Un americano a Parigi

An American in Paris
USA 1951 MGM
con Gene Kelly, Leslie Caron, Oscar Levant, Georges Guétary, Nina Foch, Ann Codee, Hayden Rorke, Paul Maxey, Anna Q. Nilsson
regia di Vincente Minnelli

Dopo la guerra Jerry Mulligan resta a Parigi perché vuole diventare un pittore, s’interessa di lui Milo Roberts, un ereditiera che vorrebbe diventare la sua mecenate e anche qualcos’altro ma Jerry perde la testa per Lise una giovane commessa. Anche Lise lo ama ma sta per sposare un altro per riconoscenza, visto che il fidanzato l’ha protetta quando è rimasta sola durante la guerra…

Musical campione d’incassi e di premi, Un americano a Parigi si segnala per una storia esile che si contrappone alla potenza dei numeri musicali.
Il film nasce proprio dall’idea di portare sul grande schermo l’omonimo poema sinfonico di George Gershwin: tutti i diritti musicali dell’autore erano stati ceduti alla MGM dopo la sua morte quindi l’operazione era fruttuosa. 

Alla regia c’è Vincente Minnelli, maestro del genere , il protagonista e coreografo è Gene Kelly e la protagonista femminile è la debuttante Leslie Caron che sostituisce Cyd Charisse che rinunciò al ruolo perché incinta.

La trama è leggera se proprio vogliamo trovare un punto di approfondimento possiamo notare che sia Jerry che Lise si amano ma si mentono per un senso di riconoscenza verso i loro compagni che li hanno protetti nei momenti di difficoltà. È come se il film invitasse a lasciare indietro i timori della guerra e a gettarsi nel futuro con ottimismo.

Ci sono molte citazioni chapliniane, dalla mini soffitta che Jerry trasforma al mattino, il fiore che torna ricordando un po’ Luci della città e in un numero musicale coi i bambini Gene Kelly imita le mosse caratteristiche di Charlot.

Visivamente il film è spettacolare, in trionfo del e delle ricostruzioni in studio. Canzoni e balletti si sprecano ma la produzione ha un coraggio inusitato: un numero musicale di 17 minuti, pura arte coreutica che omaggia Parigi e i suoi movimenti artistici, un sogno ad occhi aperti di Jerry che trascende il rimpianto della donna appena perduta

Nulla sul serio

Nothing sacred
USA 1937
con Carole Lombard, Fredric March, Charles Winninger, Walter Connolly, Sig Ruman, Frank Fay, Troy Brown Sr., Maxie Rosenbloom, Margaret Hamilton, Olin Howland
regia di William A. Wellman

Dopo aver causato una truffa al giornale in cui lavora, il giornalista Wally Cook  è retrocesso al reparto necrologi. Per ricostruire la propria reputazione Cook propone al direttore di seguire la storia di Hazel Flagg, una giovane donna del Vermont, che sta morendo per una contaminazione da radio. Proprio quando il giornalista arriva in città, Hazel scopre di aver ricevuto una diagnosi sbagliata e di godere di ottima salute ma la proposta di Cook è troppo alettante per una ragazza di provincia che ha sempre sognato di vedere New York. Mentre Hazel si adatta facilmente a tutti gli onori tributati al suo coraggio nell’affrontare la morte imminente, il giornalista è sempre più disgustato dallo sfruttamento del pietismo creato dalla carta stampata anche perché si è innamorato , ricambiato, della ragazza e vorrebbe sposarla anche se è in punto di morte ma le cose cambiano quando si scopre che Hazel non è in fin di vita…

Girato in Technicolor, è l’unico film a colori di Carol Lombard che riteneva il film una delle sue opere più riuscite.

Il film proclama il suo spirito dissacrante fin dal titolo e continua nei titoli di testa dove i protagonisti sono rappresentati da figurine caricaturali.

È un classico esempio di commedia screwball che nasconde una satira feroce al sistema giornalistico pronto a sostenere qualsiasi causa pur di aumentare le tirature.
Anche Hazel è figlia del suo tempo e sinceramente dispiaciuta di essere sana ma costretta a una vita di provincia e preferisce fingersi malata ma avere il suo momento di gloria a New York: il prezzo da pagare per i begli abiti e le serate di gala sono le macabre presentazioni come la coraggiosa ragazza che guarda in faccia la morte con un sorriso.

