Sogno di prigioniero

Peter Ibbetson
USA 1935, Paramount Pictures
con Gary Cooper, Ann Harding, John Halliday, Douglass Dumbrille, Ida Lupino, Virginia Weidler, Dickie Moore, Doris Lloyd, Gilbert Emery, Donald Meek, Christian Rub
regia di Henry Hathaway

Alla morte della madre il piccolo Peter viene riportato da Parigi in Inghilterra dallo zio che lo ha in tutela allontanandolo da Mary, la piccola vicina di casa. Ibbetson diventa un architetto e si trasferisce per alcuni mesi presso i duchi di Towers per seguire la ristrutturazione delle stalle. S’innamora di Mary, la duchessa ritrovando la bambina della sua infanzia. Scoperti dal duca, Peter uccide il nobile per legittima difesa ma viene condannato all’ergastolo. Malmenato dalle guardie, Peter giace tra la vita e la morte per una gravissima lesione spinale ma in sogno gli appare Mary che lo sollecita a vivere per incontrarsi in questa dimensione onirica. Peter sopravvive e trascorre la vita immobilizzato in cella sempre in contatto con Mary attraverso i sogni.

Peter Ibbetson è un romanzo di George du Maurier, nonno della scrittrice Daphne autrice di alcuni testi che Hitchcock ha portato sul grande schermo.
Dal romanzo è stata tratta una pièce teatrale di grande successo che ha avuto diverse trasposizioni cinematografiche, questa del 1935 fu osannata dai Surrealisti in quanto esalta la dimensione onirica della vicenda.

Il film procede in maniera lineare soffermandosi sul trauma infantile di Peter: la morte della madre e lo strappo crudele dalla piccola Mary. Arriva poi l’incontro fortuito con la duchessa, i sentimenti repressi fino alla scoperta che la duchessa e la bambina sono la stessa persona, l’omicidio e la galera.

L’elemento fantastico s’insinua lentamente, introdotto dal dialogo con Mr. Slade il datore di lavoro di Ibbetson, cieco dalla nascita che si dice in grado di vedere i fiori e il mare che si infrange sugli scogli; la vacanza a Parigi dove Peter torna nei luoghi della sua infanzia incontrando la bambina che ha sempre avuto nel cuore (incontro risolto fuori campo e rivelato solo quando l’uomo riconosce Mary nella duchessa).

Prima di riconoscersi Mary e Peter fanno lo stesso sogno e solo dopo l’incarcerazione di Ibbetson esplode la dimensione fantastica, resa veramente bene da un punto di vista cinematografico con grandiosi tagli di luce, un fragile castello di vetro sempre sul punto di rompersi sotto il peso della realtà e le orme sulla spiaggia dei passi di domani.

Il film anticipa i grandi successi del cinema fantastico americano che avrà la sua stagione migliore nel decennio successivo.

Se avessi un milione

If I Had a Million
USA 1932, Paramount
con Charles Laughton, Gary Cooper, George Raft, Jack Oakie, Richard Bennett, Charles Ruggles, Alison Skipworth, W.C. Fields, Mary Boland, Roscoe Karns, May Robson, regia di Ernst Lubitsch, Norman Taurog, Stephen Roberts, Norman Z. McLeod, James Cruze, William A. Seiter, H. Bruce Humberstone

Il tycoon John Glidden, sarebbe in punto di morte ma a tenerlo in vita è il pensiero della sua eredità: nessuno sembra in grado di gestire le sue imprese, tanto meno gli inetti parenti già radunati alle porte della sua stanza decide così di lasciare un milione di dollari a otto sconosciuti scelti dal caso…

Film ad episodi della Paramount, Se avessi un milione, è una parabola agrodolce (sono gli anni della Grande Depressione) sul ruolo del denaro che non sempre ha la capacità di migliorare la vita di chi lo riceve. Mostra anche la valenza personale che la pecunia ha nella vita di ognuno e degli usi più disparati che la gente ne fa per risarcire le proprie frustrazioni.
Il prologo e l’epilogo sono diretti da Norman Taurog.

Il primo episodio diretto da Norman Z. McLeod, riguarda un mite commesso che dal reparto libreria è stato trasferito a quello delle porcellane: il magro aumento sparisce nei rimborsi per la merce rotta provocando i continui rimproveri della moglie. Quando riceve il denaro la prima cosa che fa è devastare tutte le porcellane del negozio.

