Harvey

USA 1950, Universal
con James Stewart, Josephine Hull, Peggy Dow, Charles Drake, Cecil Kellaway, Victoria Horne, Jesse White, William H. Lynn, Grayce Mills, Wallace Ford, Clem Bevans, Nana Bryant
regia di Henry Koster


Harvey


La vedova Veta Louise Simmons si è trasferita con la figlia zitella Myrtle Mae a casa del fratello Elwood P. Dowd, amabile signore di mezz’età che ha come migliore amico Harvey, un invisibile coniglio bianco alto un metro e ottanta. La signora Simmons sopporta la stranezza del fratello fino a quando Elwood non mette in fuga le signore della buona società presentando il suo amico invisibile. Veda decide di far internare il fratello in una clinica ma viene scambiata per pazza e internata al posto del congiunto dal solerte dottor Sanderson. Per evitare che la donna faccia causa alla clinica, il titolare, il dottor Chumley, si mette sulle tracce di Elwood e rimane molto affascinato dalla figura di Harvey che si rivela essere un pooka, uno spirito della mitologia celtica. Mentre il dottor Chumley finisce per credere all’esistenza di Harvey e chiede a Elwood di lasciarglielo, l’uomo, per compiacere la sorella, è disposto ad accettare una drastica cura che lo riporterà alla realtà ma alla fine Veta preferisce che Elwood resti quello che è e anche Harvey preferisce rimanere con lui piuttosto che col dottor Chumley.



Harvey


Tratto dalla pièce omonima di Mary Chase che le valse il premio Premio Pulitzer per la drammaturgia, nel 1945, Harvey è una bizzarra commedia fantastica che ripropone gli stilemi assurdi delle commedie slapstick anni ’30 per cui in alcuni passaggi potrebbe sembrare fuori tempo massimo, ma la progressiva naturalità con cui viene accettata la presenza del coniglio invisibile anticipa le stranezze a cui ci hanno abituato le commedie indie del XXI secolo e pare che da Harvey discenda l’inquietante coniglio di Donnie Darko per la capacità del pooka di viaggiare nel tempo.



Harvey


Oltre la piacevolezza della pellicola che è rimasta inalterata nel tempo, Harvey si presenta quindi come un interessante trait d’union tra cinema classico e cinema contemporaneo dove sotto le battute svagate pulsano le nevrosi dell’America post bellica: Elwood è un uomo di buona famiglia, destinato a un sicuro successo ma non si è sposato né ha avuto una carriera, nessun avvenimento particolare sembra aver ostacolato la sua vita eppure è chiaro che Elwood ha un grosso problema di alcolismo, e la sua solitudine e il suo senso di inadeguatezza emergono sempre più dai suoi dialoghi.
James Stewart aveva già interpretato il personaggio a teatro con grande successo ma sul grande schermo Elwood non avrebbe potuto essere che lui, anche per un certa rivisitazione acida del suo più grande successo, La vita è meravigliosa di Frank Capra dove la bontà d’animo del protagonista viene ripagata dalla riconoscenza spontanea dei concittadini, in Harvey l’amabilità, financo eccessiva, del protagonista è una difesa dal mondo, la madre di Elwood gli diceva sempre che nella vita bisogna essere o molto astuti o molto amabili, e il protagonista confessa di aver ripiegato sull’amabilità anche se avrebbe preferito l’astuzia: ma quale astuzia più grande di quella di essere sempre amabili? Ci si fa perdonare anche la pazzia…

Il cameraman

The cameraman
USA 1928 MGM
con Buster Keaton, Marceline Day, Harold Goodwin, Sidney Bracy, Harry Gribbon
regia di Edward Sedgwick, Buster Keaton (non accreditato)



Thecameraman


Buster, fotografo di ritratti a poco prezzo s’innamora a prima vista di Sally, impiegata al reparto notizie della MGM. Nel tentativo di conquistarla, si ricicla come cameraman ma i primi filmati che propone alla redazione sono inguardabili. Per aiutarlo Sally gli passa una soffiata su una probabile rissa a Chinatown ma Buster perde il rullo delle immagini in esclusiva. Sarà un a scimmia addomesticata a recuperare il documento e a filmare anche l’eroico salvataggio di Sally da parte di Buster, impresa di cui si era preso il merito Stagg, suo rivale in amore e sul lavoro.