I dialoghi sono veramente divertenti e surreali anche se il film non è invecchiato benissimo e forse non ha mai veramente funzionato.

Piuttosto fastidioso oggi è vedere la scena del pugno che Wally assesta a Hazel nel tentativo di farla apparire malata di fronte al nuovo consulto dei medici europei. La scena è chiaramente una gag e Hazel non esita a restituire il destro alla prima occasione ma è più inquietante la battuta del giornalista al direttore che li ha scoperti dicendo che sta esercitando il suo diritto di futuro marito, altra battuta sarcastica che rivela una squallida e drammatica realtà.

Finale attualissimo: per non rovinare definitivamente la reputazione del giornale, Hazel finge di voler morire in solitudine e scomparire dalla città che l’ha tanto amata, i realtà lei è Wally si rifanno una nuova vita sotto falso nome ai Caraibi.

Le baccanti

Screenshot

Italia 1961
con Taina Elg, Pierre Brice, Alessandra Panaro, Alberto Lupo, Akim Tamiroff, Raf Mattioli, Erno Crisa, Miranda Campa, Gérard Landry, Nerio Bernardi, Enzo Fiermonte
regia di Giorgio Ferroni

Mentre una tremenda siccità incombe sulla città di Tebe, Manto la figlia dell’indovino Tiresia, sta per diventare una vergine del tempio di Minerva nonostante sia innamorata di Lacdamo. Durante il rito d’iniziazione il grande sacerdote vede avverarsi alcuni segni riguardanti una profezia che vuole che il re Penteo sia destinato a perdere il trono. Il sacerdote si consulta con Agave, la regina madre e i due convincono Penteo a offrire un sacrificio umano a Minerva per placare la siccità, la vittima prescelta è proprio Manto. Nel frattempo in città è arrivato uno straniero che si rivela essere Dioniso in persona…

Screenshot

Liberamente ispirato a Le Baccanti di Euripide, un peplum che ancora una volta si rivela una critica al potere e alla censura: Penteo interpretato da un ottimo Alberto Lupo che rende credibili alcuni dialoghi ampollosi, vorrebbe anche essere un re saggio e morigerato che vieta il culto di Dioniso perché mette in pericolo la virtù delle donne tebane ma appena scopre che Lacdamo è il legittimo erede di Tebe cresciuto come uno schiavo, non esita ad accettare il sacrificio di Manto per tenersi il trono.

Il film si distingue per le coreografie di Herbert Ross, e anche un uso della fotografia che trasforma lo sgargiante technicolor in un gioco di luci molto pop -alla swinging London– nelle scene nella caverna, rendendo il film molto moderno. Modernità che ritorna anche nelle figure femminili: sia Manto che Dirce sono votate a un destino imposto loro dalla nascita, solo l’adesione al culto di Dioniso rappresentato in maniera molto androgina per i tempi, permette loro di autodeterminarsi.

C’è una commistione tra riprese in esterno e i classici reperti di polistirolo tipico dei “sandaloni”, tutti segni di una cura nella produzione superiore alla media tipica dei peplum.

Donne sole

Italia 1956
con Eleonora Rossi Drago, Gianna Maria Canale, Luciana Angiolillo, Antigone Costanda, Paolo Stoppa, Evi Maltagliati, Vittorio Vaser, Ignazio Balsamo, Enzo Garinei, Ettore Manni, Joseph Lenzi, Gino Buzzanca, Ignazio Leone, Francesco Sormano
regia di Vittorio Sala

Le vicende sentimentali di tre indossatrici che vivono insieme: Nice, Luisa e Mara più una quarta loro collega, Franca. Mara grazie all’aiuto di un imprenditore riesce a fare il salto di qualità e diventare attrice ma conoscendo una diva decaduta capisce che la sua carriera è legata solo alla sua giovinezza. Luisa viene corteggiata da un giovane giornalista che la ragazza trova poco ambizoso così gli preferisce un nobile tanto ricco quanto fatuo. Nice che aveva già avuto a che fare con il medesimo personaggio di cui si è infatuata Luisa, preferisce la compagnia dei suoi gatti e finisce per accettare la goffa corte del vicino di casa. Franca, indossatrice straniera sempre in lotta con il peso, si sposa con un giovanotto siciliano.