Il secondo episodio ha per protagonista una prostituita che appena ricevuto il denaro si prende la camera più lussuosa della città per dormire finalmente sola; la regia è di
Stephen Roberts.

Bruce Humberstone dirige George Raft, uno dei re dei gangster movie nel segmento più beffardo: l’attore è un falsario che finisce per non poter incassare l’assegno milionario perché ricercato dalla polizia e non può nemmeno svenderlo ai ricettatori per la sua fama, finirà comunque in prigione e il suo assegno verrà usato per accendere un sigaro.

Il quarto episodio è nuovamente diretto da Norman Z. McLeod che ripresenta il tema della vendetta declinata come una comica girata tutta in esterni: due anziane stelle del vaudeville che hanno coronato il sogno di avere una macchina nuova immediatamente distrutta da un pirata della strada, usano il milione per comprare 10 macchine usate e rendere pan per focaccia a tutti i pirati della strada che incontrano in quella giornata.

Il quinto episodio per la regia di James Cruze è il più controverso e drammatico: un condannato a morte riceve l’assegno il giorno dell’esecuzione e si illude che il denaro potrà salvarlo ma la condanna è ormai irrevocabile.

Il sesto episodio è diretto da Ernst Lubitsch e riprende un po’ il tema del primo episodio, un impiegato che per prima cosa si prende una rivincita sul datore di lavoro. Sebbene McLeod sia un regista di gran valore, il taglio di Lubitsch è totalmente diverso da quello del collega: praticamente privo di dialoghi e concepito come una serie di piani sequenza, ci mostra l’impiegato Phineas V. Lambert, ovvero Charles Laughton, ricevere l’assegno e senza scomporsi salire dal mega direttore per fargli una pernacchia.

William A. Seiter dirige Gary Cooper e Jackie Oakie più Roscoe Karns nel ruolo di tre inseparabili marines che, ricevuto l’assegno il 1 aprile, credono si tratti di uno scherzo e lo rifilano per 10 dollari al padre della ragazza che tutt’e tre corteggiano, finiscono per l’ennesima volta in prigione per rissa e vedendo Maria e il padre tutti agghindati sono colti da un leggerissimo sospetto…

L’ultimo episodio, forse il più toccante, ha la regia di Stephen Roberts e racconta di un’anziana donna ricoverata in un ospizio che usa i soldi per trasformare il ricovero per donne sole pieno di regole umilianti in un club esclusivo per gattare dove far ricevimenti a cui viene invitato anche il magnate Glidden sempre più lontano dall’idea della morte.

Credo giri ancora una vecchia copia doppiata in Italiano da cui sono esclusi due episodi, quelli di Lubitsch (!) e quello del condannato a morte.

Cosetta

It
USA,1927 Paramount Pictures
Clara Bow, Antonio Moreno, William Austin, Priscilla Bonner, Jacqueline Gadsden, Julia Swayne Gordon, Elinor Glyn
regia di Clarence G. Badger

Betty Lou commessa di un grande magazzino s’innamora a prima vista di Cyrus Waltham Jr., il serioso erede appena subentrato al padre alla guida dell’azienda. Pur di farsi notare Betty Lou accetta la corte di Monty, amico svagato di Cyrus e finalmente la commessa riesce a conquistare il rampollo. Intanto le dame della carità vogliono portare in orfanotrofio il figlioletto della coinquilina di Betty Lou rimasta senza lavoro per le conseguenze del parto. Betty Lou interviene e spaccia per suo il bambino dichiarando che può mantenerlo grazie al suo lavoro. La notizia finisce sul giornale e arriva a Cyrus che inizia a prendere le distanze dalla presunta ragazza madre. Quando Betty Lou scopre che Cyrus è a conoscenza della sua millantata maternità decide di vendicarsi ma l’amore trionfa.

Fuorviante titolo italiano che sembra far riferimento al personaggio de I Miserabili con cui la protagonista del film ha in comune giusto l’estrazione sociale ma ha tutt’altro temperamento.

Del resto l’it del titolo è quel certo non so che che rende una persona magnetica e intrigante per citare gli Afterhours, non per nulla oggi lo chiamiamo X factor.

Si tratta di una commedia sentimentale che si fa ricordare per la verve della protagonista, Clara Bow in grado di bucare lo schermo ancora oggi. It è il film che lancia la sua carriera e la trasforma nell’epitome dell’età del jazz.

clara bow
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Il film pochi giorni fa ha aperto la rassegna su cinema e moda che il Mic di Milano ha organizzato in concomitanza della Milano Fashion Week e effettivamente la protagonista si distingue anche nell’abbigliamento.

