I banditi del tempo

Time Bandits
UK 1981
con Craig Warnock, David Rappaport, Kenny Baker, Mike Edmonds, Jack Purvis, John Cleese, Sean Connery, David Warner, Ian Holm, Michael Palin, Shelley Duvall, Peter Vaughan, Katherine Helmond, Ralph Richardson, David Daker, Derrick O’Connor, Jim Broadbent
regia di Terry Gilliam

La camera di Kevin sembra essere diventata un portale spazio temporale: sei nani irrompono dall’armadio inseguiti dall’Essere Supremo. Kevin li segue con la sua macchina fotografica. I sei nani sono gli aiutanti dell’Essere Supremo che hanno deciso di compiere furti memorabili fuggendo dal luogo del crimine usando dei varchi temporali segnati su una mappa. Il Male segue quest’impresa dal suo castello e attira la banda ma l’arrivo dell’Essere Supremo rivela che il furto della mappa faceva parte del suo piano. Kevin si risveglia nella casa che sta andando a fuoco, salvato da un pompiere che assomiglia all’Agamennone che ha incontrato nel viaggio nel tempo…

I banditi del tempo è il secondo film da regista di Terry Gilliam diretto al di fuori dei Monty Phyton ed è il primo capitolo della trilogia dell’immaginazione che prosegue con Brazil e  Le avventure del barone di Münchhausen.

La fuga dalla realtà dei tre film si caratterizza  per avere il punto di vista di un ragazzino ne I Banditi del tempo, di un adulto in Brazil e di un vecchio ne Le avventure del barone di Münchhausen.

Scritto con Michael Palin, il film ripropone molto dell’umorismo surreale dei Monty Phyton soprattutto nella prima parte, nei personaggi di Napoleone ossessionato dalla scarsa altezza e di un Robin Hood decisamente svanito.


Più il viaggio a ritroso nel tempo prosegue più il film trova una sua autonomia: la figura di Agamennone, libera da ogni connotazione di stampo classico, diventa un surrogato della figura paterna: i genitori di Kevin sono completamente assorbiti dalla televisione e dall’interesse per gli elettrodomestici di ultima generazione che diventano uno status symbol. Ad interpretare il re di Micene c’è Sean Connery, fan dei Monty Phyton, che partecipò al film per un compenso simbolico (ma una percentuale sugli incassi).

Screenshot

Anche da un punto di vista scenografico la rappresentazione si fa più fantasiosa dal periodo miceneo: le maschere degli Atridi, le teste taurine o equine sono avvincenti come l’immaginario nel Regno delle Leggende. 

Più essenziale e metafisica la rappresentazione della Fortezza delle Tenebre Eterne, regno del Male. L’antagonista dell’Essere Supremo è ossessionato dalla tecnologia in particolare i computer e fa impressione che un film di 45 anni fa sapesse già prevedere i danni di una tecnologia ancora agli albori.

Kevin e i suoi amici stanno soccombendo nella battaglia contro il Male e vengono salvati dall’arrivo dell’Essere Supremo che aveva organizzato tutto il piano. I nani tornano al loro lavoro di creatori di elementi naturali e Kevin deve tornare al suo mondo, con un risveglio molto brusco e tragico: la casa sta andando a fuoco perché un pezzo del Male è sfuggito all’operazione di pulizia dei nani e si è istallato nel microonde. Quando i genitori di Kevin cercano di toccarlo vengono polverizzati lasciando solo il ragazzino: un finale ben poco conciliante per quello che viene considerato un film per ragazzi 

Darby O’Gill e il re dei folletti

Darby O’Gill and the Little People
USA 1959 Disney
con Albert Sharpe, Janet Munro, Sean Connery, Jimmy O’Dea, Kieron Moore, Estelle Winwood, Walter Fitzgerald, Denis O’Dea, J.G. Devlin, Jack MacGowran, Farrell Pelly, Nora O’Mahoney
regia di Robert Stevenson



