Il delitto del dottor Crespi

The Crime of Dr. Crespi
USA 1935
con Erich von Stroheim, Harriet Russell, Dwight Frye, Paul Guilfoyle, John Bohn, Jean Brooks
regia di John H. Auer

Quando il dottor Stephen Ross rimane ferito in un grave incidente, solo il suo più caro amico, il celebre dottor Crespi può salvarlo; in realtà Crespi odia Ross  perché ha sposato la donna che amava e coglie l’occasione dell’incidente per vendicarsi con un piano diabolico: fingere che il rivale sia morto durante l’intervento per somministrargli un farmaco che simula la morte i cui effetti durano 24 ore e poi lasciare che si risvegli sepolto vivo. Il piano non riesce perché un assistente, il  dottor Thomas, sospetta che Crespi abbia avvelenato il paziente e con l’aiuto di un altro medico decide di riesumare il cadavere per fargli un’autopsia ma il presunto cadavere si risveglia poco prima del nuovo intervento. Scoperto, a Crespi non resta che suicidarsi. 

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Liberamente ispirato dal racconto di Edgar Allan Poe, La sepoltura prematura, Il delitto del dottor Crespi è un horror mediocre che si perde troppo nella cornice comica della vita ospedaliera: c’è addirittura un italo americano  che parla in puro “broccolino” a cui viene annunciata la nascita di cinque gemelli.

È un peccato perché gli elementi disturbanti del ritrovarsi sepolti vivi ci sono: il farmaco lavora solo sulla muscolatura e il povero dottor Ross è sempre cosciente soprattutto quando Crespi gli preannuncia il destino che lo attende, ci sono anche delle riprese in soggettiva dal punto di vista di Ross della traslazione della bara al cimitero, chiaramente ispirate a Vampyr.

Mentre preannuncia alla vittima il suo fosco destino, Crespi viene ripreso dal basso verso l’alto (di nuovo soggettiva) con un gioco di luci espressioniste molto inquietante, possiamo supporre che una scena così potente in un contesto estremamente anonimo e didascalico sia stata un’idea del protagonista, il geniale Eric Von Stroheim ormai relegato a ruoli di mad doctor. 


La presenza dell’ormai ex regista è l’unico motivo per sorbirsi questo filmetto: il carisma del figlio di un bottegaio viennese che si spacciava per nobile è sempre inarrivabile e sa indossare anche un camice (più corto di quello regolamentare) come una delle sue amate divise da ufficiale. 

Macao l’inferno del gioco

Macao, l’Enfer du jeu
Francia 1939
con Sessue Hayakawa, Mireille Balin, Erich von Stroheim, Louise Carletti, Roland Toutain, Henri Guisol, Georges Lannes, Marie Lorain, Alexandre Mihalesco
regia di Jean Delannoy



Macao l'inferno del gioco


Durante la guerra cino giapponese, la ballerina francese Mireille viene arrestata dai cinesi, la fa liberare Werner von Krall, un faccendiere che sta comprando le armi per conto del generale che ha arrestato la donna. Mireille s’imbarca con Krall per accompagnarlo a Macao, Nel frattempo giungono a Macao la giovane Jasmine con la su istitutrice; durante il viaggio la ragazza s’è innamorata di Pierre, un giovane giornalista con la passione del gioco d’azzardo. A unire i destini dei quattro personaggi è Ying Tchaï, capo della malavita di Macao che possiede il casino più famoso della città: è a lui che Krall si rivolge per comprare le armi ma l’accordo non va a buon fine e il faccendiere si gioca i soldi della commessa perdendoli mettendo a repentaglio la propria vita, Mireille che durante il viaggio si è innamorata di lui, si offre di recuperare l’assegno che incastra Krall, Ying Tchaï ha cercato di sedurla appena l’ha vista. Tchai incarica i suoi scagnozzi di eliminare Pierre che ha sbancato il casino dopo aver recuperato il denaro, non sa che è il ragazzo di cui sua figlia si è innamorata, come Jasmine non conosce la losca attività paterna. quando la scopre si rifugia sulla nave di Krall, vecchio amico di Pierre che ha salvato dall’annegamento. Krall, Mireille Jasmine e Pierre partono da Macao con il carico di armi diretti ad Hong Kong ma Almaido, convinto di fare un piacere al boss, racconta del carico alle spie giapponesi che bombardano la nave…

