Donne sole

Italia 1956
con Eleonora Rossi Drago, Gianna Maria Canale, Luciana Angiolillo, Antigone Costanda, Paolo Stoppa, Evi Maltagliati, Vittorio Vaser, Ignazio Balsamo, Enzo Garinei, Ettore Manni, Joseph Lenzi, Gino Buzzanca, Ignazio Leone, Francesco Sormano
regia di Vittorio Sala

Le vicende sentimentali di tre indossatrici che vivono insieme: Nice, Luisa e Mara più una quarta loro collega, Franca. Mara grazie all’aiuto di un imprenditore riesce a fare il salto di qualità e diventare attrice ma conoscendo una diva decaduta capisce che la sua carriera è legata solo alla sua giovinezza. Luisa viene corteggiata da un giovane giornalista che la ragazza trova poco ambizoso così gli preferisce un nobile tanto ricco quanto fatuo. Nice che aveva già avuto a che fare con il medesimo personaggio di cui si è infatuata Luisa, preferisce la compagnia dei suoi gatti e finisce per accettare la goffa corte del vicino di casa. Franca, indossatrice straniera sempre in lotta con il peso, si sposa con un giovanotto siciliano.

Tre anni dopo Come sposare un milionario ecco la versione italiana della convivenza di tre mannequins con sogni di gloria.

L’esito è ben diverso dalla spumeggiante commedia con Marilyn Monroe: nella morale e ahimè anche negli esiti artistici.

Il film si chiude alla prima del film di debutto di Mara con la voce off della protagonista che profetizza il futuro di solitudine sua e di Luisa, le due che si sono lasciate tentare dalla fama e dei soldi, a differenza delle colleghe che sono state più concrete anche se Franca accetta di sposare un uomo che la trova troppo magra e non esita a guardare le altre, insomma un futuro di figli, obesità e corna… davvero invidiabile! 


Nice accetta la corte improbabile del vicino di casa, Paolo Stoppa che in uno dei finti incontri casuali si presenta in ciabatte (e questa è la vetta comica del film!) solo per le delusioni passate ma per lei prevediamo un futuro più sereno in quanto gattara ante litteram =^. _^=


Più spazio viene lasciata alla storia di Luisa che alla prima del film di Mara incontra il giornalista con la sua nuova fidanzata e non le resta che piangere sull’occasione perduta per rincorre il principe libertino che non si è fatto scrupolo di portarla a una festa un po’ equivoca lasciando che l’anfitrione ci provasse con lei. La situazione mi è sembrata una chiara allusione al caso Montesi portato di recente sullo schermo da Saverio Costanzo: addirittura aprendo una porta si vedono due donne sole molto vicine infastidite per esser state importunate,  il massimo possibile per una rappresentazione lesbica nei bacchettoni anni ’50!

Tornando al paragone con Come sposare un milionario anche la fotografia è opposta: invece di uno sgargiante technicolor,  la fotografia di Donne sole è cupa e mortifera a sottolineare il destino infelice delle protagoniste.

Unico punto in cui vince l’opera italiana è nei costumi. La pellicola è davvero una sfilata ininterrotta di abiti eleganti e completi abbinati anche per le mise casalinghe: il film ideale per studiosi della moda anni’50!
Notevole anche la cura nei titoli di testa.

La confessione della signora Doyle

Clash by Night
USA 1952 RKO
con Barbara Stanwyck, Robert Ryan, Paul Douglas, Marilyn Monroe, Keith Andes, J. Carrol Naish, Silvio Minciotti
regia di Fritz Lang



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Martha Kent torna disillusa nel paese natio dopo una decina d’anni in cui ha cercato di sfruttare il suo fascino e ottenere una vita migliore. Finisce per sposare l’ingenuo Jerry Doyle per la stabilità che l’uomo può offrirle anche se da subito è scattata una forte attrazione per l’inquieto amico di lui, Fred. I Doyle hanno una figlia e Fred ottiene il divorzio. Inevitabilmente scoppia la passione trattenuta dal primo incontro. Jerry lo scopre e rischia di uccidere Fred, Martha capisce che l’amante non è contento di portare con loro la figlioletta e preferirebbe che rimanesse con Jerry, la scoperta riporta la donna sui suoi passi e torna dal marito.



