La dominatrice

Annie Oakley
USA 1935, RKO
con Barbara Stanwyck, Preston Foster, Melvyn Douglas, Moroni Olsen, Pert Kelton, Andy Clyde, Capo Thunderbird
regia di George Stevens

Annie Oakley è una ragazza di una zona rurale dell’Ohio con una mira infallibile. Un albergatore di Cincinnati che riceve regolarmente le sue quaglie fa una scommessa con Toby Walker, famoso -e borioso- tiratore appena messo sotto contratto da Buffalo Bill, credendo che il suo fornitore sia un uomo ma Annie riesce a tener testa a Walker fino a quando decide deliberatamente di perdere. Il socio di Buffalo Bill, Jeff Hogarth la ingaggia per lo show che sta partendo per l’Europa. Durante la tournée Toby e Annie s’innamorano ma fingono di odiarsi perché la loro rivalità aumenta gli incassi.
Nella compagnia c’è anche Toro Seduto, il famoso capo indiano e una sera, per salvarlo da una vendetta, Toby devia un colpo di pistola che gli passa molto vicino agli occhi rovinandogli la vista. Dopo qualche giorno Toby colpisce involontariamente Annie durante un numero e tutti credono che l’abbia fatto per invidia perciò viene allontanato dallo show; nonostante la corte di Jeff, Annie non riesce a dimenticare Toby così Jeff le rivela la verità sui problemi di vista del rivale. Finita la tournée in Europa, c’è un ultimo grande spettacolo a New York e Toby vi assiste tra la folla ma Toro Seduto lo riconosce e riporta Annie tra le sue braccia.

Biopic molto romanzato della vita di Annie Oakley, celebre tiratrice che fece effettivamente parte del circo di Buffalo Bill. Ad interpretarla c’è Barbara Stanwyck che con questo film debutta nel western, genere con cui concluderà la carriera con la serie tv La Grande Vallata.

Pochi gli interessi storici nel film che romanza l’effettiva relazione amorosa tra Annie e il primo uomo che battè in una scommessa e che poi sposò.

Essendo un film del 1935 persistono tutti gli stereotipi sulle razze in particolare Toro Seduto che pure si rivelerà il deux ex machina per far ritrovare Annie e Toby, viene descritto come un selvaggio che fatica a scendere a patti con la modernità (la scena del letto ribaltabile) e i suoi istinti: si lancia a scotennare un cow boy caduto durante le prove dello spettacolo scena capovolta nel finale quando si ritrova in mano il parrucchino di un ubriaco che voleva aiutare a rialzarsi mentre insegue Toby per le vie di New York.

C’è una leggera critica verso il mondo dello spettacolo che costringe le star a continuare la recita anche fuori scena per attirare il pubblico: la finta rivalità tra Annie e Toby che rischia di dividerli per sempre e Buffalo Bill che odia i suoi lunghi boccoli che sono il tratto più riconoscibile del suo personaggio; indubbiamente i tocchi ironici sono quelli che salvano il film e lo rendono fruibile ancora oggi.
In televisione passa la versione colonizzata della Turner.

La signora ammazzatutti

Serial Mom
USA 1994
con Kathleen Turner, Sam Waterston, Ricki Lake, Matthew Lillard, Scott Morgan, Walt MacPherson, Justin Whalin, Patricia Dunnock, Lonnie Horsey, Mink Stole, Mary Jo Catlett
regia di John Waters

Beverly R. Sutphin è la perfetta casalinga americana: sempre impeccabile e rassicurante nell’occuparsi della sua famigliola middleclass, marito dentista e due figli adolescenti, ma dietro la facciata irreprensibile si nasconde un’assassina efferata che uccide chi cerca di alterare il suo mondo perfetto. Arrestata e processata, Beverly diventa una star dei media e riesce a farsi dichiarare innocente difendendosi da sola.

Un capolavoro controverso nella carriera del re del trash John Waters, un film osannato ma anche criticato per l’eccessiva compostezza a cui è approdato l’autore.

Io appartengo alla fazione di chi trova La signora ammazzatutti un ottimo film che ha anticipato i tempi, restando in ambito cinematografico di certo ha battuto sul tempo (di un anno) il gioiellino dei Flli Coen Fargo con la falsa didascalia iniziale del film ispirato a fatti veri e in tanti aspetti ci sono temi che saranno poi sviluppati nella serie tv Desperate Housewives: l’apparente quiete dei quartieri residenziali che nasconde il controllo ossessivo sui vicini, fonte di segreti e di omicidi più o meno nascosti.

