi suicidi per affrontare l’aridità della vita adulta, fatta di delusioni amorose e compromessi; da questo punto di vista, più che i dialoghi tra i personaggi sono interessanti le “nature morte” cioè gli oggetti che escono dalle valigie dei personaggi che si stanno sistemando in camera, dalle droghe ai medicinali, dagli oggetti di lavoro ai condom, tutto mostra la necessità di supplire in qualche modo alle delusioni della vita che ha presentato il conto a tutti e ora li chiama a confrontarsi con il suicidio del più puro di loro.
Una caratteristica del film è la colonna sonora che è passata alla storia, vedere il film oggi ha un effetto straniante: bastano pochi accordi e la mente si distrae cercando di ricordare gli innumerevoli spot a cui i brani della soundtrack hanno fatto da jingle per tutti gli anni ’80.
Il grande freddo vanta anche il personaggio assente più famoso della storia del cinema, o per lo meno degli anni ’80 e ’90: ad interpretare Alex, l’amico suicido. fu chiamato Kevin Kostner che doveva comparire in alcuni flash back poi eliminati in fase di montaggio per sottolineare l’aspetto intimistico della riunione tra amici, l’attore che divenne una sex symbol degli anni’80 non compare mai, solo parti del suo corpo vengono mostrate durante la scena della vestizione iniziale della salma.

I gangsters

The Killers
USA 1946 Universal
con Burt Lancaster, Ava Gardner, Edmond O’Brian, Albert Dekker, Sam Levene, Vince Barnett, Virginia Christine, Charles D. Brown, Jack Lambert, Donald MacBride, Charles McGraw, William Conrad, Phil Brown, Queenie Smith, Jeff Corey, Harry Hayden, Bill Walker, John Miljan, Gary Owen
regia di Robert Siodmak



Igangsters


Due killer arrivano in una sperduta cittadina per uccidere un benzinaio, Pete Lunn detto Lo svedese; l’agente assicurativo Jim Reardon indaga sulla misteriosa morte dell’uomo e scoprendo il suo passato riesce a risolvere una grossa rapina rimasta insoluta per anni.



Thekillers


Con La scala a chiocciola e Lo specchio oscuro, I gangsters è uno dei capolavori del regista di origine tedesca Robert Siodmak e dei tre è quello che risulta fondante dell’estetica del film noir: le ombre contrastate dell’espressionismo tedesco sottolineano il destino ineluttabile che porta alla tragedia, incarnato nella bellezza glaciale di una delle più ambigue dark lady della storia del cinema, Kitty Collins.
Il film è tratto dal racconto omonimo di Ernest Hemingway e pur seguendo fedelmente solo l’inizio del racconto, fino alla morte dello Svedese, lo scrittore apprezzò molto la trasposizione cinematografica alla cui sceneggiatura parteciparono, non accreditati per appartenenza a diverse mayor, anche John Huston e Richard Brooks.



TheKillers


La pellicola è caratterizzata dall’uso del flashback: attraverso i ricordi dei diversi personaggi, Reardon riesce a ricostruire l’identità di Lunn, ex pugile finito nel giro della malavita che si lascia incastrare dalla bellissima e infida Kitty per cui perde la testa al primo sguardo. La struttura filmica è certamente mutuata da Quarto Potere a cui si deve anche l’uso dei campi lunghi ma a caratterizzare l’opera di Siodmak sono soprattutto i piani sequenza nervosi e inusuali con l’uso del dolly, su tutti la scena della rapina nella cappelleria e l’arrivo di Lunn al ritrovo dopo il colpo per portarsi via il malloppo.
I gangsters ha il merito di lanciare la carriera dei due affascinanti protagonisti: per Burt Lancaster è il ruolo del debutto mentre per Ava Gardner è il primo ruolo importante, bravo anche Edmond O’Brian nei panni dell’agente assicurativo anche se imita un po’ troppo Humprey Bogart.

