Rapunzel – L’intreccio della torre

Tangled
USA 2010, Disney
regia di Nathan Greno, Byron Howard

Una regina si ammala mentre è incinta. Disperato il sovrano consorte fa ricercare un leggendario fiore dai poteri taumaturgici. Il fiore era tenuto nascosto da Gothel, una vecchia che da secoli lo utilizzava come fonte di eterna giovinezza; la bambina che nasce dopo la guarigione della regina ha meravigliosi capelli d’oro e Gothel intuisce che hanno ereditato il potere del fiore e dopo averne tagliato una ciocca vede che i capelli avvizziscono subito; la vecchia rapisce la bambina rinchiudendola in una torre isolata per sfruttare il potere dei suoi capelli. Trascorrono diciott’anni e un ladro in fuga riesce a nascondersi nella torre. La principessa riesce a convincerlo ad accompagnarla fuori dalla torre dopo aver allontanato per alcuni giorni la presunta madre. Gothel però si accorge della fuga e cerca di riportare a casa la fanciulla ormai innamorata di Finn. Gothel riesce a far credere a Rapunzel che il fuorilegge l’abbia ingannata ma Finn arriva a sacrificare la sua vita per ridarle la libertà.

Primo film girato in 3D della Disney, uscito nel 50 anniversario della casa di produzione, Rapunzel segna un punto importante nell’evoluzione delle figure delle Principesse Disney anche se la storia d’amore è piuttosto banale e le musiche inconsistenti, si salva solo il momento esilarante nella taverna in cui i peggiori ceffi del regno cantano dei loro sogni.

Nel processo di indipendenza delle figure femminili s’inserisce la citazione dei film d’azione e catastrofici ma il punto di forza del film è il rapporto malato tra l’adolescente e la presunta madre: per la prima volta un cartone animato per bambini porta sullo schermo una manipolazione psicologica che ha segnato molti rapporti familiari, mi è tornato in mente H.P. Lovecraft convinto dalla madre a isolarsi per la bruttezza.

Nonostante il personaggio di Finn/Eugene sia quello di un simpatico farabutto dal cuore d’oro, la relazione con Rapunzel procede senza scossoni con gli step più classici: incontro fortuito, convivenza forzata, confessioni chiarificatrici, presunto tradimento redenzione e lieto fine.

Molto più interessanti le interazioni con gli altri personaggi: per Finn sicuramente la strana coppia formata col cavallo segugio Maximus personaggio che ho adorato ma che non mi pare aver avuto la stessa fortuna di altre figure secondarie di altre produzioni Disney.

Duello sulla Sierra Madre

Second Chance
USA 1953 RKO
con Robert Mitchum, Linda Darnell, Jack Palance, Reginald Sheffield, Roy Roberts, Dan Seymour, Fortunio Bonanova, Margaret Brewster, Rodolfo Hoyos Jr., Maurice Jara, Judy Walsh
regia di Rudolph Maté



Duello sulla sierra madre


Clare Shepperd, ex fidanzata di un malavitoso, sì è nascosta in Messico sotto falso nome per sfuggire ai sicari del boss che vogliono imperdirle di testimoniare al processo.
Il sadico Cappy Gordon, da sempre innamorato della donna, riesce a ritrovarla a San Cristobal ma la ragazza gli sfugge e si rifugia nel pittoresco paesino di La Cumbre con un boxeur americano che le fa corte. Tra i due nasce l’amore ma Cappy li ritrova e per salvare Russ, Clare accetta di andare via con lui. I tre si ritrovano sulla funivia quando uno dei cavi d’acciaio si spezza…



Second-Chance


Primo film in 3D della RKO, Duello sulla Sierra Madre è un bizzarro miscuglio di generi a partire dal noir per finire nel catastrofico ma non mancano inserti musical ed esotici: l’ambientazione messicana diventa l’occasione per mostrare i tratti pittoreschi del paese, fieste e mercati mentre l’episodio coreografato della donna di facili costumi che il marito va a recuperare alla fiesta e ucciderà nella notte per gelosia, serve all’economia finale del film per creare un personaggio sacrificabile nel tentativo di salvataggio della teleferica.
Robert Mitchcum è un pugile in cerca di una “second chance” dopo aver ucciso involontariamente un avversario sul ring e ora gira per le arene del Messico facendo incontri di seconda categoria che vince senza più usare il destro micidiale.



