Le baccanti

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Italia 1961
con Taina Elg, Pierre Brice, Alessandra Panaro, Alberto Lupo, Akim Tamiroff, Raf Mattioli, Erno Crisa, Miranda Campa, Gérard Landry, Nerio Bernardi, Enzo Fiermonte
regia di Giorgio Ferroni

Mentre una tremenda siccità incombe sulla città di Tebe, Manto la figlia dell’indovino Tiresia, sta per diventare una vergine del tempio di Minerva nonostante sia innamorata di Lacdamo. Durante il rito d’iniziazione il grande sacerdote vede avverarsi alcuni segni riguardanti una profezia che vuole che il re Penteo sia destinato a perdere il trono. Il sacerdote si consulta con Agave, la regina madre e i due convincono Penteo a offrire un sacrificio umano a Minerva per placare la siccità, la vittima prescelta è proprio Manto. Nel frattempo in città è arrivato uno straniero che si rivela essere Dioniso in persona…

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Liberamente ispirato a Le Baccanti di Euripide, un peplum che ancora una volta si rivela una critica al potere e alla censura: Penteo interpretato da un ottimo Alberto Lupo che rende credibili alcuni dialoghi ampollosi, vorrebbe anche essere un re saggio e morigerato che vieta il culto di Dioniso perché mette in pericolo la virtù delle donne tebane ma appena scopre che Lacdamo è il legittimo erede di Tebe cresciuto come uno schiavo, non esita ad accettare il sacrificio di Manto per tenersi il trono.

Il film si distingue per le coreografie di Herbert Ross, e anche un uso della fotografia che trasforma lo sgargiante technicolor in un gioco di luci molto pop -alla swinging London– nelle scene nella caverna, rendendo il film molto moderno. Modernità che ritorna anche nelle figure femminili: sia Manto che Dirce sono votate a un destino imposto loro dalla nascita, solo l’adesione al culto di Dioniso rappresentato in maniera molto androgina per i tempi, permette loro di autodeterminarsi.

C’è una commistione tra riprese in esterno e i classici reperti di polistirolo tipico dei “sandaloni”, tutti segni di una cura nella produzione superiore alla media tipica dei peplum.

Una sull’altra

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Italia 1969
con Jean Sorel, Marisa Mell, Elsa Martinelli, John Ireland, Alberto de Mendoza, Riccardo Cucciolla, Bill Wanders, Giuseppe Addobbati, Franco Balducci, John Douglas, Félix Dafauce, Faith Domergue, Janet Agren, Malisa Longo, Jesús Puente, Georges Rigaud, Jean Sobieski
regia di Lucio Fulci

George Dummurrier è un medico, proprietario di una clinica che dirige in modo piuttosto disinvolto, ha una moglie malata e un’amante. Quando la moglie muore riceve un indennizzo da una polizza di assicurazione dal valore esorbitante. Una strana telefonata lo invita a frequentare un night club dove George trova una ballerina, Monica Weston praticamente identica alla moglie. Anche la compagnia di assicurazione scopre la somiglianza e sospetta una truffa perciò chiede la riesumazione di Susan. la moglie di George. L’autopsia rivela che la donna è stata avvelenata e George finisce condannato alla camera a gas per uxoricidio. Il giorno prima dell’esecuzione George riceve la visita del fratello che sfruttando il fatto che la cella degli ultimi incontri dei condannati è insonorizzata rivela a George il tranello in cui è caduto: Susan e Monica sono la stessa persona ed è la sua amante, hanno organizzato il piano per liberarsi di lui e rifarsi una vita all’estero lontano dai suoi debiti. George può contare sull’aiuto di Jane, la sua amante: riuscirà a dimostrare la propria innocenza nelle poche ore che gli restano da vivere?

Fulci è conosciuto più come regista di horror, ma gli inizi del regista furono con i musicarelli e le commedie, le più note con Franco Franchi e Ciccio Ingrassia, Una sull’altra segna il debutto nel genere giallo che stava avendo molto successo: la pellicola nasce sull’onda degli incassi de Il dolce corpo di Deborah di Romolo Guerrieri ma il modello a cui Fulci si ispira è La donna che visse due volte e si può affermare andando ben oltre il claim di lancio del film sul mercato americano: Questo film comincia dove Hitchcock finisce, infatti il nome del protagonista rimanda a quello della scrittrice Daphne du Maurier dai cui racconti Hitchcock trasse Gli Uccelli e Rebecca la prima moglie;
l’ambientazione della vicenda si svolge sulla costa di San Francisco, con molte riprese del famoso ponte di Golden Gate che compare in Vertigo.