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La confessione della signora Doyle è un melodramma sentimentale che si può considerare minore nella filmografia di Lang ma stiamo sempre parlando di un maestro del cinema che sfrutta l’occasione di trasformare l’ambientazione in un anonimo villaggetto di pescatori quasi in un documentario sulla pesca e la sequenza d’apertura è anticipatoria e offre una profonda corrispondenza tra gli animali mostrati e il senso del film: al ritorno delle barche si tuffano in acqua le foche allontanando i gabbiani, Jerry Doyle è un ormone buono e gentile fino a rasentare l’ingenuità, il corrispettivo di una foca, la sua presenza ingombrante e impacciata allontana gli uccelli, simbolo di libertà e anche la cinica Martha finirà per rinunciare ai suoi sogni di fuga perenne per prendersi la responsabilità della figlioletta.



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Lang sa creare le atmosfere da par suo, come abbiamo detto anche grazie agli elementi naturali, nubi che coprono il cielo e mari tempestosi quando l’attrazione tra la donna e Fred si fa insostenibile. Dopo aver rischiato di uccidere l’amante della moglie Jerry si rifugia sul peschereccio con la figlia, il dubbio che l’uomo possa compiere un’insano gesto è stato insinuato da dialoghi apparentemente casuali che nel corso del film riportano per ben due volte le notizie di bambini affogati.



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Ottimamente recitato il film presenta anche dei personaggi non banali: Barbara Stanwyck incarna una donna disillusa, vicina alla mezz’età che ha ancora la forza di mettersi in gioco, Robert Ryan amico idolatrato da Jerry, è il più debole, anticipazione dei loser che caratterizzeranno gli anni ’50 e di cui sfoggia già la canottiera.



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Marilyn è la fidanzata di Joe, il fratello di Martha: i problemi sentimentali della cognata rischiano di influire anche sul rapporto dei due che però si dimostrano una coppia più solida (potere della gioventù?). Nonostante quello di Peggy sia un ruolo piuttosto concreto, Marilyn si fa notare per la sensualità che emana in uno degli ultimi ruoli da comprimaria.

Il club dei mostri

The Monster Club
GB 1980
con Vincent Price, John Carradine, Donald Pleasence, Stuart Whitman, Richard Johnson, Barbara Kellerman, Britt Ekland, James Laurenson
regia di Roy Ward Baker




Ilclubdeimostri


Per risarcire lo scrittore horror Chetwynd-Hayes di essersi lasciato morsicare, il vampiro Eramus conduce il romanziere in un club di mostri allo scopo di raccontargli alcune storie che potrebbero essere utili al suo lavoro.
La prima è quella di Raven, un Shadmock (fischiamorte) che vive appartato in una grande villa facendo l’antiquario. S’innamora di Angela, la nuova segretaria ma la ragazza vuole solo derubarlo su consiglio del fidanzato e quando Raven scopre tutto emette il suo fischio nefasto.
Il secondo racconto riguarda la famiglia del vampiro  Lintom Busotsky che era stato un timido bambino avvicinato dai “mistici” il ramo della polizia che voleva estirpare il vampirismo. Tramite il piccolo Lintom, Pickering, il capo dei mistici, scopre dove si rifugia il padre del ragazzino e gli conficca un paletto nel cuore ma l’astuto genitore sfugge alla morte grazie a un giubbotto antipaletto(!) e riesce a vampirizzare il nemico.
Il terzo episodio riguarda i Ghouls, esseri che si nutrono di cadaveri, e vivono in un paesino isolato che un regista raggiunge cercando la location più adatta per un film dell’orrore. Lo aiuta Luna, una Hum-ghoul (figlia di un’umana e un ghoul) che vorrebbe vivere una vita normale ma la ragazza muore durante la fuga e anche il regista non riesce a sfuggire al destino.
Dopo quest’interessante serata il vampiro Eramus convince gli altri mostri ad accettare nel club Chetwynd-Hayes in quanto rappresentante della razza umana, la più violenta e omicida che abbia abitato il pianeta.




