Il delitto del dottor Crespi

The Crime of Dr. Crespi
USA 1935
con Erich von Stroheim, Harriet Russell, Dwight Frye, Paul Guilfoyle, John Bohn, Jean Brooks
regia di John H. Auer

Quando il dottor Stephen Ross rimane ferito in un grave incidente, solo il suo più caro amico, il celebre dottor Crespi può salvarlo; in realtà Crespi odia Ross  perché ha sposato la donna che amava e coglie l’occasione dell’incidente per vendicarsi con un piano diabolico: fingere che il rivale sia morto durante l’intervento per somministrargli un farmaco che simula la morte i cui effetti durano 24 ore e poi lasciare che si risvegli sepolto vivo. Il piano non riesce perché un assistente, il  dottor Thomas, sospetta che Crespi abbia avvelenato il paziente e con l’aiuto di un altro medico decide di riesumare il cadavere per fargli un’autopsia ma il presunto cadavere si risveglia poco prima del nuovo intervento. Scoperto, a Crespi non resta che suicidarsi. 

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Liberamente ispirato dal racconto di Edgar Allan Poe, La sepoltura prematura, Il delitto del dottor Crespi è un horror mediocre che si perde troppo nella cornice comica della vita ospedaliera: c’è addirittura un italo americano  che parla in puro “broccolino” a cui viene annunciata la nascita di cinque gemelli.

È un peccato perché gli elementi disturbanti del ritrovarsi sepolti vivi ci sono: il farmaco lavora solo sulla muscolatura e il povero dottor Ross è sempre cosciente soprattutto quando Crespi gli preannuncia il destino che lo attende, ci sono anche delle riprese in soggettiva dal punto di vista di Ross della traslazione della bara al cimitero, chiaramente ispirate a Vampyr.

Mentre preannuncia alla vittima il suo fosco destino, Crespi viene ripreso dal basso verso l’alto (di nuovo soggettiva) con un gioco di luci espressioniste molto inquietante, possiamo supporre che una scena così potente in un contesto estremamente anonimo e didascalico sia stata un’idea del protagonista, il geniale Eric Von Stroheim ormai relegato a ruoli di mad doctor. 


La presenza dell’ormai ex regista è l’unico motivo per sorbirsi questo filmetto: il carisma del figlio di un bottegaio viennese che si spacciava per nobile è sempre inarrivabile e sa indossare anche un camice (più corto di quello regolamentare) come una delle sue amate divise da ufficiale. 

L’uomo scimmia

The Ape Man
USA 1943
con Bela Lugosi, Louise Currie, Wallace Ford, Henry Hall, Minerva Urecal, Emil Van Horn, J. Farrell MacDonald, Wheeler Oakman, Ralph Littlefield
regia di William Beaudine



TheApeMan


Il dottor James Brewster è scomparso: questa la notizia che attende la sorella Agatha, studiosa del paranormale di ritorno da un viaggio in Europa alla ricerca di castelli infestati. Il dottor Randall, collaboratore di Brewster, confida ad Agatha che il fratello, avendo voluto provare su di sé un ritrovato da lui scoperto, si trova in uno stato ibrido tra uomo e scimmia e si è rifugiato nel suo laboratorio segreto nella speranza di trovare un antidoto. Secondo Brewster solo l’iniezione di midollo umano può salvarlo dal suo stato ma Randall si rifiuta di aiutarlo perché per procurarsi il midollo, i cui effetti non sono certi, dovrebbe uccidere il donatore. James Brewster, con l’aiuto del fedele gorilla, si mette ad uccidere per ottenere l’antidoto che lo riporta allo stato umano per brevissimo tempo…