Unasullaltra


Fulci è molto attento anche all’attualità del periodo: per rilanciare la clinica George Dummurrier millanta interventi a cuore aperto (il primo trapianto di cuore operato da Barnard è del 1967) e anche l’attività dell’amante, la fotografa Jane Bleeker (Elsa Martinelli) rimanda a certe atmosfere di Blow-Up di Antonioni, film del 1966 che fu subito un cult per la critica e il pubblico.
Una sull’altra incappò nelle maglie della censura, venendo addirittura ritirato dagli schermi per le scene “scandalose” del night dove si esibisce Monica Weston e poté ritornare in sala solo dopo alcuni tagli.



Unasull'altra


La trama è un po’ macchinosa, se il fratello non confessasse tutto al condannato a morte sarebbe difficile capire l’evoluzione della trama ma la chicca del film è il montaggio finale che racconta l’epilogo dei due amanti diabolici e il salvataggio in extemis del protagonista dalla sedia elettrica, Fulci sa dosare ottimamente la tensione e utilizzare al meglio anche le figure di contorno che si dimostrano risolutive per il buon esito del caso.

Dracula *versione spagnola*

USA 1931 Universal
con Carlos Villarías, Lupita Tobar, Pablo Álvarez Rubio, Eduardo Arozamena, Barry Norton
regia di George Melford



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L’agente immobiliare Renfield si reca in Transilvania per formalizzare l’acquisto del conte Dracula dell’abbazia di Carfax. Il giorno dopo I due partono per l’Inghilterra via nave, Renfield è l’unico sopravvissuto dell’equipaggio ma è irrimediabilmente pazzo e viene rinchiuso nella casa di cura del dottor Seward. Dracula si presenta come nuovo vicino ai Seward e seduce Lucia, l’amica della figlia del dr. Seward, Eva. La ragazza muore e il dottor Van Helsing ipotizza sia stata vampirizzata e comprendendo che la stessa sorte toccherà anche a Eva fa di tutto per salvare la ragazza con l’aiuto del suo fidanzato, Juan Harker.



Dracula


All’avvento del sonoro il doppiaggio non era una pratica utilizzata, si preferiva girare più versioni dello stesso film con attori madrelingua. Il caso di Dracula è particolare perché la versione in lingua spagnola vanta non solo un cast diverso ma è stata realizzata da un’altra troupe guidata da un diverso regista, solo le scenografie sono le stesse utilizzate di giorno per la versione americana e di notte per la versione spagnola. Venivano visionati i giornalieri dal regista per essere fedele al progetto originale e del cast solo Villarías aveva accesso alla visione perché il suo Dracula doveva essere il più fedele possibile a quello di Bela Lugosi.
Per lungo tempo la versione spagnola è stata considerata perduta ed è riemersa solo negli anni’70 svelando un film con alcune differenze sostanziali che lo fanno ritenere anche superiore alla versione di Tod Browning.



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È assodato dagli storici del cinema che la lavorazione della produzione originale fosse piuttosto caotica, David Manners che interpreta John Harker si disse così disgustato da non voler mai vedere il film finito. Di certo la produzione spagnola che visionava i giornalieri già girati aveva modo di migliorare alcune scena anche spinti da una rivalità tra i produttori Carl Laemmle Jr. per la versione americana e Paul Kohner (poi marito della protagonista femminile Lupita Tovar) per quella spagnola.
Resta inarrivabile la presenza scenica di Lugosi, già protagonista dello spettacolo teatrale da cui è tratto il film e la fotografia di Karl Freund che illumina gli occhi del Conte rendendoli magnetici ma effettivamente la produzione spagnola vanta una maggiore cura nelle scene, maggiori movimenti di macchina e anche i costumi sono differenti come fa notare la stessa Lupita Tobar nell’introduzione al film, i suoi costumi sono molto più scollati di quelli di Helen Chandler: la produzione per l’estero fu più libera perché, per quanto fossimo negli anni del Pre-Code, la censura era molto puntigliosa con questa produzione in quanto era la prima volta che le tematiche soprannaturali venivano portate sul grande schermo: fu cancellata la chiusa dello spettacolo teatrale in cui Van Helsing avvertiva il pubblico che per quanto quella fosse solo una rappresentazione, nel mondo esistevano fatti simili.