MonsterclubShadmock


Ultimo film prodotto dalla Amicus, una casa cinematografica inglese specializzata soprattutto in produzioni horror, come la Hammer. E’ anche l’ultimo film del regista Roy Ward Baker, noto regista di pellicole dell’orrore ma che ha firmato anche La tua bocca brucia, il film che ha rivelato le doti drammatiche di Marilyn Monroe.
Gli episodi de Il club dei mostri spaziano per temi ed atmosfere, The Shadmock punta sulla tristezza malinconica del protagonista di buon cuore vittima del suo orribile aspetto, The Vampires è sicuramente il capitolo più debole che gioca smaccatamente con l’ironia dei mostri dalla vita “normale”: la madre di Lintom non è una vampira ma una perfetta casalinga e al bambino viene accuratamente tenuta nascosta la vera natura del padre, come poi il ragazzino sia diventato a sua volta vampiro (ereditarietà?) non è dato sapere.




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L’ultimo episodio è sicuramente quello più interessante dove i toni horror sono quelli dominanti, c’è tanto di vecchio diario tra le braccia del prete inscheletrito che racconta come i ghouls si sono inpossessati del villaggio e il racconto è fatto tramite disegni di gusto vittoriano con la voce off del regista che legge il resoconto. L’impossibilità dell’uomo di sfuggire al villaggio maledetto nonostante sia arrivato fino all’autostrada e aiutato dalla polizia, dona al capitolo una nota inquietante.
I tre racconti sono legati dalle scene all’interno del club, un vero e proprio locale alternativo dove si esibiscono gruppi punk-rock (B.A.Robertson, The Viewers e The Pretty Things) con uno spogliarello che arriva a mostrare anche le ossa della ballerina. Forme di umorismo nero dai tocchi surreali.




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Il monologo di Vincent Price sulla mostruosità della razza umana è diventato abbastanza celebre anche se non aggiunge nulla di nuovo al tema.

Orchidea Bionda

Ladies of the Chorus
USA 1949 Columbia
con Marilyn Monroe, Adele Jergens, Rand Brooks, Nana Bryant, Steven Geray
regia di Phil Karlson



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Mae e Peggy Martin, madre e figlia, sono ballerine di fila in uno spettacolo di varietà; quando la prim’attrice viene cacciata il direttore chiede a Mae di prendere il suo posto ma la madre lascia che sia la figlia a debuttare e Peggy diventa ben presto “the queen of burlesque” facendo innamorare un giovane di buona famiglia che la chiede in moglie. Mae acconsente alle nozze solo se famigliari e parenti dello sposo approvano il mestiere di Peggy ma Randy Carroll non dice nulla alla madre e il giorno del fidanzamento gli orchestrali riconoscono la ragazza nell’imbarazzo generale che verrà spazzato via da un’alzata d’ingegno della brillante Mrs.Carroll.




Orchideabionda


Commediola sentimentale insignificante che passa alla storia per essere il film in cui Marilyn Monroe debutta come protagonista: il suo nome è sopra i titoli di testa, il suo comprimario è Rand Brooks, l’attore che interpretò il povero Carlo Hamilton, primo marito di Rossella in Via col Vento.




Orchidea bionda


La futura diva è graziosissima e adorabile, perfetta nel ruolo dell’ingenua senza ancora la malizia che ne farà un sex-symbol; Marilyn rispecchia fedelmente il personaggio che porta sullo schermo: una ragazza educatissima (chiama la madre “mother”) di buoni studi che dopo la laurea decide di lavorare nel mondo dello spettacolo come la madre, la vera protagonista del film. L’amore tra Peggy e Randy fila senza intoppi e rischia di essere rovinato solo le remore di Mae Martin, che rievoca attraverso alcuni flash back il suo infelice matrimonio, distrutto proprio dalle differenze sociali e dai pregiudizi sulle ballerine. Ovviamente la gravidanza le ha stroncato anche la carriera e non le resta che fare la ballerina di fila ancora oggi, nascondendo i capelli ingrigiti con una inquietante parrucca bionda.