L'uomoscimmia


Ennesima figura di mad doctor che sperimenta in prima persona i propri intrugli: questa volta non ci si prende neppure la briga di spiegare che genere di ricerca Brewster stia compiendo, a conferma che siamo di fronte a un mediocre b movie girato in una quindicina di giorni.
Tutto scorre su binari assai rodati e la noia è in agguato anche se mi è sembrato di intravedere una latente propaganda bellica contro il nazismo quando Randall cerca di spiegare al collega che non può sacrificare delle vite umane senza neppure sapere se l’esito sarà efficace e la risposta di Brewster verte solo sull’importanza della sua vita, indifferente al sacrificio altrui.
Qualche vago richiamo a I delitti della Rue Morgue di Edgar Allan Poe quando nella mano della prima vittima, il maggiordomo di Randall, vengono ritrovati dei ciuffi di pelo scimmiesco.



L'uomo scimmia


Il trucco di Bela Lugosi è un po’ risibile ma è chiaramente spunto per il trucco de Il pianeta delle scimmie del 1968.
Altro classico tirato in ballo è il topos della bella e la bestia: quando Brewster vuole uccidere la bella fotografa per procurarsi il midollo, lo scimmione complice si ribella e uccide lo scienzato.
Di particolare c’è la cornice del film: uno strano personaggio che in alcuni momenti fa da raccordo tra i punti della storia, sbircia nello scantinato laboratorio di villa Brewster e alla fine rivela di essere l’inventore della storia: un elemento quasi surreale, certamente atipico nel genere horror, anche quando è mischiato ai toni comici.

L’uomo dagli occhi a raggi X

X: The Man with the X-ray Eyes
USA 1963, American International Pictures
con Ray Milland, Diana Van der Vlis, Harold J. Stone, Don Rickles, John Hoyt
regia di Roger Corman


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Il dottor Xavier conduce degli studi per potenziare la vista umana e per ottenere dei fondi decide di sperimentare su se stesso il composto. Gli effetti inizialmente sono ottimi: con la sua vista potenziata Xavier salva una ragazzina da una prognosi errata sulla sua cardiopatia ma le conseguenze sulla vista dello scienziato sono pesanti e l’ospedale decide di bloccare la ricerca. Xavier però è deciso a continuare la sperimentazione personale e in un diverbio uccide involontariamente il dottor Brant, il suo collaboratore. Costretto a fuggire Xavier si nasconde in un lunapark dove si spaccia per indovino ma Crane, l’impresario del numero gli propone di diventare un guaritore, il successo come guaritore mette sulle sue tracce la dottoressa Fairfax, la dottoressa che doveva decidere lo stanziamento dei fondi. La donna decide di aiutare Xavier che vuole tentare la fortuna a Las Vegas per procurarsi il denaro per continuare le ricerche. Ma al casinò ben presto sospettano delle facili vincite della coppia, Xavier è nuovamente costretto a scappare dopo aver perso i robusti occhiali che lo proteggono dalla luce ormai insopportabile. Dopo una robambolesca fuga nel deserto, Xavier arriva al tendone di un predicatore…



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Roger Corman, re dei b movie americani che ha spaziato in tutti i genere, è noto soprattutto per il ciclo d film tratti dalle opere di Edgar Allan Poe che hanno per protagonista Vincent Price.
L’uomo con gli occhi a raggi X è il primo film a colori del regista e ha per protagonista un altro grande attore ormai attempato: Ray Milland; la storia non ha nulla a che fare con Poe ma potrebbe richiamare l’orrore cosmico di Lovecraft.
Xavier è un anomalo caso di scienziato pazzo, come sempre disposto a sperimentare in prima persona i risultati dei propri studi, spinto dal desiderio di far progredire la scienza per il bene dell’umanità: riuscire a vedere attraverso la materia permette diagnosi perfette come dimostra il salvataggio della ragazzina cardiopatica. Purtroppo gli effetti del siero sono instabili e cumulativi e Xavier si trova trasportato in un mondo immateriale dove tutto si dissolve in una danza macabra di scheletri umani e architettonici; a volte la vista potenziata lo porta a vedere oltre le barriere spazio temporali perdendosi nei colori del cosmo al centro del quale c’è un occhio che scruta il mondo (o i mondi).