Come sempre Waters sbeffeggia il perbenismo americano tratteggiando un’irreprensibile casalinga interpretata da una grandiosa Kathleen Turner, gentile e disponibile con tutti che si trasforma in una feroce assassina quando qualcuno contravviene le regole della convivenza civile, rubandole il parcheggio o non facendo la raccolta differenziata o peggio sbagliando il colore delle scarpe da portare in determinate stagioni; oppure tocca la sua famiglia, criticando la passione del figlio per il cinema splatter o tradendo la figlia.

L’escalation degli omicidi è esponenziale e surreale ma l’orrore vero non è in Beverly e in fondo nemmeno nell’attenzione mediatica (il 94 è l’anno della rocambolesca fuga di O.J. Simpson) ma è l’accettazione dei suoi comportamenti da parte di chi non è vittima delle sue angherie: gli spazzini che Beverly accoglie giornalmente con bibite e dolci, l’attrice che la interpreterà nel biopic tratto dalla vicenda e la sua famiglia che cerca di proteggerla fino all’ultimo e solo alla fine si rende conto che il più piccolo sgarro potrebbe trasformarli in potenziali vittime.

Beverly vince il processo facendo leva sulla sua immagine perfetta e la sua capacità di capire le debolezze dei testimoni per sfruttarle a proprio vantaggio perché nessuno si salva in questa commedia nera dai colori tenui da soap opera.

Dante

Italia 2022
con Sergio Castellitto, Alessandro Sperduti, Carlotta Gamba, Enrico Lo Verso, Nico Toffoli, Erika Blanc, Alessandro Haber, Mariano Rigillo, Paolo Graziosi, Leopoldo Mastelloni, Antonella Ferrari, Valeria D’Obici, Romano Reggiani, Patrizia Salis, Giulio Pizzirani, Gianni Cavina, Cesare Cremonini
regia di Pupi Avati

A trent’anni dalla morte di Dante, nel 1350 la Repubblica Fiorentina incarica Giovanni Boccaccio di portare un risarcimento simbolico di dieci fiorini d’oro ad Antonia, ora suor Beatrice, ultima figlia in vita del poeta, che resta a Ravenna in odio ai fiorentini e a custodia delle spoglie paterne. Per Boccaccio, anziano e malato, l’incarico sarà un viaggio per ricostruire parte dell’esilio dantesco nei luoghi che lo ospitarono e alla ricerca di chi lo conobbe.

Mai nessuno aveva tentato un biopic sulla vita di Dante, Avati ci prova con buoni risultati usando un doppio binario, rievocare la giovinezza e i primi anni d’esilio dell’Alighieri attraverso la ricostruzione che ne fa Boccaccio, grande cultore dantesco e suo primo copista.

L’operazione è interessante perché permette una certa libertà autoriale al regista che pure si è avvalso di molti studiosi danteschi e ha cesellato la ricostruzione medievale. La raccolta del racconto orale di chi ha conosciuto Dante in prima persona permette di uscire dal confine puramente storico e così nel momento più fantasioso, l’ospitalità ricevuta da una mugnaia permette la rivelazione più veritiera sulla Divina Commedia, che è un libro di morti. Pur avendo letto più volte l’Inferno (le altre due cantiche solo ai fini scolastici) non avevo mai riflettuto su questo dettaglio.

Il rievocare quindi i primi anni di vita di Dante, la morte della madre, quella di Beatrice, l’esilio (morte civile) e poi quella fisica dí Cavalcanti, il suo stesso esilio segnano indelebilmente la poetica di Dante che eleva a poesia sentimenti dolenti come la morte, la nostalgia, lo struggimento d’amore. Tutto il film è avvolto da un’atmosfera mortifera: si apre con la morte del poeta poi prosegue con l’introduzione di un Boccaccio malato e stanco, anche gli abiti nuziali di Beatrice non hanno i colori sgargianti del matrimonio con Gemma Donati ma il colore cinerino legato alla dissolvenza.

Il viaggio di Boccaccio presenta alcune similitudini con la costruzione della Divina Commedia: il peregrinare con una guida (Donato degli Albanzani) facendo diversi incontri che raccontano eventi passati degni di passare alla storia.
È anche interessante che i brani più noti della Divina Commedia non vengano neppure espressamente citati, penso a Paolo e Francesca la cui vicenda nel film si vuole raccolta durante una veglia accanto al fuoco mentre Dante era in guerra.

