La porta d’oro

Hold Back the Dawn
USA 1941, Paramount
con Charles Boyer, Olivia de Havilland, Paulette Goddard, Walter Abel, Victor Francen, Curt Bois, Rosemary DeCamp, Eric Feldary, Nestor Paiva, Eva Puig, Micheline Cheirel, Madeleine Lebeau, Billy Lee, Mikhail Rasumny, Charles Arnt, Arthur Loft, Gertrude Astor, Martin Faust, Brian Donlevy, Veronica Lake, Richard Webb
regia di Mitchell Leisen

Allo scoppio della seconda guerra mondiale, il gigolo George Iscovesco decide di lasciare Parigi e di trasferirsi in USA passando dal Messico. Per le sue origini rumene i tempi d’attesa per il visto richiederebbero anni ma grazie ad Anita, vecchia conoscenza dei tempi parigini, George scopre che se sposa un’americana riuscirà ad entrare negli States in un mese. In un giorno conquista la maestrina Emmy Brown e la sposa ma finisce per innamorarsi di lei…

Commedia romantica che guadagnò sei candidature agli Oscar e si segnala per essere l’ultima sceneggiatura scritta da Billy Wilder che poco soddisfatto del risultato finale decise di dirigere personalmente i propri progetti.

Un’altra peculiarità del film è l’incipit: vediamo Geoge entrare negli studi della Paramount per  per vendere  un soggetto a Mr. Saxon, un regista che aveva conosciuto in Francia prima della guerra. Il soggetto è la sua rocambolesca storia d’amore con Emmy che dopo aver scoperto il motivo per cui Geoge l’ha sposata, ha un incidente d’auto mentre torna ad Azusa, suo paese natale. Per risarcirla del denaro che nel frattempo gli era stato prestato, a Geoge non resta che vendere la sua storia.
Ad interpretare il regista mr. Saxon c’è Mitchell Leisen, il vero regista del film, mostrato mentre dirige una scena con Veronica Lake tratta da I cavalieri del cielo, il film che lancia la carriera dell’attrice e che nella filmografia del regista precede La porta del cielo.

Il film è un’opera molto gradevole magari dall’esito un po’ prevedibile ma può contare su un cast di grandi attori: Charles Boyer sa costruire da par suo il personaggio di George Iscovesco dosando charme e ambiguità sottolineati dal pulsare della sua leggendaria vena sulla tempia. 

Olivia de Haviland ricevette una nomination come miglior attrice: è davvero deliziosa nel ruolo della maestrina travolta prima dalle marachelle dei suoi allievi poi dalla corte di George che finisce per conquistare con il suo ingenuo entusiasmo.

Screenshot

Il ruolo della terza incomoda è interpretato da Paulette Goddard: Anita è una ballerina cinica ed arrivista da sempre innamorata di George, quando lo ritrova casualmente in Messico è lei a suggerirgli il matrimonio come scorciatoia per poter ottenere il visto e sarà lei a rivelare a Emmy il motivo per cui George l’ha sposata.

Diverse storie di contorno di altri attendenti asilo creano un atmosfera corale su cui veglia l’ispettore Hammock.

C’è la classica notte d’amore negata, marchio di fabbrica delle commedie romantiche di Leisen e il film è impreziosito da belle composizioni, soprattutto allo specchio: oltre alle scene in cui rivela la doppiezza degli intenti dei personaggi, ci sono alcune inquadrature di pura bellezza come quella dedicata a Olivia de Havilland ripresa nello specchietto retrovisore dell’auto.

Volare

Italia, 2023
con Margherita Buy, Anna Bonaiuto, Giulia Michelini, Euridice Axen, Francesco Colella, Roberto De Francesco, Maurizio Donadoni, Pietro Ragusa, Massimo De Francovich, Elena Sofia Ricci, Caterina De Angelis
regia di Margherita Buy

L’attrice Anna Bettini, nota come AnnaBì, decide di affrontare la sua paura del volo quando la fobia mette in crisi il suo rapporto con la figlia che sta per partire per gli Stati Uniti per studiare e rischia di rovinarle la carriera costringendola a rinunciare a una trasferta coreana per lavorare con un grande maestro del cinema orientale. Anna s’iscrive quindi a un corso che, tra training autogeno e spiegazioni scientifiche, dovrebbe risolvere l’ansia del volo ma potranno di più gli incoraggiamenti dei compagni di corso.

screenshot del film Volare Italia 2023

Il debutto alla regia di Margherita Buy è una commedia autoironica dove l’attrice, che non ha mai fatto mistero delle sue ansie, affronta una sua grande paura, quella del volo.