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La versione spagnola è più lunga anche se manca la scena in cui Dracula vampirizza la fioraia prima di recarsi a teatro per conoscere i Seward; in compenso alcuni passaggi sono spiegati meglio rispetto alle sforbiciate americane: quando Renfield si avvicina alla cameriera svenuta la versione spagnola continua mostrando come il pazzo, più che alla donna inerme, fosse ancora ossessionato dalle mosche e abbandoni la facile preda umana perché distratto da un insetto.
Lupita Tobar si segnala per una recitazione più spontanea ed effervescente rispetto alla protagonista americana: il morso ad Harker è mostrato e non avviene fuori scena come nella versione originale.



GIUDIZIO SUL DVD


Dracula


La versione spagnola di Dracula fa parte del cofanetto Dracula: Legacy Collection che include anche i sequel La figlia di Dracula, Il figlio di Dracula e La casa di Dracula oltre a un interessante versione commentata del film americano e il documentario molto interessante Road To Dracula che spiega la genesi del Dracula cinematografico a partire dal romanzo di Bram Stoker, il Nosferatu di Murnau, le piéces teatrali che trasformano il Conte nell’azzimato nobile dall’aspetto di un prestigiatore (gli spettacoli erano pieni di colpi di scena come le sparizioni) e la sensualizzazione del personaggio passa anche attraverso la figura femminile di Theda Bara, vamp per eccellenza del primo cinema muto.

Ro.Go.Pa.G. – Laviamoci il cervello

Italia 1963 Cineriz
con Rosanna Schiaffino, Bruce Balaban, Maria Pia Schiaffino, Gianrico Tedeschi, Jean-Marc Bory, Alexandra Stewart, Orson Welles, Mario Cipriani, Laura Betti, Edmonda Aldini, Vittorio La Paglia, Rossana Di Rocco, Maria Pia Bernardini, Elsa De Giorgi, Enzo Siciliano, Franca Pasut, Giovanni Orgitano, Tomas Milian, Lamberto Maggiorani, Ettore Garofalo, Ugo Tognazzi, Lisa Gastoni, Ricky Tognazzi, Antonella Taito
regia di Roberto Rossellini, Jean-Luc Godard, Pier Paolo Pasolini, Ugo Gregoretti



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Film a episodi che prende il nome dalle iniziali dei quattro registi impegnati nell’opera che vuole essere una riflessioni sugli “allegri principi della fine del mondo”. Inutile ricordare che spicca il segmento firmato da Pasolini, La ricotta



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Apre Illibatezza firmato da Roberto Rossellini: una hostess in trasferta continentale non sa come liberarsi di un corteggiatore inopportuno. Uno psichiatra, amico del gelosissimo fidanzato calabrese, consiglia alla ragazza di modificare il suo aspetto trasformandosi in una vamp aggressiva che scoraggia il pretendente. Rossellini sembra disinteressato alla trama e molto più ai paesaggi orientali c’è però un’interessante riflessione sull’immagine: l’uso della cinepresa amatoriale utilizzata dai due fidanzati per scambiarsi video al posto delle lettere e sarà proprio dalle riprese dell’importuno corteggiatore che lo psichiatra interpretato da Gianrico Tedeschi, potrà fare la sua diagnosi mentre al povero americano non resterà che consolarsi con le immagini rassicuranti della ragazza riprese con la sua telecamera.



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Godard, che aveva accettato di partecipare al progetto solo per incontrare l’amato Rossellini dirige Il nuovo mondo, una sorta di lettura personalissima di Io sono Leggenda di Matheson: il protagonista racconta di un’esplosione atomica sopra Parigi che ha causato un leggero slittamento della realtà di cui si accorge nei comportamenti di Alexandre, la ragazza che ama, la donna non sa spiegare per quale motivo agisce in un certo modo, saltare gli appuntamenti con il fidanzato e baciare sconosciuti in piscina, anche il linguaggio è diverso: non comprende alcune sfumature tra parole diverse e ne inventa di nuove il celebre “io ti ex amo”. La domanda è se la follia sia collettiva e il protagonista sia l’unico savio o stia sviluppando una paranoia per non accettare la fine di un amore che è pur sempre la fine di un mondo e l’inizio di uno nuovo.