Darby o'gill and the little people


Darby O’Gill è il vecchio custode della tenuta del signorotto della contea che trascorre la maggior parte del suo tempo al pub a raccontare della sua amicizia con il re dei folletti. Il proprietario decide quindi di mandarlo in pensione e affidare la tenuta al giovane Michael McBride che arriva da Dublino. Darby si preoccupa soprattutto per la figlia Kathy, costretta a lasciare la casa in cui è cresciuta e chiede a Michael di non dirle niente e lo fa passare per un suo aiutante. Intanto il re dei folletti, saputo della cacciata di Darby lo attira nel suo regno con un inganno, dato che non potrà più abbandonarlo, ma il vecchio Darby fugge, sempre per raggiungere la figlia e riesce a sua volta a intrappolare Re Brian per poter esprimere i tre deisderi più congeniali al destino di Kathy che intanto non disdegna le attenzioni del bullo del villaggio, Pony Sugrue, ma è anche attratta da Michael fino a quando non scopre la verità sul suo vero lavoro. Sconvolta esce di notte e finisce per ammalarsi, Darby sente la Banshee piangere e vede il cocchio della morte e chiede a re Brian di poter salire sul cocchio al posto della figlia, il re dei folletti lo concede ma poi con un trucco dei suoi libera Darby salvando così il padre e la figlia che nel frattempo ha capito le buone intenzioni di Michael.



Darbyo'gillandthelittlepeople


Un classico dei live action Disney, ispirato alla cultura gaelica. Walt Disney aveva in mente il progetto fin dalla fine degli anni ’40, dopo un viaggio in Irlanda ma lo realizzò una decina di anni dopo affidando la regia a uno dei più fidati registi della sua scuderia, Robert Stevenson, il regista di Mary Poppins.
Nonostante abbia superato i sessant’anni, la pellicola si rivela ancora piacevole alla visione, regalando una graziosa fantasia sulle leggende celtiche tratte da una raccolta di racconti omonima del 1902, scritta da Herminie Templeton Kavanagh.
Gli effetti speciali sono pochi e relativi al rapporto tra Darby e il suo minuscolo amico/rivale, non manca l’elemento gotico nelle sovraimpressioni a effetto negativo della Banshee e del cocchio della morte con cui Darby combatte strenuamente per salvare la figlia.
Un altro elemento d’interesse è la presenza di un poco più che debuttante Sean Connery che canta con voce profonda My Pretty Irish Girl insieme alla coprotagonista Janet Munro e la canzone ebbe anche un notevole successo di vendite.



Darby o gill eilredei folletti


Il film non venne distribuito nelle sale italiane e arrivò nel nostro Paese solo nel 1988 per un ciclo in prima serata su Rai 1 di classici della Disney, il doppiaggio risale a quel periodo e risulta un po’ approssimativo, soprattutto nella traduzione di alcuni termini della mitologia irlandese (Banshee al maschile, per esempio).

The Untouchables – Gli intoccabili

USA 1987 Warner Bros
con Kevin Costner, Sean Connery, Robert De Niro, Andy Garcia, Charles Martin Smith, Richard Bradford, Jack Kehoe, Brad Sullivan, Billy Drago, Patricia Clarkson, Steven Goldstein, Peter Aylward, Don Harvey
regia di Brian De Palma


Gliintoccabili


Nella Chicago del proibizionismo Al Capone gestisce il suo impero quasi alla luce del sole, ostentando la sua ricchezza e rilasciando interviste. L’integerrimo agente del Tesoro Eliot Ness viene incaricato di catturare il boss ma il suo primo tentativo fallisce e Ness si ritrova sbeffeggiato dalla stampa. Incontra casualmente un vecchio poliziotto di origine irlandese, Jimmy Malone e lo coinvolge nell’impresa di catturare Capone. Malone mette in guardia Ness dalla corruzione che serpeggia anche nel dipartimento di polizia e lo aiuta a creare una squadra speciale “Gli intoccabili” composta da loro due, una recluta di origini italiane e un contabile che ha l’idea di accusare il mafioso per frode fiscale. L’impresa riesce ma costa il dimezzamento della squadra…