I Medici

Imedici

Grande successo di ascolti e sui social per le prime due puntate de I Medici che vede il serial di carattere storico sbarcare su RaiUno, scelta coraggiosa perché il genere ha avuto successo in questo decennio di cavalcata gloriosa delle serie tv per la facilità con cui si mostravano scene di sesso e violenza: ricordiamo sempre Giacobbo spiegare su Raidue perché il pubblico italiano non era pronto per la versione integrale di Roma.
Forse Il trono di Spade, con cui I Medici non disdegna legami quasi metatelevisivi, ha rappresentato il punto di saturazione per le scene di sesso esplicito (nella sesta stagione sono state praticamente abolite con buona pace della Durex che deve aver pagato un botto per la pubblicità pre sigla in cui invitava ad esser “eroi della notte”) fatto sta che il sesso non è stato molto presente ne I Medici anche se la serie si prende anche il merito di aver sdoganato l’omosessualità nel canale più bigotto di mamma rai mostrando due uomini nello stesso letto: i social distratti dall’entusiasmo non hanno notato la censura alla scena di violenza, cioè il taglio decisamente malfatto nella scena in cui Albizzi svuota un sacco probabilmente di teste mozzate davanti al consiglio fiorentino per aver altro denaro per la guerra.

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A parte il sesso e la violenza, le serie storiche hanno il merito di affascinare lo spettatore con la ricostruzione piuttosto fedele dell’epoca salvo poi fare qualche errore macroscopico, soprattutto di carattere architettonico, secondo me sotto sotto voluto per compiacere lo spettatore un po’ più colto che presta particolare attenzione a questi dettagli.
La peculiarità de I Medici rispetto agli altri serial del genere è l’uso del flashback, solitamente il serial storico segue una trama lineare mentre questa serie di apre con la morte di Giovanni de’ Medici, interpretato da Dustin Hoffman che comunque continua ad aleggiare sul destino dei figli, destino da lui stesso forgiato come dimostrato i significativi salti nel passato.
Un’altra caratteristica che mi pare di aver notato, forse suggestionata dal momento storico che stiamo vivendo, è la lettura politica della trama: quella sorta di “new deal ante litteram” legato alla cupola sembra voler dire qualcosa a questa Italia che stenta a ripartire.

Femmina Folle

Leave Her to Heaven
Usa 1945 20th Century Fox
con Gene Tierney, Cornel Wilde, Jeanne Crain, Vincent Price
regia di John M. Stahl

Leavehertoheaven


La bellissima ereditiera Ellen Berent incontra su un treno lo scrittore Richard Harland e se invaghisce subito. Anche l’uomo non sa resistere al fascino di questa donna bellissima che sembra sapere benissimo quello che vuole. Quello che Ellen vuole è la completa attenzione dell’uomo che ama e per ottenerla sarà disposta a tutto..


Leavehertoheaven

Femmina folle è il terzo titolo della rassegna Gene Tierney, La diva fragile, un ciclo di quattro film restaurati da Lab80 che sta circolando in diversi cinema d’essai.
Il film è un celeberrimo melò di Stahl, che parte come un’appassionato film sentimentale per calare lentamente lo spettatore nel delirio di Ellen che ucciderà prima Danny, il fratello malato del marito, poi si lancerà dalle scale per eliminare il figlio che porta in grembo e che sente già come una minaccia al rapporto esclusivo con Richard e infine, gelosa dell’amicizia tra la cugina Ruth e Harland arriverà a suicidarsi facendo passare la propria morte come l’omicidio commesso da Ruth per liberarsi della moglie dell’uomo che ama.
La copia restaura recupera pienamente la brillante fotografia di Leon Shamroy che venne premiata con l’Oscar. Il colore e i paesaggi incantevoli fanno da contraltare al delirio di Ellen, come l’incredibile bellezza di Gene Tierney che per questo ruolo venne nominta agli Oscar.
Femminafolle
Cornell Wilde, attore che nell’infanzia amavo molto, si rivela essere piuttosto rigido nella recitazione ma anche questo elemento serve a rappresentare lo sconcerto di fronte a una ossessione inattesa e incontrollabile.
Molto più incisiva, dal punto di vista recitativo, la presenza di Vincent Price, ex fidanzato di Ellen e procuratore distrettuale nel processo per la sua scomparsa. La coppia Tierney/Price è piuttosto rodata tanto che girarono insieme tre film, di cui Femmina Folle è il secondo.
Sono passate alla storia le scene dell’annegamento di Danny, con Ellen impassibile che lo guarda dalla barca dietro gli occhiali scuri e la caduta dalle scale per porre fine alla gravidanza, trovo memorabile anche la morte di Ellen, con quella mano che artiglia il braccio di Harland anche dopo il decesso e da cui l’uomo fatica a liberarsi e infatti, liberarsi dal giogo della moglie, costerà allo scrittore due anni di carcere.


Femmina folle

Il film inizia con il ritorno dell’uomo dal carcere e viene raccontato come un lungo flashback lineare a cui segue l’happy end con Ruth; i titoli di testa sono raccontati attraverso le pagine di un libro che si apre, un metodo piuttosto usuale ma sono tutti elementi che servono a distanziare emotivamente lo spettatore dalla portata drammatica della vicenda.