Second chance


Clare è una donna in fuga, che cade nella disperazione quando si ritrova davanti Cappy, arriva anche a scommettere contro Lambert pur di trovare il denaro per scomparire di nuovo. Va con lui a La Cumbre solo per sfuggire al sicario ma quando scopre che il pugile sa tutto del suo passato cede alla passione. I due protagonisti, che avevano iniziato a frequentarsi solo per interesse (quello di Russ meramente sessuale) hanno ritrovato la loro seconda occasione ma si ripresenta l’ostacolo di Cappy, interpretato da Jack Palance, mai cosi cattivo e caparbiamente determitato nella sua ossessione per Clare.



Second chance


I caratteri dei vari personaggi, anche secondari, escono nel chiuso della cabinovia in bilico nel vuoto: il sacrificio dell’uxoricida, la decisione di chi resterà nella cabina se i soccorsi non arriveranno per tutti; la crudeltà di Cappy che vuole usare il carrello solo per sé e Clare lasciando gli altri al loro destino, porta alla reazione di Russ che fa volare il killer nel vuoto e finalmente si può andare verso l’happy end.

La maschera di cera

House of Wax
USA 1953 Warner Bros
con Vincent Price, Phyllis Kirk, Frank Lovejoy, Carolyn Jones, Charles Bronson
regia di André De Toth



Lamascheradicera


Il professor Henry Jarrod ha un magnifico museo delle cere a carattere storico ma il suo socio in affari, Matthew Burke, ritiene sia più vantaggioso economicamente puntare sul sensazionalismo. I due decidono di dividersi ma quando il piano slitta, Burke dà fuoco al museo per riscuotere l’assicurazione. Si pensa che Jarrod sia morto nell’incendio ma qualche tempo dopo ricompare riaprendo un nuovo museo con annessa stanza degli orrori.
Ad essersi “suicidato” è invece l’ex socio e anche Cathy Gray, la ragazza che lo frequentava viene ritrovata morta da Sue Allen, la sua migliore amica che ha sorpreso l’assassino ancora in camera. Sue trova poi un’inquietante somiglianza tra l’amica deceduta e la Giovanna d’Arco del museo delle cere..



Mascheradicera


Remake della versione del 1933 diretta da Michael Curtiz, La Maschera di Cera e’ il primo film in 3D prodotto da una major come la Warner, la cosa curiosa e che il regista André De Toth era cieco da un occhio e quindi non poteva vedere l’effetto stereoscopico del suo lavoro.
Il film è un horror girato in un technicolor fiammeggiante dove le scene gotiche, come l’inseguimento di Sue nella notte lungo strade deserte avvolte nella nebbia, o il suo vagare nel museo chiuso sono stemperate da momenti umoristici, come le tre amiche di cui una sviene durante la visita.



Houseofwax


Pur avendo interpretato spesso dei vilain, La Maschera di Cera è la prima occasione per Vincent Price di vestire i panni di un mostro dalla doppia natura, logorato dalla follia e dalla sete di vendetta.
Nel ruolo della prima vittima troviamo Carolyn Jones in versione bionda e ricciuta che sarebbe poi diventata la Morticia Addams della fortunata serie tv.
Altra presenza inaspettata da segnalare, quella di Charles Bronson che interpreta Igor, l’aiutante sordomuto di Jarrod.

