L’uomo dagli occhi a raggi X

X: The Man with the X-ray Eyes
USA 1963, American International Pictures
con Ray Milland, Diana Van der Vlis, Harold J. Stone, Don Rickles, John Hoyt
regia di Roger Corman


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Il dottor Xavier conduce degli studi per potenziare la vista umana e per ottenere dei fondi decide di sperimentare su se stesso il composto. Gli effetti inizialmente sono ottimi: con la sua vista potenziata Xavier salva una ragazzina da una prognosi errata sulla sua cardiopatia ma le conseguenze sulla vista dello scienziato sono pesanti e l’ospedale decide di bloccare la ricerca. Xavier però è deciso a continuare la sperimentazione personale e in un diverbio uccide involontariamente il dottor Brant, il suo collaboratore. Costretto a fuggire Xavier si nasconde in un lunapark dove si spaccia per indovino ma Crane, l’impresario del numero gli propone di diventare un guaritore, il successo come guaritore mette sulle sue tracce la dottoressa Fairfax, la dottoressa che doveva decidere lo stanziamento dei fondi. La donna decide di aiutare Xavier che vuole tentare la fortuna a Las Vegas per procurarsi il denaro per continuare le ricerche. Ma al casinò ben presto sospettano delle facili vincite della coppia, Xavier è nuovamente costretto a scappare dopo aver perso i robusti occhiali che lo proteggono dalla luce ormai insopportabile. Dopo una robambolesca fuga nel deserto, Xavier arriva al tendone di un predicatore…



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Roger Corman, re dei b movie americani che ha spaziato in tutti i genere, è noto soprattutto per il ciclo d film tratti dalle opere di Edgar Allan Poe che hanno per protagonista Vincent Price.
L’uomo con gli occhi a raggi X è il primo film a colori del regista e ha per protagonista un altro grande attore ormai attempato: Ray Milland; la storia non ha nulla a che fare con Poe ma potrebbe richiamare l’orrore cosmico di Lovecraft.
Xavier è un anomalo caso di scienziato pazzo, come sempre disposto a sperimentare in prima persona i risultati dei propri studi, spinto dal desiderio di far progredire la scienza per il bene dell’umanità: riuscire a vedere attraverso la materia permette diagnosi perfette come dimostra il salvataggio della ragazzina cardiopatica. Purtroppo gli effetti del siero sono instabili e cumulativi e Xavier si trova trasportato in un mondo immateriale dove tutto si dissolve in una danza macabra di scheletri umani e architettonici; a volte la vista potenziata lo porta a vedere oltre le barriere spazio temporali perdendosi nei colori del cosmo al centro del quale c’è un occhio che scruta il mondo (o i mondi).



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La follia di Xavier non lo trasforma in un pazzo violento come l’Hyde di Jekyll ma lo fa sprofondare in un dolore solitario nato dalla comprensione della caducità della vita e di ogni attività umana.
Il superamento dei limiti scientifici non può che trascendere nella religione e la risoluzione del film sta nel confronto con un predicatore applicando alla lettera le parole della Bibbia.



L'uomo dagli occhi a raggi X


Gli effetti speciali sono abbastanza semplici ma riescono comunque a creare un mondo spettrale e stravolto in cui lo scienziato perde ogni punto di riferimento.
Non mancano aspetti più giocosi che hanno sempre coinvolto le fantasie sui raggi x: la possibilità di leggere le carte voltate e poter sbancare il casinò ma soprattutto la maliziosa capacità di vedere attraverso gli abiti delle ragazze,