Una delle prime opere del regista francese Jean Delannoy, un melodramma senza redenzione la cui produzione ebbe un destino travagliato: a causa dell’occupazione nazista il film non potè uscire fino al 1942 perché dovettero essere rigirate tutte le scene con Erich von Stroheim di origini ebraiche e dichiaratamente antinazista; l’attore e regista fu sostituito da Pierre Renoir, fortunatamente è possibile reperire la versione con Stroheim che è quella che ho visto io, scoprendo che “l’uomo che amerete odiare” (lo slogan che accompagnava le sue interpretazioni) sa sfoderare un gran fascino da seduttore: la scena in cui abbandona Mireille da sola in cabina dopo averle fatto credere di voler concludere la serata amoreggiando, è da manuale di seduzione e infatti la donna piccata s’innamora veramente di lui, mentre prima avrebbe ceduto solo per ricambiare l’opportunità di salvezza offertale da Krall.
Forse il faccendiere si è portato la bella ragazza per irretire Tchai ma alla fine anche lui s’innamora di Mireille e le ore trascorse nella sua camera mentre la donna è in missione seduttiva presso il boss asiatico lo dimostrano.
La seconda storia d’amore, quella tra Jasmine e Pierre è quella che nel corso degli anni mi si è un po’ confusa nella memoria con I Misteri di Shangai di Josef von Sternberg: anche qui una giovane ereditiera scopriva i sordidi legami della genitrice con il mondo del gioco d’azzardo. Avevo confuso soprattutto gli scenari: il casinò di Sternberg ha la struttura di un girone dantesco mentre questo di Delannoy ricorda un mercato con la possibilità di calare cestini con le poste dai piani superiori del locale.
Bellissimo il montaggio alternato tra l’attacco degli aerei all’imbarcazione e la disperazione di Ying Tchaï (che non sa che la figlia e Pierre sono stati fatti scendere da Mireille mentre imbarcavano le armi) prima di suicidarsi il malavitoso spara al denaro e da fuoco al locale, soprattutto quella degli spari alle banconote che svolazzano per il locale vuoto, è una scena iconoclastica che deve aver colpito l’immaginario di John Woo perché mi ha ricordato molte sequenze del maestro dei film d’azione di Hong Kong.

La vedova allegra 1925

The Merry Widow
USA 1925 MGM
con Mae Murray, John Gilbert, Roy D’Arcy, Josephine Crowell, George Fawcett, Tully Marshall, Edward Connelly, Sidney Bracey, Albert Conti, Hughie Mack, Clark Gable, Dale Fuller, Don Ryan, George Nichols
regia di Erich von Stroheim



Lavedovaallegra


A un giorno di viaggio da Castellano, capitale del regno di Monteblanco, avviene l’incontro tra Sally O’Hara, stella di una compagnia americana e i principi in incognito Danilo Petrovich e Mirko, erede al trono. Danilo è un seduttore impenitente però s’innamora della bella Sally ma il viscido cugino fa in modo che la ragazza scopra che l’amato le ha tenuto nascosta la sua vera identità dopo la loro prima (casta) notte d’amore. Danilo decide di sposare Sally ma i sovrani si oppongono e il principe è costretto a rinunciare alle nozze, certo che la sua lettera d’addio sia arrivata a Sally, che invece riceve la notizia da Mirko che la tratta come una cortigiana. Per ripicca Sally sposa il vecchio barone Sadoja che muore la prima notte di nozze. Ora che è la donna più ricca del regno e folleggia a Parigi, Sally diventa la sposa ideale per Mirko, che punta ai suoi milioni. Anche Danilo raggiunge Sally a Parigi e convinto che sia veramente innamorata del cugino non si difende durante un duello contro di lui. Fortunatamente Danilo si salva mentre Mirko viene ucciso proprio il giorno dell’incoronazione così Danilo e Sally oltre che marito e moglie diventano anche sovrani di Monteblanco