The cameraman


Secondo evento della ottava edizione del Gran Festival del Cinema Muto, dedicato quest’anno alla commedia slapstick, The cameraman è il primo lungometraggio di Keaton prodotto dalla MGM e il penultimo film muto interpretato dal comico. Il film è conosciuto in Italia anche con il titolo Io… e la scimmia secondo la tendenza di rititolare in italiano diversi film di Keaton con l’espressione “Io… e“, suppongo per renderli immediatamente riconoscibili come film di Buster Keaton.



The cameraman


La pellicola è forse l’ultimo capolavoro di Buster Keaton che, passato sotto il controllo della MGM perse sempre più la propria indipendenza creativa, peggiorata anche dal passaggio al sonoro.
Nel film possiamo ritrovare tutti i temi cari alla teoretica keatoniana: l’impossibilità di vivere nel mondo per cui Keaton viene sempre sopraffatto dalla folla, sia nella sequenza iniziale quando incontra Sally, sia nella scena sull’autobus quando la folla lo divide dalla donna che sta corteggiando.
Altra situazione classica di Keaton è la protagonista femminile posta in una situazione di oggettivo pericolo, in questo caso al centro delle onde di un motoscafo rimasto senza guida.




TheCameraman


C’è anche tutta la prestanza fisica dell’attore: la sequenza in cui scende o sale le scale per andare a rispondere al telefono è girata in un unico piano sequenza con la macchina da presa che riprende frontalmente le molte rampe di scale mosse da un meccanismo ascendente/discendente per mantenere sempre in quadro il comico che si scapicolla.
Altrettanto celebre è la sequenza al campo di baseball dove le eccellenti doti di mimo permettono al grande comico di improvvisare un’intera partita tutto da solo.



Ioelascimmia


Come tema portante del film torna il rapporto cinema realtà, già affrontato ne La Palla n°13: la prima proiezione delle riprese incoerenti dell’apprendista cameraman fatte di movimenti indietro e sovrimpressioni sembrano anticipare L’uomo con la macchina da presa di Dziga Vertov che uscirà nel 1929; anche il rapporto sempre conflittuale con gli oggetti di Keaton rende la telecamera un oggetto che gode quasi di vita propria a discapito del povero cameraman.
Dopo questa sorta di tributo alle avanguardie cinematografiche, Keaton conclude facendo risolvere la sua situazione sentimentale e lavorativa dalle riprese di una scimmia che testimoniano come si sono svolti i fatti: il cinema lo possono fare davvero tutti?

Arsenico e vecchi merletti

ArsenicoevecchimerlettiArsenic and Old Lace
Usa 1944 Warner Bros
con Cary Grant, Priscilla Lane, Josephine Hull, Jean Adair, Raymond Massey, Peter Lorre, Jack Carson, Edward Everett Horton, John Alexander
regia di Frank Capra

Mortimer Brewster, critico teatrale noto per i suoi libri contro il matrimonio, capitola e si sposa con la bella vicina di casa. Celebrate le nozze torna a casa per gli ultimi preparativi prima del viaggio di nozze e scopre che le sue adorate ziette che lo hanno cresciuto, hanno l’abitudine di avvelenare i vecchi solitari che prendono a pensione e li fanno seppellire in cantina da suo fratello Teddy, convinto di essere Roosvelt e di scavare il Canale di Panama. Nel delirio improvviso che ha scombinato la vita di Mortimer, torna a casa dopo vent’anni, l’altro fratello, Jonathan che, sadico fin dall’infanzia, è diventato un maniaco omicida con la complicità del Dr. Einstein..

Se La vita è meravigliosa è il film di Natale di Frank Capra, Arsenico e vecchi merletti è il suo film di Halloween come si capisce dalle illustrazioni con pipistrelli e gatti neri che accompagnano i titoli di testa prima che la didascalia iniziale contestualizzi la vicenda la notte di Ognissanti.
Il film è un puro divertissement tratto da una commedia di successo, una sorta di parodia della grande stagione dei mostri della Warner che produce la pellicola: Capra dimostra di saper usare sapientemente i giochi di ombre derivanti dall’espressionismo tedesco e sa gestire con grande maestria l’unità di luogo: quasi tutto il film si svolge nella casa delle adorabili (!) sorelle Brewster con vista sul cimitero.