Ray Milland

Raymilland

Il 10 marzo 1986 moriva Ray Milland, nome d’arte di Reginald Truscott-Jones, nato nel Galles il 3 gennaio 1907.
Pur non diventando mai una stella di prima grandezza (ed è un vero peccato, dato che fascino e carisma non gli mancava) ha avuto una lunghissima carriera con ruoli molto importanti.
Esordisce nei tardi anni ’20 sugli schermi inglesi con il nome di Raymond Milland e già nel 1931 è negli Usa sotto contratto per la MGM che lo sfrutta per piccoli ruoli. Dopo una breve parentesi in patria si trasferisce definitivamente in America dove viene messo sotto contratto dalla Paramount per cui lavorerà almeno per un ventennio.
Tra i ruoli degli anni ’30 ricordiamo Il Giglio d’oro del 1935 diretto da Wesley H. Ruggles dove interpreta un giovane lord inglese che mette a rischio l’amore tra la dattilografa Claudette Colbert e il giornalista Fred MacMurray; nel ’36 è il coprotagonista maschile de La figlia della Giungla, film di debutto di Dorothy Lamour che le vale l’esotico soprannome di Sarong Queen.
Del 1937 è la commedia brillante Che bella vita di Mitchell Leisen con cui Milland girerà altri cinque film: Arrivederci in Francia e I cavalieri del cielo sono pellicole di propaganda essendo girate rispettivamente nel 1940 e 1941; Schiave della città del 1944 è il primo film in technicolor del regista che mischia musical e psicanalisi. Amore di Zingara del 1945 è un film di spionaggio che vede recitare Milland accanto a Marlene Dietrich e Kitty, sempre del 1945, è una pellicola ambientata nel tardo settecento che rilegge la fiaba di Cenerentola con spiccato cinismo.
Nel 1939 l’attore veste i panni di uno dei tre fratelli Geste arruolati nella Legione Straniera nel film Beau Geste di William A.Wellman.

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Nel 1942 gira Vento Selvaggio di Cecil B. DeMille, un’avventura marinara che si segnala per uno dei pochissimi ruoli negativi interpretati da John Wayne.
Lo stesso anno segna anche l’incontro con Billy Wilder che lo dirige in Frutto Proibito accanto a Ginger Rogers travestita da dodicenne: è il primo film di Wilder e il caustico regista da subito affronta un tema spinoso come l’attrazione per le minorenni.
Con Wilder Ray Milland gira ancora nel 1945 il film che gli vale l’unico Oscar della carriera: Giorni perduti, una storia estremamente realistica e inconsueta per l’epoca della discesa nell’alcolismo di uno scrittore fallito.

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La carriera dell’attore continua sempre molto intensa ma il ruolo di Giorni perduti fa scoprire il lato oscuro dell’attore che è quello che gli porterà ri risultati più interessanti come Il tempo si è fermato de 1948, un thriller dalle sfumature noir diretto da John Farrow, che lavora con l’attore anche l’anno seguente ne La Sconfitta di satana, una versione noir del mito di Faust ( cfr. Il Mereghetti 2014) che esce sconfitto dalle sue trame per irretire l’onesto procuratore Foster. Nel 1950 Farrow e Milland collaborano ancora nel western, non memorabile, Le Frontiere dell’odio.
Sempre del 1948 è il melò vittoriano Amarti è la mia dannazione dove Milland seduce una vedova e la induce al delitto ma sarà vittima della sua vendetta quando la donna scoprirà che ha un’amante.
Del 1952 è La Spia dove Milland da il meglio della sua recitazione nevrotica: è uno scienziato che confida agli agenti dell’Est gli studi sul nucleare: per sottolineare il senso di segretezza il film è completamente privo di dialoghi.
Nel 1954 è lo spiantato tennista Tom Wendice che vuole uccidere la moglie ne Il Delitto Perfetto di Hitchcock. Il film venne girato in 3D e segna l’inizio della collaborazione tra il maestro del terrore e Grace Kelly.
L’anno seguente l’attore interpreta l’architetto Stanford White vittima del triangolo amoroso tra la bella Evelyn Nesbit e il suo gelosissimo marito Harry Thaw ne L’altalena di velluto rosso di Richard Fleischer.