Gliintoccabili


Ispirato all’autobiografia di Eliot Ness e all’omonima serie tv dei primi anni ’60, The Untouchables è una grandiosa produzione hollywoodiana dei secondi anni ’80 con un grandioso cast (di belloni tra l’altro) e un reparto tecnico e creativo di tutto rispetto: la sceneggiatura è di David Mamet, la musica di Morricone i costumi di Armani e alla regia c’è Brian de Palma che fa sfoggio di tutta la sua abilità tecnica e il suo citazionismo: il film è noto per aver riproposto la scena della carrozzina de La corazzata Potëmkin, ma oltre all’immancabile Hitchcock il regista cita anche altri capolavori del cinema: nello scontro a fuoco nella casupola al confine con il Canada, dopo che Ness ha ucciso un mafioso che non ha abbassato l’arma, Malone lo raggiunge mentre Ness è ripreso di spalle sulla veranda come John Wayne nella famosissima inquadratura di Sentieri Selvaggi.



Theuntouchables


I virtuosismi tecnici si sprecano: l’inquadratura iniziale è un carrello che scende dall’alto su Al Capone che si sta facendo fare la barba mentre concede un’intervista, il set da barbiere è quello realmente appartenuto al boss.
La ricostruzione del periodo storico è del resto ineccepibile, colpiscono gli interni: archi e cupole dominano la stazione, il palazzo di giustizia, il teatro, riportandoci al cinema di Orson Welles con cui De Palma ha collaborato a inizio carriera.
La fotografia riporta invece ai tardi anni ’50, la serie tv inizia del 1959 e i colori sottolineano le atmosfere hitchcockiane: l’insistenza sulla valigia che costa la vita alla bambina nel pub, il letto vuoto della figlia di Ness che fa sospettare il rapimento mentre la bambina sta giocando tranquilla di fianco al lettino vuoto…



Gliintoccabili


I bambini hanno una valenza simbolica, l’innocenza: l’omicidio della piccola dilaniata dalla bomba nel bar, scatena l’opinione pubblica contro la guerra della birra, Ness è l’unico ad avere una famiglia, una figlia e un bambino in arrivo: è per loro che deve costruire un mondo migliore osservando rigidamente le leggi ma quando ci si trova davanti al male assoluto bisogna avere il coraggio di sporcarsi le mani, come insegna il vecchio Malone e così nel celebre sottofinale alla stazione, Ness non esita di mettere a rischio la vita di un bambino innocente pur di catturare il contabile, da qui la famosa citazione della carrozzina con atletico lieto fine dell’aitante recluta Andy Garcia.
Lo scontro senza esclusione di colpi tra i quattro incorruttibili e Al Capone assume una dimensione epica che spiega l’atmosfera western nella sequenza al confine del Canada tra John Ford, Kurosawa e Peckinpah.

Robin e Marian

Robin e MarianRobin and Marian
GB 1976 Columbia
con Sean Connery, Audrey Hepburn, Robert Shaw, Richard Harris, Nicol Williamson, Denholm Elliott, Kenneth Haigh, Ronnie Barker, Ian Holm
regia di Richard Lester

Alla morte di Riccardo Cuor di Leone, che han seguito per vent’anni, Robin Hood e il fedele Little John fanno ritorno alla foresta di Sherwood ritrovando Fra’ Tuck e Will Scarlett; Robin scopre che l’amata Marian è diventata badessa di un convento e sta per essere arrestata dallo sceriffo di Nottingham, allora la salva dal carcere ritrovando in un sol colpo l’amore e l’acerrimo nemico di sempre…