La signora di tutti

Lasignoraditutti Italia 1934
con Isa Miranda, Memo Benassi, Tatiana Pavlova, Federico Benfer
regia di Max Ophuls

All’apice del successo l’attrice Gaby Doriot si suicida, nel sonno della narcosi tutta la sua vita le appare in una vertigine di sogno (cito la didascalia) e si scopre cosa l’ha condotta all’insano gesto.

Nelle sue peregrinazioni europee per sfuggire all’antiebraismo nazista, Max Ophuls passa anche in Italia dove nel 1934 dirige questa pellicola che vinse il premio per le qualità tecniche alla seconda Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia. Il film segna anche il debutto di Angelo Rizzoli nella produzione cinematografica.
La signora di tutti è un melodramma raffinato e amaro che anticipa molte delle tematiche care al regista, soprattutto quelle inerenti al mondo dello spettacolo che analizzerà a fondo nel suo ultimo capolavoro, Lola Montés del 1955.
La milanese Gabriella è una fanciulla ingenua e sventata, molto bella e innamorata dell’amore che viene cacciata da scuola a causa di uno scandalo: per lei un professore è fuggito lasciando moglie e figli. Il padre della ragazza cerca di radrizzarla con il duro lavoro nella casa di campagna ma l’avvenenza di Gaby non sfugge al ricco Roberto Nanni che la invita a una festa e la presenta alla madre, Alma: anche la donna resta affascinata dalla ragazza e visto che è immobilizzata a letto la invita spesso a casa. Di ritorno da un viaggio di lavoro Leonardo Nanni incontra la fanciulla ed è amore a prima vista a cui come sempre Gaby, cede, pur amando Roberto che è a Roma per completare gli studi. Alma scopre la tresca tra il marito e la protetta e muore cadendo dalle scale.
L’imprenditore fugge con Gaby trascurando gli affari e finendo in galera per appropriazione indebita, intanto la ragazza lo ha lasciato e cerca fortuna a Parigi dove diventa una star del cinema; uscito di prigione, Nanni viene investito mentre si aggira attorno al teatro dove si celebra la gloria dell’attrice e lo scandalo del passato della Doriot può essere messo a tacere solo dall’intervento di Roberto. Gaby s’illude di tornare con l’uomo ma quando viene a sapere che è sposato con sua sorella Anna, decide di suicidarsi, forse anche per evitare che rinasca il sentimento tra lei e Roberto.
La storia di Gabriella è raccontata come un unico flashback mentre i medici tentano di salvare la donna e termina con la sua morte sotto i ferri e le rotative che smettono di stampare il volto della grande attrice attorno alla quale era stato costruito il mito della giovinezza ideale, ben diverso dalla vita complicata che aveva vissuto, sempre ammesso che il sonno della narcosi non abbia ulteriormente travisato la realtà.

Signoratutti

Da un punto di vista tecnico il film è interessante per l’eleganza formale e l’apporto delle ombre espressioniste tipiche del cinema tedesco, anche l’uso del sonoro (ricordiamo che il primo film sonoro italiano è del 1930) è notevole per l’uso di sovraimpressioni di voci o suoni che creano situazioni stranianti e rendono angosciosi i momenti drammatici.
La recitazione è piuttosto disomogenea: se è volutamente quella ingenua di Isa Miranda, Tatjana Pavlova ha delle posture che rimandano dai drammi del cinema muto, soprattutto nella sequenza della scoperta della tresca tra il marito e Gaby che culmina con la sua morte.

Il gabinetto del Dottor Caligari

Loccaligaridalverme Das Cabinet des Dr.Caligari
Germania 1920
con Friedrich Fehér, Werner Krauss, Conrad Veidt, Lil Dagover
regia di Robert Wiene