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Il 1955 è anche l’anno in cui Milland esordisce dietro la cinepresa con il western Gli Ostaggi. In tutto sono quatto le regie dell’attore: Lisbona, film di spionaggio del 1956, Obiettivo Butterfly del ’58 e Il giorno dopo la fine del mondo  pellicola sci-fi del 1962: pur trattando generi diversi, i film diretti da Ray Milland hanno tutti la caratteristica di essere low budget come i film horror o di fantascienza a cui l’attore inizia a dedicarsi entrando anche nella factory di Roger Corman per cui gira Sepolto vivo (1962) dal ciclo di film tratti da Poe e l’anno seguente il notevole L’uomo dagli occhi a raggi X.

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Già dal 1955 Milland inizia a recitare in serie televisive, cosa che continuerà a fare fino alla fine della sua carriera, segnaliamo le sue partecipazioni a Ellery Queen, dove appare nel pilot; Colombo, Fantasilandia, Cuore e batticuore, Love Boat, mentre sul grande schermo si limita a camei, da segnalare nel 1970 il ruolo del severo Oliver Barrett III padre di Ryan O’Neal nello strappalacrime Love Story.
Ha un ruolo anche ne Gli ultimi Fuochi l’ultimo film di Elia Kazan girato nel 1976.
La sua ultima apparizione è del 1985 nel corto The Gold Key di Richard G. Kutok.

La casa sulla scogliera

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USA 1944 Paramount
con Ray Milland, Gail Russell, Donald Crisp, Ruth Hussey
regia di Lewis Allen

In vacanza in Cornovaglia, i fratelli Rick e Pamela Fitzgerald s’innamorano di una casa abbandonata a picco su una scogliera chiamata Villa Ventosa. Il proprietario, il comandante Beech, non ha problemi a vendere la dimora a prezzo modico ma non vuole che la nipote Stella Meredith frequenti la casa che abitò nell’infanzia fino alla morte della madre.
Trasferitisi nella magione restaurata, i Fitzgerald iniziano a sentire un lugubre pianto nella notte che fa pensare alla presenza di un fantasma e quando Stella, innamorata di Rick, torna a villa Ventosa, cade in trance e rischia di cadere dalla scogliera come accadde alla madre. Durante una seduta spiritica si palesa, oltre all’amorevole Mary Meredith, anche la presenza malefica di Carmela, la gitana spagnola che in vita fu modella e amante del padre pittore di Stella..

Il debutto cinematografico del regista teatrale Lewis Allen è un horror che vira al melodramma e stempera i toni drammatici e paurosi nei toni da commedia riservati ai due fratelli Fitzgerald, che per quanto si trovino a combattere con entità sovrannaturali non perdono mai il sangue freddo e il gusto della battuta: mentre Roderick torna a Londra per lavoro, Pamela resta a Villa Ventosa per sovrintendere la ristrutturazione e benché da subito si accorga del tragico pianto che avvolge la casa, non fugge e non si sfoga neppure con il fratello che scoprirà la peculiarità della casa la prima notte in cui vi dimora.
Casascogliera Se i due protagonisti smorzano i toni orrorifici, la fotografia di Charles Lang (nominata agli Oscar) li esaspera con i chiaroscuri delle candele che si abbassano, contrapponendo la chiara luce degli esterni alla cupa atmosfera delle notti a Villa Ventosa, anche il fantasma di Mary Meredith è rappresentato molto bene e incute paura ancora oggi.
Stella Meredith, la dolce fanciulla tormentata dai confusi ricordi del passato, è il fulcro della vicenda melodrammatica che molto deve a Rebecca la prima moglie: come nel film di Hitchcock si scoprirà che l’idolatrata defunta è in realtà un personaggio malevolo la cui immacolata reputazione è custodita da una fedele ancella: in La casa sulla scogliera Miss Holloway, infermiera e amica personale di Mary Meredith e ora direttrice di una casa di cura intitolata all’amica morta, sta alla governante di casa De Winters, la signora Danvers: ambedue disposte anche ad arrivare all’omicidio pur di salvare la memoria dei loro idoli scomparsi.
Visto il successo della pellicola, l’anno seguente Allen ne girò il seguito, Il fantasma, che si rivelò molto deludente nonostante alla stesura del copione partecipasse anche Raymond Chandler.

