Il coltello di ghiaccio

Italia 1972
con Carroll Baker, Alan Scott, Evelyn Stewart, Eduardo Fajardo, Franco Fantasia, George Rigaud, Mario Pardo, Lorenzo Robledo, Dada Gallotti, Silvia Monelli, Rosa Marìa Rodriguez, Consalvo Dell’Arti
regia di Umberto Lenzi

Martha Caldwell è rimasta muta dopo aver visto i genitori morire in un incidente ferroviario, la ragazza sembra in fase di superare lo shock tanto da trovare il coraggio di andare in stazione ad accogliere la cugina, famosa cantate. Jenny però viene ritrovata morta dopo pochi giorni, la polizia sospetta una serie di omicidi satanisti dato che un’altra ragazza era stata ritrovata morta vicino alla villa dei Caldwell ma una serie di altre vittime legate a Martha, la governante e una ragazzina che trascorreva molto tempo con lei porteranno a una sconcertante verità.

Attenzione spoiler

È celebre la stroncatura del Mereghetti che definisce disonesto il finale; quello che c’è di davvero disonesto è chiamare il presunto satanista Manson, tre anni dopo la strage di Cielo Drive; altrettanto inutile la ripresa (ai fini della storia) della corrida che bisogna sorbirsi per tutti i titoli di testa, pare imposta dalla coproduzione spagnola.

Ammetto di essere caduta come una polla nel giochetto ben orchestrato da Lenzi che fa di tutto per portare lo spettatore da un’altra parte anche se i flash back che tormentano Martha da quando Jenny le ha portato una registrazione di quando era ancora in grado di parlare avrebbero dovuto insospettirmi ma vengo da tre mesi estivi di sovradosaggio di serie crime sovrapponibili e mi sono proprio divertita nel credere a tutte le espressioni truci del maggiordomo, le presenze inopportune del medico, lo zio a un passo dal tirare le cuoia che esce tranquillamente dall’ospedale per tornare a casa.

E soprattutto mi sono lasciata ingannare dalle reminiscenze de La scala a chiocciola dove la protagonista, anche lei muta per un trauma si trova a dover sfuggire a un serial killer: all’ultima collaborazione con Lenzi, Carroll Baker regala una valida interpretazione di un’adorabile ragazza resa muta da un’immane tragedia guadagnando la simpatia del pubblico per la forza d’animo con cui affronta il suo destino.

L’ispirazione al capolavoro di Siodmack porta a un risultato speculare: Dorothy McGuire ritrova la voce quando il killer che l’inseguiva viene ucciso e lei esce dall’incubo, nel film di Lenzi Martha ritrova la voce quando cade nell’incubo dovendo affrontare la sua colpevolezza.

I gangsters

The Killers
USA 1946 Universal
con Burt Lancaster, Ava Gardner, Edmond O’Brian, Albert Dekker, Sam Levene, Vince Barnett, Virginia Christine, Charles D. Brown, Jack Lambert, Donald MacBride, Charles McGraw, William Conrad, Phil Brown, Queenie Smith, Jeff Corey, Harry Hayden, Bill Walker, John Miljan, Gary Owen
regia di Robert Siodmak



Igangsters


Due killer arrivano in una sperduta cittadina per uccidere un benzinaio, Pete Lunn detto Lo svedese; l’agente assicurativo Jim Reardon indaga sulla misteriosa morte dell’uomo e scoprendo il suo passato riesce a risolvere una grossa rapina rimasta insoluta per anni.



Thekillers


Con La scala a chiocciola e Lo specchio oscuro, I gangsters è uno dei capolavori del regista di origine tedesca Robert Siodmak e dei tre è quello che risulta fondante dell’estetica del film noir: le ombre contrastate dell’espressionismo tedesco sottolineano il destino ineluttabile che porta alla tragedia, incarnato nella bellezza glaciale di una delle più ambigue dark lady della storia del cinema, Kitty Collins.
Il film è tratto dal racconto omonimo di Ernest Hemingway e pur seguendo fedelmente solo l’inizio del racconto, fino alla morte dello Svedese, lo scrittore apprezzò molto la trasposizione cinematografica alla cui sceneggiatura parteciparono, non accreditati per appartenenza a diverse mayor, anche John Huston e Richard Brooks.