I costumi sono di Travis Banton ed è da sottolineare la sfacciataggine con cui Betty Lou sistema il suo abituccio nero per trasformarlo in una mise da sera adatta al Ritz, ovviamente il maître scafato riconosce subito la ragazza povera portata a cena dal riccone e propone un tavolo laterale ma la scenetta ironica di trasforma in un segno della moda emergente quando Betty Lou è accanto ad Adéla, la fidanzata di Cyrus il cui elegantissimo abito lungo appare improvvisamente datato accanto al modello corto e scollato di Clara Bow.

Il termine it girl nasce proprio da questo film che vanta anche altri primati: dovrebbe essere uno dei primi film in cui si usa lo zoom in avanti (scena al Ritz quando Betty Lou rifiuta il tavolo laterale e ne sceglie uno accanto a quello in cui cena Cyrus e lo zoom diventa la soggettiva di Betty la cui attenzione è tutta rivolta all’oggetto del suo desiderio).

It è un chiaro caso di product placement antelitteram. L’opera è tratta da un racconto della scrittrice Elinor Glyn anche produttrice della pellicola e che appare nel ruolo di sé stessa intenta a spiegare a Cyrus e alle sue commensali che cosa sia l’it, argomento del momento grazie al successo del suo racconto pubblicizzato anche su Cosmopolitan di cui viene inquadrata la copertina prima di passare all’articolo che intriga Monty e introduce il personaggio di Betty Lou.

Il giornalista che assiste alla scena in cui le dame di carità vogliono portar via il bambino è un debuttante Gary Cooper mentre paiono definitivamente smentite le voci che volevano alcune scene del film dirette da Josef von Sternberg non accreditato

Desiderio

Desire
USA 1936, Paramount
con Marlene Dietrich, Gary Cooper, John Halliday, William Frawley, Ernest Cossart, Akim Tamiroff, Alan Mowbray, Zeffie Tilbury
regia di Frank Borzage



Desire


Madeleine De Beaupre è una truffatrice che a Parigi riesce a mettere a segno il colpo del secolo: rubare una collana di perle da oltre due milioni a un celebre gioielliere. Mentre si dilegua in Spagna, Madeleine incrocia l’americano Tom Bradley che le fa la corte. La donna finge un guasto alla macchina per poter superare con lui la frontiera spagnola nascondendo la collana nella sua tasca poi scappa con la sua auto lasciandolo a piedi. A San Sebastian Madeleine deve giustificare al complice Carlos Margoli la perdita della collana rimasta nella giacca di Bradley. Tom intanto raggiunge San Sebastian con mezzi di fortuna e chiede ragione del furto dell’auto. Madeleine e Carlos che si fingono due aristocratici, sono molto disponibili con l’ingenuo americano nel tentativo di recuperare la collana, Tra Tom e Madeleine nasce la passione ma Carlos e zia Olga, l’altra complice, spingono perché la donna si liberi dell’innamorato, Madeleine invece gli rivela di essere una ladra e l’amore trionfa con la restituzione della collana al gioielliere Duvalle.



Desire


Remake di una commedia tedesca del 1933, Addio giorni felici (Die schönen Tage von Aranjuez), interpretata da Brigitte Helm. La produzione, molto lussuosa girata anche a Parigi e in Spagna, è di Ernst Lubitsch che lascia la direzione a Frank Borzage anche se il maestro tedesco ha diretto alcune scene per precedenti impegni del regista ufficiale.
Lo stile di Lubitsch è ben presente nel gioco di seduzione della truffatrice che per mettere a segno il colpo si finge con il gioielliere la moglie del celebre psichiatra Maurice Pauquet e con questi la moglie del gioielliere Duvalle.



Desiderio


Nel ruolo di Carlos Margoli doveva esserci John Gilbert in cerca di un rilancio della carriera dopo l’affossamento della MGM ma l’attore morì per gli effetti dell’alcolismo all’inizio delle riprese.
Gary Cooper che aveva già lavorato con Lubitsch incarna ancora una volta il perfetto americano che ritroveremo ne L’ottava moglie di Barbablù, indifferente al fascino dell’aristocrazia, ingenuo ma estremamente retto: il perdono a Madeleine per essere una ladra arriva dopo una sonora sculacciata.
Gary Cooper e Marlene Dietrich avevano già lavorato insieme in Marocco di Josef von Sternberg e la diva ritrova l’attore in uno dei primi film girati dopo la rottura con il suo regista-mentore.