Ladies of the Chorus


Per fortuna l’arzilla suocera non si lascia scomporre dalla diversa estrazione sociale e per evitare lo scandalo si esibisce alla festa di fidanzamento millantando a sua volta un passato da cantante che spegne ogni pettegolezzo.
Il plot, oltre che buonista, è oggettivamente poco credibile, fortunatamente il film dura solo 60 minuti e i numeri musicali sono molto piacevoli: Marilyn canta la celeberrima Every Baby Needs a Da Da Daddy.

Fermata d’autobus

Bus Stop
USA 1956 20th Century Fox
con Marilyn Monroe, Don Murray, Arthur O’Connell, Betty Field, Eileen Heckart, Robert Bray, Hope Lange
regia di Joshua Logan



Busstop


L’ingenuo e rude cow boy Beauregard Ducker lascia per la prima volta il suo ranch nel Montana per partecipare a un rodeo a Phoenix. Il suo mentore, Virgilio pensa che l’avventura in città sia anche l’occasione buona per il ragazzo per iniziare a conoscere le ragazze, argomento di cui è completamente a digiuno ma Bo ha le sue idee e s’innamora a prima vista di Cherie, chanteuse di un night club. Anche la ragazza rimane colpita da lui ma non si aspetta certo che il giovane cowboy pensi di sposarla il giorno dopo, finito il rodeo. Quando si rende conto della caparbietà dello spasimante Cherie fugge ma Bo la ritrova alla stazione degli autobus e la carica contro la sua volontà nel pullman diretto in Montana. Costretti a fermarsi per la notte per una tormenta, sarà Carl, l’autista del pullman a far capire al ragazzo come vanno trattate le ragazze e Cherie colpita dalla nuova tenerezza di Bo accetta di sposarlo.




Fermatad'autobus


Sgangherato ma divertente, Fermata d’autobus non ha la stessa fama di altri film con Marilyn Monroe eppure è una delle interpretazioni migliori dell’attrice che recitò anche con un accento del sud per rendere più credibile il personaggio di Cherie, ballerina di poco talento che imita malamente le pose delle dive del cinema e anche nella resa di questo aspetto la Monroe è superba.




Busstop


Marilyn aveva già vestito i panni della sciantosa nel locale di malaffare ne La Magnifica preda del 1954, ma con sfumature del tutto diverse e Cherie resta una delle figure più tenere e sincere che l’attrice abbia interpretato. Le scene al rodeo con l’amica Vera torneranno, ovviamente con un altro taglio e spessore, nell’ultimo film, il capolavoro Gli spostati.




Fermatadautobus


Convincente anche la prova dell’esordiente Don Murray che ricevette una nomination agli Oscar per il suo giovane cowboy rude ma di buon cuore che, una volta scornato come i vitelli o i cavalli che è abituato a domare, capisce che le persone non possono essere costrette a fare quello che non vogliono e dopo aver capito la lezione con il suo “angelo” deve nuovamente metterla con pratica con Virgilio il vecchio amico che si è reso conto che deve abbandonare il suo ruolo e non tornare più al ranch ora che Bo è innamorato e sotto la tenera guida di Cherie.