Il film è simpatico, con una morale che ci conferma che molto spesso dietro le ansie e le manie ossessive compulsive ci sono problemi più seri di insicurezza, in questo caso il sentirsi esclusa dal rapporto che la figlia ha col padre ed avere un rapporto dialetticamente conflittuale con il proprio genitore. 

Volare mi ha divertito anche se non regala nessuna sorpresa, ma penso che una ventata di leggerezza su temi ansiogeni in questi anni di angoscia sia comunque una nota piacevole.

La Buy non risparmia comunque citazioni colte: la sequenza iniziale che mostra l’attrice tentare di prendere il volo per la Corea e girare il film che le svolterà la carriera è tutta girata con la protagonista di spalle che sfoggia uno chignon a La donna che visse due volte.

Il gioco con il cinema classico continua con lo scontro con Elena Sofia Ricci, la rivale che le ruba la parte nel film d’autore non avendo problemi con gli aerei mentre ad Anna non resta che girare di malavoglia la quinta stagione di una pessima fiction in cui interpreta un’ufficiale di finanza.

La satira sulle fiction è figlia di Boris e più ancora di Call my Agent, dato che la coprotagonista è la sua agente che cerca di blandirla proprio come abbiamo visto nella serie.

La terapia di gruppo con altri fobici dell’aria avrebbe potuto essere sfruttata meglio ma ho adorato le interazioni con la Michelin, altra attrice nota per i comportamenti ansiosi, che nel film interpreta una fan della serie interpretata da Anna a cui si attacca quasi morbosamente. Al di là dei personaggi mi è piaciuto molto come le due commentavano in modo comaresco le (dis)avventure degli altri ansiosi. 

Intermezzo

Intermezzo: a love story
Usa 1939 Selznick International Pictures
con Leslie Howard, Ingrid Bergman, Edna Best, Ann E. Todd
regia di Gregory Ratoff



Intermezzo

Holger Brandt è un affermato violinista, di ritorno da una lunga tournée conosce Anita Hoffman, la giovane insegnante di piano della figlia Anne Marie.
Impressionato dal talento musicale della ragazza, Holger finisce ben presto per innamorarsi di lei, ricambiato.
Per non cedere al sentimento Anita lascia il lavoro ma mentre sta per andarsene dalla città, Holger, che ha lasciato la moglie, la raggiunge. Anita diventa la nuova accompagnatrice musicale dei concerti del violinista e i due iniziano una vita di musica e viaggi ma l’uomo rimpiange sempre più spesso la lontananza dalla figlioletta. Anita si fa da parte e quando Holger torna a casa solo per portare un regalo ad Anna Maria, la bambina viene investita mentre gli corre incontro.
Capita la sofferenza della figlia anche la moglie perdona Holger.

Intermezzoalovestory

Questo convenzionale film sentimentale passa alla storia per essere il primo film girato da Ingrid Bergman in America, quello che darà l’avvio alla sua sfolgorante carriera. Intermezzo è il remake dell’omonima pellicola svedese di cui l’attrice era stata protagonista in patria nel 1936.
Colpito dal suo talento, David O.Selznick la invita in America offrendole un contratto assai vantaggioso con la piena libertà di scegliersi script e coprotagonisti.
Tra i meriti della pellicola c’è quello di saper condensare in soli 66 minuti il melodramma amoroso. Notevoli le musiche, cosa doverosa visto che la storia si svolge in ambito musicale. Anche il regista Gregory Ratoff, più noto come attore, ci mette del suo con un uso interessante della luce che simboleggia l’amore, sia esso sentimentale o familiare: quando Holger si sente respinto nella taverna il suo volto arretra nell’ombra, lo stesso accade ad Anita quando lo lascia e quando Holger chiede perdono al figlio maggiore, Eric, il viso del ragazzo è una maschera nera.
Il punto di forza resta comunque il cast: bravo come sempre Leslie Howard ma la freschezza di Ingrid Bergman e il suo impeto al pianoforte sono davvero deliziosi.