DesireTDeLempicka


Desire era un film molto amato dalla Dietrich, ed è ancora una commedia molto piacevole da vedere, se la prima parte del film presenta lo stile molto leggero e divertente di Lubitsch, si sente la differenza con la mano di Borzage, più sensuale nel corteggiamento a San Sebastian che riserva forse qualche lungaggine d troppo rispetto al finale che irrompe subitaneo e riporta ai toni della leggerezza: la licenza di matrimonio scambiata con la condizionale è un tipico tratto lubitschiano.



Desiderio


Di certo in questo film, Marlene Dietrich, in cerca di una nuova immagine dopo la rottura con Sternberg, è l’epitome dello stile deco, grazie ai costumi di Travis Banton: le inquadrature alla guida della decapottabile sono una citazione molto fedele del celebre quadro di Tamara de Lempicka, Tamara in Le Vert Bugatti del 1925.
In Italiano il film è conosciuto anche come Canaglie di lusso.

Tamburi lontani

Distant Drums
USA 1951 Warner Bros
con Gary Cooper, Mari Aldon, Richard Webb, Ray Teal, Arthur Hunnicutt, Robert Barrat, Carl Harbaugh,Larry Carper, Clancy Cooper, Angelita McCall
regia di Raoul Walsh



Tamburilontani


Florida 1840: il tenente di marina Richard Tufts partecipa a una missione ideata dal capitano Quincy Wyatt: far saltare in aria un vecchio forte spagnolo da cui partono le armi per gli indiani Seminole. La missione riesce ma nel forte ci sono anche dei prigionieri civili che il drappello deve riportare indietro. Gli indiani li raggiungono prima che riescano ad imbarcarsi, i nostri sono costretti ad attraversare le pericolose paludi delle Everglades e quando finalmente fanno ritorno alla base di Wyatt, l’uomo scopre che l’accampamento è distrutto e crede morto il figlioletto…



Tamburilontani


Western anomalo che si trasforma ben presto in un film d’avventura con immagini di repertorio delle bellezze e dei pericoli delle celebri paludi: dagli stormi di fenicotteri agli alligatori che si sbranano tra loro.
Se la natura è selvaggia il protagonista è un eroe a tutto tondo la voce off delle memorie di Tufts lo presenta come “soldato, vagabondo, gentiluomo e selvaggio” mentre avanza Gary Cooper, l’eroe buono per eccellenza del cinema americano.
Wyatt è un ufficiale dell’esercito che ha scelto di vivere con gli indiani, aveva sposato una principessa indiana che viene uccisa dall’esercito americano ma l’uomo ha deciso che non può odiare per sempre anche perché ha il figlioletto a cui badare.
Il gruppo di civili è eterogeneo ma l’attenzione è tutta per Judy, ragazza equivoca che si finge una signora, a Wyatt, con cui è subito scattata l’attrazione, confessa di essere in realtà in cerca di vendetta verso l’uomo che l’ha illusa e gettata sulla strada.
Il film è invecchiato malino: tacendo l’inferiorità degli indiani (per liberarsi dalle loro infinite strette di mano bisogna usare i piedi) le scene di fuga oggi risultano un po’ noiose anche se sono punteggiate dai momenti di pausa dove si approfondiscono i personaggi o ci si limita anche a qualche scenetta divertente che allenta la tensione.
Resta notevole lo scontro finale tra Watt e  Ocala, il capo dei Seminole: duello all’arma bianca (coltello) che avviene anche sott’acqua.



Tamburi lontani


La scena in cui Tufts contraddice Wyatt e questi gli spara, in realtà mirando al serpente che si stava avvicinando alla sua spalla mi ha ricordato Indiana Jones e il tempio maledetto quando Indie non riesce ad avvertire la ragazza che quella che le si avvinghia al collo non è più la proboscide dell’elefante.
Attenzione ai passaggi in tv: esiste una copia ridoppiata nel 2014 da evitare come la peste tanto le voci sono brutte e piatte e addirittura fuorisincrono.