La magnifica preda

River of no return
USA 1954 20th Century Fox
con Robert Mitchum, Marilyn Monroe, Rory Calhoun, Tommy Rettig, Murvyn Vye
regia di Otto Preminger



Riverofnoreturn


L’agricoltore Matt Calder rischia di perdere il figlioletto Mark ancor prima di conoscerlo, nell’avamposto dell’Oregon in preda alla febbre dell’oro, del ragazzino si è occupata May, sciantosa dal cuore d’oro, fidanzata con Weston, un baro di professione che ha vinto al gioco la concessione di un cercatore e deve correre in città a registrarla. Weston ruba il cavallo e il fucile a Carver che lo aveva salvato dalle rapide del fiume, lasciando l’agricoltore e il figlioletto alla mercé degli indiani, Kay decide di restare con loro in attesa del ritorno di Weston ma per sfuggire all’aggressività degli indiani i tre saranno costretti a una tumultuosa fuga lungo il fiume…




Lamagnificapreda


Un film pochissimo amato dagli interpreti, Marilyn lo reputava il suo film peggiore, che invece conserva la sua dignità attraverso gli anni.
Per quanto concerne l’attrice, oltre che farle cantare le canzoni più belle del suo repertorio, River of no return in testa, La magnifica preda le regala un ruolo un po’ diverso dagli altri: una volta tanto non incarna lo stereotipo dell’oca giuliva ma è una donna intelligente e disincantata che nonostante le durezze della vita ha ancora la capacità di capire che gli uomini non sono sono solo le gesta cattive che compiono.
Robert Mitchum è roccioso come non mai nel dar vita a Matt Calder, un uomo con un passato burrascoso alle spalle (la galera) che ha deciso di ricominciare lavorando la terra e prendendo con sé il figlioletto dopo la morte della madre.
I due attori, costretti dagli obblighi contrattuali a girare la pellicola, furono sicuramente scelti per la loro presenza scenica: il film è una lotta corpo a corpo per la sopravvivenza; sullo sfondo dei scenari mozzafiato del Canada ripresi per la prima volta in Cinemascope, i due attori incarnano letteralmente l’assunto: lotte tra uomini per il possesso della bella, lotta contro un puma affamato e anche il primo avvicinamento tra i due è una lotta.




Riverofnoreturn


Anche la figura del bambino è meno sdolcinata del solito, per merito della mano del regista, Otto Preminger che in tutti i suoi film ci parla cinicamente dell’ambiguità umana così nel finale Mark dovrà vivere in prima persona l’esperienza che ha segnato la vita del padre.

Le mie due mogli

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USA 1940 RKO
con Cary Grant, Irene Dunne, Randolph Scott, Gail Patrick
regia di Garson Kanin

Ellen Arden creduta morta in un naufragio, ricompare dopo sette anni, proprio il giorno in cui il marito Nick fa legalizzare la sua morte e si sposa con Bianca, la nuova compagna. Appena rivista la prima moglie Nick sarebbe pronto a lasciare la nuova sposa ma quando scopre che Ellen ha trascorso sette anni su un’isola deserta con un aitante compagno..

Secondo dei tre film girati dalla coppia Irene Dunne/Cary Grant come sempre perfetta nei tempi comici, alla regia avrebbe dovuto esserci Leo McCarey ma a causa di un incidente viene sostituito da Garson Kanin, che dirige una commedia molto divertente.



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Come nel precedente L’orribile verità, siamo nel sottogenere remarriage, il ricongiungimento di una coppia già sposata, ad allontanare i coniugi in questo caso è stato il destino ma la strada verso la ritrovata felicità coniugale è ostacolata, più che dalla petulante seconda moglie, dalla presenza dell’ingombrante compagno di sventure di Ellen, l’atletico Stephen Burkett, con cui la donna ha trascorso sette anni sull’isola deserta e che non fa mistero di essere innamorato di Ellen.
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Pur non avendo nulla da invidiare all’amico Randolph Scott, Cary Grant è bravissimo nell’incarnare il marito sminuito dalla prestanza fisica del rivale solo con un cappello ben rincagnato in testa.
In Le mie due mogli Cary Grant sfoggia brillantemente tutto il suo repertorio di uomo sorpreso nei look più imbarazzanti: con un assurda vetaglia maculata, con un cappellino da donna in testa fino al travestimento finale da Babbo Natale per riconquistare definitivamente la moglie, perché nella guerra tra i sessi delle commedie anni 30/40 è sempre l’astuzia femminile a prevalere sul maschio costretto a subire, l’unico a portare nel genere la sua nota vena di sadismo verso le donne è Hitchcock nella sua unica incursione nella commedia brilante Il signore e la signora Smith.
Il remake del film ha una storia piuttosto travagliata: avrebbe dovuto essere Something’s Got to Give, il film interrotto dal suicidio della protagonista Marilyn Monroe, venne poi ripreso nel 1963 con Doris Day in sostituzione di Marilyn, iltitolo italiano è Fammi posto tesoro