Ray Milland

Raymilland

Il 10 marzo 1986 moriva Ray Milland, nome d’arte di Reginald Truscott-Jones, nato nel Galles il 3 gennaio 1907.
Pur non diventando mai una stella di prima grandezza (ed è un vero peccato, dato che fascino e carisma non gli mancava) ha avuto una lunghissima carriera con ruoli molto importanti.
Esordisce nei tardi anni ’20 sugli schermi inglesi con il nome di Raymond Milland e già nel 1931 è negli Usa sotto contratto per la MGM che lo sfrutta per piccoli ruoli. Dopo una breve parentesi in patria si trasferisce definitivamente in America dove viene messo sotto contratto dalla Paramount per cui lavorerà almeno per un ventennio.
Tra i ruoli degli anni ’30 ricordiamo Il Giglio d’oro del 1935 diretto da Wesley H. Ruggles dove interpreta un giovane lord inglese che mette a rischio l’amore tra la dattilografa Claudette Colbert e il giornalista Fred MacMurray; nel ’36 è il coprotagonista maschile de La figlia della Giungla, film di debutto di Dorothy Lamour che le vale l’esotico soprannome di Sarong Queen.
Del 1937 è la commedia brillante Che bella vita di Mitchell Leisen con cui Milland girerà altri cinque film: Arrivederci in Francia e I cavalieri del cielo sono pellicole di propaganda essendo girate rispettivamente nel 1940 e 1941; Schiave della città del 1944 è il primo film in technicolor del regista che mischia musical e psicanalisi. Amore di Zingara del 1945 è un film di spionaggio che vede recitare Milland accanto a Marlene Dietrich e Kitty, sempre del 1945, è una pellicola ambientata nel tardo settecento che rilegge la fiaba di Cenerentola con spiccato cinismo.
Nel 1939 l’attore veste i panni di uno dei tre fratelli Geste arruolati nella Legione Straniera nel film Beau Geste di William A.Wellman.

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Nel 1942 gira Vento Selvaggio di Cecil B. DeMille, un’avventura marinara che si segnala per uno dei pochissimi ruoli negativi interpretati da John Wayne.
Lo stesso anno segna anche l’incontro con Billy Wilder che lo dirige in Frutto Proibito accanto a Ginger Rogers travestita da dodicenne: è il primo film di Wilder e il caustico regista da subito affronta un tema spinoso come l’attrazione per le minorenni.
Con Wilder Ray Milland gira ancora nel 1945 il film che gli vale l’unico Oscar della carriera: Giorni perduti, una storia estremamente realistica e inconsueta per l’epoca della discesa nell’alcolismo di uno scrittore fallito.

Giorniperduti

La carriera dell’attore continua sempre molto intensa ma il ruolo di Giorni perduti fa scoprire il lato oscuro dell’attore che è quello che gli porterà ri risultati più interessanti come Il tempo si è fermato de 1948, un thriller dalle sfumature noir diretto da John Farrow, che lavora con l’attore anche l’anno seguente ne La Sconfitta di satana, una versione noir del mito di Faust ( cfr. Il Mereghetti 2014) che esce sconfitto dalle sue trame per irretire l’onesto procuratore Foster. Nel 1950 Farrow e Milland collaborano ancora nel western, non memorabile, Le Frontiere dell’odio.
Sempre del 1948 è il melò vittoriano Amarti è la mia dannazione dove Milland seduce una vedova e la induce al delitto ma sarà vittima della sua vendetta quando la donna scoprirà che ha un’amante.
Del 1952 è La Spia dove Milland da il meglio della sua recitazione nevrotica: è uno scienziato che confida agli agenti dell’Est gli studi sul nucleare: per sottolineare il senso di segretezza il film è completamente privo di dialoghi.
Nel 1954 è lo spiantato tennista Tom Wendice che vuole uccidere la moglie ne Il Delitto Perfetto di Hitchcock. Il film venne girato in 3D e segna l’inizio della collaborazione tra il maestro del terrore e Grace Kelly.
L’anno seguente l’attore interpreta l’architetto Stanford White vittima del triangolo amoroso tra la bella Evelyn Nesbit e il suo gelosissimo marito Harry Thaw ne L’altalena di velluto rosso di Richard Fleischer.

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Il 1955 è anche l’anno in cui Milland esordisce dietro la cinepresa con il western Gli Ostaggi. In tutto sono quatto le regie dell’attore: Lisbona, film di spionaggio del 1956, Obiettivo Butterfly del ’58 e Il giorno dopo la fine del mondo  pellicola sci-fi del 1962: pur trattando generi diversi, i film diretti da Ray Milland hanno tutti la caratteristica di essere low budget come i film horror o di fantascienza a cui l’attore inizia a dedicarsi entrando anche nella factory di Roger Corman per cui gira Sepolto vivo (1962) dal ciclo di film tratti da Poe e l’anno seguente il notevole L’uomo dagli occhi a raggi X.