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La follia di Xavier non lo trasforma in un pazzo violento come l’Hyde di Jekyll ma lo fa sprofondare in un dolore solitario nato dalla comprensione della caducità della vita e di ogni attività umana.
Il superamento dei limiti scientifici non può che trascendere nella religione e la risoluzione del film sta nel confronto con un predicatore applicando alla lettera le parole della Bibbia.



L'uomo dagli occhi a raggi X


Gli effetti speciali sono abbastanza semplici ma riescono comunque a creare un mondo spettrale e stravolto in cui lo scienziato perde ogni punto di riferimento.
Non mancano aspetti più giocosi che hanno sempre coinvolto le fantasie sui raggi x: la possibilità di leggere le carte voltate e poter sbancare il casinò ma soprattutto la maliziosa capacità di vedere attraverso gli abiti delle ragazze,

Danza macabra

Italia 1964
con Barbara Steele, Georges Rivière, Margarete Robsahm, Arturo Dominici, Silvano Tranquilli, Sylvia Torrente, Giovanni Cianfriglia, Umberto Raho, Benito Stefanelli, Salvo Randone
regia di Antonio Margheriti



Danzamacabra


Il giornalista Alan Foster si reca in una taverna per intervistare E.A. Poe in trasferta londinese. Nella discussione sul sovrannaturale si inserisce anche Lord Blackwood che scommette con il giovane che non riuscirà a sopravvivere a un’intera notte nel suo castello diroccato alle porte di Londra. Il giovane accetta e inizia per lui una terrificante avventura…



Casteofblood


Un classico del cinema gotico italiano rifatto dallo stesso regista dopo pochi anni, nel 1971, in una versione a colori intitolata Nella stretta morsa del ragno.
La regia di Danza Macabra all’inizio era stata affidata a Bruno Corbucci che dovette lasciare per sopperire ad altri impegni e fu sostituito da Margheriti che si firma con il suo classico pseudonimo inglese Anthony Dawson ma tutta la crew tecnica e il cast italiano utilizza, come d’abitudine a quei tempi, un nome d’arte inglese.



Casteofblood


Il regista riprende con eleganza i topos più classici del cinema gotico fotgrafati in un contrastato bianco e nero da Riccardo Pallottini: castelli aviti dove dominano incontrastate le ragnatele, le tombe nel parco che fanno il paio con i misteriosi avelli delle cripte. Inizialmente ci ride anche il giornalista che ha accettato la scommessa ma ben presto il suo soggiorno si trasforma in un incubo che sa turbare ancora oggi, anche grazie alla bella colonna sonora di Riz Ortolani.



Danza macabra


Poco dopo il suo arrivo Alan incontra una giovane donna, Elisabeth che si presenta come la sorella rinnegata di
Lord Blackwood, le frasi sono ambigue ma il giornalista crede che sia una fanciulla viva con cui s’intrattiene piacevolmente nell’alcova ma ben presto il dottor Carmus gli spiega come nella notte del due novembre i morti del castello rivivano le loro tragiche morti: a funzionare è l’angoscia del testimone umano sospeso sulle soglie del tempo: Alan dovrà assistere alla morte di Carmus e dalla coppia che ha accettato di pernottare nel castello l’anno precedente e poi salvarsi dai fantasmi assetati di sangue grazie all’aiuto di Elizabeth che si è innamorata di lui.



Danza macabra


All’epoca il film si segnalò per l’erotismo: un seno nudo, l’estasi amorosa e la scena d’amore saffico, tutto molto casto visto con gli occhi odierni anche se l’atmosfera morbosa rimane.
Sul piano attoriale da menzionare Montgomery Gleen, ovvero Silvano Tranquilli, in un sofferto e allucinato Edgar Allan Poe.
Il plot ha qualche cedimento, i dialoghi sono forse quelli invecchiati peggio ma il colpo di scena finale è notevole: io ricordo dall’adolescenza quello identico della versione del ’71 trasmesso nel ciclo notturno di film curato da Claudio G.Fava.