Tre anni dopo Come sposare un milionario ecco la versione italiana della convivenza di tre mannequins con sogni di gloria.

L’esito è ben diverso dalla spumeggiante commedia con Marilyn Monroe: nella morale e ahimè anche negli esiti artistici.

Il film si chiude alla prima del film di debutto di Mara con la voce off della protagonista che profetizza il futuro di solitudine sua e di Luisa, le due che si sono lasciate tentare dalla fama e dei soldi, a differenza delle colleghe che sono state più concrete anche se Franca accetta di sposare un uomo che la trova troppo magra e non esita a guardare le altre, insomma un futuro di figli, obesità e corna… davvero invidiabile! 


Nice accetta la corte improbabile del vicino di casa, Paolo Stoppa che in uno dei finti incontri casuali si presenta in ciabatte (e questa è la vetta comica del film!) solo per le delusioni passate ma per lei prevediamo un futuro più sereno in quanto gattara ante litteram =^. _^=


Più spazio viene lasciata alla storia di Luisa che alla prima del film di Mara incontra il giornalista con la sua nuova fidanzata e non le resta che piangere sull’occasione perduta per rincorre il principe libertino che non si è fatto scrupolo di portarla a una festa un po’ equivoca lasciando che l’anfitrione ci provasse con lei. La situazione mi è sembrata una chiara allusione al caso Montesi portato di recente sullo schermo da Saverio Costanzo: addirittura aprendo una porta si vedono due donne sole molto vicine infastidite per esser state importunate,  il massimo possibile per una rappresentazione lesbica nei bacchettoni anni ’50!

Tornando al paragone con Come sposare un milionario anche la fotografia è opposta: invece di uno sgargiante technicolor,  la fotografia di Donne sole è cupa e mortifera a sottolineare il destino infelice delle protagoniste.

Unico punto in cui vince l’opera italiana è nei costumi. La pellicola è davvero una sfilata ininterrotta di abiti eleganti e completi abbinati anche per le mise casalinghe: il film ideale per studiosi della moda anni’50!
Notevole anche la cura nei titoli di testa.

I tre moschettieri – D’Artagnan / Milady

Les Trois Mousquetaires: D’Artagnan / Milady
Francia 2023
con François Civil, Eva Green, Vincent Cassel, Romain Duris, Pio Marmaï, Alexis Michalik,Eric Ruf, Patrick Mille, Louis Garrel, Vicky Krieps, Lyna Khoudri, Marc Barbé, Jacob Fortune-Lloyd, Ivan Frane
regia di Martin Bourboulon

Speravo che quest’ultima versione de I tre moschettieri fosse un dittico ma invece pare che sia niente meno che l’inizio di un Dumas cinematic universe con serie tv sul passato di Milady e la trasposizione cinematografica anche degli altri romanzi Vent’anni dopo e Il Visconte di Bragelonne

L’idea non è malvagia visto che i romanzi storici di Dumas sono divisi per cicli introducendo già l’idea di sequel;  è poi tipicamente francese rispondere al multiverso dei cinecomics americani attingendo ai capisaldi più popolari della cultura francese, riappropriandosi di una saga che imperversa al cinema fin dai tempi del muto: la prima versione del 1909 è italiana diretta da Mario Caserini.

Il progetto di rinascita dell’universo Dumas è enunciato già in apertura del primo film: D’Artagnan viene seppellito vivo e riemerge dalla tomba  con il più classico braccio che sbuca dal terreno. 

Altra caratteristica che colpisce nel primo capitolo è il naturalismo della messa in scena: I tre moschettieri sono l’emblema del cinema di cappa e spada e la versione migliore, quella del ’48 con Gene Kelly, è anche il trionfo del technicolor più sgargiante quindi le cavalcate nel brumoso Nord della Francia mi hanno molto colpito. I tre moschettieri – D’Artagnan è  stato nominato ai Cesar per diversi premi tecnici e  l’ambientazione nei castelli più scenografici di Francia è stata giustamente premiata.