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Già dal 1955 Milland inizia a recitare in serie televisive, cosa che continuerà a fare fino alla fine della sua carriera, segnaliamo le sue partecipazioni a Ellery Queen, dove appare nel pilot; Colombo, Fantasilandia, Cuore e batticuore, Love Boat, mentre sul grande schermo si limita a camei, da segnalare nel 1970 il ruolo del severo Oliver Barrett III padre di Ryan O’Neal nello strappalacrime Love Story.
Ha un ruolo anche ne Gli ultimi Fuochi l’ultimo film di Elia Kazan girato nel 1976.
La sua ultima apparizione è del 1985 nel corto The Gold Key di Richard G. Kutok.

Lo Hobbit – la desolazione di Smaug

LoHobbitLadesolazionediSmaug Il secondo capitolo de Lo Hobbit inizia con un breve prologo, il primo incontro tra Thorin e Gandalf e si conclude bruscamente con Smaug che si leva in volo infuriato con l’intento di distruggere Esgaroth, non c’è nulla che ricolleghi al capitolo precedente, tantomeno la cornice del racconto scritto da Bilbo ormai vecchio.
Questa scelta stilistica mi da l’impressione che il passaggio nelle sale sia una tappa obbligata della trilogia ma non il fine ultimo che pare essere la versione in DVD, blu ray o qualche altra diavoleria con cui gustarsi a casa propria, magari con un televisore 3D, l’intera saga in un’unica maratona o per lo meno senza dover aspettare un anno tra un episodio e l’altro.
Detto questo, ho trovato La desolazione di Smaug meno deludente di quanto si dice, la prima parte è molto bella: i ragni di Bosco Atro mi sembrano un omaggio ai film fantastici degli anni ’50/’60 come L’isola misteriosa o Giasone e gli argonauti dove comparivano mostruose creature eredi di King Kong o Godzilla (e non c’è certo bisogno di ricordare la passione di Jackson per King Kong!).
Se la ricomparsa di Orlando Bloom nei panni di Legolas ci ricorda il passaggio del tempo e gli scontri tra Gandalf con le emanazioni di Sauron sono debitrici ai dissennatori di Harry Potter, è veramente ottima la ricostruzione in perfetto stile fiammingo della città di Esgaroth, italianizzata in Pontelagolungo.
Ad essere desolante è proprio Smaug, che entra in scena in maniera imponente ma poi si perde in un prolisso dialogo con Bilbo, a dimostrazione che la lunga solitudine tra i tesori di Erebor non l’ha reso poi tanto dissimile dal povero Gollum. Anche la battaglia tra il drago e i nani è piuttosto noiosa e il doppiaggio di Luca Ward troppo affettato, cosa insolita per l’ottimo doppiatore.

Dial M for Murder ***3D***

Ildelittoperfetto USA 1954 Warner Bros
con Ray Milland, Grace Kelly, Robert Cummings
regia di Alfred Hitchcock
titolo italiano Il delitto perfetto

Londra: scoperto il tradimento della moglie, l’ereditiera americana Margot Wendice, con lo scrittore di gialli Mark Halliday, Tom Wendice, spiantato tennista, fa in modo di interrompere la relazione abbandonando lo sport per dedicarsi alla moglie. In realtà l’uomo sta macchinando il delitto perfetto per ereditare tutti i beni della consorte e coinvolge con il ricatto un vecchio compagno di università, Charles Alexander Swann, che dovrà essere l’esecutore materiale del delitto. Margot sfugge al tentativo di omicidio e nella colluttazione resta ucciso l’aggressore. Tom riesce a manipolare le prove in modo che la moglie risulti colpevole dell’omicidio premeditato di Swann che l’avrebbe ricattata in quanto in possesso di una lettera destinata all’amante. Solo l’acuto intervento del capo ispettore Hubbard riuscirà a salvare la donna dalla pena di morte e smascherare il vero colpevole.