Il mistero della camera nera

The Black Room
USA 1935, Columbia
con Boris Karloff, Marian Marsh, Robert Allen, Thurston Hall, Katherine DeMille, John Buckler, Henry Kolker, Sidney Bracey, Helena Grant, Colin Tapley, Marion Lessing, Torben Meyer
regia di Roy William Neill



Il mistero della camera nera


Sul casato dei Berghman aleggia una fosca profezia riportata nel motto di famiglia: il casato, nato dal fratricidio di due gemelli, si estinguerà quando nasceranno nuovamente due gemelli. La cosa accade sul finire del XVIII secolo, ben presto il secondogenito Anton lascia il castello oppresso dal peso della maledizione ma dopo una decina d’anni il gemello Gregor lo invita caldamente a tornare a casa. Gregor de Berghmann è odiato dagli abitanti del villaggio perché ritenuto responsabile della sparizione di diverse giovani donne; quando viene ritrovato nel castello lo scialle della sua ultima vittima, la cameriera Mashka, Gregor propone di cedere l’amministrazione delle proprietà ad Anton, in realtà Gregor ha invitato il gemello a tornare per ucciderlo e spacciarsi per lui. Il piano riesce piuttosto bene ma sarà Thor il fedele cane di Anton a svelare lo scambio di persona e a far scoprire che Gregor nel corso degli anni aveva riaperto la nefanda camera nera murata alla nascita dei due gemelli per impedire che la profezia si compisse nel luogo predestinato.



The black room


Un dignitoso film gotico con qualche vaga reminiscenza de Il gatto nero di Edgar Allan Poe, in questo caso è il cane che svela la presenza del pozzo dove Gregor nasconde le sue vittime e fa cadere il perfido barone sul corpo del fratello minore in modo che la lama che lo aveva trafitto uccida anche Gregor avverando così la profezia dei Berghmann che voleva che il gemello minore uccidesse il maggiore.
Il film, basto su una leggenda ungherese fu fortemente voluto dall’attore Boris Karloff che ambiva cimentarsi con un doppio ruolo, e la performance dell’attore è ritenuta ancora oggi molto valida.



Ilmistero dellla camera nera


Non ci sono particolari effetti speciali nella messa in scena dei due gemelli, tutto viene risolto con controcampi o sovrapposizioni della pellicola per mettere nella stessa scena i fratelli.
Anche le scene horror sono poche, giusto i corpi in decomposizione in fondo al pozzo, mentre l’armamentario gotico è mostrato in gran profusione: cimiteri, corvi, prigioni e ovviamente la camera nera che è una stanza di tortura dalle pareti di onice nero.



Ilmistero della cameranera


[Spoiler] Il crudele Gregor si distingue per una sensualità piuttosto laida che traspare nel modo brutale con cui corteggia la nobile Thea: il piano di fingersi Anton nasce per poter sposare la bella nipote del colonnello Hassell, il vecchio ufficiale viene ucciso per aver visto che il falso Anton usa il braccio atrofizzato per firmare i documenti e sarà sempre l’uso del braccio fintamente paralizzato per difendersi dall’attacco del cane che rivela a tutti lo scambio di persona, salvando Thea da un infelice matrimonio e permettendole di riunirsi all’amato tenente accusato della morte dello zio.

