La cara segretaria

My Dear Secretary
USA 1948
con Laraine Day, Kirk Douglas, Keenan Wynn, Helen Walker, Rudy Vallee, Florence Bates, Alan Mowbray, Irene Ryan, Gale Robbins, Grady Sutton, Stanley Andrews, Gertrude Astor
regia di Charles Martin

Steve Gaylord è una segretaria con ambizioni da scrittrice; a una conferenza dello scrittore Owen Waterbury le viene proposto di diventare la segretaria dell’artista. Steve si trova catapultata in una situazione molto diversa da quella che sognava: più che alla letteratura, Waterbury si dedica a donne e cavalli con la complicità del vicino Ronnie Hastings. Owen e Steve s’innamorano e si sposano ma il secondo libro scritto sotto la guida della moglie/segretaria non ha successo e nella coppia tira aria di crisi, intanto Steve termina la sua opera prima che potrebbe essere un grande successo…

La cara segretaria è un film difficilmente incasellabile: ha i toni e i dialoghi surreali di una commedia screwball (alcuni giochi di parole solo intraducibili perché funzionano solo sull’assonanza delle parole) ma è fuori tempo massimo per appartenere al genere che diede il meglio una decina di anni prima.

Altri elemento insolito è il personaggio di Ronnie Hastings: il vicino di casa nullafacente, spalla di tutti i vizi dello scrittore emergente. Solitamente una figura che ha tanto spazio diventa l’antagonista amoroso del protagonista invece tra Ronnie e Steve non succede nulla, ma al vicino impiccione sono riservate le battute migliori, un po’ alla Groucho Marx ma non quello cinematografico, piuttosto il factotum di Dylan Dog.

Il film è la prima commedia brillante di Kirk Douglas e forse si sentiva la necessità di tutelare la comicità del film con le sottolineature del personaggio di Ronnie.

In ogni caso Douglas se la cava, ci mette molta energia nell’interpretare il suo personaggio: uno scrittore che ha avuto successo col primo libro e vive di rendita sull’acconto del secondo che ha paura di scrivere.
Stephanie, detta Steve è la classica brava ragazza, diligente nel lavoro e nel cercare di seguire la sua ambizione artistica.

Le parti più divertenti sono quelle iniziali in cui si trova catapultata nell’insensato mondo di Owen e Ronnie poi anche il plot inizia ad avere strane evoluzioni: a un certo punto Steve rifiuta di presentare il suo libro a un concorso per nuovi scrittori per non ferire Owen alle prese con la delusione dello scarso successo del secondo libro ma la pellicola cambia ancora e dopo la deriva sentimental-melodrammatica si torna alla guerra dei sessi con Owen geloso dell’ex datore di lavoro di Steve.

La coppia è ormai sull’orlo del divorzio ma finalmente l’ex segretaria di Owen, ora promessa sposa all’ex boss di Steve, si decide a dire a Owen la verità: che Steve voleva sacrificarsi per lui e che sarà una scrittrice migliore di lui. Riconciliazione tra i due con Owen che diventa (per gioco?) il segretario della moglie e rientro in scena di Ronnie inopinatamente sposato alla vecchia signora proprietaria dei loro appartamenti : lo scopo di tutta questa sarabanda rimane per me un mistero.

Lo strano amore di Marta Ivers

The Strange Love of Martha Ivers
USA 1946, Paramount
con
Barbara Stanwyck, Van Heflin, Lizabeth Scott, Kirk Douglas, Judith Anderson, Roman Bohnen, Darryl Hickman, Janis Wilson, Ann Doran, James Flavin, Mickey Kuhn, Charles D. Brown, Blake Edwards
regia di Lewis Milestone


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L’orfana Marta viene adottata dalla ricca zia ma la ragazzina ribelle tenta più volte di fuggire con l’amico Sam finché nell’ennesimo scontro con la parente la uccide davanti agli occhi di un altro amico, Walter O’Neil, figlio del tutore della ragazza. Il signor O’Neil decide di credere all’improbabile racconto di Marta su un ladro che si è introdotto in casa, tutto per poter mettere le mani sulle immense ricchezze di Marta. Una ventina d’anni dopo Sam si ferma nel paese natio per un incidente d’auto. Conosce Toni, una bella ragazza che per causa sua perde l’ultimo bus e avendo avuto il foglio di via viene di nuovo incarcerata. Sam chiede l’aiuto di Walter che ha scoperto esser diventato il procuratore generale della città nonché il marito di Marta ma i coniugi sono fortemente sospettosi per questo ritorno: temono che Sam sappia la verità sulla morte della signora Ivers e voglia ricattarli…



LostranoamorediMartaIvers


Pellicola che fonde melodramma e il noir, genere nascente: atmosfere cupe, spesso notturne, una cittadina industriale squallida che porta il nome degli Ivers, e poi il caso a mettere in moto gli eventi: Sam ha l’incidente che lo riporta in città perché passa davanti al cartello di Iverstown e si distrae rivangando la gioventù con il marinaio addormentato a cui ha dato un passaggio (un giovanissimo Blake Edwards non accreditato), il taxi di Toni non riesce a portarli in tempo alla stazione degli autobus perché le sbarre del passaggio a livello si chiudono.