Molto scalpore ha fatto la scena del Sommo Poeta mostrato a braghe calate mentre evacua prima di andare in guerra, che la battaglia sia merda e sangue è ben noto, forse si è scordato che il linguaggio dantesco era abbastanza crudo così quel sedere in primo piano a me ha ricordato “Ed elli avea del cul fatto trombetta” a proposito del diavolo Barbariccia (canto XXI dell’Inferno).

Un altro punto su cui dissento rispetto alla gran parte delle recensioni è che il film sia molto diverso dalle altre opere di Avati, certo il regista ama spaziare in diversi periodi storici e non è la prima volta che affronta il medioevo, ma resta sempre presente il tema della memoria, la rievocazione della gioventù, gli aspetti orrorifici della morte temi portanti anche di questo biopic: Boccaccio conclude il film dicendo alla figlia che finalmente gli ha concesso udienza, che nonostante la sua grandezza Dante se lo può immaginare solo come un ragazzo, e al gotico padano che ha dato la grandezza a Pupi Avati rimanda la tumulazione di Beatrice che (letteralmente) dalla tomba verrà a perseguitare Dante; da menzionare il ruolo della sua bambola nuziale, acquisto inconsapevole del Boccaccio per la figlia Violante che vi riconoscerà un simbolo di morte affrettandosi a sotterrarla.

Quanto ad Avati interessi la gioventù di Dante è chiaro anche dal l’evoluzione stilistica, per quanto la ricostruzione medievale sia ineccepibile lungo tutto il film, le scene che riguardano la vecchiezza del poeta diventano tessere medievali, l’incontro con Pietro Giardina è la ricostruzione di un affresco mentre la scomunica da Avignone mostra proprio un affresco di Andrea di Bonaiuto in Santa Maria Novella prendere vita: Dante non è riuscito a laurearsi poeta e tornare a Firenze grazie alla sua opera, ma è -comunque- già nel mito.

Elvis

USA 2022, Warner Bros
con Austin Butler, Tom Hanks, Helen Thomson, Richard Roxburgh, Olivia DeJonge, Luke Bracey, David Wenham, Kelvin Harrison Jr., Xavier Samuel, Kodi Smit-McPhee, Dacre Montgomery, Leon Ford, Kate Mulvany, Jay Chaydon, Charles Grounds, Josh McConville
regia di Baz Luhrmann



Elvis


La parabola di Elvis Presley dagli esordi per una etichetta locale di Memphis al successo interplanetario, dal sogno di una carriera hollywoodiana alla Jimmy Dean agli ultimi anni nella prigione durata dei resort di Las Vegas raccontata dal Colonnello Parker, misterioso imbonitore socio al 50% del re del rock’n’roll.

Confesso di avere una conoscenza superficiale della vita di Elvis Presley, conosco le canzoni più celebri, il legame indissolubile con Las Vegas e la rovinosa caduta nelle dipendenze che lo ha portato a una morte prematura imbolsito e sfatto. L’unica curiosità che sapevo è che il cantante nasce biondo e il nero corvino dei capelli è dovuto alla tintura, dettaglio rispettato nei flash back sull’infanzia povera dell’artista.
Ovviamente nulla sapevo del misterioso manager, l’imbonitore di origine olandese emigrato illegalmente negli USA riuscendo a spacciarsi per decenni come un ex ufficiale dell’esercito diventando noto come il Colonnello Tom Parker: se ci si ferma a riflettere, il fatto che la più grande stella del rock fosse in mano a un personaggio così ambiguo, suona veramente bizzarro e proprio sul mefistofelico rapporto tra il Colonnello e la sua creatura, Luhrmann incentra il film trasformando il biopic sul cantante in una favola nera sul successo di massa tipico della seconda metà del XX secolo venandolo di reminiscenze faustiane: il trucco caricaturale di Tom Hanks, il patto sulla ruota panoramica, i vari e fallimentari tentativi del cantante di liberarsi del suo ingombrante manager che ben presto ne ha svenduto la carriera per il proprio tornaconto personale.