The Hateful Height ***70mm***

Il cacciatore di taglie John Ruth, detto “Il Boia” sta portando la fuorilegge Daisy Domergue a Red Rock per farla impiccare quando è costretto a far salire sulla diligenza che ha noleggiato due passeggeri indesiderati: prima il cacciatore di taglie di colore Marquis Warren e poi il sudista Chris Mannix.
Una tempesta di neve costringe il gruppo a fermarsi all’emporio di Minnie, qui incontreranno altri tre viaggiatori anche loro bloccati dalla bufera, stranamente però mancano i titolari dell’emporio Minnie e Sweet Dave, sostituiti da un messicano..

Thehatefulheight

L’ottavo (?) film di Quentin Tarantino segna un cambio di passo rispetto agli ultimi due lavori: la rilettura della storia si fa più fedele come testimoniato anche dal mezzo con cui il regista ha girato il film, l’Ultra Panavision 70 mm, che con il leggero tremolare dell’immagine trasporta subito lo spettatore in una dimensione antica di fruizione dello spettacolo. Io mi sono commossa anche alla scritta intervallo, dato il nervoso che mi procura lo stacco improvviso nelle multisale contemporanee dove ti strappano dall’immersione filmica a metà di una frase, accecandoti brutalmente per offrirti bibite e popcorn.
L’intervallo è durato esattamente dodici minuti, circa quel quarto d’ora a cui allude la voce off alla ripresa dello spettacolo. L’intervallo non è solo un tributo alle vecchie pellicole ma una vera e propria cesura tra le due parti del film: la prima introduce con molta calma ambientazioni e personaggi, siamo nel Wyoming, pochi giorni prima di Natale, un Cristo semi sepolto dalla neve segna l’arrivo a una stazione di posta “dimenticata da dio”, una baracca di legno che diventerà il luogo dove si sveleranno le vere identità dei vari personaggi e si pareggeranno diversi conti in un inesorabile gioco al massacro, a cominciare da quello tra il Maggiore Warren, nordista di colore e il generale sudista Sanford Smithers: sono passati pochi anni dalla guerra civile americana e gli animi non sono ancora assopiti. Ma si assopiranno mai gli animi di quest’America costruita sulla violenza e sull’odio che celebra un’improbabile amicizia sulle parole di una lettera (fasulla?) di Abramo Lincoln letta sotto il cadavere di una donna impiccata? A proposito, la prima donna impiccata in America è Mary Surratt, presunta complice dell’omicidio di Lincoln la cui storia è stata raccontata da Robert Redford in The Conspirator.
A lasciarmi un po’ perplessa è stato proprio il finale con la strana amicizia tra i due sopravvissuti prima acerrimi rivali: dato che il tema dello scontro razziale è tornato dominante negli USA mi sarei aspettata un ultimo conflitto a fuoco ma forse quella risata in faccia alla morte è ancora più cinica e inquietante di una sparatoria.
JohnDaisy Alla prima parte molto parlata si oppone la seconda dove la violenza splatter, che era totalmente assente nel primo tempo diventa dominante e Tarantino ci riconduce nel mondo granduignolesco che ben gli compete. La sinfonia mortifera di Ennio Morricone e l’improvviso vortice di morti violenti virano d’horror un film molto parlato, affabulatorio (e il regista è talmente bravo ad incantarci, anche sulla fiducia, che dimentichiamo alcune nozioni che dovremmo ben conoscere anche prima di entrare in sala o che ci mette sotto il naso nei titoli di testa). Mi riferisco all’horror perché tra le suggestioni filmiche che gli hanno inspirato The Hateful height, Tarantino cita La Cosa di John Carpenter che ha per protagonista Ken Russell e allora sarei proprio curiosa di sapere se nella versione originale il generale Smithers dice letteralmente a John Ruth “tu sei una jena” riferendosi al primo film di Tarantino o se gli da del serpente, omaggiando Jena (Snake) Plissken.