Anche la divisione in due capitoli, il primo dedicato al quarto moschettiere e il secondo alla perfida Milady, segue l’andamento del romanzo che prima introduce il giovane guascone e nella seconda parte si concentra sulle malefatte e la punizione di Milady de Winter.

Il secondo capitolo cinematografico però si allontana dal romanzo soprattutto nel finale dove a sorpresa un cliffhanger riguardante un personaggio apocrifo (il figlio di Athos e Milady) spiana la via a un terzo episodio.

Protagonista indiscussa del secondo film è Milady uno dei più bei vilain della storia del cinema e della letteratura e questa trasposizione ha il merito di approfondirne la psicologia anche se poi le fa compiere un gesto di rara crudeltà per salvarsi. Su quanto Eva Green abbia il talento e il magnetismo per interpretarla è già stato detto tutto. 

Può colpire piuttosto che ad interpretare il protagonista di tutta la saga, D’Artagnan, ci sia un attore la cui fama travalica poco i confini nazionali mentre alle star più celebri sono riservati ruoli secondari: Louis Garrel è Luigi XIIIl e Vincent Cassel Athos, tormentato (ex) marito di Milady.

La donna eterna

She
USA 1935 RKO
con Helen Gahagan, Randolph Scott, Helen Mack, Nigel Bruce, Gustav von Seyffertitz, Lumsden Hare, Samuel S. Hinds, Noble Johnson
regia di Lansing C. Holden e Irving Pichel



She


L’aitante Leo Vincey viene chiamato al capezzale dello zio che gli rivela il segreto di famiglia: secoli prima un loro antenato si era avventurato in terre sperdute trovando l’elisir dell’eterna giovinezza, però solo la moglie era tornata dalla spedizione. Il vecchio scienziato affida al nipote il compito di continuare le ricerche assieme al suo assistente, il professor Horace Holly. I due partono per la Siberia e qui trovano solo un vecchio avido disposto a far loro da guida, assieme a Tugmore parte con loro anche la figlia Tanya. L’avidità della guida causa una valanga da cui Vincey, Holly e Tanya si salvano a stento infilandosi in una grotta che sembra portarli in un mondo lontani, vengono assaliti da dei cannibali ma salvati da dei soldati: è l’esercito di She, Colei che si deve obbedire, divina sovrana della città di Kor. Appena la donna vede Leo Vincey lo crede il vecchio amante redivivo, che secoli prima aveva ucciso per gelosia. She fa di tutto per sedurre Leo che però si sta innamorando di Tanya, la regina vuole condividere con Leo il segreto della sua eterna giovinezza ma gli tace che il rito prevede il sacrificio di Tanya. Leo la salva e nella fuga Leo Tanya e Holly arrivano nella sala della fiamma eterna dove la regina entra più volte rinunciando all’immortalità per spegnersi come una vecchia mummia.



La donna eterna


La donna eterna, tratto dal romanzo omonimo (She) di H. Rider Haggard è una classica poduzione Merian C. Cooper che definì la pellicola il peggior film che avesse mai fatto, nonostante questo il film ha avuto due remake, nel 1965 e nel 1982.
La donna eterna si credeva perduto, bruciato in un incendio dei magazzini della RKO invece una copia fu ritrovata nel garage di Buster Keaton. L’opera è stata restaurata e colorizzata perché il progetto nasceva in technicolor ma i problemi della casa di produzione portarono a girarlo in bianco e nero.



She ladonnaeterna


Per quanto il produttore non lo amasse, il film rispecchia il suo immaginario fantastico con la spedizione che si trova a contatto con una realtà aliena, il gigantesco gorilla di King Kong, il folle proprietario dell’isola de La pericolosa partita, l’oggetto sessuale qui però non è la donna ma forse per la prima volta il belloccio Randolph Scott che si destreggia a fatica tra la prolissa Tanya e l’altera e immortale regina di Kor.