Ro.go.pa.g


Il terzo episodio è La Ricotta, diretto da Pasolini. Il film si distingue anche visivamente dagli altri tre, è l’unico ad avere inserti a colori, la Deposizione ispirata agli eccentrici fiorentini, e l’unico senza la didascalia introduttiva, questo per i problemi con la censura a cui andò incontro l’episodio che fu reinserito dopo alcuni tagli e correzioni. E’ la storia di Stracci, un figurante che deve impersonare il ladrone buono nella scena della crocifissione. L’uomo regala ai famigliari il suo cestino del pranzo poi riesce ad ottenerne un secondo che gli viene divorato dal cane della diva. Venduto il cane al giornalista che ha intervistato il regista interpretato da Orson Welles, Stracci va a comprare del cibo con cui finalmente si strafoga e finisce per morire d’indigestione sulla croce. La ricotta è un perfetto quadro del mondo pasoliniano, lo sguardo affettuoso sugli umili e la loro bellezza, la compassione per chi è nato con il destino di avere fame, il peso della storia e la coscienza intellettuale consapevole di essere comunque al servizio di un padrone: produttore e direttore del giornale sono la stessa persona.



Ro.go.pa.g


Chiude il film il capitolo diretto da Gregoretti, Il Pollo Ruspante dove si alternano le scene di un convegno sulle vendite con la vita di una famiglia piccolo borghese in pieno boom economico, le esperienze della seconda sono la rappresentazione forse un po’ didascalica di quanto sostenuto dal guru del marketing; il padre che a pranzo all’autogrill vorrebbe un pollo ruspante spiegando la differenza al figlio tra un pollo ruspante e un pollo d’allevamento non si accorge di essere il secondo quando incontra il meridionale guardiano di un terreno da lottizzare sul lago chiamato pomposamente “la svizzera dei lombardi” pur provando ancora un brivido di ribellione al giogo delle cambiali. La voce al laringofono dell’esperto di consumi è forse il colpo di genio dell’episodio: rappresenta la disumanizzazione del cliente visto solo come consumatore da spennare e anticipa il drammatico finale.

Totò e Carolina

Italia 1955
con Totò, Anna Maria Ferrero, Gianni Cavalieri, Maurizio Arena, Arnoldo Foà, Mario Castellani, Enzo Garinei, Tina Pica, Luigi Moneta
regia di Mario Monicelli



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Durante una retata a Villa Borghese, l’agente Antonio Caccavallo, autista di automezzo, arresta Carolina, una ragazza con intenti suicidi. Il commissario Ascella, per evitare che la stampa si scateni contro la polizia, ordina a Caccavallo di riportare la ragazza al paese natio e affidarla a qualche “fesso” con la raccomandazione di fare in modo che a Carolina non succeda nulla, almeno fino a quando è sotto la custodia della polizia…



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Il film più censurato della carriera di Totò, che pure si esibiva durante il ventennio fascista, è degli intransigenti anni ’50 del governo Scelba. Già in fase di scrittura Monicelli si vide costretto a revisionare il testo e anche in fase di montaggio i tagli furono spietati.
Per fortuna oggi si trova molto facilmente la versione restaurata nel 1999 che ricostruisce il montaggio originale di 93 minuti a fronte di quello censurato da 80 minuti e in ogni caso è facile trovare in rete alcune delle scene tagliate o modificate nel sonoro per farsi un’idea di quanto fosse “sovversivo” il film con esiti al solito ridicoli visto che ai comunisti sul camion che cantavano Bandiera rossa Totò suggeriva di buttarsi a destra; il problema con la divertente scena della confessione era che non si doverebbe sentire nulla da un confessionale mentre il monologo sul suicidio che solo i ricchi si possono permettere risulta oggi molto toccante visto come il regista ha deciso di finire la sua vita.