Il folle Francis confida come lui e la sua fidanzata siano finiti in manicomio: alcuni anni prima durante la fiera di Holstenwall, paese natìo dei protagonisti, arriva una strana attrazione, il dottor Caligari e il sonnambulo Cesare che solo il medico è in grado di risvegliare per fargli predire il futuro. Cesare profetizza l’imminente morte di Alan, amico fraterno di Francis anche se rivale in amore per le grazie della bella Jane. Alan muore effettivamente nella notte e Francis sospetta che sia stato lo stesso sonnambulo ad aver compiuto gli efferati delitti che si sono verificati dall’arrivo in città di Caligari ma un altro criminale viene arrestato in flagrante mentre sta per compiere un terzo omicidio anche se si professa innocente per i due precedenti. Francis si mette a sorvegliare attentamente la roulotte di Caligari e vede che il dormiente Cesare non esce mai dalla sua bara anche se Jane, sfuggita a un tentativo di rapimento che la condurrà alla pazzia, asserisce che il rapitore fosse proprio il sonnambulo.
Si scopre che quello dentro la bara è solo un manichino e inseguendo il Dottor Caligari i poliziotti lo vedono rifugiarsi dentro il manicomio: Caligari non è altro che il direttore della struttura ossessionato dalla figura del Dottor Caligari tanto da voler reincarnare l’imbonitore italiano che un secolo prima era riuscito a far compiere al sonnambulo Cesare azioni violente che l’uomo non avrebbe mai compiuto di sua spontanea volontà.

Ilgabinettodeldottorcaligari Non avevo mai visto Il Gabinetto del Dottor Caligari quindi non mi sono lasciata sfuggire l’occasione di vederlo al Teatro dal Verme in occasione del Gran Festival del Cinema Muto milanese con orchestrazione dal vivo su partitura originale.
Il film è uno dei capolavori fondanti dell’Espressionismo Tedesco e per originalità di soluzioni compositive e di ripresa è ancora oggi uno un caposaldo da vedere per chi volesse fare regia: già il fatto che un film del 1920 inizi con un flashback è molto innovativo.
La pellicola è girata in un teatro di posa ma le scenografie sghembe riescono a creare un’atmosfera angosciante che mi hanno fatto tornare alla mente le geometrie impossibili tante volte citate da Lovecraft nei suoi racconti.
I fondali dipinti seguono i dettami dell’Espressionismo Tedesco pittorico: anche se la pellicola è in bianco e nero (quasi sempre virata in blu, rosso e giallo) i tratti fortemente impressi sui fondali possiedono tutta l’energia dei lavori di Ernst Ludwig Kirchner (non per nulla alla fine della recente mostra genovese sull’Espressionismo Tedesco Il Gabinetto del Dottor Caligari passava tra gli spezzoni dei film derivati dal genere artistico fondato da Kirchner).
Caligarimanicomio Oltre che una valenza simbolica le linee hanno anche un significato compositivo: attraggono l’attenzione dello spettatore sull’attore che si trova al centro delle geometrie create (il cortile del manicomio, la piazza di Holstenwall) o ne segue le linee a zig zag (la scala degli uffici pubblici) e sanno creare sia spazi angusti e claustrofobici che dimensioni più ampie e spaziose conservando sempre con un senso di irrealtà.
Il gioco delle ombre così caratteristico dell’espressionismo tedesco anticipa la scena del Nosferatu di Murnau: l’omicidio di Alan inizia con l’ombra dell’assassino riflessa sul muro e incombente sul letto del dormiente esattamente come avviene per la visita notturna del vampiro alla bella Helen Hutter.
La macchina da presa è fissa ma Wiene non opta quasi mai per una ripresa frontale classica, posiziona la cinepresa o di lato o leggermente in alto, sempre slittamenti minimi poco percepibili dallo spettatore ma che contribuiscono al senso di straniamento che esplode nella delirante bolgia del sottofinale nel manicomio: il racconto di Francis è vero o è solo la paranoia di un folle?
L’inquietante domanda per lo spettatore si è trasformata in una tragica realtà: dietro quello che viene considerato il primo horror della storia del cinema si nasconde una riflessione sulla Germania post-bellica: il dottor Caligari rappresenta l’ordine prestabilito che cerca di manipolare la volontà del cittadino portandolo a compiere azioni orrende che non avrebbe mai compiuto spontaneamente, il riferimento degli sceneggiatori era alla Prima Guerra Mondiale, non immaginavano che pochi anni dopo un ben più terribile burattinaio sarebbe arrivato a manipolare il popolo tedesco.

Caligaricesare

I dannati e gli eroi

SergeantRutledge

Sergeant Rutledge
USA 1960 Warner Bros,
con Woody Strode, Jeffrey Hunter, Constance Towers, Billie Burke,
regia di John Ford

Il nono cavalleggeri è un reggimento composto esclusivamente da soldati di colore e il sergente Braxton Rutledge è sicuramente l’elemento più valido del corpo, per questo desta grande scalpore l’accusa a suo carico di stupro e duplice omicidio. Pur avendo la possibilità di fuggire Rutledge si sottopone alla corte marziale e durante il processo si scoprirà la verità sulla morte della giovane Lucy Dabney.