MasseyCarsonArsenicoeVecchiMerletti


La commedia, una sarabanda in puro stile slapstick, è sostenuta ottimamente dagli attori: su tutti svetta Cary Grant, l’unico sano in una famiglia di pazzi -e infatti è ”figlio di un cuoco di mare”- che oltre a sottolineare da par suo l’assurdità delle situazioni, è davvero bravo nelle gag fisiche capitombolando con diverse sedie o poltrone.
Raymond Massey è il terribile Jonathan a cui il succube socio, il Dr. Einstein interpretato da Peter Lorre, ha cambiato i connotati per l’ennesima volta facendolo uguale al Boris Karloff (che interpretava il ruolo a teatro) di Frankenstein proprio perché la sera prima dell’intervento aveva visto “quel film” rimanendone impressionato.
SorelleBrewsterArsenicovecchimerletti
Molto bravo anche Jack Carson nei panni del nuovo poliziotto di quartiere che ovviamente ha una commedia nel cassetto da far leggere a Brewster ma non si accorge che il poveretto sta per essere eliminato dal fratello omicida.
Tutto il film verte attorno alle due vecchie sorelle Brewster, irreprensibili colonne della comunità che hanno ben più di uno scheletro nell’armadio (per l’esattezza dodici in cantina): la paffuta e serafica zia Abby (Josephine Hull), che si muove sempre saltellando è davvero superlativa.

The nice guys

Theniceguys

Los Angeles 1977: il picchiatore Jackson Healy e il detective Holland March, si incontrano in maniera non proprio amichevole: su commissione Healy spacca un braccio a March per convincerlo ad abbandonare un caso che sta seguendo. Ben presto però i due si ritrovano a collaborare per ritrovare Amelia, l’unica sopravvissuta del cast di un film porno che scotta: il sesso è solo una copertura per svelare i raggiri sull’inquinamento dell’industria automobilistica..

Shane Black torna al mondo che gli è congeniale e che in parte ha inventato, o almeno aggiornato agli anni ’80, con la sceneggiatura di Arma Letale: la strana coppia malassortita da cui nasce un’amicizia vincente, nel caso di The Nice Guys i protagonisti sono così squinternati da essere tenuti a bada da Holly, la figlia tredicenne di Holland March, detective fallito ed alcolizzato per il senso di colpa per la morte della moglie. Tra gag surreali e battute fulminanti c’è anche spazio per creare dei personaggi profondi, oltre che divertenti.
La trama è rocambolesca e piena di colpi di scena ma estremamente divertente, la ricostruzione della Los Angeles di fine anni ’70 è perfetta a partire dalla scritta cadente di Hollywood, ai costumi e nella scena alla festa del re del porno in cui una ragazza viene cambiata per un tavolino vedo una citazione artistica delle donne-mobile di Allen Jones.
Questo intelligente divertissement è sostenuto magistralmente dai due interpreti: se Russell Crowe fa la parodia del suo ruolo da duro (e rincontra Kim Basinger vent’anni dopo L.A. Confidential) Ryan Gosling, che già aveva dimostrato una vena comico surreale in Lars e una ragazza tutta sua, rivela un talento grandioso per la comicità slapstick, degna delle comiche di Mack Sennett o Hal Roach.

Shaun, Vita da pecora – Il film

Shaun Stanco della routine quotidiana alla fattoria, il gregge di pecore capeggiato da Shaun decide di prendersi un giorno di vacanza facendo addormentare il fattore dentro la roulotte per godersi le comodità della casa. Purtroppo una serie di rocamboleschi incidenti farà arrivare la roulotte in città e una contusione costerà la memoria al fattore: riusciranno Shaun&Co a riportarlo a casa e a fargli recuperare la memoria?