Il tempo si è fermato

Iltemposièfermato The big clock
USA 1948 Paramount
con Charles Laughton, Ray Milland, Maureen O’Sullivan, Rita Johnson, Elsa Lanchester
regia di John Farrow

Il direttore di un giornale di cronaca nera, George Stroud viene licenziato in tronco dal dispotico editore Earl Jannoth perché rifiuta di saltare le ferie per l’ennesima volta e seguire un caso di cronaca che aumenterà la tiratura della rivista. Stroud trascorre ingenuamente la serata con l’amante del capo a sparlare di lui. Nella notte in un impeto d’ira Jannoth uccide la donna e chiama proprio Stroud per far ricercare l’uomo con cui l’amante aveva trascorso la serata al fine d’incolparlo dell’omicidio..

Come sostiene Joe Dante il meccanismo thriller de Il tempo si è fermato è pressoché perfetto: partendo da lontano, e con toni quasi da commedia, il cerchio pian piano si stringe attorno al protagonista che si vede costretto a fingere di ricercare un uomo mentre in realtà ne cancella le tracce per salvaguardarsi e indagare sulla vera identità dell’assassino.
Il titolo originale The big clock allude al grande orologio universale che caratterizza il palazzo delle edizioni Jannoth, simbolo della grandezza e della mania di controllo del dispotico magnate della carta stampata interpretato da un cattivissimo Charles Laughton (forse più che nel ruolo di Bligh ne La tragedia del Bounty) con un paio di baffi che mi hanno ricordato molto quelli di Kane in Quarto Potere. Nel film recita anche Elsa Lanchester, moglie di Laughton, deliziosa nel ruolo della svampita pittrice che a modo suo protegge Stroud, uno dei suoi pochi collezionisti.

Louisepatterson

L’edificio ha un ruolo fondamentale nella vicenda trasformandosi da familiare luogo di lavoro a trappola senza più vie di fuga quando il protagonista viene scoperto. Grandi profondità di campo e riprese dei soffitti richiamano ancora lo stile wellesiano di Quarto Potere. Gli ambienti ultra moderni vasti e luminosi dell’inizio si trasformano in luoghi cupi con ombre espressioniste tipiche del noir quando la caccia all’uomo si fa serrata fino al tragico epilogo.
Dirige il film John Farrow, padre della più celebre Mia mentre la madre  Maureen O’Sullivan, interpreta il ruolo della moglie di Stroud.
La copia che passa in tv ha ancora il doppiaggio originale con i nomi italianizzati dei protagonisti e tra i doppiatori dei personaggi secondari si possono distinguere chiaramente le voci di Alberto Sordi e Paolo Stoppa.

Il signore e la signora Smith

Mr. & Mrs. Smith
USA 1941 RKO
con Carole Lombard, Robert Montgomery, Gene Raymond, Jack Carson
regia di Alfred Hitchcock

Al termine di un litigio durato tre giorni, Ann chiede al marito David se la risposerebbe, incautamente l’uomo risponde di no. Fatalità vuole che tornato al lavoro David riceva la visita di un funzionario che gli rivela che il matrimonio è da considerarsi nullo, per un vizio di forma. Siccome il matrimonio si è celebrato nella città d’origine della moglie, il funzionario passa a trovare anche Ann per salutarla e informarla della novità. Quando David la sera invita fuori la moglie ma non gli rinnova la proposta di matrimonio la separazione è inevitabile..