Il tempo si è fermato

Iltemposièfermato The big clock
USA 1948 Paramount
con Charles Laughton, Ray Milland, Maureen O’Sullivan, Rita Johnson, Elsa Lanchester
regia di John Farrow

Il direttore di un giornale di cronaca nera, George Stroud viene licenziato in tronco dal dispotico editore Earl Jannoth perché rifiuta di saltare le ferie per l’ennesima volta e seguire un caso di cronaca che aumenterà la tiratura della rivista. Stroud trascorre ingenuamente la serata con l’amante del capo a sparlare di lui. Nella notte in un impeto d’ira Jannoth uccide la donna e chiama proprio Stroud per far ricercare l’uomo con cui l’amante aveva trascorso la serata al fine d’incolparlo dell’omicidio..

Come sostiene Joe Dante il meccanismo thriller de Il tempo si è fermato è pressoché perfetto: partendo da lontano, e con toni quasi da commedia, il cerchio pian piano si stringe attorno al protagonista che si vede costretto a fingere di ricercare un uomo mentre in realtà ne cancella le tracce per salvaguardarsi e indagare sulla vera identità dell’assassino.
Il titolo originale The big clock allude al grande orologio universale che caratterizza il palazzo delle edizioni Jannoth, simbolo della grandezza e della mania di controllo del dispotico magnate della carta stampata interpretato da un cattivissimo Charles Laughton (forse più che nel ruolo di Bligh ne La tragedia del Bounty) con un paio di baffi che mi hanno ricordato molto quelli di Kane in Quarto Potere. Nel film recita anche Elsa Lanchester, moglie di Laughton, deliziosa nel ruolo della svampita pittrice che a modo suo protegge Stroud, uno dei suoi pochi collezionisti.

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L’edificio ha un ruolo fondamentale nella vicenda trasformandosi da familiare luogo di lavoro a trappola senza più vie di fuga quando il protagonista viene scoperto. Grandi profondità di campo e riprese dei soffitti richiamano ancora lo stile wellesiano di Quarto Potere. Gli ambienti ultra moderni vasti e luminosi dell’inizio si trasformano in luoghi cupi con ombre espressioniste tipiche del noir quando la caccia all’uomo si fa serrata fino al tragico epilogo.
Dirige il film John Farrow, padre della più celebre Mia mentre la madre  Maureen O’Sullivan, interpreta il ruolo della moglie di Stroud.
La copia che passa in tv ha ancora il doppiaggio originale con i nomi italianizzati dei protagonisti e tra i doppiatori dei personaggi secondari si possono distinguere chiaramente le voci di Alberto Sordi e Paolo Stoppa.

Dial M for Murder ***3D***

Ildelittoperfetto USA 1954 Warner Bros
con Ray Milland, Grace Kelly, Robert Cummings
regia di Alfred Hitchcock
titolo italiano Il delitto perfetto

Londra: scoperto il tradimento della moglie, l’ereditiera americana Margot Wendice, con lo scrittore di gialli Mark Halliday, Tom Wendice, spiantato tennista, fa in modo di interrompere la relazione abbandonando lo sport per dedicarsi alla moglie. In realtà l’uomo sta macchinando il delitto perfetto per ereditare tutti i beni della consorte e coinvolge con il ricatto un vecchio compagno di università, Charles Alexander Swann, che dovrà essere l’esecutore materiale del delitto. Margot sfugge al tentativo di omicidio e nella colluttazione resta ucciso l’aggressore. Tom riesce a manipolare le prove in modo che la moglie risulti colpevole dell’omicidio premeditato di Swann che l’avrebbe ricattata in quanto in possesso di una lettera destinata all’amante. Solo l’acuto intervento del capo ispettore Hubbard riuscirà a salvare la donna dalla pena di morte e smascherare il vero colpevole.