Il lungometraggio tratto dalla serie televisiva Shaun the sheep, prodotta dalla  Aardman con la stessa tecnica claymotion di Wallace&Gromit conserva le medesime peculiarità: anche in questo film non si parla e tutta la comicità nasce dalle gag slapstick unito all’inconfondibile humor britannico.
Abbandonato il citazionismo che aveva caratterizzato tutte le produzione animate del decennio scorso, compreso Wallace&Gromit – la maledizione del coniglio mannaro, si prende di mira l’omologazione contemporanea: il fattore diventa una star dell’hairstylish per i suoi tagli rasati (in realtà applica solo il vago ricordo della tosatura delle pecore).
Meno scontata del solito la morale sugli animali: vittime del terribile accalappiatore Trumper, Shaun e Bitzer finiscono in un ricovero per animali dove viene mostrato un esilarante campionario di animali da compagnia incattivito dall’abbandono (impagabile il molosso con lo sguardo fisso).
Al perfido Trumper toccherà una fine degna di lui e il ricovero si trasformerà in un vero centro di accoglienza per animali; anche per la randagia Slip, altra new entry del cast che aiuta Shaun e gli altri a sopravvivere nella metropoli ci sarà un tenero happy end.
Lo stile della Aardman si conferma ancora una volta intelligente e leggero e vorrei dire adatto a tutte le età come in tutte le recensioni serie ma gli esercenti evidentemente non sono d’accordo e riservano la proiezione ai soli giorni festivi in orari dedicati prettamente all’infanzia.

Il principe e la ballerina

The Prince and the Showgirl
UK 1957, Warner Bros
con Marilyn Monroe, Lawrence Olivier, Sybil Thorndike, Jeremy Spencer
regia di Laurence Olivier

Nel 1911 il Reggente di Carpazia, a Londra per l’incoronazione di Giorgio V, invita un’attricetta americana per una cena di piacere. Per una serie di complicazioni la ragazza resta nell’ambasciata più a lungo del previsto presenziando anche all’incoronazione al seguito della Regina Madre e ovviamente scoppierà l’amore per l’improbabile coppia.

E’ stato detto molto sul perché Il principe e la ballerina sia un film poco riuscito: il mancato affiatamento tra i due protagonisti, le fragilità di Marilyn sono state raccontate di straforo anche nel film Marilyn che racconta la permanenza inglese della diva giunga in Inghilterra per girare la pellicola.
In realtà se colpe ci sono sono tutte della regia e nel compiacimento di Sir Olivier nel mostrare la grandiosità britannica con il lungo intermezzo dell’incoronazione dove la macchina da presa si perde tra le volte e le vetrate di Westminster mentre gorgheggia uno zuccheroso coro di voci bianche.
Questo inserto, inutile ai fini della storia, appesantisce una commedia che ha invece una sua robustezza di scrittura puntando sul rovesciamento delle situazioni: la prima notte è il principe a tentare di sedurre la ballerina, la seconda sarà sarà la donna, con gli stessi gesti a cercare di sedurre il reggente, poi c’è il gioco con la spilla di commiato che a ogni nuovo ritardo Elsa Marina restituisce al principe.

Non mancano le incertezze, che per certi versi mi hanno ricordato i difetti de La contessa di Hong Kong, l’ultimo film di Chaplin con Sophia Loren. Le due dive sanno destreggiarsi molto bene con i ritmi della commedia slapstick che però risulta ormai fuori tempo massimo. Quello che manca veramente a Il principe e la ballerina è una sottolineatura della vena malinconica intrinseca nel film: siamo nel 1911, a un passo dalla Prima Guerra Mondiale che metterà fine a moltissime dinastie reali: la guerra e gli anarchici sono paventati spesso nel corso della pellicola ma manca del tutto l’atmosfera di fine di un’epoca che avrebbe sostenuto anche il finale non proprio lieto del film: tra Elsa Marina e il Granduca nasce l’amore ma la ragazza si rifiuta di seguire il Reggente, il loro amore (se durerà) è rimandato di diciotto mesi quando il giovane Re avrà l’età giusta per regnare.

Un finale dal retrogusto amaro che arriva inatteso in una commedia che ha giocato solo sulle battute e le gag, ovviamente lascia scontento il pubblico e si rivela un’occasione mancata anche perché il personaggio di Elsa Marina è davvero interessante e Marilyn sa rendere bene le nuove sfumature dell’ennesima versione di svampita pronta ad innamorarsi dopo due parole dolci e qualche bicchiere di champagne. La sciantosa però, possiede anche una fierezza indomita che le permette di resistere ai banali approcci del Granduca e da buona yankee non si fa impressionare né dal cerimoniale né tantomeno dalla complessa ragion di stato che regola i rapporti tra il Reggente e suo figlio, il futuro Re Nicola.