Betty Grable

BettyGrable

Il 18 dicembre 1916 nasce a Saint Louis, in Missouri, Elizabeth Ruth Grable, divenuta celebre con il nome di Betty Grable e il soprannome “the legs” le gambe alludendo al fisico statuario che l’ha resa celebre prototipo delle pin up anno ’40, più dell’atomica Gilda.
La madre Lillian, nutre delle ambizioni artistiche per la figlia e in seguito alla crisi del ’29 si trasferisce a Hollywood dove spaccia la tredicenne Betty per quindicenne. L’agognato debutto avviene come corista nel musical Giorni felici.
L’anno seguente Betty diventa una delle Goldwyn Girls, una compagnia femminile di attrici e ballerine alle dipendenze di  Samuel Goldwyn da cui sono uscite diverse dive come Paulette Goddard o Jane Wyman.
La giovanissima Betty inizia la gavetta di piccoli ruoli, il primo accreditato è del 1932 Probation, diretto da Richard Thorpe; nel 1934 e nel 1936 interpreta ruoli secondari nelle commedie di Fred Astaire e Ginger Rogers firmate da Mark Sandrich: Cerco il mio amore e Seguendo la flotta.
Passata sotto contratto con la Paramount, Betty Grable entra in quel vivaio di giovani artisti impiegati in college movie dove troviamo anche Judy Garland.
A questo genere si ascrive il film Million Dollar Legs del 1939 la Grable è la protagonista e dal titolo del film deriva il soprannome “the legs”, nella pellicola recita anche il primo marito Jackie Coogan, l’ex bimbo prodigio de Il Monello, non ancora pacioso come lo zio Fester de La famiglia Addams, ma un giovane provato dalla causa con i famigliari che si erano intascati tutti i suoi guadagni, a tutela delle star minorenni nascerà infatti il Coogan Act. Betty e Jackie si erano sposati nel 1937 e divorziano proprio nel 1939.
BettyGrablepinup
Nel 1940 viene notata da Darryl F. Zanuck che la mette sotto contratto con la 20th Century-Fox.
Notti Argentine e Una notte a Broadway  di quell’anno decretano il successo dell’attrice, confermato da Appuntamento a Miami del 1941,in quell’anno gira anche il film di propaganda Il mio avventuriero accanto a Tyrone Power e il bel noir Situazione pericolosa accanto a Victore Mature per la regia di Bruce Humberstone.
La carriera dell’attrice è in continua ascesa, tra i film del 1942 ricordiamo il musical In montagna sarò tua, sul set incontra il secondo marito, il trombettista Harry James.
Nel 1943 lo scatto fotografico che fa entrare l’attrice nell’immaginario americano: si tratta di una foto in costume da bagno, ripresa di spalle per nascondere la gravidanza dell’attrice, il cui viso sorridente ammicca dalla spalla: la foto di Frank Powolny diventa un poster che sarà il più richiesto dai soldati americani oltreoceano. Il successo dello scatto apre la possibilità a Betty Grable di diventare una star di prima grandezza ma l’attrice è piuttosto insicura, preferisce rimanere nel suo limbo di musical secondari che all’epoca hanno incassi notevoli ma che oggi non hanno lasciato alcun ricordo degno di nota.
Dobbiamo arrivare al 1948 perché Betty Grable abbia una parte in un musical di rillievo, viene scelta da Lubitsch per La signora in ermellino, pellicola tratta dall’omonima operatta di Rudolph Schanzer e Ernst Welisch. Purtroppo il regista muore pochi giorni dopo l’inizio delle riprese e viene sostituito da Otto Preminger.
ComesposareunmilionarioNon essendo mai diventata una stella di prima grandezza, ma solo un’attrice da sfruttare per gli incassi al botteghino, la Fox inizia a trascurare la carriera della Grable non appena i profitti che procura allo studio iniziano a calare, la cosa ovviamente porta a dissapori contrattuali che fanno perdere all’artista il ruolo di Lorelei ne Gli uomini preferiscono le bionde affidato all’emergente Marilyn Monroe, ma sarà proprio lavorando con la nuova diva dello studios in Come sposare un milionario del 1953, che l’attrice trova il ruolo più significativo della carriera che ormai volge al termine.
Betty Grabe gira ancora due film nel 1955 per dedicarsi al teatro e alla televisione.
L’attrice muore a soli 56 anni, per un tumore ai polmoni il 2 luglio 1973.