Mezzogiorno di fuoco

High Noon
USA 1952
con Gary Cooper, Grace Kelly, Katy Jurado, Lloyd Bridges, Thomas Mitchell, Lee Van Cleef, Otto Kruger, Lon Chaney Jr., Ian MacDonald, Robert J. Wilke, Sheb Wooley, Harry Morgan, Harry Shannon, Morgan Farley, Eve McVeagh
regia di Fred Zinnemann



Highnoon


Willy Kane si è appena sposato con la bella quacchera Amy e sta per lasciare il suo ruolo di sceriffo quando arriva la notizia che con il treno di mezzogiorno tornerà in città Frank Miller, un pericoloso bandito arrestato da Kane qualche anno prima e che ha ricevuto la grazia. Ad aspettarlo in stazione sono già arrivati tre loschi individui della sua vecchia banda per cui è chiaro che Miller è in cerca di vendetta. Kane non avrebbe più responsabilità nei confronti della cittadinanza ma il suo senso del dovere gli impone di restare, causando il primo contrasto con la moglie, contraria alla violenza. Negli ottanta minuti che precedono l’arrivo del treno Kane cerca di raccogliere un gruppo di volontari che lo aiutino a fermare Miller ma si ritroverà solo, abbandonato anche dagli amici più fedeli…



HighNoon


Un capolavoro del cinema western, apologo amaro non solo sugli anni del maccartismo ma sulla condizione umana in generale: tutti accampano apparenti buoni motivi per evitare lo scontro con il bandito,dimenticando la riconoscenza verso l’uomo che li aveva aiutati a liberarsi dal suo giogo.
L’amarezza e la delusione del protagonista si fanno sempre più cocenti, a partire dal primo screzio con la moglie che essendo quacchera non appoggia il senso del dovere del marito, sarà Helen Ramirez, ex del bandito che ha avuto anche una storia con lo sceriffo di cui forse è ancora innamorata, a far capire ad Amy che il suo posto è accanto all’amato marito. Accanto alla statura morale del protagonista spicca proprio l’universo femminile: sono le donne le uniche a riconoscere la necessità di opporsi al bandito o di provare una manifesta vergogna nell’abbandonare l’amico in necessita (la signora Fuller).



Mezzogiornodifuoco


Il popolino che si era nascosto nel momento dello scontro torna a congraturarsi con il vincitore ma Kane li accoglie con uno sguardo di disprezzo e gettando nella polvere la stella da sceriffo, un gesto che suscitò molto scalpore e che in seguito è diventato un topos del cinema western.
Alla storia universale si unisce la maestria tecnica: la bellissima canzone Do not forsake me, oh my darling la cui incessante batteria ricorda il rumore del treno e scandisce ulteriormente il tempo. Il tempo è l’elemento principe del film: la durata della pellicola ricalca perfettamente i tempi filmici, l’ora e mezza in cui Kane deve decidere cosa fare della sua vita e viene a scoprire di esser stato abbandonato da tutti. Le continue inquadrature dell’orologio aumentano la tensione come l’inquadratura dei binari vuoti per cui il fischio del treno in avvicinamento risulta quasi liberatorio.



High noon


L”attesa dei tre ceffi alla stazione, tra cui spicca un giovane Lee Van Cleef, e omaggiata nell’inizio di C’era una volta il West.

Notte di nozze

The Wedding Night
USA 1935
con Anna Sten, Gary Cooper, Helen Vinson, Sig Ruman, Ralph Bellamy, Eleanor Wesselhoeft, Leonid Snegoff, Milla Davenport, Agnes Anderson, Walter Brennan, Esther Dale
regia di King Vidor



Notte di nozze


Tony Barrett, scrittore di successo dedito alla bella vita, si vede rifiutato il suo terzo romanzo: per sfuggire ai debiti e cercare ispirazione, si trasferisce con la bella moglie Dora nella casa di famiglia del Connecticut. I nuovi vicini polacchi si presentano e chiedono di poter acquistare un appezzamento di terreno che i Barrett non usano. Mente la moglie Dora si annoia, Tony si appassiona alla vita tradizionale della comunità polacca che mette al centro del suo nuovo romanzo e quando la moglie torna in città lega moltissimo con Manya, la figlia del vicino. Nel paese iniziano le chiacchiere sui due e quando una tormenta di neve blocca Manya a casa di Tony, il padre di lei anticipa le nozze della figlia con Fredrik Sobieski. Intanto è tornata anche Dora che viene subito messa al corrente dei pettegolezzi ma sarà la lettura del romanzo a farle capire la portata del sentimento del marito per Manya ma, decisa a non rinunciare all’uomo che ama, lo informa delle nozze della ragazza solo mentre queste si stanno svolgendo; Tony si presenta lo stesso alla festa e balla con la sposa per poi andarsene ma il neo sposo geloso e ubriaco lo rincorre per aggredirlo, Manya corre ad avvisare Tony di mettersi in salvo ma durante la colluttazione sulle scale cade e muore battendo la testa.