Scandalo a Filadelfia

ScandaloaFiladelfia-jpg

The Philadelphia Story
Usa 1940 MGM
con Katharine Hepburn, Cary Grant, James Stewart
regia di George Cukor

L’altezzosa Tracy Lord, una delle più ricche ereditiere di Filadelfia, è alla vigilia del secondo matrimonio con un magnate di umili origini, George Kittredge. L’ex marito C. K. Dexter Haven vende l’esclusiva del matrimonio a un giornale di gossip e fa passare il cronista e la fotografa che devono seguire l’evento per amici del fratello della sposa. Parrebbe un dispetto all’ex moglie ma in realtà Dexter ha ceduto al ricatto del direttore del giornale per evitare lo scandalo che colpirebbe la famiglia se venisse pubblicato un articolo sulla tresca che il padre di Tracy ha avuto con una ballerina e perciò avvisa i Lord sulla vera identità degli improvvisi ospiti. Dopo un primo scontro Tracy scopre che il giornalista Macaulay “Mike” Connor è in realtà uno scrittore dall’animo profondo e tra i due scatta l’attrazione proprio la sera prima del matrimonio: George sarà comprensivo con la sventatezza della promessa sposa?


The Philadelphia Story


Celeberrimo capolavoro della commedia sofisticata americana passato alla storia, oltre che per i meriti artistici, per aver rilanciato la carriera di Katharine Hepburn, soprannominata negli anni precedenti veleno dei botteghini per gli insuccessi teatrali a cui legò il proprio nome. La caparbia attrice acquistò i diritti della commedia e raddrizzò definitivamente la sua carriera con l’aiuto di Howard Hughes come racconta anche il film di Scorsese The aviator. Mi pare romantico ricordare che il suo personaggio si chiama Tracy, come il grande amore della Hepburn, Spencer Tracy che l’attrice avrebbe incontrato sul set del film successivo, La donna del giorno (1942).


Thephiladelphiastory


Diretto con la consueta eleganza da George Cukor, The Philadelphia story presenta tutti gli elementi classici della commedia sofisticata: scambi di persona, gag fisiche che richiamano il slapstick delle comiche (la scena d’apertura con Cary Grant che getta a terra la Hepburn spingendola all’indietro con una mano sulla faccia) girandole amorose che, con buona pace del Codice Hays aggirato dal genere comedy of remarriage (divorziati che tornano insieme dopo altre relazioni) descrivevano una società molto meno bacchettona in fatto di scappatelle matrimoniali e infatti, tutto ruota attorno alla “rossa” Tracy altera e molto dura nel giudicare gli altri: è stata lei a spingere la madre a lasciare il padre in seguito alla tresca con la ballerina. Anche il matrimonio con Dexter è fallito perchè Tracy non accetta la sua debolezza verso l’alcol. Quando le vengono rinfacciate tutte queste cose e quando prova una tenerezza con lo spiantato Mike, Tracy capirà l’importanza della comprensione e del perdono per essere felice.


Scandalo a filadelfia


Non manca la satira sociale diretta non tanto verso il bel mondo, quanto verso gli arricchiti che non hanno sensibilità e nobiltà d’animo: non ci sono grossi problemi infatti nel riconoscersi e stimarsi tra i due giornalisti e i ricchi Dexter e Tracy che apparentemente non avrebbero nulla in comune.
I capolavori sono tali perchè offrono una lettura nuova con il mutare dei tempi: oggi, che il gossip è uscito dal sottobosco delle riviste dedicate per regnare sulle testate più autorevoli dei quotidiani, salta all’occhio il fastidio con cui era visto dalla buona società di una volta.


Scandaloafiladelfia


Il film vanta un remake (Alta Società, 1956) di tutto rispetto in quanto a cast: Grace Kelly Bing Crosby, Frank Sinatra e la presenza di Louis Armstrong ma la bravura del trio Hepburn, Stewart, Grant resta inarrivabile: Katharine Hepburn è splendente e Cary Grant superbo mentre James Stewart vinse inaspettatamente il suo unico Oscar come attore protagonista forse per compensare quello perso l’anno precedente per Mr. Smith va a Washington citato in Scandalo a Filadelfia nel fervore con cui Mike detta la lettera che denuncia le nefandezze del direttore del giornale.