Una pellicola dolce amara che rilegge in chiave melanconica il mito di Robin Hood eliminando tutti gli orpelli retorici.
Il senso di morte è anticipato dalle tre mele mezze marce dei titoli di testa e che torneranno nel finale con un significato più chiaro e già il prologo che narra l’ultimo assedio di Riccardo Cuor di Leone in terra di Francia, l’assedio a un castello rifugio di donne e bambini inermi che il sovrano inglese non esita a massacrare per impossessarsi di una leggendaria statua d’oro che non è altro che un antico cippo romano, ci mostra i personaggi spogli della loro patina leggendaria, con alcuni spunti comici (i due armigeri che per prendere una pietra da mettere sulla catapulta si scontrano con gli elmi) che sembrano derivare dal nostro Brancaleone anche nella descrizione delle terre desolate e saccheggiate dai potenti.



Robin-and-marian


Riccardo Cuor di Leone è un pazzo, pronto ad uccidere anche il suo fedele Robin Hood che si è rifiutato di partecipare a quest’inutile mattanza e solo la morte del re salva Robin e Little John dalla pena capitale.
Disincantato Robin fa ritorno in Inghilterra e il ritrovare gli amici che gli cantano le canzoni gloriose delle mille imprese che lui non ha mai compiuto, ritrovare Marian e anche il nemico di un tempo, lo sceriffo di Nottingham riaccendono in lui la passione per la battaglia per una giusta causa.



Robin and Marian


Anche lo sceriffo questa volta non è il perfido vilain di sempre: a sua volta sopravvissuto di un epoca mitica, che non ha fatto carriera perché sa leggere e ciò non è ben visto alla corte reale, costretto a scendere a patti con nobili gaglioffi è ben contento di ritrovare il suo rivale di un tempo e cercare di batterlo con l’astuzia ma Sir Ranulf preferisce farsi dare duecento soldati dal re e per salvare i giovani che si sono uniti alla rivolta Robin propone una sfida tra sé e lo sceriffo. Se fino al duello, la pellicola scherza con gli acciacchi della mezza età di Robin, mostrandocelo con le giunture doloranti dopo una notte passata a dormire nella foresta, ora la fatica e la stanchezza dei due vecchi nemici assume un tono epico e drammatico nello sforzo palese di maneggiare gli enormi spadoni ma l’impossibilità per entrambi di dichiararsi sconfitti.



Robin e marian


Marian è interpretata da una splendida Audrey Hepburn che torna al cinema dopo una pausa di nove anni. Robin la ritrova badessa del convento in cui si è rifugiata dopo che lui se n’era andato senza nemmeno salutarla, la passione tra i due ritorna immediatamente nonostante gli imbarazzi le paure (soprattutto femminili) di non essere più desiderabili come in gioventù.
Ritrovato il suo grande amore Marian non è più disposta a perderlo e si fa artefice del loro destino in un finale commovente e tragico degno di un grande amour fou.