E’ attualmente nelle sale cinematografiche la copia restaurata e in versione originale di Delitto Perfetto, film non molto amato dal regista portato a termine in maniera sbrigativa solo per concludere il contratto con la Warner Bros; per certi versi si può considerare un film minore per la conclusione un po’ lambiccata ma stiamo sempre parlando di un film minore di un maestro assoluto della cinematografia come Alfred Hitchcok che come ha dimostrato la recente mostra milanese è stato anche un grande sperimentatore di tecniche cinematografiche. In Delitto perfetto Hitch si cimenta con il 3D e la pellicola attualmente in sala viene trasmessa proprio in stereoscopia.
Ci voleva il grande maestro del brivido per riappacificarmi con il 3D che nei film contemporanei è solo un effetto speciale portato alle estreme conseguenze con gli oggetti che sembrano colpire la faccia dello spettatore (giochino noioso al terzo film in 3D che si vede). Delitto perfetto si svolge quasi tutto nell’appartamento, anzi nel salotto dell’appartamento dei Wendice e la stereoscopia serve a dare profondità all’ambiente dando la sensazione di assistere ad uno spettacolo teatrale dove la quarta parete viene bucata rare volte dagli oggetti interni alla scena.
La pellicola tratta magistralmente due temi molto cari al cineasta: il senso di colpa e la paura di essere scoperti ed è interessante notare come il tennis torni nei film di Hitchcok dedicati alla formulazione del delitto perfetto (anche in Delitto per delitto): se ne sarà ricordato anche Woody Allen per Match Point?
Pur nella complessità della risoluzione del giallo, Delitto perfetto mostra proprio nella parte finale il classico esempio della suspense hitchcockiana: Margot si salverà dalla pena di morte solo se il marito dimostrerà di essere a conoscenza di un particolare e l’ispettore racconta alla donna le incertezze dei gesti dell’uomo fino a quando non si ricorda del dettaglio che aveva sottovalutato la notte del delitto e che lo incastrerà.
Ad interpretare Tom Wendice c’e’ un ottimo Ray Milland, attore di cui troppo spesso si dimentica la bravura. Questa pellicola segna l’inizio della collaborazione tra Hitchcock e Grace Kelly impegnata in una parte un po’ diversa dagli altri personaggi che Hitch le disegnerà addosso: all’inizio la vediamo come una moglie infedele anche se pentita del tradimento che sfoggia due abiti rossi, veste una lunga camicia da notte bianca quando le spetta il ruolo di vittima e il suo look si fa sempre più dimesso quanto più la donna rimane frastornata dagli eventi che le sfuggono di mano: siamo ben lontani dall’icona di eleganza sicura e glaciale di Caccia al Ladro o La finestra sul cortile.

Pirati! Briganti da strapazzo

Pirati Capitan Pirata, amatissimo dalla sua strampalata ciurma, non è certo il terrore dei sette mari e sogna da decenni, invano, di vincere il premio di Pirata dell’Anno. Un giorno assale il Beagle con a bordo un timido Charles Darwin e scopre così che l’amato pappagallo Polly in realtà è un rarissimo Dodo considerato estinto da oltre un secolo. Capitan Pirata pensa di mettera frutto i guadagni della scoperta scientifica per vincere l’agognato trofeo dei pirati e per farlo si reca fino a Londra, dove impera la regina Vittoria, acerrima nemica dei Fratelli della Costa..

L’ultimo lavoro della casa di produzione Aardman che segna anche il debutto dei maestri della plastilina nel 3D, si ispira al romanzo per ragazzi Pirati di Gideon Defoe (l’autore ha anche collaborato alla sceneggiatura). L’opera si distacca dal filone corrente dei cartoon perchè non sfrutta il solito gioco cinefilo di riproporre in chiave comics scene di celebri film. Per gli adulti il divertimento ò dato da un surreale pastiche senza soluzione di continuità dove si ritrovano insieme protagonisti ed atmosfere dell’età vittoriana che in realtà non hanno nulla d spartire tra loro. Darwin è un represso sessuale che vorrebbe rubare il Dodo e accaparrarsi il merito della scoperta. Vive in una casa-studio degna del Dottor Jekyll in compagnia di Bobo, uno scimpanzè che funge da servitore muto. Le notti londinesi sono animate da Jane Austen e la popolarità di capitan Pirata eclissa quella della precedente attrazione, il povero Elephant Man che ormai siede solitario a un tavolo del pub con il suo telo a coprirgli la faccia. Il gioco sul positivismo londinese è la parte più divertente del film; la scoperta del lato oscuro della regina Vittoria segna una cesura nella trama e forse anche un calo nelle proposte di soluzioni fantastiche e surreali nonostante si sconfini nello steampunk.
Da sottolineare la colonna sonora che vanta perle della musica inglese, dai Pogues ai Clash, gruppi decisamente insoliti per la soundtrack di un cartone animato.
Anche il doppiaggio italiano è soddisfacente, se Christian DeSica aveva già convinto in Ortone, la scoperta di Pirati è probabilmente la Littizzetto che caratterizza molto bene la perfida regina Vittoria.