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Notte di nozze  fece vincere a King Vidor il premio per la miglior regia al Festival di Venezia del 1935. E’ un film piuttosto bizzarro che parte come una commedia brillante soprattutto la parte iniziale incentrata sulla vita newyorkese dei Barrett è scoppiettante e ricorda le vicende di Francis Scott Fitzgerald, almeno come sono raccontate nella serie televisiva di Amazon Prime, Zelda.
Da commedia si passa lentamente al dramma con i toni frizzanti che si spengono piano piano per terminare in un finale drammatico degno dei melodrammi che il regista firmerà un decennio dopo con Jennifer Jones come protagonista.
Senza avere la grinta delle eroine future Manya non è poi troppo diversa da Ruby Gentry o la Pearl di Duello al sole: una donna che fa parte di una comunità chiusa, destinata a un ruolo per cui non è tagliata, in questo caso non per ambizione ma per sensibilità, anche Tony Barrett non è mosso da bassi istinti come nei film futuri ma trova in Manya lo sprone per rimettersi a lavorare che aveva perso con Dora, la moglie superficiale attratta dalla bella vita che il marito di successo le garantisce.
Tutti ostacolano l’amore tra Tony e Manya per le differenze sociali ma tra i due protagonisti c’è un’innegabile affinità elettiva che li attrae al punto che Manya, la sua notte di nozze, fugge dalla festa di matrimonio pur di avvisare Tony dell’aggressione di Frederick e rimettendoci la vita.



Nottedinozze


Il cast è ottimo, notevole soprattutto Helen Vinson nel ruolo della moglie apparentemente frivola ma in fondo davvero innamorata del marito, ben interpretato da Gary Cooper. Manya è l’attrice russa Anna Sten, al terzo film americano: l’aveva notata Samuel Goldwyn in alcuni film girati in Germania e l’aveva voluta in America nell’ennesimo tentativo (come sempre fallito) di trovare una nuova Garbo.

Bionda Fragola

StrawberryblondeThe Strawberry Blonde
USA 1941 Warner Bros
con James Cagney, Olivia De Havilland, Rita Hayworth, Jack Carson
regia di Raoul Walsh

Il dentista Biff Grimes rievoca la sua giovinezza quando dieci anni prima s’era innamorato della bella Virginia, una ragazza dai capelli biondo fragola che però gli ha preferito l’amico Hugo Barnstead, la cui ricchezza è accumulata anche con l’imbroglio e infatti a causa sua Biff finisce in galera. La fortuna di Biff però è aver sposato Amy, ragazza meno appariscente ma molto più affidabile di Virginia.

Raoul Walsh è un regista attivo fin dai tempi del muto che ha dato il meglio di sé nei film d’azione, gangster movie e noir ma che ha comunque spaziato in ogni genere cinematografico e Bionda Fragola è il suo film sentimentale, una commedia che invece di giocare con la malinconia d’antan dell’inizio del XX secolo, punta più sulla verve dei protagonisti: James Cagney ci mette come sempre tutta la sua grinta disegnando un uomo che non si lascia piegare dalla vita (basta pensare alla scazzottata finale con i vicini di casa, ragazzi del college). Olivia De Havilland è come sempre all’altezza del ruolo ed è notevole la scena in cui Amy si presenta nel parco dove Biff sta aspettando Virginia che intanto si è promessa a Hugo, salvando il ragazzo dagli sberleffi degli amici.
La bionda fragola del titolo è Rita Hayworth scelta per il ruolo solo in favore della sua taglia uguale a quella di Ann Sheridan che aveva abbandonato il ruolo dopo che i costumi erano già stati realizzati. Per la prima volta l’attrice viene presentata come una rossa, colore di capelli che contraddistinguerà gli anni del grande successo iniziato proprio con i tre film girati nel 1941, è anche una delle pochissime volte in cui canta con la sua voce originale, poi verrà sempre doppiata anche nei grandi successi come Gilda.



Biondafragola


La realizzazione del film fu piuttosto contrastata comunque la pellicola si rivelò un grande successo al botteghino a differenza della prima versione del 1933, One Sunday Afternoon, con Gary Cooper che fu l’unico film in perdita del grande divo.