20 anni senza Audrey Hepburn

Audreyhepburn Se ne andava venti anni fa Audrey Hepburn, icona di stile che in questi anni ha visto levitare il suo mito superando quasi quello di Marilyn. Mi diverte molto che la idolatrino ragazzine dalle sopracciglia (orrendamente) depilate e dalle unghie perfette mentre la loro beniamina aveva delle sopracciglia folte e per quanto riguarda le unghie mi è sempre rimasto impresso l’aneddoto raccontano da Isabella Rossellini nella sua autobiografia del 1997 in cui descrive la diva con le unghie listate di nero ma non per questo meno charmant.
Abbandono la mia indebita incursione nella moda a e torno al cinema.
Audrey Kathleen Ruston nasce a Bruxelles il 4 maggio 1929, il padre è inglese mentre la madre è un’aristocaratica olandese. Wikipedia risolve le curiosità sull’omonimia di Audrey e Kate Hepburn alludendo a una propabile medesima discendenza dal quarto Conte di Bothwell, James Hepburn.
Il divorzio dei genitori porta Audrey a vivere a Arnhem, cittadina olandese che subisce l’invasione nazista. Audrey Hepburn ha sempre giustificato la sua magrezza con la fame patiti nei duri anni sotto il dominio nazista.
Di certo anche la disciplina dovuta agli studi di danza regalano alla diva la linea invidiavibile che sarà una caratteristica della sua carriera.
Il debutto cinematografico avviene nel 1948 in un documentario educativo (L’olandese in 7 lezioni); nonostante alcune particine in produzioni cinematografiche britanniche, è il lavoro nel musical teatrale tratto da Gigi di Colette (che la scelse personalmente per il ruolo di protagonista) a portarla nel 1951 in tournee a Broadway dove vince il Theatre World Award.
Nel 1952 incanta regista (William Wyler) e produzione nel provino di Vacanze romane per il cui ruolo principale si era pensato a Liz Taylor. Gregory Peck chiede che il nome della sconosciuta attrice sia messo in cima al cartellone perchè si dice certo che la giovane Audrey vincerà l’Oscar. Per Vacanze romane, forse il suo ruolo più signifivo, la Hepburn vince non solo l’Oscar ma anche diversi altri importanti premi.
Per regia di Billy Wilder nel 1954 l’attrice gira Sabrina altro monumentale film che la pone nell’olimpo cinematografico.

Vacanzeromane:sabrina

Colazionedatiffany Nel 1956 è Natasha Rostova in Guerra e Pace il kolossal tratto dal classico di Tolstoy diretto da King Vidor; nel ’57 sfoggia il suo talento di ballerina accanto a Fred Astaire in Cenerentola a Parigi ed è la giovane sognatrice che fa innamorare il vecchio playboy Gary Cooper in Arianna ancora per la regia di Billy Wilder. Nel 1959 la prima prova drammatica della carriera che le vale la terza nomination agli Oscar, il secondo BAFTA e un David di Donatello, Storia di una monaca diretto da Fred Zinnemann.
Nel 1960 vesti i panni di una mezzosangue indiana nel western di John Huston Gli inesorabili.
Nel 1961 il terzo film pilastro della sua carriera: Colazione da Tiffany dove interpeta la sofisticata e svampita Holly Golightly e incanta tutti cantando Moon river guadagnandosi una quarta nomination agli Oscar.
Nel 1962 gira un film dai toni molto scabrosi per l’epoca, trattando il tema del lesbismo, Quelle due. A dirigerla e’ nuovamente il regista di Vacanze romane, William Wyler che gira il remake de La calunnia diretto dal medesimo regista nel 1936. Accanto a Audrey Hepburn c’e Shirley MacLaine nei panni dell’insegnante effettivamente innamorata dell’amica che dopo l’insinuazione della studentessa si suicida.
Nel ’63 è protagonista accanto a Cary Grant di Sciarada, raffinata commedia giallo rosa diretta da Stanley Donen.
Nel 1964 Audrey Hepburn interpreta il lussuoso musical firmato da George Cukor, My fair lady ispirato all’opera Pigmalione di George Bernard Shaw.
Nel 1966 gira Come rubare un milione di dollari e vivere felici accanto a Peter O’Toole e Eli Wallach, l’ultima commedia diretta da William Wyler, il regista che l’aveva lanciata in Vacanze romane.