La donnaeterna


Forse il cast è l’elemento più debole della pellicola: Nigel Bruce, noto Watson cinematografico, che non si accorge, come i compagni, del resto, che i cannibali non sono per nulla amichevoli e il paiolo incandescente viene preparato per essere un “simpatico” ornamento della sua testa è solo risibile senza nessuna venatura spaventevole.
Entusiasmante invece il reparto scenografico di chiara matrice deco in grado di ricostruire un’opulenta citta nascosta e creare fantastici balletti che preludono al cruento destino a cui Tanya si sottopone spontaneamente per amore; e al look di Colei a cui si deve obbedire si ispira la Regina Cattiva della Biancaneve disneyana.

Becky Sharp

USA 1935, RKO
con Miriam Hopkins, Frances Dee, Nigel Bruce, Cedric Hardwicke, Billie Burke, Alan Mowbray, G. P. Huntley, Alison Skipworth
regia di Rouben Mamoulian



Becky sharp


L’orfana Becky Sharp al termine del collegio riesce a farsi ospitare dalla ricca compagna Amelia Sedley nella speranza di impalmarne il fratello Joseph. Quando capisce che Mr. Sedley ha altri progetti per il figlio si rassegna a cercarsi un lavoro come governante, viene assunta dai Crawley e inizia una relazione con il primogenito Rawdon da cui riesce anche a farsi sposare. Nonostante sia innamorata del marito Becky usa tutto il suo fascino per flirtare con gli uomini che le servono per l’ascesa sociale e ripagare i debiti ma quando Rawdon la sorprende a cena con il marchese di Steyne, la lascia. A salvare Becky dalla povertà sono ancora una volta Amelia e Joseph.



BeckySharp


Il film è l’adattamento cinematografico della omonima pièce teatrale del 1899 tratta dal romanzo di William Makepeace Thackeray, La fiera delle vanità; Becky Sharp è il primo film girato in technicolor e fa un certo effetto vedere il logo in bianco e nero della RKO aprire un film dai colori sgargianti. Le scenografie e i costumi sono un trionfo di colori e la scena del ballo interrotto dalla battaglia di Waterloo è stupefacente ancora oggi nella sua composizione cromatica.
La provenienza teatrale del film si sente anche nella recitazione ma la pellicola è un pezzo di bravura di Miriam Hopkins che ricevette una candidatura all’oscar: sempre in scena, l’attrice passa dal pianto al riso spesso esasperando e mistificando le sue emozioni per sedurre gli uomini e farsi prestare i denari che servono a lei e a Rawdon per condurre la vita lussuosa che non si potrebbero permettere.
La figura di Becky è molto complessa, una donna divorata dall’ambizione che non esita a sedurre per i propri scopi il marito della sua più cara amica, Amelia. Il film procede mettendo sempre in contrappunto le esperienze delle due donne: dal diverso commiato riservato alle due ragazze alla fine del collegio ai momenti bui del matrimonio di Amelia in contrasto con l’inarrestabile ascesa di Becky, al perdono di Amelia che va a recuperare Becky nella povera locanda dov’è finita dopo aver tentato la carriera artistica.
Nonostante il cinismo, Becky sa provare anche grandi passioni come l’amore per il marito e il consiglio dato ad Amelia di rifarsi una vita con William Dobbin dopo la morte in battaglia di George.
Di tutto rispetto il cast ricordiamo Nigel Bruce, noto dottor Watson cinematografico, nei panni di Joseph Sedley.

La segretaria quasi privata

Desk set
USA 1957 20th Century Fox
con Katharine Hepburn, Spencer Tracy, Gig Young, Joan Blondell, Sue Randall, Dina Merrill, Neva Patterson, Diane Jergens, Merry Anders, Ida Moore
regia di Walter Lang


Deskset


L’Ufficio Quesiti di un’importante radio nazionale è gestito dalla caporetaparto Bunny Watson che con la sua memoria prodigiosa e l’aiuto di altre tre colleghe gestisce le domande più complesse. L’arrivo dell’ingegnere Richard Sumner che sta installando dei cervelli elettronici per la società, getta le impiegate nella paura di essere licenziate. Cosa che puntualmente avviene ma per un errore della macchina che manda una lettera di licenziamento anche al direttore generale. Intanto Bunny e Richard s’innamorano, liberando la donna dal lungo rapporto senza costrutto con il direttore del suo reparto.