Ennesimo ritorno di Ford al mondo della cavalleria con questo film che mescola al western il genere giudiziario: è attraverso i flashback dei testimoni che vengono rievocati gli eventi di cui è accusato il soldato e si capisce chi è il vero assassino. E’ sempre in tribunale, con la plebaglia che punta al linciaggio e con i tocchi comici riservati alla moglie del giudice e al suo codazzo di amiche che Ford descrive il razzismo serpeggiante nei confronti del condannato, il regista ne sa cogliere anche le forme più inconsce in Tom Cantrell, superiore e difensore dell’imputato nel processo e la sua fidanzata, Mary Beecher, che si è trovata coinvolta negli eventi dopo l’assassinio del padre da parte degli indiani, che per l’ennesima volta hanno il ruolo di cattivi, seppure da comprimari.


SergeantRutledge

Lo spettacolare scenario della Monument Valley è ancora una volta lo sfondo ideale della messa in scena fordiana, che torna a girare su alcuni luoghi già usati in Sentieri selvaggi come il guado sul fiume dove avviene l’attacco indiano. I canyon non fanno solo da sfondo ma acquistano una forte valenza simbolica rappresentando l’oppressione di Rutledge quando deve decidere se fruttare l’opportunità di fuga offerta dall’attacco indiano, il paesaggio si apre quando il soldato fugge a sottolineare la ritrovata libertà ma poi il senso del dovere lo riporterà sui suoi passi perché, dirà il sergente durante il processo, senza l’esercito non sarei niente solo un altro negro in fuga.
IDannatiEGliErоiUna mia notazione personale che esprimo con beneficio di inventario, riguarda la curiosità di sapere se John Ford ha mai visto Segantini, forse saranno ancora mie impressioni della bella mostra milanese, ma mi è parso di rivedere le atmosfere di Alla stanga durante un momento di riposo nella spedizione contro gli indiani e l’abito azzurro di Costance Towers con suo cappello di paglia nel finale mi ricordava Mezzogiorno sulle Alpi: solo suggestioni?

Extant

Extantloc Abbandonato a metà Terranova, schifato Falling Skies finalmente una serie sci-fi prodotta da Steven Spielberg che mi piace!
Extant è iniziata giovedì scorso su Rai3 in prima visione assoluta italiana, la programmazione prevede tre episodi a serata e si scontra con una corazzata come X Factor 8 e da stasera anche col ritorno di Santoro, in ogni caso i modi per recuperarla ci sono: RaiReplay o la cara vecchia registrazione.
Protagonista della serie è, come ormai consuetudine delle serie americane una star cinematografica, Halle Berry che interpreta Molly Woods, un’astronauta che torna da una missione in solitaria nello spazio durata 13 mesi; la donna, che non può avere figli scopre di essere rimasta incinta: incontro con entità aliene o esperimenti condotti a sua insaputa dall’ISEA, l’agenzia spaziale privata per cui lavora? A far propendere (per ora) la trama verso la seconda ipotesi c’è il fatto che l’astronauta che ha condotto la medesima missione prima di Molly ha inscenato la propria morte e la contatta per dirle di non fidarsi dell’ISEA..
Ad ingarbugliare ulteriormente la trama che procede come un incastro di scatole cinesi, c’è il fatto che Molly è sposata con John, uno scienzato che si occupa di robotica e le ha proposto di allevare un robot come fosse figlio loro: nonostante gli evidenti richiami ad A.I. – Intelligenza artificiale, il piccolo Ethan sembra sviluppare una personalità ben diversa da quella del protagonista del film di Spielberg, con caratteristiche che virano decisamente verso un futuro da serial killer. Il marito è interpretato da Goran Visnjic che dai tempi di E.R. ci ha abituati alla parte dell’uomo comprensivo ma in Extant sta dimostrando livelli di tolleranza talmente alti da far pensare che anche lui abbia qualche recondito secondo fine.

Extant Le scene spaziali, affidate ai flashback dei due astronauti sono notevoli e a me hanno ricordato più Moon che Gravity. Il fulcro della trama è ovviamente tutto terrestre incentrato sulla fitta rete di bugie che circonda la protagonista che si manifesta in un’atmosfera angiogena in grado di tenere incollato lo spettatore, sempre che la serie mantenga quanto promesso nei primi tre episodi.
Intanto c’è suspense anche sul rinnovo di una seconda stagione..