Totò e Carolina

Nonostante la curiosità per l’accanimento della censura, Totò è Carolina non fu un successo di pubblico probabilmente perché l’agente Caccavallo ha un certo spessore che non sempre si ritrova nelle tante pellicole girate dal comico: burbero (molti suoi rimbrotti finiscono in un abbaio) ma dal cuore d’oro è “il fesso” che alla fine si prende in casa Carolina e il bambino che aspetta, aggiungendola al nucleo famigliare del vecchio padre e del figlioletto; certo l’aver sistemato la ragazza gli fa guadagnare la sospirata promozione con novemila lire in più al mese: Monicelli non ci risparmia mai il tocco cinico.



Totò&Carolina

Il film è anche l’occasione per vedere in camei spassosi una serie di attori noti a partire da Tina Pica, la paziente d’ospedale che gioca al lotto la sorte di Carolina, Arnoldo Foà è il commissario timoroso delle critiche dei giornali, Enzo Garinei è il medico che salva la vita a Carolina, c’è anche Mario Castellani storica spalla di Totò e infine il giovane Maurizio Arena, non ancora reso celebre da Poveri ma belli, è il ladro a cui Caccavallo cerca di rifilare la ragazza, ultimo tentativo prima di rassegnarsi a tenersela.

La guerra lampo dei Fratelli Marx

Duck Soup
USA 1933 Paramount Pictures
con Groucho Marx, Harpo Marx, Chico Marx, Zeppo Marx, Margaret Dumont, Raquel Torres, Louis Calhern, Edgar Kennedy, Verna Hillie
regia di Leo McCarey


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Quando il governo di Freedonia chiede l’ennesimo prestito alla ricca vedova Teasdale, la donna impone come nuovo capo del governo Rufus T. Firefly; l’ambasciatore di Sylvania vorrebbe impalmare la vedova per conquistare Freedonia ma la sua spia Vera Marcal gli confida che probabilmente la signora Teasdale è innamorata del bislacco Rufus. I rapporti tra le due nazioni si fanno sempre più tesi e alla fine scoppia la guerra vinta da Freedonia grazie al passaggio di Pinky e Chicolini, prima spie prezzolate da Trentino poi fedeli seguaci di Rufus.



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La parodia degli stati da operetta si trasforma ben presto in una surreale satira antimilitarista che rese il film poco apprezzato dal pubblico americano e censurato dall’Italia fascista e dalla Germania nazista.
Il film venne rivalutato pienamente solo negli anni ’60 sull’ondata antimilitarista della controcultura che apprezzò la folle ironia dei fratelli Marx che metteva alla berlina gli intrighi di potere: nelle scene finali della guerra, Groucho entra in scena sempre con una divisa diversa a sottolineare il perdurare dell’ideale bellico nei secoli e nelle diverse nazioni.


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La guerra lampo dei Fratelli Marx è celebre per la gag dello specchio, citata in molte altre pellicole: nel tentativo di trafugare i piani di guerra Chicolini e Pinky si travestono da Rufus e s’introducono nella camera di Mrs.Teasdale alla fine arriva anche Rufus che scendendo al piano di sotto sospetta che il grande specchio sia rotto dando vita alla celebre gag, capolavoro di filosofia cinematografica sul tema del doppio e dell’inganno della visione.


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Il film vanta anche altre gag di tutto rispetto come quella del gioco di cappelli con il venditore di limonata con Chico e Harpo e quella del sidecar dove, moto o carozzella a partire è sempre Pinky lasciando perennemente fermo Rufus.



La guerra lampo dei fratelli marx


E’ l’ultima pellicola in cui recita Zeppo Marx nel ruolo del segretario di Rufus: la sua parte di belloccio canterino è decisamente secondaria; con la fine dei Four Marx Brothers si conclude anche il rapporto con la Paramount e Groucho, Chico ed Harpo passano alla MGM con la fedele spalla femminile Margaret Dumont.