TheKillers


La pellicola è caratterizzata dall’uso del flashback: attraverso i ricordi dei diversi personaggi, Reardon riesce a ricostruire l’identità di Lunn, ex pugile finito nel giro della malavita che si lascia incastrare dalla bellissima e infida Kitty per cui perde la testa al primo sguardo. La struttura filmica è certamente mutuata da Quarto Potere a cui si deve anche l’uso dei campi lunghi ma a caratterizzare l’opera di Siodmak sono soprattutto i piani sequenza nervosi e inusuali con l’uso del dolly, su tutti la scena della rapina nella cappelleria e l’arrivo di Lunn al ritrovo dopo il colpo per portarsi via il malloppo.
I gangsters ha il merito di lanciare la carriera dei due affascinanti protagonisti: per Burt Lancaster è il ruolo del debutto mentre per Ava Gardner è il primo ruolo importante, bravo anche Edmond O’Brian nei panni dell’agente assicurativo anche se imita un po’ troppo Humprey Bogart.

La donna e il mostro

The Lady and the Monster
USA 1944
con Vera Ralston, Erich von Stroheim, Richard Arlen, Helen Vinson, Sidney Blackmer, Mary Nash, William Henry, Juanita Quigley
regia di George Sherman


The lady and the monster


Il professor Muller compie studi sulla natura del cervello: vuole capire se l’organo sopravviva alla morte del corpo e sia ancora in grado di comunicare. Quando deve prestare soccorso a un sopravvissuto ad un incidente aereo, Muller utilizza il degente per i suoi esperimenti espiantando il cervello prima della morte. Il cervello continua a funzionare e riesce anche ad impossessarsi della mente del dottor Cory, l’assistente di Muller. L’organo apparteneva a uno spregiudicato magnate e la vedova con il suo avvocato, Fulton, scoprono l’esperimento di Muller ma pensano di sfruttarlo a proprio favore per scoprire dove Donovan tenesse il suo conto segreto. Ma le intenzioni del cervello sono solo quelle di far scagionare dall’accusa di omicidio il giovane Roger Collins, figlio avuto da un precedente matrimonio che l’avvocato Fulton sta spingendo verso la sedia elettrica per non dover dividere il patrimonio…



Ladonnaeilmostro


Prima trasposizione cinematografica del romanzo di Curt Siodmak, fratello di Robert Siodmak e a sua volta anche regista che è stato portato altre due volte sullo schermo come Il cervello di Donovan nel 1953 e L’uomo che vinse la morte nel 1962.



La donna e il mostro


La donna e il mostro, rieditato nel 1976 come Il cervello mostro, è un bizzarro crossover tra horror e noir: la prima parte è incentrata tutta sulla figura di Muller altra declinazione dello scienziato pazzo resa con grande spessore da Erich Von Stroheim: oltre a superare i confini dell’etica per amore della scienza, nutre un sentimento morboso per Janice Farrell, una sorta di figlioccia, accolta dopo la morte del padre, innamorata di Cory, legame osteggiato da Muller.



Il cervello mostro


Quando il cervello prende possesso della mente del giovane dottore inizia la trama noir: dalla prima apparizione della vedova Donovan e del suo avvocato si capisce che i due hanno qualche cosa da nascondere, Cory, piegato al volere di Donovan, fa di tutto per cercare di
scagionare Collins: usa i fondi del suo conto segreto, arriva a cercare di uccidere la ragazzina che potrebbe testimoniare contro il figlio; solo
La donna e il mostrol’intervento di Janice impedisce l’omicidio e quando la furia di Donovan si rivolge contro di lei, prende in mano la situazione la signora Fame, la governante di Muller che addormenta il cervello con la morfina liberando Cory dalla possessione mentale.
Lo scontro finale è con Muller che non è disposto a rinunciare all’esperimento e verrà ucciso nello scontro con i suoi ex assistenti. La voce off che aveva aperto il film racconta l’epilogo riguardante Cory che finisce in galera per aver partecipato all’esperimento fuori legge ma delle sorti di Collins non viene detto praticamente nulla, anche se Cory sapeva dal contatto con il cervello che l’assassino era Donovan.
Trama molto complessa e lasciata un po’ in sospeso, di valido resta, come già detto. la prova di Stroheim e la fotografia di John Alton che abbonda di ombre espressioniste e descrive il mutamento di Cory: l’ombra della presenza coercitiva di Donovan non è solo metaforica ma resa da un ottimo gioco di luci sul suo volto.