Tre passi nel delirio

Histoires Extraordinaires
Francia -Italia, 1968
con Jane Fonda, Peter Fonda, Brigitte Bardot, Alain Delon, Renzo Palmer, Terence Stamp, Salvo Randone
regia di Roger Vadim, Louis Malle, Federico Fellini



Spiritofthedead


Film a episodi ispirati ai racconti di Edgar Allan Poe, la qualità dei segmenti aumenta con il progredire del film che si apre con il capitolo firmato da Roger Vadim, Metzengerstein la storia della ricca e lussuriosa contessa Frederica de Metzengerstein che ha sempre disprezzato il cugino, il barone Wilhelm Berlifitzing, senza conoscerlo. Quando s’incontrano la donna resta colpita dal giovane e cerca di sedurlo. Viene respinta e per vendetta fa incendiare la stalla degli amati cavalli di Wilhelm che muore cercando di salvare il suo cavallo. Contemporaneamente brucia un arazzo nel castello dei Metzengerstein che rappresentava un cavallo nero e uno stallone indomabile si materializza nel cortile, solo Frederica riesce ad avvicinarlo e l’animale diventa la sua unica compagnia. Una notte di tempesta i fulmini incendiano la campagna, quella stessa notte il tappezziere termina di riparare l’arazzo mentre Frederica in sella allo stallone cavalca tra i campi incendiati finendo arsa viva.
L’attenzione di Vadim è volta più a esaltare la bellezza della moglie Jane Fonda che a seguire gli aspetti fantastici della vicenda, relegati ai paesaggi di Finistère. Ambientato in una sorta di medioevo, il film è una scusa per fare indossare alla Fonda cuna sere di abiti fantasiosi e sexy un po’ sulla falsa riga di Barbarella. Il barone Berlifitzing è interpretato dal fratello Peter Fonda.



Histoires extraordinaires
3passineldelirio


Il secondo segmento, William Wilson è diretto da Louis Malle che è piuttosto fedele al testo del racconto di Poe: William Wilson è un bullo senza scrupoli che nei momenti peggiori viene regolarmente salvato da un omonimo che impedisce che Wilson compia i suoi misfatti; stanco delle intromissioni, Wilson lo sfida a duello e lo uccide poi, pur non essendo cattolico, confessa tutto ad un prete prima di suicidarsi perché ha ucciso la parte migliore di sè. Ancora una volta si punta su due nomi di spicco della cinematografia francese: Alain Delon, sicuramente in parte e Brigitte Bardot con parrucca nera, in un ruolo che è poco più di un cameo, ha più pose il prete interpretato dal nostro Renzo Palmer, ma siccome c’è la scena in cui Wilson frusta la schiena nuda di Giuseppina, la presenza dei due belli per eccellenza del cinema francese aveva i suoi vantaggi. Va detto che Louis Malle avrebbe preferito Florinda Bolkan e non trovava la Bardot adatta al ruolo. In ogni caso pur senza guizzi, il regista realizza un episodio dignitoso, dove si segnala ancora una volta l’ambientazione, la piazza di Bergamo alta.



Tobydammit


Il terzo capitolo affidato a Federico Fellini è quello che rende memorabile l’intera operazione; Toby Dammit è la storia di un attore inglese in declino che viene in Italia per girare un western in chiave cristologica, l’uomo ha accettato il ruolo solo perché il produttore gli ha promesso una Ferrari che gli viene consegnata dopo un’intervista televisiva e una premiazione, Completamente stravolto dall’alcol e da un’allucinazione che lo perseguita da tempo, Toby finirà in un burrone con la testa decapitata da un sottile filo d’acciaio.
Fellini è l’unico che riadatta il racconto di Poe, portandolo nel presente e riuscendo a infondere alle sue tipiche atmosfere surreali una dimensione più cupa e mortifera. Davvero notevole le sequenze iniziali con l’arrivo in aeroporto e il viaggio attraverso Roma, un delirio psichedelico di toni aranciati e di giochi di riflessi sui vetri dell’auto. Fellini mette in scena tutto il suo mondo di strambi personaggi del sottobosco cinematografico, donnine dalle grandi forme e dalle pettinature ancora più esagerate, volti bizzarri, un vecchio attore semicieco chiaramente ispirato al Totò malato degli ultimi anni (il comico era morto l’anno prima, nel 1967).