La segretariaquasi privata


Il penultimo film della coppia Katherine Hepburn / Spencer Tracy è una graziosa commedia sentimentale che ha il merito di essere il primo film in cui un computer ha un ruolo centrale e non fantastico ma quello che sarebbe poi diventato molto realistico della sostituzione della forza lavoro umana, ma essendo nient’altro che una graziosa commediola hollywoodiana il tema viene solo sfiorato e non certo approfondito e per quanto le quattro impiegate dell’uffico quesiti siano preparatissime e in grado di sconfiggere il cervello elettronico, il loro interesse principale sembra essere quello di trovare marito e sistemarsi. Ipotesi che sta sfumando per le due veterane Bunny e Peg (Joan Blondell) che già prefigurano un futuro da zittelle gattare.



Desk set


Nonostante le sue stupefacenti capacità intellettive Bunny si perde in una relazione con il direttore dell’ufficio, Mike Culter troppo impegnato a pensare alla carriera, che si ricorda della fidanzata a ogni morte di papa e rimanda gli appuntamenti per inseguire le promozioni. L’arrivo di Sumner, sorpreso da Culter a casa della fidanzata dopo un violento acquazzone, ringalluzzisce lo storico fidanzato ma ormai è troppo tardi.



Lasegretaria quasiprivata


Il film è sorretto ovviamente dalla bravura dei due protagonisti e dei comprimari, c’è la figura surreale della vecchia modella che posò per la prima pubblicità e ancora si aggira negli uffici anche se è una vecchia signora molto âgée.
La segretaria quasi privata è anche il primo film in technicolor della coppia Hepburn/ Tracy e sono davvero notevoli i titoli di testa costruiti su geometrie che riprendono i quadri di Mondrian.

Spirito Allegro

Blithe Spirit
GB 1945 Rank
con Rex Harrison, Constance Cummings, Kay Hammond, Margaret Rutherford, Hugh Wakefield, Joyce Carey, Jaqueline Clarke
regia di David Lean



Blithespirit


Per documentarsi sul libro che sta scrivendo, lo scrittore Charles Condomine organizza una seduta spiritica a casa sua. Si materializza Elvira, la prima moglie dello scrittore che è l’unico che riesce a vederla. Inizia così un insolito ménage à trois tra Charles, il fantasma di Elvira e Ruth, la seconda moglie ma Elvira vorrebbe il marito tutto per sé e attenta alla sua vita, finendo per uccidere Ruth al suo posto. Nell’ennesimo tentativo di liberarsi di Elvira si materializza anche lo spettro di Ruth; fortunatamente la balzana medium Madame Arcati riesce a risolvere il caso e a liberare la casa ma le due caparbie mogliettine riusciranno a portarsi nell’aldilà l’amato Charles.



Spiritoallegro


Deliziosa commedia inglese tratta dalla pièce teatrale di Noël Coward che si prende gioco della commedia romantica americana con grandi dosi di humor nero tipicamente britannico.
Il sottogenere è quello del remarriage in cui la coppia, divisa per un motivo qualunque, si ritrova ai danni della seconda moglie, solitamente appena prima dell’ufficializzazione del divorzio.
In questo caso Elvira è morta da sette anni e, come racconta il dialogo tra Ruth e Charles mentre si preparano per la serata che culminerà con la seduta spiritica, il loro nuovo amore è più tranquillo e pacato. L’entrata in scena di Elvira conferma che la prima moglie era più effervescente della snob Ruth e, si scoprirà, anche infedele. Se le due mogli battibeccano attraverso le dimensioni temporali stipuleranno un’alleanza per riprendersi e dividersi il marito una volta allontanate dalla casa.