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Con la sua solita cifra stilistica barocca il regista australiano realizza un film vorticoso caratterizzato dall’uso dello split screen e di immagini di repertorio di vario genere, che trascina lo spettatore nel mondo di Elvis lasciandogli molte suggestioni e ben poche risposte: il rapporto con i cantanti di colore, il suo gruppo di fedelissimi amici e parenti, il legame fortissimo con la famiglia, sia quella d’origine che con la moglie Priscilla e la figlia Lisa Marie, sono tutti elementi, forse poco approfonditi, ma mostrati nei loro aspetti ambivalenti, nell’impatto sia negativo che positivo sulla parabola della prima grande rock star, che ancora oggi conserva alcuni primati artistici e mediatici mai più raggiunti.
In fondo però, più che il giudizio sul cantante, sicuramente molto amato dall’autore, è più interessante il rapporto ambivalente di Elvis con il suo manager, imbonitore da fiera, non dimentichiamolo mai, un personaggio che potrebbe essere uscito da La fiera delle Illusioni di Guillermo del Toro, talmente camaleontico da essere l’alter ego del cantante e del pubblico adorante che divora il suo idolo.

Il mago Houdini

Houdini
USA 1953, Paramount Pictures
con Tony Curtis, Janet Leigh, Angela Clarke, Torin Thatcher, Sig Ruman, Ian Wolfe, Connie Gilchrist
regia di George Marshall



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L’incontro casuale tra la collegiale Bess e il giovane mago Houdini si trasforma ben presto in un grande amore e i due si sposano in brevissimo tempo. Dopo una tournée in localacci malfamati, Henry accetta di lavorare in una fabbrica di cassaforti ma viene licenziato quando durante una pausa pranzo si fa rinchiudere all’interno di un modello per cercare di uscirne, La vittoria del primo premio a un concorso di magia fa cedere Bess e i coniugi Houdini viaggiano per tutta Europa ottenendo una grande fama. Nel suo viaggio europeo Houdini vorrebbe incontrare Johann Von Schweger mago a cui è riuscita un’impresa di escapologia che rasenta la smaterializzazione ma l’incontro non avviene per la morte di Von Schweger. Il suo assistente Otto, passa al servizio di Houdini, Durante una fuga da una cassaforte immersa nelle acque ghiacciate del fiume Detroit, Houdini, in balia della corrente riesce a trovare un’apertura nel ghiaccio che ricopre il fiume seguendo la voce della madre, morta proprio nel momento in cui il figlio era in difficoltà. Per due anni Houdini si dedica a smascherare falsi medium convinto però che debba esistere un modo per comunicare con l’aldilà. Quando decide di tornare in teatro, Houdini vorrebbe mettere in scena un esercizio studiato da Von Schweger ma mai realizzato: conscia della pericolosità dell’esperimento, Bess lo convince a rinunciare al numero ma sfidato dal pubblico il mago lo affronta rimettendoci la vita.



Il mago houdini


Un biopic molto romanzato, come andava di moda nei primi anni ’50, che punta soprattutto sul grande amore tra il mago e Bess Houdini che nel film viene introdotta come una collegiale mentre nella realtà veniva anche lei dal mondo del vaudeville.



Ilmago houdini


Ad interpretare Bess c’è Janet Leigh, moglie dal 1951 di Tony Curtis. L’attore, al suo primo ruolo da assoluto protagonista in una grande produzione, conferma le sue abilità atletiche e talento per la commedia: la parte più divertente è proprio quella iniziale dove Houdini, per poter fare i suoi numeri di magia deve esibirsi come “uomo selvaggio” ed è proprio in queste vesti che ha il colpo di fulmine per Bess e inizia a corteggiarla ancora truccato da primitivo.



Houdini


Per il resto il film procede senza scosse raccontando l’ascesa del mago e anche se viene sottolineato il suo interesse per il sovrannaturale, si mostra sempre la spiegazione logica del mirabolante talento di Houdini, come la scena della fuga dalle carceri londinesi con il beone nella cella di fronte che certa di replicare quanto fatto dall’abile artista.



Il mago houdini


Anche sull’esercizio che è costato la vita a Houdini, si pone l’accento sul pessimo stato di salute del mago prima di affrontare il numero: i problemi di appendicite trascurati per proseguire con la tournée, peggiorano per un banalissimo incidente, un urto in camerino proprio nella zona compromessa che portano lo svenimento del mago rinchiuso nella campana di vetro.