La donna fantasma

Donnafantasma Phantom Lady
USA 1944 Universal
con Franchot Tone, Ella Raines, Alan Curtis
regia di Robert Siodmak

Dopo aver litigato con la moglie, Scott Henderson passa la serata in un bar dove incontra una donna con cui si reca a uno spettacolo. Tornato a casa trova la polizia: la moglie è stata uccisa e l’uomo non è in grado di dimostrare come ha trascorso la serata: nessuno sembra aver visto la donna che era con lui. Viene quindi condannato a morte per uxoricidio ma la sua segretaria  Carol Richman, da sempre innamorata di lui, riuscirà a dimostrare l’innocenza di Handerson.

La differenza con il romanzo di  Cornell Woolrich è che Siodmak mette in scena il colpevole, Jack Marlow mostrandocelo mentre uccide il batterista che si è confidato con Carol.
Phantomlady La scena è come sempre un esempio della maestria di Siodmak nell’uso espressionista delle luci: nel dialogo che precede l’omicidio una luce particolarmente bianca illumina le mani nervose dell’omicida che è solito strangolare le sue vittime con una cravatta. Come per il bicchiere di latte ne Il Sospetto di Hitchcock l’escamotage produce i suoi effetti: le mani nervose del killer attireranno l’attenzione dello spettatore per tutto il film e io mi sono chiesta se si trattasse solo di suggestione o se Franchot Tone è stato scelto per il ruolo proprio perché aveva le manone come Gianni Morandi.
La tensione del film sta quindi nel sapere che Marlow è l’insospettabile migliore amico di Handerson che può seguire le indagini da vicino e diventare il confidente della caparbia Carol (una bravissima Ella Raines) fino allo scontro finale tra la ragazza e l’assassino.

La scala a chiocciola

ScalaachiocciolalocThe spiral staircase
USA 1945 RKO
con Dorothy McGuire, George Brent, Ethel barrymore, Kent Smith, Rhonda Fleming, Elsa Lanchester
regia di Robert Siodmak

Agli inizi del Novecento in un paesino americano, mentre il cinema muove i primi passi, un killer prende di mira donne con difetti fisici e a casa Warren si teme per la sorte di Elena, cameriera rimasta muta in seguito a un trauma psicologico. Nel corso della giornata però la villa si svuota dei suoi abitanti e Elena dovrà affrontare da sola l’assassino e i propri traumi..

Il più famoso dei film di Siodmak, fondamentale come trait d’union tra il film gotico classico e il thriller/noir dei secondi anni’40 di cui l’anno dopo il regista avrebbe firmato il capolavoro Lo Specchio Scuro.
Dell’horror classico ci sono tutti i topos, la notte buia e tempestosa, la villa tenebrosa (per inciso faceva parte del set de L’orgoglio degli Amberson, secondo disastrato film di Orson Welles). Su questa base il tedesco Siodmak innesta le ombre del cinema espressionista con mirabolanti chiaroscuri che culminano nella scena della morte di Bianca in cantina: un’ombra nera avvolge la parte centrale dello schermo e restano solo illuminate le mani della donna, spalancate negli spasmi dell’agonia.