I coniugi Hitchcock, appena trasferiti in California avevano affittato la villa di Carole Lombard, la diva che aveva fatto perdere la testa a Clark Gable. L’attrice chiese al regista britannico di dirigere questa commedia scritta da Norman Krasna e Hitch non seppe certo rifiutare una cortesia a una fantastica bionda che di sicuro aveva colpito la sua fantasia. Nacque così la terza regia hollywoodiana del maestro del brivido che dimostra di sapersi cimentare con ottimi risultati anche nella commedia sofisticata, sottogenere remarriage: narrazione di un riavvicinamento tra due coniugi sull’orlo del divorzio che permette di giocare con la presenza di eventuali amanti alla faccia del severo Codice Hays. Di metafore sessuali che eludono il Codice, Hitch fu maestro, non solo in questa pellicola, dove riesce anche ad ambientare una scena in bagno, luogo considerato sconveniente dalla censura americana di cui il regista amava molto burlarsi.
Se ne Il signore e la signora Smith manca il brivido, non viene certamente meno la misoginia tipica del regista: David non chiede subito alla moglie di risposarlo per punirla del suo caratterino (completa l’appellativo “miss” con “mistress”) e sarà Ann nel finale a non resistere e supplicare il bacio dell’happy end.


Mr&mrsSmith

L’humor di Hitchcok si spinge fino al punto di costruire una gag sui chili di troppo con il fisico da silfide della Lombard: credendo che il marito voglia chiederle nuovamente di sposarla Ann decide di indossare il vestito con cui ricevette la proposta tre anni prima (che lui OVVIAMENTE non riconosce!). L’abito intanto si è “inspiegabilmente ristretto” stando nell’armadio ma la testarda mogliettina non esita ad indossarlo forzando la cerniera con delle spille che si aprono sempre.
Anche Il signore e la signora Smith è caratterizzato da un cameo del regista che passa lungo un marciapiede alle spalle del protagonista maschile, scelta che gli permette di farsi dirigere dalla bionda protagonista come si vede in questo pin.
E’ interessante notare come questo film tra i meno noti del regista stia in fondo alla base della recente pellicola Hitchcock diretta da Sasha Gervasi: il gioco di gelosie tra Alfred e la moglie durante le riprese di Psyco ricalca con una certa fedeltà il plot di Mr. & Mrs. Smith.

Il Gran Gabbo

The Great Gabbo
USA 1929
con Erich von Stroheim, Betty Compson, Donald Douglas
regia di James Cruze

Thegreatgabbo

Gabbo, ventriloquo da fiera che ha un rapporto morboso con il suo pupazzo Otto, riversa le frustrazioni di una carriera mediocre sulla fidanzata/assistente Mary che lo lascia, esasperata dal suo pessimo carattere.
Due anni dopo i due si rincontrano all’apice del successo: Gabbo è convinto di poter riconquistare la donna ma quando Mary gli confessa di essersi sposata, la follia di Gabbo esplode, stroncandogli la carriera.


Ilgrangabbo

Primo film sonoro interpretato da Erich von Stroheim che ha collaborato, non accreditato, anche alla regia.
I giudizi dei dizionari sono molto critici nei confronti dell’opera che effettivamente è imperfetta, più che per i problemi con il sonoro (tecnologia che aveva solo due anni di vita) direi che a non funzionare è l’inserimento dei numeri musicali che spezzano il ritmo della tragedia di Gabbo, creando uno strano musical drammatico.
Anche se a livello tecnico l’uso del sonoro non è eccelso, colpisce l’attenzione con cui si vuole rompere ogni rapporto con il cinema muto: quello che non viene mostrato visivamente della storia, come il salto temporale di due anni, invece che esser risolto tramite una didascalia, espediente troppo legato alla precedente epoca muta, viene raccontato attraverso i dialoghi e l’altra coppia di artisti da fiera ha esclusivamente il compito di spiegare i retroscena del rapporto tra Gabbo e Mary.
Ilgrangabbo Gli intermezzi musicali, sicuramente troppo lenti, sottolineano il mutamento di uno stile: si passa dalle sfilate di ballerini dei primi numeri al numero finale della ragnatela (vituperato dal Mereghetti) che rispecchia chiaramente lo stile deco che era in piena affermazione. Anche nelle riprese si tentano nuove soluzioni: ad esempio con i dettagli dei piedi danzanti, tecniche che fanno presagire i grandi musical che negli anni immediatamente seguenti faranno la fortuna del coreografo Busby Berkeley.
Resta memorabile Stroheim fedele al suo personaggio odioso con monocolo e medaglie al petto; per sottolineare l’ambiziosa follia di The great Gabbo il look è più stravagante del solito con marsine e pantaloni alla zuava in raso che l’attore riesce a rendere credibilissimi. Ci si aspetterebbe un risvolto più horror nello sdoppiamento con Otto (sulla falsariga di Chucky ed altre bambole assassine) invece il carattere borderline di Gabbo resta sempre latente tenendo alto il senso di aspettativa dello spettatore e riequilibrando in qualche modo le figure di Gabbo e Mary la cui estrema dolcezza non è amore ma pietà verso il bipolare Gabbo, dovuta forse a un senso materno riversato sul fantoccio Otto.