The merry widow


Dopo l’insuccesso di Greed, Erich von Stroheim deve ripagare i debiti alla MGM girando la seconda versione delle quattro tratte dall’operetta omonima di Franz Lehár, sotto la supervisione attenta di Irving Thalberg che cercò di moderare gli eccessi del regista e impose l’happy end finale. La vedova allegra fu anche uno dei primi film ad avere inserti a colori, ma quella versione è andata perduta.
Colpisce che il regista, figlio di un cappellaio viennese che millantava nobili origini, fosse così implacabile nel denunciare i vizi e le ipocrisie della nobiltà a cui fingeva di appartenere, a differenza della terza versione diretta da Ernst Lubischt una decina di anni dopo, Stroheim si concentra sull’antefatto, di poco spessore anche nell’operetta, dell’amore tra Danilo e Sally prima che diventi la ricca baronessa Sadoja con l’incontro fortuito nell’alberghetto dove stanzia l’esercito di ritorno dalle manovre e dove arriva la frizzante “rosa irlandese” che sa tenere a bada la corte di quelli che crede dei comuni ufficialetti.
Mentre il viscido Mirko fa di tutto per mettere in difficoltà il cugino già nel villaggio, Danilo riesce a mantenere segreta la sua vera identità ma rimane molto colpito dalla ragazza, è già innamorato senza saperlo come dimostra la geniale sequenza dell’esibizione di Sally che, mostrando cosa osservano gli spettattori dal binocolo, racconta i diversi tipi di passione, il vecchio e sciancato Sadoja guarda eccitato le caviglie della ragazza, esemplificando il fetiscimo, Mirko ne ammira il corpo incarnando la lussuria, Danilo ne guarda il volto, dimostrazione amorosa.
Altro momento molto bello è il montaggio alternato tra la romantica cena tra Danilo e Sally e la festa orgiastica organizzata da Mirko, entrambi si tengono da “Francois” il locale più in di Castellano. Mentre Danilo guarda addormentarsi la ragazza mentre due musiciste seminude suonano bendate, Mirko spara a una statua bucandole, quindi aprendole, gli occhi. Un simbolismo esplicitato nella scena seguente dove il principe ereditario riesce finalmente a svelare la vera eredità del cugino che per salvare l’onore della fanciulla è costretto a chiederne la mano.
Il secondo in linea di successione al trono però non può sposarsi con una ballerina, neppure in un regno da operetta così i sovrani intervengono per impedire le nozze, rischiando di smascherare anche il loro falso sentimento che regge il regno.
La regina Milena fa di tutto per consolare il nipote ma brucia la lettera d’addio a Sally dopo averla strappata, strappo che corrisponde al momento di disperazione in cui Sally straccia l’abito nuziale dopo essere stata informata con la solita malignità da Mirko che le nozze sono saltate e lei deve lasciare il Paese.



La vedovallegra


Dopo aver accettato di sposare il vecchio barone per ripicca, Sally è disgustata dal dover passare la notte con lui ma per sua fortuna il vecchio muore prima che le nozze vengano consumate facendo di Sally una vedova ricchissima. Terminato il lutto, Mirko con il benestare dei genitori si reca a Parigi per recuperare i milioni che fanno la fortuna del regno prima che Sally impalmi qualcun altro, per sottolineare l’intento economico di Mirko quando il principe ereditario rincontra la ragazza ormai diventata una sofisticata dama parigina, l’immagine della donna viene virata al negativo per far risplendere solo i suoi gioielli, unico interesse di Mirko, trucco che mi ha ricordato la Lorelei de Gli uomini preferiscono le bionde che vede la testa di Piggy trasformarsi in un enorme diamante.
Anche Danilo corre a Parigi ma la gelosia gli fa credere Sally accetti la corte del cugino mentre in verità lo ripaga con acide frecciate, così all’inevitabile duello tra i due non spara al cugino che invece mira al cuore. A Sally che lo raggiunge sul luogo del duello confida di aver risparmiato Mirko perché è l’uomo che lei ama.
Che per Stroheim il film dovesse finire con questa tragedia è chiarissimo anche dal salto temporale: si torna a Castellano, Danilo è convalescente e felice con Sally quando arriva la notizia della morte del re Nikita, al funerale del sovrano un vecchio soldato che era stato malmenato da Mirko e i suoi amici la notte dell’orgia, uccide il principe ereditario ormai a un passo dall’esser sovrano spianando la strada al trono per Danilo e Sally.