E’ attualmente nelle sale cinematografiche la copia restaurata e in versione originale di Delitto Perfetto, film non molto amato dal regista portato a termine in maniera sbrigativa solo per concludere il contratto con la Warner Bros; per certi versi si può considerare un film minore per la conclusione un po’ lambiccata ma stiamo sempre parlando di un film minore di un maestro assoluto della cinematografia come Alfred Hitchcok che come ha dimostrato la recente mostra milanese è stato anche un grande sperimentatore di tecniche cinematografiche. In Delitto perfetto Hitch si cimenta con il 3D e la pellicola attualmente in sala viene trasmessa proprio in stereoscopia.
Ci voleva il grande maestro del brivido per riappacificarmi con il 3D che nei film contemporanei è solo un effetto speciale portato alle estreme conseguenze con gli oggetti che sembrano colpire la faccia dello spettatore (giochino noioso al terzo film in 3D che si vede). Delitto perfetto si svolge quasi tutto nell’appartamento, anzi nel salotto dell’appartamento dei Wendice e la stereoscopia serve a dare profondità all’ambiente dando la sensazione di assistere ad uno spettacolo teatrale dove la quarta parete viene bucata rare volte dagli oggetti interni alla scena.
La pellicola tratta magistralmente due temi molto cari al cineasta: il senso di colpa e la paura di essere scoperti ed è interessante notare come il tennis torni nei film di Hitchcok dedicati alla formulazione del delitto perfetto (anche in Delitto per delitto): se ne sarà ricordato anche Woody Allen per Match Point?
Pur nella complessità della risoluzione del giallo, Delitto perfetto mostra proprio nella parte finale il classico esempio della suspense hitchcockiana: Margot si salverà dalla pena di morte solo se il marito dimostrerà di essere a conoscenza di un particolare e l’ispettore racconta alla donna le incertezze dei gesti dell’uomo fino a quando non si ricorda del dettaglio che aveva sottovalutato la notte del delitto e che lo incastrerà.
Ad interpretare Tom Wendice c’e’ un ottimo Ray Milland, attore di cui troppo spesso si dimentica la bravura. Questa pellicola segna l’inizio della collaborazione tra Hitchcock e Grace Kelly impegnata in una parte un po’ diversa dagli altri personaggi che Hitch le disegnerà addosso: all’inizio la vediamo come una moglie infedele anche se pentita del tradimento che sfoggia due abiti rossi, veste una lunga camicia da notte bianca quando le spetta il ruolo di vittima e il suo look si fa sempre più dimesso quanto più la donna rimane frastornata dagli eventi che le sfuggono di mano: siamo ben lontani dall’icona di eleganza sicura e glaciale di Caccia al Ladro o La finestra sul cortile.

Vento selvaggio

Reap the wild wind
USA 1942 Paramount
con Ray Milland, Paulette Goddard, John Wayne, Raymond Massey, Susan Hayward
regia di Cecil B. De Mille

Florida 1840, la bella Lucy si innamora del capitano Jack Stuart sopravvissuto al naufragio pilotato della propria nave da parte del perfido Culter che organizza naufragi comprando l’equipaggio per poi rivendere il carico recuperato. Il naufragio costa a Stuart il sogno di guidare la Stella del Sud uno dei primi battelli a vapore della compagnia. Per perorare la causa dell’amato, Lucy, in visita a Charleston da una zia, non esita a flirtare con l’avvocato Tolliver che la chiede in sposa. Lucy rifiuta la proposta ma Stuart, raggirato da Culter teme che Tolliver, appena diventato il nuovo capo della compagnia di navigazione, gli intralci la carriera e così si accorda con Culter per far affondare la Stella del Sud. Nel naufragio muore Dorina, cugina di Lucy che si era imbarcata clandestinamente sul battello per tornare dal proprio innamorato. La resa dei conti tra Stuart e Tolliver, rivali in amore, avverrà in fondo al mare, sulle tracce del cadavere della fanciulla..