3 passi nel delirio


La dimensione solitamente onirica e giocosa assume un tono sulfureo sottolineato dalla visione di Damnit, la ragazzina con la palla, citazione se non plagio della bambina di Operazione Paura di Bava che scoprì l’”omaggio” solo vedendo l’opera del collega al cinema.

Il vampiro dell’isola

Isle of the Dead
USA 1945 RKO
con Boris Karloff, Ellen Drew, Marc Cramer, Katherine Emery, Helene Thimig, Alan Napier, Jason Robards Sr., Ernst Deutsch
regia di Mark Robson



Ilvampirodellisola


1912: dopo una vittoriosa battaglia il generale  greco Pherides, in compagnia del reporter americano Oliver Davis va a visitare la tomba della moglie che si trova su un isolotto poco distante dal campo di battaglia e trova la tomba profanata. Sentendo cantare i due uomini s’addentrano nell’isola e trovano la casa di un archeologo che dice che il cimitero è stato violato dai ladri di tombe ma la vecchia governante Kira confida al generale che tra i morti era stata trovata una  vorvolaka.
Allo sprezzo di Pherides, Kira fa notare l’aspetto emaciato di un’ospite di Albrecht mentre Thea, la ragazza che si occupa della donna è estremamente fiorente. La morte improvvisa di un altro ospite della casa costringe il generale, il dottore del suo esercito e gli ospiti della villa a una convivenza forzata per evitare che il contagio si diffonda fuori dall’isola.
Pherides si lascia convincere dalla vecchia gpvernante che Thea sia una figura malefica mentre il reporter e la signora St.Aubyn difendono la ragazza dalle credenze popolari ma l’arcano ha avrà un finale inaspettato..




Isle of the dead


Classico horror della RKO di Val Lewton, basato tutto sulle suggestioni, i giochi d’ombra e le antiche leggende popolari; questa volta tocca alla Grecia con la figura della vorvolaka, il vampiro del folklore ellenico. Il titolo inglese rimanda al celebre quadro di Arnold Böcklin ripreso fedelmente dall’isola cimitero su cui si svolge la vicenda.




Ilvampirodell'isola


Solo 71 minuti giocati,anche con qualche momento di stanchezza, sul capire chi sia l’essere malefico che infesta la casa: Boris Karloff, “il cane da guardia” come viene definito, rischia di essere il maggior sospettato con l’espressione allucinata e le profonde occhiaie che caratterizzano il suo personaggio.




Isleofthedeath


In realtà nessuno è stato contagiato da una vorvolaka ma la suggestione crea un mostro e quando Mrs.St.Aubyn cade in catalessi viene subito inumata per evitare il contagio. Il risveglio della donna, ispirato a La caduta della casa degli Usher di Poe, porta ad improvviso innalzamento della tensione e la voce che si sente lamentarsi a schermo completamente nero provoca ancora un perfetto brivido di terrore a conferma che i meccanismi della paura non cambiano col passare del tempo e che Lewton e i suoi registi sapevano metterli in scena perfettamente.

Il mulino delle donne di pietra

IlmulinodelledonnedipietraItalia 1960
con Scilla Gabel, Pierre Brice, Herbert A.E. Böhme, Dany Carrel, Wolfgang Preiss, Liana Orfei, Marco Guglielmi
regia di Giorgio Ferroni

Il giovane Hans Von Arnim si reca dal professore  Gregorius Wahl per raccogliere il materiale per lo studio da pubblicare in occasione del macabro centenario del carillon che il nonno di Wahl ha impiantato nel mulino.
Hans viene sedotto da Elfi, la bella figlia di Wahl che vive reclusa perché ogni emozione può esserle fatale e infatti muore tra le braccia di Hans durante un litigio quando lui le confessa di amare Liselotte. Il giovane non sa che il padre e il dottor Bohlem strappano da anni Elfi dalla morte sacrificando fanciulle ignare i cui cadaveri entrano a far parte del carillon..