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Sempre per la regia di Stanley Donen nel 1967 è Joanna Wallace, una donna in crisi con il marito che compie un ultimo viaggio con lui e rievocando i bei tempi del loro amore ritrova la forza per ricominciare. Due per la strada resta una delle pellicole più interessanti sull’analisi del rapporto di coppia e valse una nuova nomination agli Oscar alla Hepburn. Nello stesso periodo l’attrice si separa dal marito, l’attore Mel Ferrer che aveva sposato nel 1954. Il dramma personale si consuma durante la lavorazione del thriller, prodotto dallo stesso Ferrer, Gli occhi della notte, in cui Audery Hepburn interpeta una donna cieca venuta accidentalmente in possesso di una partita di droga. Il film è diretto da Terence Young.
Dopo il ‘67 Audrey Hepbur dirada le sue apparizioni cinematografiche preferendo dedicarsi alla nuova famiglia formata con lo psichiatra italiano Andrea Dotti; da segnalare però il film girato nel 1976 accanto a Sean Connery per la regia di Richard Lester: Robin e Marian racconta le ultime avventure di Robin Hood a vent’anni di distanza dalle sue gloriose imprese. Tornato dalle Crociate ritrova Marian che si è fatta suora, stanco di aspettarlo mentre lo sceriffo di Nottingham continua a vessare il popolo.
L’ultima apparizione dell’attrice sul grande schermo risale al 1989 con un cameo in Always di Spielberg.
Finito anche il matrimonio con Dotti nel 1982, Audrey Hepburn si dedica a opere benefiche soprattutto a favore dei bambini per conto dell’UNICEF. Si spegne il 20 gennaio 1993, a soli 64 anni per un cancro intestinale.

Casino royale

Casinoroyale Son passati quasi 45 anni da quel primo Agente 007, licenza di uccidere che porto’ al successo un attore, Sean Connery e mitizzo’ il personaggio che interpretava, la spia playboy e raffinata, avvezza ai piaceri del jet-set. Dopo quasi mezzo secolo un restyling del personaggio era piu’ che doveroso ed ecco che anche la struttura fisica del nostro eroe si modifica: dalle figure longilinee e slanciate dei tre piu’ celebri interpreti, Sean Connery, Roger Moore e Pierce Brosnan, dotati anche di un fascino ironico si passa al fisico massiccio di Daniel Craig i cui occhi di ghiaccio lasciano trapelare una cupa determinazione e ben poca voglia di scherzare. Il cambio, giudicato azzardato ha invece funzionato benissimo e la nuova versione dell’agente segreto piu’ famoso del mondo ben si adegua a questi tempi duri, dove e’ impossibile lasciarsi una scia di cadaveri alle spalle con poche gocce di sangue e il sorriso sulle labbra.
Quello che a mente fredda spiace (e dovrebbe dispiacere soprattutto ai maschietti) e’ che l’ultimo esemplare di impenitente sciupafemmine e’ ormai tramontato e la sua carriera di tombeur de femmes viene giustificato nel piu’ banale dei modi: il cuore spezzato da una donna, che non e’ neppure una perfida dark-lady, ma adeguandosi alla moda neocon, che punta piu’ sulle Marie Goretti che sulle Maddalene, se la fanciulla non ha comportamenti specchiati e’ solo perche’ sta subendo un ricatto per amore.
Anche i moduli filmici si allineano ai canoni vincenti del cinema attuale: molta meno tecnologia, (manca all’appello la figura di Q) e molta piu’ azione fisica spttacolare: il bellissimo inseguimento iniziale tra Bond e il ragazzo africano sembra appartenere piu’ al filone di Spiderman che a quello solito dell’agente segreto.
Come gia’ detto tutte queste novita’ (o forse sarebbe meglio chiamarle adeguamenti al gusto corrente dello spettatore) funzionano e ci si appassiona alla trama che pur essendo lunga come vuole un altra regola attuale del blockbuster (2 ore e 30 minuti abbondanti) mantiene sempre alto il ritmo, e si concede risvolti melodrammatici che sanno coinvolgere anche lo spettatore piu’ sgamato.

100 anni di John Huston

JohnhustonUn secolo fa a Nevada, Missouri, nasceva John Marcellus Huston, membro centrale di una importante dinastia di attori: e’ infatti figlio dell’attore Walter Huston che John spesso fece recitare nei suoi film facendogli vincere l’Oscar per Il tesoro della Sierra Madre; John Huston e’ anche padre di due attori, Tony e Anjelica, quest’ultima portata all’Oscar dal padre che la diresse ne L’onore dei Prizzi (1981).
Huston e’ uno di quei personaggi per cui vale il detto “bigger then life”: lui stesso sostiene di aver vissuto piu’ vite ed infatti e’ stato pugile, pittore, grande appassionato di caccia, attore, sceneggiatore, documentarista; alla regia arriva nel 1941 con Il mistero del falco dove impone per il ruolo di protagonista Humphrey Bogart in sostituzione di George Raft.