C’era una volta a… Hollywood

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Mentre la stella di Roman Polanski e Sharon Tate è in ascesa, il loro vicino di casa, la star della tv Rick Dalton, capisce che il suo declino è ormai inesorabile visto che iniziano a proporgli di trasferirsi in Italia per girare gli spaghetti western, l’unica spalla su cui piangere (letteralmente) è quella del suo “double” lo stuntman che lo sostituisce nelle scene rocambolesche, Cliff Booth, uomo dal passato complicato, amico e factotum di Rick. Cliff nota una giovanissima hippy e la accompagna allo Spahn Movie Ranch dove la famiglia Manson vive alle spalle dell’ottantenne e ormai cieco George Spahn che Cliff conosce dai tempi della serie tv che ha reso famoso Rick Dalton, Bounty Law. Rick, con Cliff al seguito, si rassegna a girare i film italiani e torna a Hollywood agli inizi dell’agosto 1969, la notte in cui Charles Manson inviò i suoi adepti a compiere la strage a Cielo Drive…

Tarantino continua il suo modello di revisione storiografico iniziato con Bastardi senza gloria, film a cui si allaccia strettamente perché parlando dei suoi trascorsi cinematografici con l’agente Marvin Schwarzs il primo estratto filmico mostrato è quello del lanciafiamme (anticipando il finale) con cui Dalton arrostisce i nazisti, stesso finale riservato a Hitler da Soshanna in Bastardi senza gloria.
Alcune critiche mosse al film stanno proprio nel fatto che Tarantino reiteri questo modello già visto di stravolgimento della realtà storica, per me invece è uno dei punti di forza degli ultimi lavori tarantiniani, una riflessione sulla violenza affidandole un valore catartico e liberatorio che però non ne incita l’uso anche perché, ancora una volta come in Django unchained, i cattivi fanno la figura dei ridicoli coglioni sia nella scena della ruota bucata allo Spahn Ranch che nella fuga di una dei quattro hippy mandati in missione assassina.



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Avendo poi capito nel corso degli anni che personalmente non amo i biopic proprio perché non sono mai fedeli alla realtà che in teoria dovrebbero raccontare, trovo molto più intelligente e originale Tarantino che racconta un’altra storia rendendola ancora più commovente proprio perché lo spettatore sa che è così che sarebbe dovuta andare e invece il fato è stato crudelissimo, in particolare con la bella Sharon per cui il regista e Margot Robbie mostrano una tenerezza infinita nel portarla in scena, soprattutto nella sequenza in cui si va a vedere al cinema.
Tornato nella Hollywood della sua infanzia, Tarantino esibisce ancora una volta la sua conoscenza enciclopedica del cinema, ogni film è un tributo a un diverso regista italiano, stavolta Sergio Corbucci ma viene citato anche Margheriti tra i registi che si servono di Rick Dalton nella sua trasferta romana.
C'erauna voltaa HollywoodL’autore cita molto anche sé stesso, cosa che mi fa temere che questo nono film possa essere davvero tra gli ultimi del regista, in particolare tornano i protagonisti di Grindhouse – A prova di morte, questa volta però Kurt Russell e Zoe Bell non sono più rivali ma sposati, Randy è succube della moglie che non sopporta Cliff Booth perché un probabile uxoricida e soprattutto ha messo al tappeto Bruce Lee mentre aspettavano di girare una scena de Il Calabrone verde.
La cultura enciclopedica di Tarantino non si limita solo ai film ma si espande anche alle serie tv e se proprio vogliamo vedere un omaggio del regista al proprio ego forse questo è l’ambito: in un momento in cui le serie tv hanno più successo dei film, Tarantino sembra volerci ricordare che il fatto non è una novità e forse c’è una critica implicita al prodotto se gli affiliati di Manson si imbesuiscono facendo binge watching antelitteram davanti al televisore, però ricordiamoci che Tarantino fu anche uno dei primi registi a girare un episodio per una serie tv – CSI – quando la commistione tra cinema e televisione non era ancora così usuale come oggi.

L’uomo dai mille volti

Man of a Thousand Faces
USA 1957 Universal
con James Cagney, Jane Greer, Dorothy Malone, Marjorie Rambeau, Jim Backus, Robert Evans, Celia Lovsky, Jeanne Cagney, Roger Smith, Simon Scott, Jack Albertson
regia di Joseph Pevney



Luomodaimillevolti


All’inizio del ‘900 Lon Chaney è una stella del varietà sposato con una giovane cantante, Cleva, a cui ha taciuto di essere figlio di genitori sordomuti. Quando Cleva rimane incinta, Lon la porta a conoscere la famiglia ma la donna rimane scioccata e teme che il nascituro possa ereditare l’handicap dei nonni. Fortunatamente il bambino nasce sano ma Cleva non è disposta a restare a casa a fare la moglie così si trova un lavoro come cantante da cui Chaney la fa licenziare, per ripicca la moglie tenta il suicidio sul palco durante uno spettacolo dell’attore, stroncandogli la carriera. Cleva perde la voce, il piccolo Creighton viene messo in collegio e Lon si trasferisce a Hollywood diventando ben presto una delle comparse più richieste per la sua capacità di trasformarsi con il trucco; è l’inizio della sua sfolgorante carriera ma i guai famigliari non sono finiti: Chaney ha fatto credere al figlio che la madre fosse morta e quando Creighton adolescente scopre che è ancora viva lascia il padre per trasferirsi da Cleva, padre e figlio si rappacificheranno solo sul letto di morte del divo del muto.