Un classico della stagione gotica italiana che, pur usando tutto il repertorio classico dell’orrore, cimiteri e porte cigolanti incluse, resta ancora godibile nonostante il ritmo lento per gli standard attuali, grazie alle inquietanti statue del carillon ispirate a personaggi storici dal destino fosco.




Ilmulinodelledonnedipietra


E’ piuttosto inusuale l’ambientazione olandese che fa da sfondo, con la nebbia e le le chiatte sui canali, alla macabra storia che funziona anche grazie alla contrapposizione tra l’atmosfera plumbea del mulino dove si consuma la vita solitaria di Elfi e la vitalità dei giovani d’inizio secolo: Liselotte è una studentessa d’arte, Annelore una modella che finisce a far la statua nel mulino invece che la vedette in un cafè chantant parigino.




Mulinodelledonnedipietra


Ferroni sa fondere con originalità diversi riferimenti, da quelli letterari di Edgar Allan Poe (la necrofilia e la resurrezione) a quelli cinematografici, il più lampante è quello con La Maschera di Cera di Andrè De Toth tanto che confesso di aver fuso i due film, nelcorso degli anni, in un introvabile Mulino delle donne di cera!
L’elemento di forza sta nella fotografia in technicolor che con una semplice variazione di filtro sa costruire l’allucinazione a cui è soggetto Hans dopo esser stato drogato e le statue molto più inquietanti di quelle de La Maschera di Cera.

Il Simbolismo

Simbolismoloc

Chiuderà domenica 5 giugno la mostra milanese sul movimento artistico che si sviluppa nell’ultimo quarto del XIX secolo.
Il simbolismo ha i suoi prodromi nell’opera poetica e critica di Charles Baudelaire, il primo ad avvertire la crisi del pensiero positivista che ha permeato buona parte del’800 a partire dalla rivoluzione industriale. Sul finire del secolo le certezze positiviste vengono minate dalle scoperte darwinane che tolgono all’uomo il primato e l’imprimatur divino, il negativismo filosofico di Nietzsche e Schopenhauer e l’affermazione del ruolo fondamentale dell’inconscio che emerge dagli studi di Freud.
AutoritrattoAlbertoMartini

Questi scossoni scientifici si riversano sull’arte e se per lungo tempo il simbolismo è stata considerata un’esperienza artistica di ambito franco-belga, la mostra milanese dimostra che il movimento, nelle sue varie declinazioni ha avuto dimensioni ben più vaste e indaga con maggiore attenzione il simbolismo italiano, forse un poco più tardo ma con esiti notevoli e mettendo in luce anche artisti poco conosciuti come Alberto Martini a cui è dedicata un’intera sezione con il suo autoritratto e diversi disegni tratti dalla serie de La Parabola dei Celibi e da quella ispirata ai racconti di Edgar Allan Poe. Anche Attilio Mussino, Attilio Bonazza, Pompeo Mariani,Francesco Lojacono, Cesare Laurenti, Cesare Saccaggi e Domenico Baccarini dimostrano tutta la vitalità della stagione simbolista italiana.
La donna è sicuramente la figura centrale del movimento simbolista che la esalta nel suo duplice aspetto di tentatrice voluttuosa e demoniaca e più che alle due versioni de Il peccato di Franz von Stuck penso all’inquietante Donna serpente di Achille Calzi, opposta alla forza generatrice del femminile rappresentato da Segantini o Bistolfi.
Carezze (L’Arte) di Fernand Khnopff, che campeggia sulla locandina, ben racchiude il duplice femminino; il quadro è esposto in Italia per la prima volta.
La tentazione femminile è ovviamente rivolta alla voluttà dell’eros che i simbolisti coniugano sempre con thanatos come dimostra La Sirena di Giulio Aristide Sartorio: il vigoroso e sensuale gesto del pescatore verso la bianca e abbandonata figura femminile trova soluzione nell’angolo sinistro del quadro, dove giacciono le ossa di chi ha già ceduto alla mortale tentazione della sirena.
La mitologia affascina molto i simbolisti, in particolare il mito di Orfeo a cui è dedicata un’intera sezione.
GiorgioKienerkIlDolore