La ronde

Francia 1950
con Simone Signoret, Serge Reggiani, Simone Simon, Daniel Gélin, Danielle Darrieux, Fernand Gravey, Odette Joyeux, Jean-Louis Barrault, Isa Miranda, Gérard Philipe
regia di Max Ophüls



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Un “maestro di cerimonie” introduce e indirizza la giostra dell’amore: una prostituta si concede gratuitamente a un soldato che la lascia in tutta fretta per rientrare in caserma, il soldato il sabato dopo, su suggerimento del trombettiere (primo travestimento del maestro di cerimonie) va a ballare e seduce una servetta, dopo essersi appartato con lei la lascia frettolosamente per tornare a ballare con un altra ragazza, Marie, che era uscita senza permesso, perde il lavoro ma dopo qualche mese ne trova uno migliore e mentre Franz le scrive tardive lettere d’amore lei si lascia sedurre dal giovane figlio dei padroni che però è innamorato di una rispettabile donna sposata. Alla fine Emma cede ma il ragazzo ha una defaillance, la sera a letto con il marito, Emma chiede se la sua educazione sentimentale sia avvenuta tra le braccia di una donna sposata, l’uomo piuttosto scandalizzato non nega ma si lancia in un discorso moralistico sull’onestà delle donne sposate, intanto seduce una giovinetta e la mantiene, ma la ragazza s’invaghisce di un poeta che vorrebbe partire con l’attrice che interpreta la sua opera ma saputo che la fanciulla lo ha atteso tutta la notte torna da lei, intanto l’attrice seduce un nobile conte per fare dispetto a un’altra attrice di cui l’uomo è l’amante, il giorno dopo però il conte non rispetta l’appuntamento e dopo una notte di bagordi si ritrova nella camera della prostituta con cui si era aperta la ronde.



La ronde


Dalla piece omonima di  Arthur Schnitzler, Max Ophüls trae quello che viene considerato il suo capolavoro: stilisticamente il barocchismo che caratterizza il suo stile trova uno squisito equilibrio nei movimenti di macchina sempre arditi ma mai pesanti e sempre al servizio della rappresentazione. La messa in scena molto teatrale si rivela molto moderna permettendo al regista salti temporali come il bellissimo viaggio nel tempo del maestro di cerimonie che accompagna Marie dalla delusione dell’abbandono di Franz al pomeriggio d’amore con il giovane Alfred qualche mese dopo.



Laronde


Un’escamotage che non solo permette di saltare tempi morti ma mantiene il tono soavemente leggero ed ironico del film, una leggerezza perfetta per narrare gli approcci amorosi: Ophüls vuole raccontare solo la casualità dell’incontro e la facilità con cui tutti cadono nella tentazione amorosa. Dopo l’amore gli uomini sono quasi sempre frettolosi di andarsene mentre le donne supplicano per un altro incontro o un altro po’ di tenerezza ma il regista non racconta mai il lato drammatico in cui può scadere questa situazione preferisce concentrarsi sull’urgenza di risalire sulla giostra dell’amore dove chi una volta è stato vittima può improvvisamente ritrovarsi carnefice.



La ronde


Se l’amplesso non può essere mostrato per ovvi motivi, La ronde non evita di alludere a situazioni scabrose come da defaillance che furono considerate molto scandalose all’uscita del film: non solo Alfred non riesce ad avere un rapporto con Emma, giustificandosi con la troppa passione, ma probabilmente anche il Conte non ha fatto nulla o almeno nulla ricorda della notte passata con la prostituta Leocadie, mentre la notte precedente passata con l’attrice era stata così infuocata che per colpa di quello specchio sopra il letto che il maestro di cerimonie era dovuto intervenire e fare un taglio censorio alla pellicola, una soluzione molto ironica e graffiante.



LaRonde


Se non si può resistere alla pulsione amorosa e allora tanto vale viverla con leggerezza, il film, come l’opera di Schnitzler, si rivela profondamente caustico verso la società fondata sulla famiglia, vertice di questo girotondo amoroso ed Emma e Charles sono i due personaggi più ipocriti messi in scena: lei, modello di pubblica virtù coniugale, arriva all’appuntamento con due velette per evitare di esser riconosciuta, si finge ritrosa al punto che Alfred crede se ne sia andata ma la donna è già in camera da letto, il moralista Charles che tiene alla virtù della moglie al punto di imporle di rompere l’amicizia con altre signore nel caso Emma venisse a conoscenza di qualche loro infedeltà, ha ovviamente un’amante a cui vorrebbe far credere di non abitare a Vienna perché salvaguarda più la propria onorabilità che il sentimento.