Man of a Thousand Faces


James Cagney sorregge da par suo questo melodrammatico biopic sulle sfortunate vicende familiari di Lon Chaney, il divo soprannominato L’uomo dai mille volti proprio per la sua capacità di trasformasi col trucco nei più celebri mostri del cinema muto, una pletora di esseri deformi che portava in scena costringendosi spesso a pose dolorosissime, l’assunto del film è che la capacità di dare un anima e far empatizzare il pubblico con i reietti gli venisse proprio dal background famigliare, dall’aver vissuto in prima persona l’emarginazione dei genitori sordomuti.



L'uomo dai 1000 volti


Pur avendo visto diversi film di Chaney, non sapevo dei suoi drammi famigliari, del matrimonio con una donna che non riusciva ad accettare la diversità della famiglia di Chaney e del tentativo di suicidio sul palco del marito ma del resto come ci rivela il film prima di essere soprannominato “l’uomo dai mille volti”, Chaney fu presentato come “l’uomo del mistero” proprio per non farsi rovinare la nascente carriera hollywoodiana dallo scandalo del tentato suicidio.



L'uomo dai1000 volti


Il film è un po’ troppo melenso per i miei gusti ma da tempo ho capito che il biopic non è il genere preferito, le scene dei film più celebri di Chaney, Il Gobbo di Notre Dame, Il Fantasma dell’Opera non sono soddisfacenti per chi conosce gli originali: le maschere sono molto rigide e hanno ben poco a che spartire con i trucchi dei film degli anni ’20.



Luomodaimillevolti


Toccante il fatto che a causa del tumore alla gola che lo uccise, alla fine Lon Chaney si esprimesse con la lingua dei segni appresa dai genitori sordomuti, forse mi commuove perché non so se il particolare è reale mentre il retorico passaggio di consegne tra padre e figlio dove il senior morente aggiunge un Jr. al nome sulla cassetta del trucco è una rielaborazione romanzata del fatto che Creighton Chaney intraprese una carriera cinematografica con il nome di Lon Chaney Jr. e interpretò l’ultimo grande mostro della Universal, L’uomo lupo.

La favorita

Lafavorita

Abigail Hill, giovane nobildonna decaduta perché il padre si è giocato il patrimonio e anche l’onore della figlia, arriva a corte per chiedere aiuto alla potente cugina  Sarah Churchill, favorita della regina che ha in mano le sorti del regno, decidendo anche della costosa guerra con la Francia. Abigail viene mandata a lavorare nelle cucine ma ben presto riesce a farsi notare procurando un cataplasma per la gotta della regina e nonostante non apprezzi l’iniziativa, Lady Marlborough è costretta a fare della cugina la propria cameriera personale. Il ruolo mette Abigail al centro delle attenzioni della corte e il capo dell’opposizione, Robert Harley, le propone di diventare la sua spia, Abigail rifiuta e rivela a Lady Marlborough il tentativo di corruzione conquistando definitivamente la sua fiducia. Quando Abigail scopre che la regina e Sarah sono amanti, approfitta del fatto che la favorita è impegnata nelle questioni politiche per corteggiare la regina e continuare la propria scalata la potere. Anna, lusingata di tante attenzioni, alimenta gli scontri tra le due rivali e Abigail avvelena il tè di Sarah che cade rovinosamente da cavallo e resta incosciente e lontana da corte per alcuni giorni durante i quali Abigail riesce a ottenere il consenso regale per sposare un nobile, riconquistando la sua posizione sociale.
Quando Sarah torna a corte arriva fino al ricatto pur di far scacciare la rivale ma la regina non cede e quando Abigail insinua il dubbio che Lady Marlborough e il marito abbiano sottratto dei fondi alla corona, la sovrana si vede costretta a mandare in esilio l’ex favorita ma il trionfo di Abigail non sarà piacevole per nessuno.