La donna e il mostro

The Lady and the Monster
USA 1944
con Vera Ralston, Erich von Stroheim, Richard Arlen, Helen Vinson, Sidney Blackmer, Mary Nash, William Henry, Juanita Quigley
regia di George Sherman


The lady and the monster


Il professor Muller compie studi sulla natura del cervello: vuole capire se l’organo sopravviva alla morte del corpo e sia ancora in grado di comunicare. Quando deve prestare soccorso a un sopravvissuto ad un incidente aereo, Muller utilizza il degente per i suoi esperimenti espiantando il cervello prima della morte. Il cervello continua a funzionare e riesce anche ad impossessarsi della mente del dottor Cory, l’assistente di Muller. L’organo apparteneva a uno spregiudicato magnate e la vedova con il suo avvocato, Fulton, scoprono l’esperimento di Muller ma pensano di sfruttarlo a proprio favore per scoprire dove Donovan tenesse il suo conto segreto. Ma le intenzioni del cervello sono solo quelle di far scagionare dall’accusa di omicidio il giovane Roger Collins, figlio avuto da un precedente matrimonio che l’avvocato Fulton sta spingendo verso la sedia elettrica per non dover dividere il patrimonio…



Ladonnaeilmostro


Prima trasposizione cinematografica del romanzo di Curt Siodmak, fratello di Robert Siodmak e a sua volta anche regista che è stato portato altre due volte sullo schermo come Il cervello di Donovan nel 1953 e L’uomo che vinse la morte nel 1962.



La donna e il mostro


La donna e il mostro, rieditato nel 1976 come Il cervello mostro, è un bizzarro crossover tra horror e noir: la prima parte è incentrata tutta sulla figura di Muller altra declinazione dello scienziato pazzo resa con grande spessore da Erich Von Stroheim: oltre a superare i confini dell’etica per amore della scienza, nutre un sentimento morboso per Janice Farrell, una sorta di figlioccia, accolta dopo la morte del padre, innamorata di Cory, legame osteggiato da Muller.



Il cervello mostro


Quando il cervello prende possesso della mente del giovane dottore inizia la trama noir: dalla prima apparizione della vedova Donovan e del suo avvocato si capisce che i due hanno qualche cosa da nascondere, Cory, piegato al volere di Donovan, fa di tutto per cercare di
scagionare Collins: usa i fondi del suo conto segreto, arriva a cercare di uccidere la ragazzina che potrebbe testimoniare contro il figlio; solo
La donna e il mostrol’intervento di Janice impedisce l’omicidio e quando la furia di Donovan si rivolge contro di lei, prende in mano la situazione la signora Fame, la governante di Muller che addormenta il cervello con la morfina liberando Cory dalla possessione mentale.
Lo scontro finale è con Muller che non è disposto a rinunciare all’esperimento e verrà ucciso nello scontro con i suoi ex assistenti. La voce off che aveva aperto il film racconta l’epilogo riguardante Cory che finisce in galera per aver partecipato all’esperimento fuori legge ma delle sorti di Collins non viene detto praticamente nulla, anche se Cory sapeva dal contatto con il cervello che l’assassino era Donovan.
Trama molto complessa e lasciata un po’ in sospeso, di valido resta, come già detto. la prova di Stroheim e la fotografia di John Alton che abbonda di ombre espressioniste e descrive il mutamento di Cory: l’ombra della presenza coercitiva di Donovan non è solo metaforica ma resa da un ottimo gioco di luci sul suo volto.

Il Gran Gabbo

The Great Gabbo
USA 1929
con Erich von Stroheim, Betty Compson, Donald Douglas
regia di James Cruze

Thegreatgabbo

Gabbo, ventriloquo da fiera che ha un rapporto morboso con il suo pupazzo Otto, riversa le frustrazioni di una carriera mediocre sulla fidanzata/assistente Mary che lo lascia, esasperata dal suo pessimo carattere.
Due anni dopo i due si rincontrano all’apice del successo: Gabbo è convinto di poter riconquistare la donna ma quando Mary gli confessa di essersi sposata, la follia di Gabbo esplode, stroncandogli la carriera.