Sezioni sono dedicate ai più illustri esponenti del movimento: a Odilon Redon è riservata una sala con otto delle sue litografie più bizzarre, il belga Felicien Rops è presente nella sezione iniziale dedicata a Baudelaire di cui illustrò Les Épaves e ha un sala dedicata a dieci suoi disegni, mentre una sezione è dedicata ai dieci disegni della serie Il Guanto di Max Klinger, a cui anche Francesco De Gregori ha dedicato una canzone.
Bocklin e Moreau sono uniti nell’analisi nel loro ritorno al mito: L’isola dei morti in mostra è una copia di Otto Vermehren ma da Le sirene di Moreau si capisce quando Matisse abbia preso dalla lezione del suo maestro.
Anche i Nabis vantano una sala dedicata a loro con opere del fondatore Serusier e del più celebre esponente Maurice Denis, anche se il mio quadro preferito resta Il mare giallo di Georges Lacombe.
La mostra si conclude con gli artisti italiani che meglio hanno saputo coniugare la lezione simbolista con lo stile liberty: Giorgio Kiernek si ispira chiaramente a Mucha nel trittico de L’enigma umano, mentre Galileo Chini sembra trovare ispirazione per il suo gusto decorativo nella lezione di Klimt, a cui attinge, ma con esiti molto diversi, anche Vittorio Zecchin: quattro pannelli del suo ciclo de Le Mille e una notte concludono la mostra.

Il Simbolismo
dal 3 febbraio al 5 giugno 2016
Palazzo Reale – Milano

Crimson Peak

Crimsonpeak Edith Cushing è la figlia di un magnate americano, con il sogno di diventare una scrittrice; quando incontra il baronetto inglese Thomas Sharpe, è subito amore ma Mr. Cushing, che ha fatto condurre delle ricerche sul giovanotto, osteggia il matrimonio costringendo Sharpe a spezzare il cuore alla figlia. Cushing però muore improvvisamente ed Edith, a cui Thomas ha confessato tutto, può coronare il suo sogno d’amore e seguire il marito nella sua magione in Inghilterra, non sapendo che la tenuta è nota anche Crimson Peak, proprio il luogo da cui lo spettro della madre invita Edith a star lontana fin dall’infanzia..

Crimson Peak segna il ritorno di Guillermo del Toro al genere horror, più propriamente al filone gotico con tanto di fantasmi e casa fatiscente.
Le atmosfere gotiche del film sono suggerite da una serie di allusioni, più che citazioni, a tutta la letteratura e la filmografia del genere: uno dei riferimenti più chiari riguarda l’amore impossibile di Thomas che ripropone il melodramma amoroso di Cime Tempestose; la casa fatiscente che sta sprofondando sotto i due fratelli schiavi del loro passato ha reminiscenze de La caduta della casa degli Usher e la determinazione con cui Lucille Sharpe protegge i segreti della magione ricordano (anche nella rigidità della postura) la signora Danvers, la governante di Rebecca la prima moglie.
Da un punto di vista artistico il rifemento va alla pittura preraffaellita e il look di Mia Wasikowska nella desolata Allerdale Hall si ispira chiaramente al quadro di Sir John Everett Millais The Bridesmaid.

Millaismia

L’uso di colori molto saturi richiama il ciclo dedicato a Poe diretto da Roger Corman con Vincent Price per protagonista.
Mille altre suggestioni si possono trovare nell’opera del regista messicano che però non è solo un film calligrafico: se “i fantasmi sono solo una metafora”, come ripete spesso Edith, questa storia per certi versi scontata (anche se si svela a poco a poco) è di grandissima attualità e di grande presa sul pubblico, visto il grande interesse che suscitano gli episodi di cronaca nera che in fondo ripropongono le stesse tematiche del film: passione, gelosia, denaro.