Thefavourite


Il regista più amato del momento, Yorgos Lanthimos, dirige per la prima volta un film sceneggiato da altri autori, un biopic sugli ultimi anni della regina Anna di Gran Bretagna, l’ultima Stuart sul trono, una vita travagliata da una una ventina di gravidanze quasi mai andate a buon fine, e dei cinque figli nati nessuno sopravvissuto all’infanzia.
Lanthimos ce la mostra infantile, segnata dalla maternità fallita tanto da vivere con diciassette conigli, uno per ogni figlio perduto, piena di insicurezze e facilmente manipolabile dalla favorita: Sarah Churchill la comanda a bacchetta, facendo leva sulle sue insicurezze e di fatto è lei a governare la nazione: convinta sostenitrice della guerra contro la Francia, è disposta a dissanguare la nazione con le tasse pur di vincere il conflitto.



Lafavorita


A sconvolgere gli equilibri arriva Abigail, apparentemente dolce ma anche lei provata da un destino crudele, ben presto impara a farsi strada nel complicato mondo di corte e nel cuore della regina: se Sarah è inflessibile fino alla crudeltà, indifferente agli amati coniglietti di Anna, Abigail è dolce e comprensiva o per lo meno è quello che lo spettatore crede per tre quarti del film: nonostante Sarah abbia la possibilità di riprendere il proprio posto con il ricatto, brucia le lettere compromettenti prima di usarle, mentre Abigail, che già aveva dimostrato di cos’era capace avvelenando il tè della rivale, lascia che la regina si ingozzi di dolci fino a vomitare e una volta ottenuto il potere, la sua indifferenza verso la sorte della sovrana si trasforma in insofferenza arrivando a schiacciare uno degli amati coniglietti per pura crudeltà ma Anna, anche se rassegnata al suo destino d’invalida in mano alla favorita, le fa altrettanto duramente capire che a detenere il potere è sempre lei.


La favorita


Il film è un cinico apologo sul potere, un graffiante gioco di intrighi, non privo di una tagliente ironia; la ricerca stilistica del regista è sorretta da grandi interpretazioni con notevoli costumi e scenografie: nei BAFTA appena assegnati la pellicola ha fatto incetta anche di questi premi tecnici.

Tonya

I  Tonya

La storia della campionessa Tonya Harding, la prima americana a eseguire un triplo axel, mal tollerata nell’ambiente del pattinaggio artistico che non amava esser rappresentato da un’atleta potente ma non elegante, ribelle al punto di esibirsi su brani rock dei ZZ Top. La carriera altalenante, anche a causa di una madre cinica e soprattutto di un marito violento, termina bruscamente nel 1994, quando alla vigilia delle Olimpiadi invernali di Lillehammer Tonya viene accusata di aver organizzato l’aggressione alla rivale Nancy Kerrigan.

Quando nel 1994 esplose la notizia di una pattinatrice che aveva fatto rompere una gamba a una compagna di squadra per guadagnare il posto nella nazionale olimpica non seguì molto la vicenda che pure imperversava su tutti i media perché la trovavo troppo folle per appassionarmi: il film di Craig Gillespie restituisce perfettamente l’atmosfera grottesca della vita di Tonya Harding che culmina nell’aggressione che all’epoca aveva dell’incredibile ma a scalzare Tonya e i suoi (presunti?) pestaggi dalle prime pagine fu un altro crimine ancor più delirante: quello di O.J.Simpson caratterizzato dalla rocambolesca fuga inseguito dalle forze dell’ordine.




Tonya


La storia di Tonya è il rovescio della medaglia del sogno americano: una bambina che nutre la passione del pattinaggio fin da piccolissima e la cinica madre, LaVona intuisce da subito che quello della figlia è un vero talento e la stimola a modo suo, a suon di provocazioni e disistima. Tonya diventa un’atleta potente, ma non sviluppa l’eleganza che caratterizza il suo sport anche a causa delle difficili condizioni economiche che la costringono a cucirsi i costumi da sola.
Nella sua vita ci sarebbe il materiale per farne un’eroina da fiaba Disney ma il motore della sua grinta è la rabbia per l’affetto negato della madre, la violenza del marito e le palesi ingiustizie subite dalle giurie, non c’è spazio e voglia per sviluppare la grazia necessaria al pattinaggio artistico e così Tonya Harding diventa un personaggio che è facile odiare.