Ilgrangabbo

Primo film sonoro interpretato da Erich von Stroheim che ha collaborato, non accreditato, anche alla regia.
I giudizi dei dizionari sono molto critici nei confronti dell’opera che effettivamente è imperfetta, più che per i problemi con il sonoro (tecnologia che aveva solo due anni di vita) direi che a non funzionare è l’inserimento dei numeri musicali che spezzano il ritmo della tragedia di Gabbo, creando uno strano musical drammatico.
Anche se a livello tecnico l’uso del sonoro non è eccelso, colpisce l’attenzione con cui si vuole rompere ogni rapporto con il cinema muto: quello che non viene mostrato visivamente della storia, come il salto temporale di due anni, invece che esser risolto tramite una didascalia, espediente troppo legato alla precedente epoca muta, viene raccontato attraverso i dialoghi e l’altra coppia di artisti da fiera ha esclusivamente il compito di spiegare i retroscena del rapporto tra Gabbo e Mary.
Ilgrangabbo Gli intermezzi musicali, sicuramente troppo lenti, sottolineano il mutamento di uno stile: si passa dalle sfilate di ballerini dei primi numeri al numero finale della ragnatela (vituperato dal Mereghetti) che rispecchia chiaramente lo stile deco che era in piena affermazione. Anche nelle riprese si tentano nuove soluzioni: ad esempio con i dettagli dei piedi danzanti, tecniche che fanno presagire i grandi musical che negli anni immediatamente seguenti faranno la fortuna del coreografo Busby Berkeley.
Resta memorabile Stroheim fedele al suo personaggio odioso con monocolo e medaglie al petto; per sottolineare l’ambiziosa follia di The great Gabbo il look è più stravagante del solito con marsine e pantaloni alla zuava in raso che l’attore riesce a rendere credibilissimi. Ci si aspetterebbe un risvolto più horror nello sdoppiamento con Otto (sulla falsariga di Chucky ed altre bambole assassine) invece il carattere borderline di Gabbo resta sempre latente tenendo alto il senso di aspettativa dello spettatore e riequilibrando in qualche modo le figure di Gabbo e Mary la cui estrema dolcezza non è amore ma pietà verso il bipolare Gabbo, dovuta forse a un senso materno riversato sul fantoccio Otto.

Erich Von Stroheim

Stroheim 50 anni fa, il 12 maggio 1957 moriva a Yvelines, in Francia, Erich Von Stroheim, geniale e bizzara personalita’ del cinema muto, e non solo, famoso come the man you love to hate.
Nato a Vienna nel 1885, figlio di un borghesissimo cappellaio, fin da giovane Erich Oswald Stroheim subisce il fascino del mondo aristocratico e militare, e quando si trasferisce in America nel 1909 ben presto si avvicina al mondo della cinematografia hollywoodiana, presentandosi come il conte Conte Erich Oswald Hans Carl Maria Stroheim di Nordenwald, ufficiale dell’esercito austroungarico il che gli valse la fame di esperto in questioni belliche e spesso il ruolo di militare.
Gli esordi nel cinema nel 1915 avvengono comunque come stunt-man in particine non
accreditate tra questi ruoli va segnalata la sua partecipazione ad Intolerance di D.W. Griffith.

Stroheimregia

Dopo aver vestito diverse volte i panni del perfido ufficiale austroungarico nei film di propaganda bellica del primo conflitto mondiale , celebre il suo ruolo in Cuori del mondo di Griffith (1918) dove tenta di violentare Lilian Gish in cerca del fidanzato sui campi di battaglia, Stroheim passa alla regia e nelle sue opere mette alla berlina i vizi del bel mondo europeo mettendo in scena triangoli amorosi che hanno per protagoniste signore dell’alta societa’ corteggiate o sedotte da cinici seduttori da lui stesso interpretati, come in Mariti ciechi la sua prima regia del 1918 che ebbe un grande successo e in Femmine Folli (1922) dove la messa alla berlina della decadenza europea tipica del regista raggiunge il suo apice facendo di Stroheim uno dei piu’ quotati autori del cinema muto, nel 1925 gira il suo capolavoro Greed dove, con il suo stile estremamente realista e al contempo allegorico, il regista sposta il suo sguardo dal bel mondo europeo al ceto medio-basso americano ma nonostante questo per l’autore il motore dei destini umani e’ sempre il denaro. Pellicola lunghissima, dai costi esorbitanti e dalle scene proibitive (la scena finale fu veramente girata nella Death Valley) Greed e’ ricordato come Il piu’ bel film mutilato della storia del cinema : dalle originarie otto ore di lunghezza i produttori arrivarono a mettere in circolazione una versione di soli 100 minuti che pero’ conserva la potenza delirante del cinema di von Stroheim.