Addio a Virna Lisi

Virna-lisi Si è spenta stamane una delle bellezze più sfolgoranti del cinema italiano, nata ad Ancona l’8 novembre 1936. Trasferitasi a Roma con la famiglia a soli quattordici anni viene introdotta nel mondo del cinema da un amico di famiglia, il cantante ed attore Giacomo Rondinella. Virna Lisi diventa una star del genere “strappalacrime” in film dai titoli eloquenti come Ripudiata, Piccola Santa o Vendicata! Il primo film degno di nota è Lo Scapolo di Pietrangeli accanto ad Alberto Sordi.
La notorietà arriva con la tv, con lo sceneggiato rai Ottocento (1959) di Anton Giulio Majano che rievoca gli eventi che portano all’Unità d’Italia e dove la Lisi interpreta la contessa di Castiglione mentre il Carosello della Clorodont di cui è protagonista diventa un tormentone con la frase ancora oggi in voga “con quella bocca può dire ciò che vuole”. L’attrice si sposa nel 1960 con Franco Pesci, scomparso lo scorso anno e intende ritirarsi dalle scene ma anche su consiglio del marito continua una carriera che le riserva grandiosi successi sia in televisione che al cinema, anche a livello internazionale.

Comeucciderevostramoglie Nel 1962 è protagonista dello sceneggiato Rai Una tragedia americana nel ruolo della ricca ereditiera che nella versione cinematografica americana del 1951, Un posto al sole, era stato di Liz Taylor e la sfolgorante bellezza di Virna Lisi non sfugge ad Hollywood che la vuole come risposta alla appena scomparsa Marilyn Monroe, ma l’attrice dopo aver girato nel 1965 Come uccidere vostra moglie, accanto a  Jack Lemmon  per la regia di Richard Quine, non si piega al ruolo di svampita e rifiuta anche il ruolo di Barbarella dopo aver rifiutato di essere la bond-girl  di 007, dalla Russia con amore nel 1963.
In Italia nel 1966 gira il film che la consacra alla storia del cinema, Signore&Signori di Pietro Germi, grazie alla parte della bella cassiera Milena che vorrebbe rifarsi una vita con il ragioniere oppresso dalla moglie ma il perbenismo della comunità impedisce il coronamento del nuovo sogno d’amore.