Stanley Donen

StanleyDonen
Il regista è scomparso il 21 febbraio 2019
Stanley Donen, l’impareggiabile King of the Hollywood musicals, come lo definì il critico David Quinlan, anche autore che seppe dimostrare il suo talento anche in altri generi cinematografici, nasce a Columbia nel South Carolina il 13 aprile 1924; dopo gli studi di danza classica, debutta a Broadway a soli 17 anni come ballerino e diventa amico di Gene Kelly al cui seguito si trasferisce a Hollywood nel ’43 come coreografo.
Dirige il suo primo film nel 1949 coadiuvato da Gene Kelly, si tratta di Un giorno a New York (On the Town) considerato un punto di svolta nel musical perché per la prima volta si gira (e si danza) in esterni.
Nel 1951 gira Sua Altezza si sposa storiella banale sullo sfondo delle nozze della Regina Elisabetta II ma ancora una volta le scene di danza passano alla storia con il celebre numero di Fred Astaire che balla sulle pareti.

SingingInTheRainDi nuovo insieme a Kelly, Stanley Donen dirige il più celebre musical di tutti i tempi, Cantando sotto la pioggia dove alla classe dei numeri musicali si unisce una divertente rivisitazione del periodo di passaggio dal cinema muto al sonoro. Citazioni del muto erano già presenti in Un giorno a New York sottolineando da subito la cifra nostalgica di Donen presente nella sua capacità innovativa.
Per tutti gli anni ’50 Donen dirige musical di grande successo: Tre ragazze di Broadway (1953) Sette spose per sette fratelli del ’54, È sempre bel tempo 1955, ultima codirezione con Gene Kelly e nel 1957 Cenerentola a Parigi dove dirige Fred Astaire accanto una deliziosa Audrey Hepburn, bibliotecaria che non ne vuole sapere del mondo della moda.
A partire dal 1958 Donen abbandona il musical per dedicarsi alla commedia brillante anche in questo campo gli esiti sono notevoli come in Indiscreto del 1958, e L’erba del vicino è sempre più verde (1960) dove il legame della nobile coppia inglese interpretata da Cary Grant, Deborah Kerr è messo in crisi dalla corte sfacciata del milionario americano Robert Mitchum.
Dal 1960 Stanley Donen lascia anche l’America per trasferirsi in Inghilterra e le influenze della Swinging London rientrano nello stile dei suoi film, soprattutto nel secondo giallo rosa (il primo è Sciarada del 1963) Arabesque, del 1966 che ha per protagonisti Sophia Loren e Gregory Peck. In questa pellicola sperimenta gli effetti caleidoscopici della fotografia glam degli anni ’60.

2xlastrada Altrettanto innovativo è considerato il seguente Due per la strada del 1967 dove si analizza il legame d’amore di una coppia sposata (Audrey Hepburn e Albert Finney) attraverso un uso intenso del flashback e flash-forward.
Quei due (1969) è l’ultimo film inglese di Donen che segue alla rivisitazione faustiana del ’67 Il mio amico il Diavolo; è un film sul mondo gay stroncato dalla critica è ancora oggi poco visibile nonostante la bella prova attoriale di Rex Harrison e Richard Burton.

Boxeureballerina Tornato al Hollywood, Donen si riavvicina al musical con a trasposizione de Il piccolo principe nel 1974; dopo il flop di In tre sul Lucky Lady  con Liza Minnelli del 1975, Donen da sfogo alla sua vena nostalgica per il vecchio cinema ne Il boxeur e la ballerina del 1978 (Movie Movie) si tratta di due cortometraggi, il primo dedicato alla boxe e il secondo ai musical di  Busby Berkely recitati dal medesimo cast com’era in uso negli anni’30 con tanto di un falso trailer nell’intervallo. Anche questo film all’uscita non ebbe fortuna né al botteghino né presso la critica. oggi però Il Mereghetti ritiene La ballerina il vero testamento del regista.
Nel 1980 Donen si mette in gioco con un nuovo genere, la fantascienza: Saturn 3, interpretato da Michael Douglas e Farrah Fawcett, si segnala per alcune originali innovazioni.
L’ultimo film per il grande schermo diretto dal regista è la commedia sentimentale Quel giorno a Rio del 1984, sarebbe stato molto interessante il previsto ritorno del 1993 con Michael Jackson in una rivisitazione di Dr.Jekyll e Mr. Hide sfumata per le accuse di pedofilia rivolte al cantante.
L’ultima regia di Donen è una riduzione teatrale per la televisione del 1999, Love Letters.