Tonya


Ciliegina sulla torta è l’assurdo Shawn Eckhardt, l’amico più caro di  Jeff Gillooly, il marito di Tonya talmente inetto da affidarsi a questo individuo dai palesi disturbi mentali: fino a che punto Tonya (e in fondo anche il marito) siano coinvolti nell’aggressione di Nancy Kerrigan non sarà mai chiaro ma che Ekchardt e i suoi delinquenti sfigati, peggiori di quelli dipinti dalla serie tv Fargo, abbiano trasceso il tentativo di intimidazione trasformandolo in aggressione è lampante o forse i deliri di onnipotenza di Eckardt si spingono fino ad accollarsi una perversione criminale che in realtà non possiede.
Tonya, che si è imposto all’attenzione per le ottime prove attoriali delle due protagoniste (Allison Janney ha fatto incetta di premi, tra cui l’Oscar) è un film notevole anche per il taglio registico, un mockumentary che con materiale reale sottolinea il lato ridicolo di una potenziale tragedia americana, troppo assurda per diventare tale e così non merita neppure un biopic, se non travestito da falso documento.

Lassù qualcuno mi ama

Somebody Up There Likes Me
USa 1956 MGM
con Paul Newman, Pier Angeli, Sal Mineo, Everett Sloane, Eileen Heckart
regia di Robert Wise

Rocco Barbella, figlio di poveri immigrati italiani di New York, fin dalla più tenera infanzia dimostra uno spirito ribelle e l’insofferenza verso il padre ubriacone, pugile fallito. L’adolescenza trascorre tra case correzionali e riformatori da cui fugge regolarmente, diserta anche dall’esercito dove era stato arruolato forzatamente dopo il riformatorio.
Per guadagnare qualche soldo onestamente, Rocky si avvicina alla boxe e inizia ad avere successo anche se rischia di perdere la licenza il giorno che si scopre innamorato di Norma, una amica della sorella, dimenticando di presenziare all’incontro della serata. Dopo il matrimonio con Norma, Rocky sembra aver trovato un equilibrio ed è in lizza per il campionato del mondo, quando loschi figuri del suo passato lo ricattano: se non venderà il match riveleranno il suo passato di disertore. Marciano con una scusa rimanda l’incontro ma la commissione lo sospende, la squalifica non è ratificata in tutte le città e a Chicago, dopo una notte di ripensamenti e un incontro sanguinoso, Graziano guadagnerà l’ambito titolo mondiale.

Lassùqualcunomiama

Seconda incursione di Robert Wise nel mondo della boxe, Lassù qualcuno mi ama è un biopic romanzato (anche se i titoli di testa riportano la didascalia “Questo è il modo in cui ricordo.. definitivamente. Rocky Graziano) ben diverso dall’amaro apologo di Stasera ho vinto anche io.
Una pellicola quindi più commerciale ma dalla confezione raffinata per il bianco e nero drammatico della fotografia (premiata con l’Oscar, come le scenografie) ed estremamente godibile ancora oggi grazie al racconto nervoso delle (dis)avventure da loser del protagonista perfettamente in linea con i tempi: il ruolo di Graziano, infatti, avrebbe dovuto andare a James Dean, tragicamente scomparso nell’incidente automobilistico del settembre 1955.
Nel cast compaiono attori legati alla figura di di Dean: Sal Mineo ancora una volta nei panni del sodale disperato del protagonista come fu in Gioventù Bruciata, e (Anna Maria) Pier Angeli, l’attrice cagliaritana che trovò fortuna in America e fu il grande amore del ribelle per eccellenza, anche lei scomparsa prematuramente a soli 39 anni il 10 settembre 1971 per overdose di barbiturici.
Per rimanere in tema di grandi ribelli dello schermo, nel film recita in un piccolo ruolo, non accreditato, anche Steve Mc Queen.
A sostituire l’attore scomparso arriva Paul Newman, al secondo ruolo da protagonista e trova la consacrazione: una recitazione in perfetto stile Actor’s Studio, con momenti di disperazione contenuta (il collo incassato sulle spalle) alternati alla boria nevrotica: Graziano saltella spesso come se fosse sul ring.
Film seminale per tutta la produzione media a venire sui film di boxe: la brava Pier Angeli incarna il modello della dolce mogliettina disgustata dalla violenza del pugilato ma disposta ad accettarla pur di restare accanto all’uomo che ama, Rocky Graziano perde l’incontro decisivo per il titolo prima dello scandalo delle scommesse e poi lo riconquista dopo un match sofferto che subisce per lunghi round prima della riscossa finale: materiale che in seguito verrà sviluppato in saghe pugilistiche anziché in un unica pellicola.
A perdersi per strada è solo qualche spunto comico (i rientri a casa col volto sempre più tumefatto di Graziano) in favore del melodramma.