Signore&Signori

Da quel momento Virna Lisi gira almeno un film all’anno, pellicole dagli esiti diversi, a volte anche ingiustamente dimenticati come Roma Bene di Lizzani (1971).
Lacicala Il film che amo di più dell’attrice è La Cicala del 1980 di Alberto Lattuada dove il ritorno della figlia adolescente turba il mondo che gira attorno a Milva Malinverni, ex prostituta e ora proprietaria di un motel per camionisti. Il ruolo di Milva vale all’attrice un David di Donatello e una Grolla d’oro come miglior attrice; il ruolo di donna matura ancora piacente le viene definitivamente cucito addosso da Sapore di Mare (1983), la celeberrima commedia nostalgica di Carlo Vanzina in cui la bella Adriana Balestra fa perdere la testa al figlio di una coppia di amici, Gianni, facendogli scordare la bellissima fidanzatina interpretata da Isabella Ferrari.
Dagli anni ’90 Virna Lisi dirada le apparizioni cinematografiche ma è da ricordare la vittoria a Cannes come miglior attrice per il ruolo della mefistofelica Caterina de’ Medici, imbruttita ad arte ne La regina Margot. L’attrice si dedica principalmente alla televisione diventando una star indiscussa soprattutto delle fiction di Mediaset con progetti in realizzazione anche in questo periodo, anche al cinema la rivedremo presto in Latin Lover di Cristina Comencini.

Il principe e la ballerina

The Prince and the Showgirl
UK 1957, Warner Bros
con Marilyn Monroe, Lawrence Olivier, Sybil Thorndike, Jeremy Spencer
regia di Laurence Olivier

Nel 1911 il Reggente di Carpazia, a Londra per l’incoronazione di Giorgio V, invita un’attricetta americana per una cena di piacere. Per una serie di complicazioni la ragazza resta nell’ambasciata più a lungo del previsto presenziando anche all’incoronazione al seguito della Regina Madre e ovviamente scoppierà l’amore per l’improbabile coppia.

E’ stato detto molto sul perché Il principe e la ballerina sia un film poco riuscito: il mancato affiatamento tra i due protagonisti, le fragilità di Marilyn sono state raccontate di straforo anche nel film Marilyn che racconta la permanenza inglese della diva giunga in Inghilterra per girare la pellicola.
In realtà se colpe ci sono sono tutte della regia e nel compiacimento di Sir Olivier nel mostrare la grandiosità britannica con il lungo intermezzo dell’incoronazione dove la macchina da presa si perde tra le volte e le vetrate di Westminster mentre gorgheggia uno zuccheroso coro di voci bianche.
Questo inserto, inutile ai fini della storia, appesantisce una commedia che ha invece una sua robustezza di scrittura puntando sul rovesciamento delle situazioni: la prima notte è il principe a tentare di sedurre la ballerina, la seconda sarà sarà la donna, con gli stessi gesti a cercare di sedurre il reggente, poi c’è il gioco con la spilla di commiato che a ogni nuovo ritardo Elsa Marina restituisce al principe.

Non mancano le incertezze, che per certi versi mi hanno ricordato i difetti de La contessa di Hong Kong, l’ultimo film di Chaplin con Sophia Loren. Le due dive sanno destreggiarsi molto bene con i ritmi della commedia slapstick che però risulta ormai fuori tempo massimo. Quello che manca veramente a Il principe e la ballerina è una sottolineatura della vena malinconica intrinseca nel film: siamo nel 1911, a un passo dalla Prima Guerra Mondiale che metterà fine a moltissime dinastie reali: la guerra e gli anarchici sono paventati spesso nel corso della pellicola ma manca del tutto l’atmosfera di fine di un’epoca che avrebbe sostenuto anche il finale non proprio lieto del film: tra Elsa Marina e il Granduca nasce l’amore ma la ragazza si rifiuta di seguire il Reggente, il loro amore (se durerà) è rimandato di diciotto mesi quando il giovane Re avrà l’età giusta per regnare.

Un finale dal retrogusto amaro che arriva inatteso in una commedia che ha giocato solo sulle battute e le gag, ovviamente lascia scontento il pubblico e si rivela un’occasione mancata anche perché il personaggio di Elsa Marina è davvero interessante e Marilyn sa rendere bene le nuove sfumature dell’ennesima versione di svampita pronta ad innamorarsi dopo due parole dolci e qualche bicchiere di champagne. La sciantosa però, possiede anche una fierezza indomita che le permette di resistere ai banali approcci del Granduca e da buona yankee non si fa impressionare né dal cerimoniale né tantomeno dalla complessa ragion di stato che regola i rapporti tra il Reggente e suo figlio, il futuro Re Nicola.