Hugo Cabret

Hcabretautoma Hugo vive clandestinamente nella stazione di Montparnasse dove sostituisce lo zio ubriacone nella manutenzione degli orologi e intanto cerca di restaurare un vecchio automa, ultimo legame con il padre morto in un incendio. Sorpreso a rubare da un vecchio giocattolaio che ha il chiosco in stazione, il ragazzo instaura uno strano legame con l’uomo la cui figlia adottiva diventa complice di Hugo in una fantastica scoperta..

Sarà anche il film più gettonato alla corsa agli Oscar 2012 con le sue 11 candidature, ma per me Hugo Cabret è stata una delusione totale, sia dal punto di vista dello script che ho trovato superficiale e molto “telefonato”: che la scatola dentro l’armadio sarebbe caduta lo si immagina appena i due ragazzi aprono lo scomparto segreto e che l’Ispettore Ferroviario avrebbe finalmente acciuffato Hugo lo si intuisce appena questi si precipita in stazione a recuperare l’automa.
Devo ammettere che personalmente non sono per nulla intrigata dalle storie strappalacrime che han per protagonisti gli orfanelli, ho dato tutto per Incompreso e I miserabili.
Questo è anche il primo film che non sia a cartoni animati che vedo in 3D e se da un lato ho apprezzato molto la profondità di campo resa dal mezzo in certe scene, ad esempio quelle nel corridoio di casa Melies, dall’altra ho trovato estremamente straniante l’effetto da libro pop up dei primi piani quindi mi sono trovata anche a disagio da un punto di vista visivo, disagio che prosegue anche nella rappresentazione di Isabelle e Hugo che formano una ben strana coppia, con lei estremamente carina e normale, mentre gli occhioni assolutamente photoshoppati di Hugo creano un effetto innaturale.
Venendo al nodo centrale del film, la ricostruzione dell’epopea cinematografica che va dagli esordi della Settima Arte fino alla Prima Guerra Mondiale ricostruita attraverso diversi celebri frame e la parabola artistica ed esistenziale di Meliès, sono passata dalla commozione nel vedere i materiali originali de La rapina al treno o Harold Lloyd allo sconforto più totale nel vedere sezionata la magia di Meliès e, tacciatemi pure di passatismo, ma gli spezzoni de Il Viaggio nella Luna in 3D proprio non li ho digeriti. Del resto l’operazione di colorizzazione dei film anni ‘30 e ‘40 fatta con l’intento di ridare lustro alle vecchie pellicole non è molto amata e si ricerca sempre la versione originale, perche’ dovrebbe essere apprezzata questa versione anabolizzata del cinema muto che a mio modesto parere nasconde l’ennesimo tentativo di dare nobiltà artistica al 3D?
Spero davvero che un giorno qualcuno si prenda la briga di spiegarmi quel che non riesco a capire, soprattutto se raffronto la presunta purezza dello sguardo di Hugo Cabret con la presunta furbizia dello sforzo filologico di The Artist (che adoro).

Le avventure di Tintin – Il segreto dell’Unicorno ***IMAX 3D***

LeavventurediTintin_Unicorno

TinTin acquista il modellino di un veliero ad un mercatino e non ha quasi il tempo di concludere la trattativa che due diversi acquirenti si offrono di ricomprarglielo, ma l’acuto reporter non accetta l’offerta. Ben presto il modellino gli viene rubato ma il segreto che la nave custodiva con cura rimane fortuitamente a casa del giornalista. Tornato ad avvisare TinTin del pericolo che corre, uno dei due acquirenti del modellino muore riuscendo pero’ a lasciare un indizio fondamentale per il fiuto del giornalista che si imbarca in una fantastica avventura..