La ronde


L’episodio più complesso è il triangolo tra il poeta, l’attrice e il conte: forse perché abituati alla falsità della rappresentazione la passione tra Robert e l’attrice finisce prima di cominciare e anche l’opera di seduzione nei confronti del conte è più arzigogolata anche come messa in scena cinematografica. I sentimenti sono più schietti nei ceti più bassi sia nella rudezza di Franz sia nella naturale seduzione di Leocadie o Marie.

Tenebre

Italia 1982
con Anthony Franciosa, Giuliano Gemma, Daria Nicolodi, John Saxon, Veronica Lairo, Anja Pieroni, Carola Stagnaro, John Steiner, Lara Wendel
regia di Dario Argento



Tenebrae


Lo scrittore di successo Peter Neal viene in Italia per presentare il suo ultimo romanzo, Tenebre e iniziano una serie di omicidi che sembrano ispirarsi al libro. Il capitano Germani interroga lo scrittore che si mostra disponibile alla collaborazione ma le morti continuano..



Tenebre


Dopo la trilogia degli animali e quella delle Madri, Dario Argento firma un thriller esteticamente piuttosto distante dai suoi lavori precedenti: niente più tinte cupe per le ombre e i notturni e anche l’uso del colore sparisce in favore di un bianco asettico su cui spicca solo il sangue e il film è davvero molto efferato con un altissimo numero di omicidi con dettagli molto splatter.



Tenebre


Il lavoro di Argento risulta così molto contemporaneo: è a partire da primi anni ’80 che gli interni delle case iniziano a usare il bianco per le pareti abbandonando il colore o la tappezzeria, molto interessante l’osservazione sull’uso della luce come risposta a quella “sparata” delle tv commerciali della recensione di Nocturno e diventa ancor più ironico il destino del film, censurato proprio dalle tv berlusconiane che hanno tagliato la scena del braccio mozzato di Veronica Lario quando diventa la signora Berlusconi.



Tenebrae


Il plot invece è piuttosto fedele allo stile argentiano: un trauma infantile che scatena pulsioni omicide, un doppio assassino: quello ossessionato dalle devianze e chi sfrutta gli omicidi del serial killer per portare a termine una vendetta personale. Tenebre procede per accumulo, numero esorbitante di vittime, due colpevoli, Dario Argento capisce anche in questo la modernità della reiterazione: passa il concetto gridato più forte e più a lungo, forse non ci saremmo aspettati che 35 anni dopo saremmo stati ancora qui a stigmatizzare le “perversioni” omosessuali o l’ambiguità sessuale: nel film la ragazza che del trauma giovanile dell’assassino è interpretata da Eva Robins.



Tenebrae


Per giustificare il colpo di scena finale Argento mette in scena un trucco del mestiere: mostrare come funziona un coltello finto, una soluzione che mi ha ricordato La casa dei fantasmi quando Vincent Price entra in scena con l’armamentario pe far muovere lo scheletro

Narciso Nero

Black Narcissus
GB 1947 Rank
con Deborah Kerr, Flora Robson, Jean Simmons, David Farrar, Sabu, Esmond Knight, Kathleen Byron, Jenny Laird, Judith Furse, May Hallatt
regia di Michael Powell, Emeric Pressburger



Narcisonero


Un gruppo di suore viene mandato a fondare un monastero nel palazzo di Mapu, un vecchio caravanserraglio su uno sperone dell’Himalaya, unico contatto l’agente britannico Mr.Dean che da subito si dice scettico dell’impresa e, come previsto, le suore dovranno abbandonare la località.



Black Narcissus


Ennesimo capolavoro del duo britannico Powell & Pressburger che sanno ricostruire in studio tutta la forza dirompente della natura himalayana: la vastità degli spazi, il vento incessante, la natura lussureggiante, il vecchio palazzo con gli affreschi ammiccanti e la vertigine del vuoto.



Narcisonero


Il gruppo di suore scelte non è certo temprato per una avventura così intensa: la madre superiora (una bravissima Deborah Kerr) è troppo giovane, la novizia aggregata aveva già dato segni di nevrastenia nella casa madre di Calcutta e viene prostata definitivamente da questa esperienza che piega monache ben più esperte come Suor Philippa che affascinata dalla natura del luogo trasforma l’orto in un giardino.