20 anni senza Audrey Hepburn

Audreyhepburn Se ne andava venti anni fa Audrey Hepburn, icona di stile che in questi anni ha visto levitare il suo mito superando quasi quello di Marilyn. Mi diverte molto che la idolatrino ragazzine dalle sopracciglia (orrendamente) depilate e dalle unghie perfette mentre la loro beniamina aveva delle sopracciglia folte e per quanto riguarda le unghie mi è sempre rimasto impresso l’aneddoto raccontano da Isabella Rossellini nella sua autobiografia del 1997 in cui descrive la diva con le unghie listate di nero ma non per questo meno charmant.
Abbandono la mia indebita incursione nella moda a e torno al cinema.
Audrey Kathleen Ruston nasce a Bruxelles il 4 maggio 1929, il padre è inglese mentre la madre è un’aristocaratica olandese. Wikipedia risolve le curiosità sull’omonimia di Audrey e Kate Hepburn alludendo a una propabile medesima discendenza dal quarto Conte di Bothwell, James Hepburn.
Il divorzio dei genitori porta Audrey a vivere a Arnhem, cittadina olandese che subisce l’invasione nazista. Audrey Hepburn ha sempre giustificato la sua magrezza con la fame patiti nei duri anni sotto il dominio nazista.
Di certo anche la disciplina dovuta agli studi di danza regalano alla diva la linea invidiavibile che sarà una caratteristica della sua carriera.
Il debutto cinematografico avviene nel 1948 in un documentario educativo (L’olandese in 7 lezioni); nonostante alcune particine in produzioni cinematografiche britanniche, è il lavoro nel musical teatrale tratto da Gigi di Colette (che la scelse personalmente per il ruolo di protagonista) a portarla nel 1951 in tournee a Broadway dove vince il Theatre World Award.
Nel 1952 incanta regista (William Wyler) e produzione nel provino di Vacanze romane per il cui ruolo principale si era pensato a Liz Taylor. Gregory Peck chiede che il nome della sconosciuta attrice sia messo in cima al cartellone perchè si dice certo che la giovane Audrey vincerà l’Oscar. Per Vacanze romane, forse il suo ruolo più signifivo, la Hepburn vince non solo l’Oscar ma anche diversi altri importanti premi.
Per regia di Billy Wilder nel 1954 l’attrice gira Sabrina altro monumentale film che la pone nell’olimpo cinematografico.

Vacanzeromane:sabrina

Colazionedatiffany Nel 1956 è Natasha Rostova in Guerra e Pace il kolossal tratto dal classico di Tolstoy diretto da King Vidor; nel ’57 sfoggia il suo talento di ballerina accanto a Fred Astaire in Cenerentola a Parigi ed è la giovane sognatrice che fa innamorare il vecchio playboy Gary Cooper in Arianna ancora per la regia di Billy Wilder. Nel 1959 la prima prova drammatica della carriera che le vale la terza nomination agli Oscar, il secondo BAFTA e un David di Donatello, Storia di una monaca diretto da Fred Zinnemann.
Nel 1960 vesti i panni di una mezzosangue indiana nel western di John Huston Gli inesorabili.
Nel 1961 il terzo film pilastro della sua carriera: Colazione da Tiffany dove interpeta la sofisticata e svampita Holly Golightly e incanta tutti cantando Moon river guadagnandosi una quarta nomination agli Oscar.
Nel 1962 gira un film dai toni molto scabrosi per l’epoca, trattando il tema del lesbismo, Quelle due. A dirigerla e’ nuovamente il regista di Vacanze romane, William Wyler che gira il remake de La calunnia diretto dal medesimo regista nel 1936. Accanto a Audrey Hepburn c’e Shirley MacLaine nei panni dell’insegnante effettivamente innamorata dell’amica che dopo l’insinuazione della studentessa si suicida.
Nel ’63 è protagonista accanto a Cary Grant di Sciarada, raffinata commedia giallo rosa diretta da Stanley Donen.
Nel 1964 Audrey Hepburn interpreta il lussuoso musical firmato da George Cukor, My fair lady ispirato all’opera Pigmalione di George Bernard Shaw.
Nel 1966 gira Come rubare un milione di dollari e vivere felici accanto a Peter O’Toole e Eli Wallach, l’ultima commedia diretta da William Wyler, il regista che l’aveva lanciata in Vacanze romane.