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Il sodalizio con Bogey li porta a girare diversi film: Agguato ai tropici (1942), Il tesoro della Sierra Madre del 1948 come L’isola di corallo e nel 1951 il magnifico La regina d’Africa per cui Bogart vincera’ il suo unico Oscar.

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L’anno prima Huston aveva sdoganato un’attricetta che sarebbe diventata leggenda, Marilyn Monroe (tragicamente scomparsa proprio il 5 agosto 1962) facendola recitare in uno dei capolavori del genere noir, Giungla d’asfalto. Marilyn e Huston avrebbero ancora lavorato insieme nell’ultimo film dell’attrice ed altro capolavoro del regista, Gli spostati del 1961.

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La poliedricita’ registica di Huston riflette la sua irrequietezza nella vita e il regista spazia in quasi tutti i generi cinematografici: declina il melodramma dallo strappalacrime In questa nostra vita del 1942 interpretato da una grande Bette Davis, al romanzo d’amore sublimato L’anima e la carne (1957) dove il rude capitano Allison e Suor Angela (Robert Mitchum e Deborah Kerr), costretti su un‘isola deserta durante la II Guerra Mondiale, sfuggono ai giapponesi ed alla tentazione della carne, fino all’ottimo Riflessi in un occhio d’oro interpretato da un grande Marlon Brando nel 1967.

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Del 1960 e’ il western Gli inesorabili, con un’inedita Audrey Hepburn nei panni della mezzosangue indiana che imbraccia il fucile; il regista si riavvicinera’ al genere nel 1972 con L’uomo dai sette capestri interpretato da Paul Newman e Ava Gardner, altra attrice con cui ama collaborare: la bellissima Ava era stata protagonista de La notte dell’iguana (1964) e aveva avuto il ruolo di Sarah nel kolossal del 1966, La Bibbia dove il regista si ritaglia il ruolo di Noe’.

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Del 1972 e’ uno dei film migliori del regista, Citta amara, una pellicola che ruota attorno al mondo della boxe, pochissimo conosciuta a differenza dell’altro film sportivo di Huston, il notissimo Fuga per la vittoria (1981) dove accanto a Sylvester Stallone recita anche Pele’.
Da menzionare anche il film d’avventura L’uomo che volle farsi re, dal chiaro messaggio antimperialista del 1975, interpretato da Sean Connery e Michael Caine.

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Ultimo film del grande regista e’ il commovente The Dead – Gente di Dublino, delicata riflessione sulla morte tratta da un racconto di Joyce, girato nel 1987: John Huston sarebbe scomparso il 28 agosto di quel medesimo anno.

Sean Connery

Seanconnery**L’attore è scomparso il 31 ottobre 2020**


Auguri a Sean Connery, uno degli attori piu’ affascinanti del cinema mondiale, famoso per esser stato il James Bond per antonomasia.
Nato ad Edimburgo, in Scozia, da una famiglia molto umile, Connery approda poco piu’ che ventenne al mondo dello spettacolo, il successo gli arride nel 1962 quando porta sullo schermo il famoso agente con licenza d’uccidere creato da Jan Fleming: indimenticabile la scena in cui si toglie la tuta da sub e sfoggia un perfetto smoking bianco, e altrettanto storico il nugolo di bond girl che lo circonda (tra tutte la stupenda Ursula Andress in bikini).
Sean Connery vestira’ sette volte i panni dell’agente segreto, ma riuscira’ a liberarsi con successo da questo ruolo anche perche’ negli anni (1962-1971 con un ritorno del 1983) in cui ha interpretato i film di 007 la sua carriera non si e’ mai limitata a quel ruolo, basti pensare che nel 1964 lavoro’ per Hitchcock in Marnie.