Narciso nero


Agli autori non interessa tanto giudicare le religiose, al limite, visto il periodo storico cioè la concomitanza con l’indipendenza dell’India, si può leggere la pellicola come un omaggio alla cultura millenaria della nuova nazione che ha superato anche il giogo britannico e credo che questo emerga nello stupore di Suor Clodagh di fronte al santone indiano: è quanto meno ironico che una religiosa non capisca la potenza della fede che fa dimenticare tutte le esigenze fisiche al santone.



BlackNarcissus


La grande tensione emotiva del film è data dai contrasti anche cromatici dei film: gli abiti degli indigeni, coloratissimi anche se straccioni e l’opulenza di quelli del piccolo generale contrastano con il modesto abito bianco delle suore, come il loro essere completamente coperte contrasta con le braghe perennemente corte e stracciate di Mr.Dean, a sottolineare la sensualità maschile che sollecita continuamente la mente delle monache, riportando alla memoria vecchi amori (curiosità: i flash back dell’amore giovanile di Suor Clodagh furono censurati nella prima versione americana) o portando alla pazzia la mente già fiaccata di Suor Ruth la cui progressiva instabilità è sottolineata non solo dalla bravura dell’attrice ma anche dall’uso del colore: prima l’abito bianco schizzato di sangue, poi gli abiti “civili”e l’uso del rossetto fino al trucco nero anticipatore della follia mortale sul bordo del precipizio mentre Suor Clodagh suona la campana.



Narcisonero


Tornando al gioco di contrasti visivi, è memorabile la scena in cui Suor Ruth si passa il rossetto mentre la madre superiora legge un testo sacro:c’è una specularità sottolineata anche dalla somiglianza tra le due attrici che mi ha fatto ricordare Las dos Frida di Frida Kahlo.
Quanto Narciso nero sia puro cinema, dove i dialoghi sono un surplus, lo testimonia l’incisiva prova della giovanissima Jean Simmons nel ruolo della “cenerentola” Kanchi: non ha praticamente una battuta in tutto il film ma il suo resta un personaggio indimenticabile.

La frusta e il corpo

La frusta e il corpoThe Whip and the Body
Italia 1963, Titanus
con Daliah Lavi, Christopher Lee, Tony Kendall, Ida Galli, Harriet Medin, Gustavo De Nardo, Luciano Pigozzi
regia di Mario Bava aka John M. Old

Kurt, primogenito del conte Menliff, diseredato per aver sedotto e indotto al suicidio la figlia della governante, torna al castello quando viene a sapere che il fratello minore Cristiano ha sposato Nevenka, la sua promessa sposa, in poco tempo riprende il morboso rapporto tra i due ex amanti ma Kurt viene assassinato; ad essere sospettato è il padre, l’unico in casa al momento dell’omicidio ma quando anche il conte viene ucciso, Cristiano inizia a pensare che il crudele fratello abbia solo finto la propria morte per vendicarsi ma la realtà è molto diversa..

La frusta e il corpo è noto per la descrizione del rapporto sadomasochistico che lega Kurt e Nevenka: il film fu vietato ai minori di 18 anni per problemi di censura, i tagli non furono imposti dai censori ma decisi dalla distribuzione per permettere la visione dai 14 anni in su.




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Vittime della crudeltà di Kurt, tutti i sei abitanti del castello avrebbero più o meno un motivo per ucciderlo, scatenando una ridda di sospetti che si acuiscono con la morte del vecchio conte rendendo la situazione sempre più intrigante e morbosa, a sostegno della venatura sadomaso data dal legame tra i due amanti.




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Un piccolo horror di atmosfera che potrebbe essere uscito dalla factory di Corman visto che tutta la produzione figura con uno pseudonimo inglese, molto struggenti le musiche di Carlo Rustichelli che si firma Jim Murphy ma il capolavoro è certamente la fotografia di David Hamilton e cioè Ubaldo Terzano.




La frusta e il corpo


Penso che La Frusta e il corpo sia in realtà un tributo al cinema espressionista tedesco non solo per l’uso appunto espressionista delle ombre, ma anche i giochi di luce alterano le geometrie del castello con un gusto tipicamente espressionista e i colori vivaci che parrebbero riprendere l’estetica pop anni ’60 in realtà sono gli stessi dei viraggi dei film muti, lo stesso tema di sudditanza psicologica verso l’aguzzino è caratteristico della filmografia espressionista.