Paulette

Impossibile non cogliere il nesso tra Via col vento e Vento selvaggio nonostante l’azione del secondo film si svolga vent’anni prima del celeberrimo capolavoro; del resto Paulette Goddard fu tra le attrici provinate per il ruolo di Rossella e come Bette Davis in Jezebel paga con quest’opera il tributo al grande ruolo mancato. Non deve stupire quindi se l’indomita Lucy di Paulette Goddard non teme di scandalizzare la buona società di Charleston con lascive canzoni marinaresche, accompagnata da una Mamy (Louise Beavers) disperata perché non riesce a trasformarla in una perfetta signora e come Rossella Lucy crede di essere ciecamente innamorata dell’uomo sbagliato. Tolliver è derivazione di Rhett: anche se l’avvocato di Charleston è un damerino azzimato (ci vuole un po’ per accettare l’ondulata capigliatura di Ray Milland) però non esita a sculacciare la ribelle Lucy che lo rifiuta.
Nella prima parte del film il triangolo amoroso tra Lucy, Tolliver e il capitano Stuart tiene banco con divertenti scaramucce tra Tolliver e Lucy o Tolliver e Stuart, mentre nella seconda parte prevalgono i temi drammatici con il capitano Stuart che cede alle lusinghe di Culter per fare carriera, la morte di Dorina e lo svolgimento del processo. Il sospetto che una donna possa esser morta nel naufragio porta i due antagonisti a scendere sul fondo del mare per scoprire la verità. Quando si ritrova lo scialle di Dorina, Stuart è ancora disposto a seguire il suggerimento di Culter e fa il segnale convenuto perché il tubo che porta l’aria a Tolliver venga tagliato. La comparsa del calamaro gigante spinge Stuart a riscattarsi salvando Tolliver dai tentacoli della piovra e sacrificando la sua vita.
Cecil B. de Mille conferma la propria abilità di autore modulando questa vicenda marinara secondo i temi che caratterizzano la trama: si parte con una scanzonata commedia romantica e si finisce in un’avventura sottomarina dalle riprese subacquee spettacolari che valsero al film l’Oscar per gli effetti speciali.
Il capitano Stuart è interpretato da John Wayne: se è insolito vedere il Duca recitare in un film che non sia western è ancora più raro che interpreti il ruolo di un cattivo che si redime solo attraverso la morte.
La sfortunata Dorina è interpretata da Susan Hayward, qui in una delle sue prime prove, anche l’attrice diventerà famosa per ruoli di ben altro temperamento rispetto a quello di dolce innamorata interpretato in Vento Selvaggio.

Torino d’Argento : Il gatto a nove code

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Molto interessante l’evento Torino d’Argento che si e’ tenuto in citta’ martedi scorso, 06.06.06.
La manifestazione voleva indagare i rapporti tra Dario Argento e la citta’ di Torino attraverso un incontro con il regista e alcuni suoi collaboratori alla realizzazione de Il gatto a nove code, la proiezione del film stesso e una mostra fotografica che restera’ aperta fino all’11 giugno.
Purtroppo mi sono persa la conferenza, ma sono stata tra i fortunati che sono riusciti a vedere il film; mi sono guadagnata questo diritto arrivando davanti al cinema Massimo intorno alle 20 e facendomi un’oretta di coda (stazionavo all’angolo con Via Montebello), fortunatamente in compagnia di persone molto simpatiche conosciute nell’attesa che in questo modo e’ passata allegramente.