Scalaachiocciolablanche

Dal thriller/noir La scala a chiocciola mutua i risvolti psicologici molto in voga negli anni’40: l’handicap di Elena deriva da un trauma infantile, la scala del titolo conduce dalla cantina sede dell’inconscio (le bottiglie della signora Oates fino all’omicidio di Bianca) alla salvezza del piano nobile dove giace Mrs. Warren e sarà muovendosi sulla scala che Elena riuscirà a sbloccare il proprio handicap.
Il film è del 1945, il regista è un espatriato tedesco: gli omicidi seriali di donne menomate sono un riferimento per nulla velato al nazismo e alla sua smania di eliminare i più deboli.
Scalaachiocciolaocchio Nel 1945 però il cinema compie anche mezzo secolo e Siodmak sembra voler rievocarne gli esordi non solo con lo spezzone del film muto sulla cui proiezione si apre il film, ma anche con l’enfasi a cui è costretta la protagonista muta per esprimersi, quando deve far riprendere la signora Warren o risvegliare la governante ubriaca o anche quando immagina il suo matrimonio con il dottore.
Con questa celebrazione Siodmak sembra voler sottolineare l’importanza della vista sugli altri sensi: Elena si salva scorgendo il piede dell’assassino celato nell’ombra, la vecchia signora Warren finge spesso di dormire salvo poi lanciare occhiate penetranti e poi c’è la peculiarità più famosa della pellicola: il dettaglio dell’occhio dell’assassino inquadrato prima di compiere l’omicidio, occhio in cui si riflette la vittima, un’anticipazione dell’analisi voyeristica dello spettatore che trova il suo acme in Peeping Tom.
La copia che gira in televisione vanta ancora il doppiaggio originale, per questo chiamo la protagonista con il nome italianizzato e si segnala tra i doppiatori la presenza della voce inconfondibile di Alberto Sordi nel ruolo del minore dei Warren l’indolente playboy Stefano.

Elsa Lanchester

ElsaLanchester 110 anni fa, il 28 ottobre 1902 nasceva a Londra Elsa Lanchester, al secolo Elizabeth Sullivan. A dieci anni la bambina, che manifesta interesse per la danza prende lezioni a Parigi, alla scuola di Isadora Duncan fino al 1914 quando la Prima Guerra Mondiale la riporta a Londra.
Il debutto come ballerina avviene nel 1920 mentre quello di attrice teatrale è del 1922. Il debutto ufficiale su grande schermo in One of the Best risale al 1927, in quello stesso anno conosce un attore che sposerà due anni dopo, Charles Laughton. Benché Laughton sia omosessuale i due resteranno sposati fino alla morte di lui avvenuta nel 1962.
La coppia si trasferisce a Hollywood e Elsa Lanchester interpreta Anna di Clèves ne Le sei mogli di Enrico VIII (1933) di Alexander Korda che ha per protagonista Charles Laughton.

La moglie di frankenstein

Nel 1935 arriva per la Lanchester il ruolo che segna indelebilmente la sua carriera, viene scelta per interpretare La moglie di Frankenstein, geniale sequel di Frankenstein (1931) diretto sempre da James Whale.
Il film si apre con un prologo in cui Mary Shelley, sempre interpretata da Elsa Lanchester, narra l’ipotetico seguito del suo celebre romanzo che ormai ben tutti conosciamo: la sposa appena tornata in vita è inorridita dalla bruttezza del compagno e lo rifugge. Il film è passato alla storia, oltre che per gli innegabili meriti artistici anche per la figura della Sposa dalla folle acconciatura verticale dovuta alla scarica elettrica e dalla ciocca di capelli bianchi sulle tempie.
L’attrice non avrà più ruoli di spicco come questo e la sua carriera si avvia ad essere quella di un’ottima caratterista.
Nel 1936 la troviamo ancora accanto al marito che veste i panni di Rembrandt ne L’arte e gli amori di Rembrandt ancora sotto la direzione di Alexander Korda.
Nel 1945 ha un ruolo nella pellicola di altissima suspense di Robert Siodmak, La scala a chiocciola. Nel 1948 compare in un altra bellissima pellicola in cui il marito ha il ruolo del vilain, Il tempo si è fermato di John Farrow.
Nel 1949 riceve la sua prima nomination agli Oscar come miglior attrice non protagonista per Le due suore commedia dei buoni sentimenti diretta da Henry Koster. Bissa la nomination nel 1957 con il ruolo di Miss Plimsoll, infermiera che sopporta con pazienta e polso di ferro le bizze del vecchio principe del foro Wilfrid Robarts (Charles Laughton) in Testimone d’accusa per la regia di Billy Wilder.
Nel 1958 è Queenie Holroyd, la zia di Kim Novak, strega che piange per amore nel romanticissimo Una strega in Paradiso di Richard Quine e la ricordiamo anche per un ruolo in Mary Poppins.
Alle caratterizzazioni cinematografiche l’attrice alterna un’intensa attività televisiva a partire dal 1955.
Elsa Lanchester si spegne all’età di 84 anni a Los Angeles, il 26 dicembre 1986.