Spiritoallegro


E’ una commedia molto divertente per nulla invecchiata, il recente restauro ha restituito la brillantezza del technicolor: come direttore della fotografia troviamo il regista Ronald Neame (quello de L’avventura del Poseidon del 1972) mentre alla regia c’è David Lean ancora lontano dai kolossal degli anni ’60, in grado di dare respiro a una commedia che si svolge in gran parte nel villino dei Condomine.
Pochi attori ma tutti molto bravi, ottimo Rex Harrison ma svetta la caratterizzazione della balzana Madame Arcati fatta dall’attrice Margaret Rutherford, nota soprattutto per essere stata la Miss Marple di una serie di film degli anni ’60.
Il film fu premiato con l’Oscar per gli effetti speciali.

Il fantasma dell’Opera

Phantom of the Opera
USA 1943, Universal
con Nelson Eddy, Susanna Foster, Claude Rains, Edgar Barrier, Leo Carrillo, Miles Mander, Hume Cronyn, Fritz Leiber, J. Edward Bromberg, Frank Puglia
regia di Arthur Lubin


Ilfantasmadell'opera


Il violinista Erique Claudin viene allontanato dall’orchestra dell’Opera di Parigi perché l’età non gli permette più di eseguire virtuosismi. Il cruccio di Claudin è di non poter più pagare le lezioni di canto alla promettente corista Christine DuBois di cui è segretamente innamorato e i cui studi finanzia di nascosto. Il musicista tenta di vendere una sua composizione ma credendo che l’editore stia rubando la sua musica lo uccide e nella colluttazione rimane sfigurato con l’acido. Si rifugia nei sotterranei del teatro e continua ad uccidere per favorire la carriera di Christine, ma alla fine, impazzito del tutto, rapisce la ragazza per tenerla con sé. La salveranno i suoi due pretendenti il baritono Anatole Garron e il poliziotto Raoul Daubert.



Il fantasma dell'opera


Dopo quasi vent’anni la Universal riporta sullo schermo il classico del cinema muto, con l’iconica interpretazione di Lon Chaney.
La nuova versione è una sfavillante e lussuosa produzione in technicolor che vinse l’Oscar alla fotografia e alle scenografie nel 1943 ma che ha ben poco a che fare con la versione del 1925: si preferiscono i toni del melodramma a quelli orrorifici e solo la parte finale nei sotterranei del teatro riprende anche visivamente il film muto anche se vennero riutilizzate molte delle scenografie del 1925.



Fantasma dell'opera_


Claude Rains, già mostro classico Universal nei panni de L’Uomo Invisibile nel 1933, fu scelto dopo aver vagliato diversi altri attori.
Il melodramma ruota tutta attorno all’amore inespresso che l’attempato violinista nutre per la bella corista, conscio della differenza d’età, Claudin si limita a pagare di nascosto le lezioni di canto della fanciulla con la complicità del suo maestro di canto, dopo l’omicidio dell’editore Pleyel per il musicista è un crescendo di follia che lo porta alla morte.
Christine, nonostante la pena espressa per la morte del violinista, è bella quanto superficiale e si giostra abilmente tra la corte del baritono e del poliziotto, alla fine preferirà il successo all’amore e ai due rivali non resterà che diventare buoni amici.



Fantasmadellopera


La rivalità tra Garron e Daubert è descritta con tocchi comici: arrivano a tempo, dicono contemporaneamente le stessi frasi d’amore, regalano lo stesso bouquet di fiori.
Non sono gli unici tocchi umoristici della pellicola, anche la leggenda del Fantasma dell’Opera entra in scena con toni da barzelletta con il direttore che ne mima le sembianze: naso lungo e pizzo sul mento.


Phantom of the opera


La storia è appena sbozzata, se si calcola che il film dura poco più di novanta minuti e una buona parte sono spese nelle riprese degli spettacoli operistici per dar modo al protagonista Nelson Eddy di dimostrare le sue abilitò canore. Lo spazio riservato al Fantasma è davvero poco e spesso si staglia solo la sua ombra, in bianco e nero, quasi a rinverdire un legame con i mostri classici degli anni ’30.
Un film piacevole ma davvero molto lontano dal capolavoro del muto e anche dal romanzo di Gaston Leroux.