Là dove scende il fiume

Làdovescendeilfiume Bend of the River
USA 1952
con James Stewart, Arthur Kennedy, Julie Adams, Rock Hudson
regia di Anthony Mann

L’ex fuorilegge Glyn McLyntock cerca di rifarsi una nuova vita conducendo in Oregon una carovana di coloni che non sa nulla del suo passato. Durante il viaggio McLyntock salva un ladro di cavalli dall’impiccagione, Emerson Cole, che si unisce alla carovana fino a Portland mentre i coloni proseguono verso territori vergini. Al termine di un’estate di fatiche da Portland non sono ancora giunte le provviste per l’inverno. Tornato in città McLyntock scopre che le merci sono state rivendute a un prezzo più alto ai cercatori d’oro. Con l’aiuto di Cole, McLyntock si impossessa delle scorte ma durante il viaggio l’offerta allettante di un campo di cercatori mina il sodalizio tra i due uomini.

Là dove scende il fiume è il secondo dei cinque western sceneggiati da Borden Chase che Mann girò assieme a James Stewart nella prima metà degli anni ’50 sfruttando la piena maturità artistica dell’attore fino ad allora considerato inadatto ai western. I film hanno come caratteristica l’ambientazione ai tempi della Frontiera con grande uso di esterni per rappresentare una natura estremamente realistica nella sua magnificenza ed ostilità che fa da sfondo allo scontro dei protagonisti, spesso amici o fratelli.
Il ciclo è un interessante capitolo dell’ultima stagione del cinema western classico di cui presenta tutti gli stereotipi, a partire dagli indiani barbari e crudeli.
Là dove scende il fiume analizza in particolare la capacità di cambiamento dell’uomo di fronte a una seconda opportunità. Per Geremia, probo capo dei coloni (spesso ripreso dal basso per sottolineare la sua statura morale) l’uomo è come le mele: quella marcia va gettata per non contaminare le altre. Emerson Cole, bandito che conosce il passato di Glyn, rappresenta l’amorale che non esita a scontrarsi con l’amico in nome dell’avidità mentre il personaggio di Jimmy Stewart incarna l’eroe in grado di far cambiare opinione anche a Geremia che alla fine gli perdonerà il suo passato, scontato con i sacrifici per la comunità.
Piccolo ruolo per Rock Hudson (già presente in Winchester 73, primo film del ciclo) nei panni di un giocatore di poker anche lui in grado di redimersi

Passaggio a Nord-Ovest

Passaggioanordovest Northwest Passage – Book I, Rogers’ Rangers
USA 1940 MGM
con Spencer Tracy, Robert Young, Walter Brennan
regia di King Vidor

1759: cacciato da Harvard per dei disegni satirici, il giovane Langdon Towne torna a casa a Portsmouth. Il padre della promessa sposa, da buon puritano, disdegna i suoi sogni di diventare un pittore e fa rompere il fidanzamento. Langdon si va ad ubriacare in locanda e si lascia andare a commenti poco lusinghieri sui potenti del paese. Per evitare la prigione è costretto a fuggire assieme al fedele amico Hunk, il beone della città incontrando così il maggiore Rogers che li arruola loro malgrado tra i Rangers..