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Sempre per la regia di Stanley Donen nel 1967 è Joanna Wallace, una donna in crisi con il marito che compie un ultimo viaggio con lui e rievocando i bei tempi del loro amore ritrova la forza per ricominciare. Due per la strada resta una delle pellicole più interessanti sull’analisi del rapporto di coppia e valse una nuova nomination agli Oscar alla Hepburn. Nello stesso periodo l’attrice si separa dal marito, l’attore Mel Ferrer che aveva sposato nel 1954. Il dramma personale si consuma durante la lavorazione del thriller, prodotto dallo stesso Ferrer, Gli occhi della notte, in cui Audery Hepburn interpeta una donna cieca venuta accidentalmente in possesso di una partita di droga. Il film è diretto da Terence Young.
Dopo il ‘67 Audrey Hepbur dirada le sue apparizioni cinematografiche preferendo dedicarsi alla nuova famiglia formata con lo psichiatra italiano Andrea Dotti; da segnalare però il film girato nel 1976 accanto a Sean Connery per la regia di Richard Lester: Robin e Marian racconta le ultime avventure di Robin Hood a vent’anni di distanza dalle sue gloriose imprese. Tornato dalle Crociate ritrova Marian che si è fatta suora, stanco di aspettarlo mentre lo sceriffo di Nottingham continua a vessare il popolo.
L’ultima apparizione dell’attrice sul grande schermo risale al 1989 con un cameo in Always di Spielberg.
Finito anche il matrimonio con Dotti nel 1982, Audrey Hepburn si dedica a opere benefiche soprattutto a favore dei bambini per conto dell’UNICEF. Si spegne il 20 gennaio 1993, a soli 64 anni per un cancro intestinale.

Partita a quattro

Partitaa4

Design for living
USA 1933
con Fredric March, Gary Cooper, Miriam Hopkins, Edward Everett Horton
regia di Ernst Lubitsch

Sul treno che dalla Costa Azzurra torna a Parigi la bella Gilda Farrell conosce due amici, il pittore George Curtis e il commediografo Tom Chambers. Tra i tre nasce un’amicizia che ben presto si trasforma in qualcosa in più e Gilda confessa ai due pretendenti di essere innamorata di entrambi. Il trio decide di vivere assieme nell’assoluta castità ma quando Tom deve andare a Londra per seguire il successo della sua commedia, tra Gilda e George scoppia la passione. Tom abbozza ma quando dopo un anno torna a Parigi in assenza del pittore, sarà lui a conquistare la donna. Per non rovinare l’amicizia tra i due uomini Gilda si sposa con un vecchio amico e inizia una vita da agiata borghese, George e Tom arriveranno a salvarla da un matrimonio (non consumato) con la promessa di tornare al loro casto amore votato alle arti.


Partitaaquattro


Partita a quattro è il film che mi ha fatto innamorare di Lubitsch, non tanto per il modello di donna volitiva e disinibita proposto (a ci va tutta la mia incondizionata ammirazione) ma per quei dettagli che vanno sotto il nome di Lubitsch Touch. In particolare le scene della polvere: prima di incontrare la loro “madrina delle arti”, George e Tom dividono una mansarda bohémienne e ogni volta che Gilda si lancia sul canapè per recitare una delle sue scene madri sull’amore si solleva un nugolo di polvere che rovina tutta l’atmosfera melodrammatica.
A ben pensarci in quella polvere c’è una sottile presa in giro del cinema muto di cui Lubitsch fu maestro dove le scene madri erano all’ordine del giorno ma quanto appaiono polverose nei moderni anni ‘30 e quant’è moderna la furba Gilda capace di tenersi gli uomini che vuole portandoli anche al successo!
E’ doveroso ricordarlo in quest’anno che decreta il successo di 50 sfumature di grigio che impone un modello di femminile sottomesso non tanto sessualmente ma piuttosto remissivo verso l’uomo di potere. Ha vinto, purtroppo la filosofia di Max Plunkett (un sublime Edward Everett Horton) il cui motto era L’immoralita’ puo’ essere piacevole ma non al punto di poter prendere il posto di una vita intemerata e tre buoni pasti al giorno!
Il dizionario dei film del Mereghetti definisce Partita a quattro una commedia spregiudicata per l’epoca, mi permetto di dissentire e di trovare la pellicola ancora un capolavoro di spregiudicatezza, rispetto alle commedie contemporanee forse più sboccate ma molto più perbeniste o qualcuno crede che nella scena finale i tre protagonisti pensino davvero di mantenere la promessa di castità e non solo le apparenze per salvare l’amicizia?