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Anche la proiezione e’ iniziata un po’ in ritardo perche’ il regista si e’ fermato a parlare con la folla che non e’ riuscita ad entrare (verso le 21 la coda risaliva mezza Via Verdi!); Dario Argento si e’ confermato persona molto disponibile anche durante la breve introduzione al film raccontando dei suoi progetti (il capitolo conclusivo delle tre madri!) svelando qualche retroscena che sta dietro alla scarsa distribuzione di alcune pellicole (Quattro mosche di velluto grigio) e ribadendo il suo grande amore per Torino.
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Il gatto a nove code e’ il secondo lungometraggio realizzato dal regista, nonche’ il secondo capitolo della cosiddetta trilogia zoologica; girato nel 1971 il film risente molto dell’atmosfere del genere poliziottesco e non mancano sagaci tocchi d’ironia che verranno meno nell’Argento piu’ maturo.
Davvero ottimo l’utilizzo della citta’ e mi sono divertita a cercare di riconoscere alcuni scorci di Torino; a causa di una somiglianza che ho notato all’inizio del film ho provato a leggere tutto il film in una determinata chiave: quando Karl Malden e’ comparso sullo schermo mi ha ricordato in maniera sorprendente Ray Milland e allora mi sono chiesta se gli elementi fondamentali della trama, la genetica, la cecita’ oltre che all’uso di colori psichedelici non avessero qualche rimando a L’uomo dagli occhi a raggi x, girato da Corman nel 1963.
MillandmaldenRestando sempre in tema di citazioni impossibile non ricordare le intelligenti rivisitazioni hitchcockiane: la doccia e soprattutto i bicchieri di latte.

L’altalena di velluto rosso

The Girl on the Red Velvet Swing
USA, 1955, 20th Century Fox
con Ray Milland,  Joan Collins, Farley Granger
Regia di Richard Fleischer


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La vicenda narrata dal film proposto al TorinoFilmFestival nella rassegna dedicata a Richard Fleischer e’ la vera e scabrosa storia del famoso architetto Stanford White, autore del Madison Square Garden.
L’uomo, sulla soglia dei cinquant’anni si invaghisce di una giovanissima ballerina di Broadway, Evelyn Nesbit, che diventa la sua amante. Soverchiato dai sensi di colpa nei confronti della moglie, White lascia la ragazza che finisce tra le braccia di Harry Thaw, ricchissimo e sadico rampollo dell’alta societa’. Thaw sposa la fanciulla anche se e’ sempre piu’ roso dalla gelosia nei confronti di White tanto che arrivera’ a ucciderlo in pubblico durante uno
spettacolo al Madison Square Garden, a colpi di pistola. Thaw rischia la pena di morte ma verra’ giudicato insano di mente e rinchiuso in un manicomio criminale grazie alla testimonianza della moglie che dichiarera’ di essere stata sedotta dall’architetto.


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Non e’ un gran melo’ quello che gira Fleischer, e probabilmente e’ invecchiato anche male: e’ molto verboso e dispiega tutta il kitch di cui gli studios potevano essere capaci per girare un film ambientato solo 50 anni prima (evito la descrizione della camera dell’altalena rossa!).
Quello che c’e’ di veramente interessante in questa pellicola e’ il modo in cui il movimento della macchina da presa rivela i moti sinceri dell’animo dei personaggi: il film racconta una storia scabrosa che fece molto parlare di se’, svoltasi sotto gli occhi del bel mondo new yorkese, e Fleischer riprende i personaggi sempre in maniera frontale, come se si trattase di una ripresa teatrale, quando la passione o un moto istintivo dell’animo prende il sopravvento ecco che la macchina da presa ci offre una visuale del tutto diversa, come se anche lei uscisse dalla convenzione: le oscillazioni sempre piu’ veloci
che seguono l’altalena quando scoppia la passione tra White e Evelyn, il carrello a stringere sul volto della ragazza durante la prima fase del processo in cui non vuole testimonare contro il suo primo amore, la ripresa dall’alto quando va a giustificarsi con la moglie di White ecosi’ via.
Il cast e’ buono, a parte la leziosa Joan Collins, (che infatti non e’ passata alla storia per le sue qualita’ di attrice) e questo e’ un
peccato dato che lei e’ il vertice di questo triangolo amoroso. Ray Milland e’ misurato ed elegante mentre Farley Granger aggiunge alla sua galleria di vilain disturbati (Nodo alla gola, Senso) la figura di un cattivo grezzo, senza mezze tinte.


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Una curiosita’: per chi fosse interessato alla vicenda di Stanford White, consiglio questo inquietante resoconto del viaggio sulle Alpi della coppia Thaw-Nesbit.