Il film è tratto dal romanzo storico di Kenneth Roberts, di cui si mette in scena solo la prima parte che riguarda la guerra franco-indiana, evocando solo il passaggio nautico che unisce l’Atlantico e il Pacifico attraverso le coste artiche del Canada. E’ una pellicola grondante retorica e la vecchia idea degli indiani cattivi e selvaggi da sterminare che però racconta con grande coinvolgimento il percorso dei due protagonisti: la trasformazione di Langdon in un adulto responsabile e pronto a sacrificarsi per la sua ambizione artistica e la figura del maggiore Rogers, granitico e carismatico capo dei Rangers che li convince a compiere le imprese più ardite (tra le altre, uno scollinamento con le barche in spalle che anticipa Fitzcarraldo). Nel corso del film la sua ferrea forza di volontà, che non viene mai meno, lascia spazio a una profonda umanità verso i suoi uomini e anche a momenti privati di disperazione. Spencer Tracy è abilissimo a cesellare tutte le sfumature di questo complesso personaggio.
Si tratta del primo film a colori di King Vidor e il maestro dimostra una grande abilità nell’uso dello sfavillante technicolor. Grande fotografia di spazi aperti e i Rangers in divisa verde che si confondono con la natura dando vita a suggestive riprese come il campo allestito sugli alberi.

Angelo

Angel1937 Angel
Usa 1937 Paramount
con Marlene Dietrich, Herbert Marshall, Melvyn Douglas
regia di Ernst Lubitsch

A Parigi Maria Barker, annoiata moglie di un lord inglese, troppo dedito alla politica, accetta per gioco la corte di uno sconosciuto ma il semplice flirt si rivela una grande passione, anche se solo per una notte. Tornata in Inghilterra la donna crede di poter dimenticare Tony Halton a cui non ha rivelato l’identità ma questi si rivela essere un vecchio amico del marito appena tornato dall’India e Sir Barker (a cui Halton ha confidato la sua avventura parigina con una misteriosa donna che gli ha rubato il cuore) lo invita a pranzo..

Ennesimo triangolo amoroso portato sullo schermo dal maestro berlinese di cui oggi ricorre il sessantacinquesimo anniversario della scomparsa. Questa volta i toni brillanti sono smorzati e prevale la vena malinconica di Lubitsch che costruisce la trama attorno al fascino ambiguo di Marlene Dietrich. Maria Barker infatti, incontra il fascinoso Halton in una casa equivoca gestita da una nobile russa decaduta. Si lascia così intendere che i trascorsi della donna non sia del tutto specchiati, forse si allude anche a un passato di prostituzione.

Angel Quel che certo è che il matrimonio tra Maria e Sir Barker è un matrimonio d’amore scaduto nell’abitudine per i troppi impegni di lui. Maria accetta la corte di Tony Halton come un diversivo alla noia ma finisce per invaghirsi del seduttore. Halton a sua volta si innamora perdutamente della donna misteriosa che lui chiama Angelo, non conoscendone la vera identità.
Il nuovo incontro tra i due amanti, il pranzo a cui Maria in quanto Mrs Barker, non si può sottrarre, avrebbe potuto essere una pochade d’equivoci in mano a Lubitsch invece questa volta il regista preferisce indagare il mistero femminino: la donna che si concede la prima notte a un uomo sconosciuto è la stessa donna che il marito conosce come moglie irreprensibile e che dà un po’ per scontata pur angelicandola e mettendola su un piedistallo. Nonostante Halton si comporti da perfetto gentiluomo e mantenga il segreto di Maria, il marito intuisce attraverso altre vie che la moglie potrebbe essere la misteriosa Angelo. Il terzetto si ricompone nella casa d’appuntamenti dove tutto è cominciato e il monologo di Maria è una ricetta perfetta per far funzionare un matrimonio (istituzione che Lubitsch detestava, ricordiamo la scena icastica di Die bergkatze).
Matrimonio o meno, tutte le lunghe relazioni devono tenersi lontane e non indagare su zone grigie che inevitabilmente un rapporto di lungo corso comporta. Accettato questo, è Frederick Barker a scusarsi con la moglie e chiederle di fare quel viaggio che stava rimandando per l’ennesima volta per i pressanti impegni politici e Maria lo segue senza esitare.