Tintin

La leggenda vuole che all’uscita del primo Indiana Jones a Spielberg fosse fatta notare la somiglianza tra le avventure del suo spericolato archeologo e quelle di TinTin, il protagonista dei fumetti di Herge’. Non sapendo nulla del lavoro del fumettista belga Spielberg si incuriosi’ e finì per appassionarsi alle avventure del giovane reporter fino a decidere di portarlo sul grande schermo in collaborazione con Peter Jackson che ora produce ma in futuro dirigera’ i due prossimi episodi.
Il segreto dell’unicorno paradossalmente lascia un po’ in secondo piano la figura di TinTin concentrandosi di piu’ sulla genesi del rapporto con il suo compagno di avventure, il capitano Haddock e gran parte del fiuto del celebre reporter nasce dal naso del fedele terrier Milou e infatti molte inquadrature sono ad altezza di cane, soprattutto quella iniziale nel mercato che si apre con il reporter che si fa fare un ritratto e quando ci viene mostrato il disegno sara’ il volto del TinTin dei fumetti di Herge’. Pagato il tributo al padre del protagonista, Spielberg imbastisce una storia che cresce piano piano e si fa sempre piu’ avventurosa e rocambolesca con citazioni dei precedenti lavori di Spielberg: il ciuffo di TinTin che fende l’onda come la pinna de Lo squalo, il vilain interpretato da un irriconoscibile Daniel Craig che ricorda un po’ le sembianze del regista ed infine le pergamene che svolazzano come la piuma di Forrest Gump, il capolavoro di Zemeckis che per primo si avventuro’ nel campo della performance capture con Polar Express.
All’inizio del film mi sono chiesta perche’ complicarsi la vita “cartonizzando” attori veri quando non c’è la necessita’ di far convivere personaggi reali e fantastici, la risposta arriva nel corso della pellicola quando si capisce che solo questa tecnica permette inquadrature cosi’ ardite e scene rocambolesche (superlativo il combattimento con le due gru portuali) da cui i protagonisti possono uscire senza un graffio.
Vedere il film in IMAX, poi, offre una profondita’ e luminosita’ delle immagini notevolissime e finalmente mi ha fatto capire le potenzialita’ del 3D, una tecnologia che trovavo ripetitiva e banale nella composizione dell’immagine che puntava solo sulla sensazione di ricevere in faccia qualcosa scagliato dallo schermo. Il lavoro di Spielberg non utilizza mai questo scontato giochino ma compone le inquadrature in raffinatissimi giochi di specchi, vetri, lenti, riflessi sull’acqua, in una fantasmagorica esperienza visiva. Forse un film dove la tecnica prevale sul cuore ma sicuramente una bella storia che (di)mostra nuove potenzialita’ raffinate ed inesplorate della tecnologia.

Shrek e vissero felici e contenti

Shrekfeliciecontenti
Stressato dalle responsabilita’ della vita domestica, dopo la nascita dei tre orchetti gemelli, Shrek sogna solo di poter tornare alla solitaria vita prematrimoniale e per poter realizzare il desiderio di essere ancora un temibile orco, almeno per un giorno, firma un contratto magico con Tremotino. Quello che Shrek non sa e’ che Tremotino lo odia a morte perche’ quando l’orco libero’ dall’incantesimo Fiona, fece sfumare il contratto che l’infido mago stava siglando con i genitori della principessa disposti a cedergli il regno pur di liberare la figlia dal maleficio..

Scampoli e fondi di magazzino per raffazzonare una storia che permetta di sfruttare la saga di Shrek, giunta al quarto episodio, per il mero ritorno economico del 3D. Il film dura solo 93 minuti e per quanto io sia una fan delle pellicole non troppo lunghe, in questo caso e’ lampante che la brevita’ sia dovuta soprattutto alla mancanza di idee e si cerca di allungare il brodo con un contorno di insensati balletti.
Vivranno anche felici e contenti alla fine, ma quanto spiace assistere alla fine di un mito durato meno di un decennio: dello spirito anarchico e citazionista che rese grande Shrek, non resta piu’ nulla, siamo di fronte a un prodotto quasi parodistico dove vengono reiterati senza alcun costrutto i tratti distintivi dei vari personaggi. Si tenta anche la carta della commozione nel finale ma decisamente non funziona: non si piange e si ride molto poco. L’unica figura veramente azzeccata del mondo parallelo creato dal contratto stipulato da Shrek e’ quella del Gatto con gli Stivali che da prode spadaccino si e’ trasformato in un grasso gatto di casa spazzolato due volte al giorno.