L’era glaciale 3 – L’alba dei dinosauri

L'eraglaciale3

Lo sgangherato branco composto dallo smilodonte Diego, il bradipo Sid e il mammut Manny con la compagna Ellie (che in questo episodio e’ in dolce attesa) con i due opossum Eddie e Crash riesce a superare brillantemente la boa del terzo capitolo, su cui si sono infranti eroi come Shrek
Si punta sempre sul citazionismo cinefilo pero’ la fortuna de L’era glaciale e’ stata da subito Scrat, l’antenato di Wil Coyote alle prese con la sua agognata ghianda. Il personaggio ha preso sempre piu’ piede nei vari capitoli della saga preistorica tanto che in questo terzo incontra Scrattina, una pericolosa miscela di sadismo e sensualita’ che sapra’ fargli scordare almeno per un po’ la sua ossessione per la ghianda. 
La fortuna del cartoon non e’ tanto il personaggio di Scrat in se’ quanto la via che il personaggio ha indicato: muto e vittima di gag esilaranti ha da subito ricordato le vecchie comiche; acutamente tutto il plot de L’era glaciale III punta sulla comicita’ slapstick abbandonando i messaggi buonisti della combriccola multirazziale: non sono rilevanti i patemi dovuti all'imminente paternita' di Manny o la crisi di Diego e nemmeno l’ingresso del nuovo personaggio Buck, un furetto ispirato al capitano Achab che ha come "moby dick"  un gigantesco T-rex bianco, Rudy; quello che diverte e fa funzionare il film e’ la serie di gag fisiche fatte di cadute o scivoloni, una comicita’ forse elementare ma che piace a grandi e piccini.

La via dell’impossibile

Topper
USA 1937 MGM
con Cary Grant, Constance Bennett, Roland Young, Billie Burke, Alan Mowbray, Eugene Pallette
regia di Norman Z. McLeod


Topper


George e Marion Kerby sono una coppia di milionari eccentrici e muoiono in un incidente d’auto di ritorno da un consiglio d’amministrazione. Il loro banchiere, Cosmo Topper rimane molto impressionato dalla loro scomparsa ma non immagina certo che i due, per fare una buona azione e guadagnarsi il paradiso, abbiano deciso di dare una scossa alla sua anonima esistenza..



Topper


Ottima commistione tra la commedia sofisticata e il genere sovrannaturale, La via dell’impossibile segna il debutto nella produzione di lungometraggi di Hal Roach, il re delle comiche che ha lanciato tutti i più grandi comici da Chaplin a Keaton, da Stanlio & Ollio a Le Simpatiche Canaglie e il marchio della sua comicità slapstick, molto fisica rimane anche nella commedia brillante, i due fantasmi possono essere sia visibili che invisibili, a loro piacimento il che è frutto di numerose gag: il marito malmenato dalla moglie perché ha visto l’auto dei Kerby guidarsi da sola ma quando la raggiunge Topper ha chiesto di sostituire George alla guida e tutto sembra normale, l’impossibilità di capire se Topper condivida la stanza dell’hotel con un’amante non registrata fa letteralmente impazzire il detective dell’hotel e il fattorino che, nel suo precedente lavoro di ascensorista ha già avuto modo di scontrarsi con i fantasmi burloni.



Laviadell'impossibile


I Kerby sono la parodia dei ricconi americani tipici delle commedie anni ’30, eccentrici e smodati ma che sanno prendere con leggerezza la vita e anche la morte in contrapposizione con Topper la cui vita è regolata al secondo dall’arcigna moglie e dal pedante maggiordomo. Clara Topper pensa che la sua vita irreprensibile e perfetta la aiuterà nella scalata sociale mentre gli inviti dal bel mondo arrivano solo quando il marito finisce sui giornali dopo esser stato arrestato per rissa, ovviamente provocata dai Kerby.
Un film che non si distingue per lo studio dei personaggi o il graffio sociale come le grandi commedie, ma la spensierata leggerezza che si percepisce ancora oggi, ne decretò il grande successo al botteghino e la pellicola ebbe due seguiti: Viaggio nell’impossibile del 1938 che presenta il cast praticamente invariato esclusa la presenza di Cary Grant, già poco propenso a partecipare al primo lavoro e poi nel 1941 Una bionda in paradiso dove ritroviamo solo Cosmo e Clara Topper cioè Roland Young e Billie Burke e anche la regia non è più affidata a Norman Z. McLeod.
Un’ultima curiosità: Topper è stato il primo film colorizzato nel 1985 quando si pensava che attraverso la colorizzazione le vecchie pellicole avrebbero avuto un nuovo appeal per gli spettatori televisivi (pazzi!).