L’anima e il volto

A Stolen Life
USA 1946
con Bette Davis, Glenn Ford, Dane Clark, Walter Brennan, Charles Ruggles, Bruce Bennett, Peggy Knudsen
regia di Curtis Bernhardt

Astolenlife

In un’isoletta del New England, Kate, ricca newyorkese con ambizioni da pittrice, si innamora del bell’ingegnere che lavora al faro, Bill Emerson, ma la gemella piu’ scafata, Pat, glielo ruba e se lo sposa. Dopo qualche anno le due sorelle si rappacificano e decidono di fare una vacanza sull’isola ma durante un’uscita in barca incappano in una turbolenta mareggiata che costa la vita a Pat. Kate si salva e si spaccia per la sorella morta pur di vivere accanto all’amato Bill ma si accorgera’ che il matrimonio tra i due era solo apparenza..

Astolenlife-the darkmirrorFilm mediocre, remake di un omonima pellicola del 1939 mai uscita in Italia.
E’ degno di menzione come ennesima prova della caparbieta’ di Bette Davis che fa immaginare tutto un mondo di sotterfugi e spionaggio tra gli studios e tra i divi della Grande Hollywood: nel ‘38 Bette Devis fu scartata al provino per vestire i panni di Rossella O’Hara e la Warner Bros decise di battere sul tempo il blockbuster di Selznick con La figlia del vento; nel 1946, anno del celeberrimo Lo specchio oscuro in cui la rivale Olivia de Havilland interpreta il ruolo di due gemelle, la Davis batte nuovamente sul tempo l’uscita del capolavoro di Siodmak (A stolen life esce a luglio mentre The Dark Mirror a ottobre) arrivando a produrre questo melo’ in cui gli effetti speciali sono ancora oggi superlativi.
Se nella scena in cui Pat e Kathy passeggiano appaiate e’ facilmente intuibile l’uso di un trasparente, la scena dell’accensione della sigaretta resta un geniale esempio di editing superiore agli effetti speciali de Lo specchio oscuro

Auguri ad Olivia De Havilland

Oliviadehavilland**L’attrice è mancata a 104 anni il 26 luglio 2020**

Compie 90 anni “la pupattola Melania Hamilton”, come la definiva Rossella nel celeberrimo Via col Vento: oggi la De Havilland e’ l’unica sopravissuta di quell’eccezionale cast.
Se quello di Melania e’ il suo ruolo piu’ famoso, il caratterino dell’attrice era ben diverso da quello dolce e comprensivo di Miss Hamilton!
Olivia Mary de Havilland nasce il 1 luglio 1916 a Tokio da genitori inglesi, dopo il loro divorzio, Olivia si trasferisce in America insieme alla sorella di un anno piu’ giovane che diventera’ anch’essa una famosa attrice con il nome di Joan Fontaine. Il rapporto tra le due sorelle non sara’ mai idilliaco e si rovinera’ definitivamente nel 1941 quando entrambe saranno in lizza per l’Oscar come migliori attrici: la vittoria di Joan Fontaine per l’hitchcockiano Il sospetto minera’ definitivamente i loro rapporti.
Olivia de Havilland inizia a recitare fin dai tempi dell’universita’ e nei primi anni ’30 viene messa sotto contratto dalla Warner Bros, il primo ruolo degno di nota e’ nel 1935 in Capitan Blood accanto Errol Flynn per la regia di Michael Curtiz: Olivia diventa la compagna ideale per i film di cappa e spada del celebre attore diretti da Curtiz, cosi’ la ritroviamo anche ne La carica dei 600 (1936), La leggenda di Robin Hood del 1937 e sia ne Gli avventurieri che ne Il Conte di Essex, entrambi del 1939.