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Queen Kelly del 1928 viene addirittura bloccato dai produttori per i costi altissimi e per la forte valenza erotica della pellicola, con la scusa che il film non avrebbe retto il confronto con i nuovi film sonori e l’avvento del sonoro diviene la scusa ufficiale per non produrre piu’ i film di questo regista visionario e battagliero, cosi’ a partire dai primi anni’ 30 Stroheim ritorna al ruolo di attore con esiti sempre molto buoni ma incastonando in questa sua seconda vita cinematografica due perle assolute della storia del cinema: il ruolo del capitano von Rauffenstein ne La grande illusione di Jean Renoir del 1937 e il marito maggiordomo di Norma Desmond, Max von Mayerling in Viale del tramonto.

Gabin

Gabin

In questo libro che forse non e’ piu’ in
commercio, (la prima edizione e’ del 1988) la vita del grande attore francese e’
raccontata da Andre’ Brunelin, suo amico e segretario personale per circa 25
anni. Il ritratto che esce da questo volume dedicato al mito della
cinematografia francese e’ quella di un uomo schivo, estremamente pudico ed
infastidito dai risvolti sociali che il suo lavoro comportava. Lavoro a cui era
arrivato per caso: Jean Monconge’ nasce il 17 Maggio 1904 da una famiglia
di attori e sara’ proprio il padre che quasi con l’inganno lo costringera’ a
calcare i palcoscenici: Gabin (nome d’arte ereditato dal padre) per tutta la
vita si sentira’ provvisorio nei panni dell’attore e sognera’ di ritrarsi a
vivere in campagna, comprando anche una grande tenuta in cui investirà quasi
tutti i suoi averi.

Se
al teatro era arrivato senza una precisa volonta’ , altrettanto fu per il
cinema: il giovane Jean non pensava minimamente a una carriera in questo campo,
quando la Pathe’ lo cerca per in provino: siamo nel 1929, nel giro di dieci anni
Jean Gabin diventera’ l’eroe del cinema francese interpretando film come La
bella Brigata
, (1936) di Dudivier, e sempre con lo stesso regista e nello
stesso anno Il bandito della Casbah (Pepe’ le Moko), a quell’epoca
Gabin non era solo l’attore ma partecipava attivamente alla realizzazione di fim
che sono entrati di diritto nella storia del cinema, stando anche fermo per
lunghi periodi pur di aspettare di lavorare con Dudivier, Carne’ o "le Gros",
come affettuosamente chiamava Jean Renoir.


Nel 1937 gira La grande illusione di cui il libro svela un
gustoso retroscena raccontando come Erich Von Stroheim venisse assunto per un
ruolo marginale da un produttore che non ne conosceva minimamente la fama,
quando Jean Renoir si trovo’ davanti uno dei piu’ grandi registi del muto e suo
idolo personale per una particina secondaria fu imbarazzatissimo e non resto’
che sviluppare adeguatamente il personaggio di Von Rauffenstein. Nel 1938, sempre per Renoir, Gabin giro’ L’angelo del male e con Carne’ Il porto delle
nebbie
, ancora con Carne’ nel 939 girera’ Alba tragica.

Con
lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale la carriera di Gabin subisce una brusca
interruzione, si trasferisce prima in America dove gira alcuni film e inizia il
lungo rapporto con Marlene Dietrich, poi si arruola nelle forze di liberazione
francesi.

Lechat

Dopo la guerra Jean Gabin non sembra piu’ essere l’idolo
di Francia e inizia quello che lui definisce il suo “periodo grigio”. Ne esce
nel 1950 con Grisbi dove interpreta un vecchio gangster che progetta il
suo ultimo colpo; ritrovato il successo di pubblico, ormai sposato e con una
famiglia da mantenere, Gabin interpreta moltissimi film, alcuni non di
grandissima qualita’, ma ci regalera’ ancora uno strepitoso Commissario
Maigret
e tra gli ultimi lavori della sua carriera vanno ricordati Le
chat, l’implacabile uomo di Saint Germain
del 1971 e L’affare
Dominici
dell’anno seguente.
Jean gabin muore il 15 novembre
1976.