007licenzadiuccidere

Zardoz Gli anni ‘70 lo vedono impegnato in film di un certo spessore come Zardoz (1973) di Boorman, Il vento e il leone di John Milius e L’Uomo che volle farsi re di Huston, entrambi del 1975, Robin e Marian firmato da Richard Lester nel 1976.
Il decennio successivo Connery partecipa a produzioni piu’ di cassetta che decreteranno il successo del suo fascino a partire da Atmosfera zero del 1981 e il ritorno al ruolo di 007 con Mai dire mai.
Nell’86 e’ il nobile spagnolo maestro di Christopher Lambert in Highlander, l’ultimo immortale ed e’ il geniale Guglielmo da Baskerville nella trasposizione cinematografica de Il Nome della rosa.
Guglielmodab L’anno seguente gira The Untouchables – gli intoccabili di Brian de Palma e per il ruolo di Jim Malone vince l’Oscar.
La seconda meta’ degli anni ‘80 segna l’apice del suo successo che culmina nel ruolo del padre di Indiana Jones nell’ultimo episodio della saga, Indiana Jones e l’ultima crociata.
Meno significative le sue apparizioni negli anni seguenti, ma il vecchio leone di Scozia non demorde e si lamenta che Hollywood lo sta mettendo da parte.

Il mistero dei templari


Benjamin Franklin Gates e’ l’ultimo rampollo di una bizzarra famiglia
che da sei generazioni e’ sulle tracce di un favoloso tesoro, per la
precisione da quando un avo, semplice cocchiere, raccolse le ultime
volonta’ di uno dei Padri Fondatori. Si tratta del piu’ grande tesoro
della storia, per la cui protezione venne creato l’ordine dei Templari,
la mappa per raggiungerlo si trova sul retro della Dichiarazione
d’Indipendenza Americana, e Gates sara’ costretto a rubarla per salvare
il prezioso documento dalle mire non proprio benevole del suo ex socio.

Segretotemplari

Tra rielaborazioni piu’ o meno fantasiose della storia americana e
del mistero templare, oggi di grande attualita’, si cela l’intento di
far risalire la supremazia USA direttamente alla grandezza egizia, al
valore di Alessandro e al mito dei Templari: quasi un’Eneide
scalcagnata e rumorosa, se mi si permette l’azzardato paragone.
Quando Nicholas Cage dice che a volte e’ necessario fare qualcosa che
di primo acchito sembra sbagliato, piu’ che un semplice riferimento
alla vicenda della Rivoluzione americana, mi pare che ci sia una vaga
esaltazione del nuovo modello per esportare democrazia ideato da Bush.
Fortunatamente questa latente sensazione di indottrinamento ideologico
svanisce ben presto per lasciare posto ad una pellicola di puro
intrattenimento, che riesce ad avvincere lo spettatore a questa
bizzarra caccia al tesoro tra i piu’ importanti cimeli della storia
americana, puntando sul lato infantile ed incosciente che ci spinge a
sbirciare dietro ad una porta socchiusa ed a sgattaiolare dove non e’
permesso; del resto il produttore Jerry Bruckheimer e’ certamente piu’
interessato a far rivivere in prima persona il mito del tycoon, che
alla grandezza patria.
Alla fine un onesto film di mestiere che riesce a divertire, con
qualche citazione delle pellicole a cui si ispira: Cages che esce dalla
tuta di vigilantes in smocking, come James Bond ne usciva dalla tuta da
sub ed il rapporto tra il personaggio di Ben e il padre disilluso,
interpretato da John Voight che ricalca quello di Indiana Jones e l’ultima crociata: diciamo pure che Voight pare ispirarsi apertamente a Sean Connery.
Cameo di Harvey Keitel nel ruolo dell‘ispettore di polizia che dirige
le indagini per recuperare la Dichiarazione d’Indipendenza.