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Nonostante l’enorme successo di Via col vento (1939), la De Havilland e’ stanca dei soliti ruoli in costume ed intraprende una battaglia legale contro la Warner per riuscire ad avere maggior liberta’ nella scelta dei ruoli nel contratto che le ‘e stato prolungato.
Terminata la collaborazione con Errol Flynn nel 1941 con La storia del generale Custer Olivia si dedica ad approfondire la sua vena drammatica che sfociera’ nel capolavori dei tardi anni ‘40: Lo specchio oscuro (1946), geniale noir di Robert Siodmak dove l’attrice si sdoppia nel ruolo di due gemelle; nel 1948 e’ la protagonista de La fossa dei serpenti il film di Anatole Litvak che per primo descrive la dura vita dei manicomi femminili. Il sospirato oscar come miglior attrice che era arrivato nel 1946 per A ciascuno il suo destino, raddoppia nel 1949 per la sua intensa interpretazione di Catherine Sloper, l’ereditiera bruttina che Montgomery Clift sposa solo per interesse ne L’ereditiera di William Wyler.

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A partire dagli anni ‘50 Olivia de Havilland dirada il lavoro cinematografico ma nel 1965 risponde alla chiamata della grande Bette Davis che la vuole come coprotagonista in Piano Piano dolce Carlotta e nel 1989 c’e’ l’annuncio del suo ritiro ufficiale dal mondo del cinema anche se da anni ormai l’attrice si limitava a partecipazioni televisive.

La donna fantasma

In concomitanza con Il salone del libro di Torino dove quest’anno ho preso definitivamente coscienza del carovita andando a sbattere contro il prezzo esorbitante dei libri, mi dilettero’ nel parlare di un libro, cosa che faccio molto raramente benche’ io sia una lettrice onnivora.
PhantomLady
Si tratta di un giallo di Cornell Woolrich, padre del genere noir e autore di opere che spesso sono state adattate per il grande schermo come La finestra sul cortile o La mia droga si chiama Julie diretto da Truffaut, come pure La sposa in nero alla cui trama si ispira vagamente anche Kill Bill.
Anche La donna fantasma e’ stato portato sul grande schermo nel 1944 da Robert Siodmak.
La trama racconta di un uomo, Scott Henderson, che una notte, rientrato a casa, trova ad attenderlo la polizia: nelle ore in cui lui e’ stato fuori la moglie e’ stata strangolata con una delle sue cravatte. Per dimostrare la sua innocenza Henderson dovra’ ritrovare la compagna occasionale con cui aveva trascorso la serata ma la donna sembra essersi volatilizzata, nonostante gli sforzi per ritrovarla compiuti dalla giovane amante di Scott per la quale lui voleva lasciare la moglie e dal suo migliore amico appositamente tornato dal Sud America per tentare di salvarlo. Con un bellissimo cambio di prospettiva finale, l’assassino si rivelera’ esser sempre stato li’ davanti agli occhi del lettore che, talmente partecipe delle sventure del povero Henderson, scandite dal conto alla rovescia dei giorni che mancano all’esecuzione, si sara’ limitato a guardare il dito che indica, anziche’ la luna.
In questo volume Woolrich dimostra di avere un concetto molto particolare della casa: non il luogo dove rifugiarsi dai pericoli del mondo, ma il posto dove queste minacce si concretizzano in omicidi brutali, mentre gli esterni notturni di una grande metropoli come New York diventano un luogo relativamente tranquillo dove una fanciulla puo’ pedinare silenziosamente ma in maniera manifesta un personaggio un po’ losco, trasformandosi in un angelo ammonitore che scuote la sua coscienza.
Qualche parola merita anche la particolare edizione che ho letto, si tratta della collana de I classici del giallo illustrati della Mondadori.
A parte le illustrazioni che sono fotogrammi di film tratti dalle opere di Woolrich, in particolare del film tratto da questo volume, o foto della New York anni ‘40, il libro e’ commentato quasi ad ogni pie’ pagina da autori come Fruttero&Lucentini, Andrea Pinketts, Stefano Bartezzaghi ed altri.
Talvolta queste annotazioni riguardano lo stile di Woolrich ma il piu’ delle volte prendono spunto da episodi marginali del testo per divagazioni molto personali, trattandosi di un giallo dove la suspence e’ tutto ho trovato un po’ irritanti queste note: facendo un parallelo televisivo mi pareva di leggere un libro interrotto da continui spot pubblicitari.