Lo strano amore di Marta Ivers


Walter che è sempre stato un ragazzino timido, prima succube del padre poi della volitiva moglie, ritrova in Sam il rivale d’infanzia e infatti Marta appena rivede il vecchio amico sente rinascere la passione che la legava a lui e neppure Sam è indifferente alla maliarda, così mentre Marta cerca di sedurlo per capire cosa sa della notte dell’omicidio, Walter fa malmenare Sam da alcuni scagnozzi prima che lo invitino a lasciare la città. Così Sam che non sapeva nulla della morte della signora Ivers, avendo lasciato la villa prima del litigio mortale, s’insospettisce e ricostruisce facilmente le dinamiche di quella notte scoprendo che anni dopo un innocente è stato ritenuto colpevole dell’omicidio e giustiziato ma non riesce a districarsi tra le menzogne della coppia: chi ha manipolato chi? Marta per assicurarsi la libertà o Walter e il padre per godere delle ricchezze degli Ivers? Sam preferisce saggiamente tirarsi fuori da questa storia tossica e andarsene con la bella Toni che lo ha aspettato anche quando si era lasciato andare alla passione per Marta, ma per i coniugi O’Neill è impossibile recuperare la facciata di menzogne su cui hanno costruito il loro rapporto e non resta che l’omicidio suicidio.



Lostranoamoredimarthaivers


Da ricordare che Lo strano amore di Marta Ivers è il primo film di Kirk Douglas, scomparso lo scorso 5 febbraio a 103 anni. L’attore regala subito un’ottima prova di un vigliacco viscido e violento, davvero memorabile.

Uomini e cobra

Uominiecobra
There Was a Crooked Man
Usa 1970 Warner Bros
con Kirk Douglas, Henry Fonda, Burgess Meredith
regia di Joseph L. Mankiewicz

Dopo un furto da cinquecentomila dollari, che ha nascosto in una tana di serpenti a sonagli, Paris Pitman viene imprigionato in una galera in mezzo al deserto. Il direttore del carcere lo prende di mira perché vorrebbe una fetta del bottino ma muore durante una rivolta e a dirigere la prigione arriva Woodward W. Lopeman, ex sceriffo incorruttibile e dalle idee progressiste che coinvolge Pitman nella nuova gestione del carcere ma il galeotto pensa solo ad evadere e recuperare il suo tesoro..

Pur non rispettando la trama, visto che i serpenti in questione sono crotali e non cobra, credo che Uomini e cobra suoni meglio di “uomini e crotali” o “uomini e serpenti a sonagli”. Penso anche che il titolo italiano non faccia tanto riferimento agli animali in questione ma sia più una distinzione filosofica anche se il finale, per restare in tema animale, dimostra cinicamente come l’uomo sia  homo homini lupus.
Il film lascia spiazzati perché il registro iniziale vira sul comico: siamo nel periodo di maggior crisi del sistema delle mayor e si può pensare che la pellicola abbia intenti parodistici sul genere western ma nel corso del film scopriremo che l’apparente bonomia rivela un cinismo spietato.
Per tre quarti del film si parteggia per Pitman, del resto è stato catturato in un bordello, perché il notabile derubato si consolava della rapina subita praticando il voyeurismo assieme al giudice e sbirciando proprio la stanza dove Pitman si stava dando alla pazza gioia. In galera Pitman sembra unire attorno a sé i suoi compagni di cella per formare la banda con cui fuggire: si preoccupa che il giovane Coy Cavendish non subisca le indesiderate attenzioni sessuali di una guardia e cerca di proteggerlo dal pensiero dell’imminente impiccagione. E’ piuttosto urtante quindi scoprire che tutte le attenzioni rivolte al gruppo sono false e che Pitman non esita a sacrificare i compagni per garantirsi la fuga. A punirlo giustamente penserà un serpente, dato che verrà morso dopo aver recuperato la refurtiva che finisce nelle mani di Lopeman; il mite sceriffo si rivela esser stato a sua volta solo un finto ingenuo fuggendo con i soldi oltre il confine messicano.
Uomini e cobra è dunque un acido pamphlet sull’avidità e sulla falsità umana anticipata dal primo incontro tra Pitman e Lopeman nella cella d’isolamento dove il detenuto era incarcerato: in un atmosfera mefistofelica Pitman getta la maschera (i finti occhialini da miope che Kirk Douglas indossa quasi sempre) e tenta lo sceriffo con l’offerta di spartire la refurtiva: la risata di Fonda è quindi ancora più furba di quella del suo tentatore.

Addio a Franco Interlenghi

E’ mancato stamane a Roma l’attore Franco Interlenghi, che debuttò a 15 anni nel film Sciuscià di Vittorio De Sica (1946) uno delle pellicole capostipiti del neorealismo italiano che vinse l’Oscar come miglior film straniero nel 1948.

Sciuscia

Finterlenghi Nato a Roma il 29 ottobre 1931 (il lustrascarpe Pasquale Maggi declinerà la stessa data di nascita alle forze dell’ordine) l’attore debutta quindicenne nel capolavoro di De Sica e la sua incontestabile bellezza lo fa entrare nel mondo del cinema, caso raro tra gli attori non professionisti scelti per le pellicole neorealiste.
Il secondo ruolo lo ottiene nel 1949 nel film storico di Blasetti, Fabiola e sempre nello stesso anno è tra i protagonisti del film corale Domenica d’agosto di Luciano Emmer, commedia che apre le porte al neorealismo rosa, cioè l’applicazione degli stilemi neorealistici alla commedia di costume.
Tra i film più interessanti che l’attore ha girato nei primi anni ’50 sono da segnalare Processo alla città di Luigi Zampa e La provinciale di Mario Soldati.
L’anno di grazia è il 1953 in cui Interlenghi è il protagonista di due pellicole molto importanti per il cinema italiano: I Vitelloni di Federico Fellini dove l’attore interpreta Moraldo, l’unico che riesce a sfuggire alla noiosa vita di provincia.
Ne I Vinti, seconda regia di Michelangelo Antonioni che ispirandosi a tre fatti di cronaca vuole raccontare il vuoto della gioventù degli anni ’50, Interlenghi è il protagonista del secondo episodio, ambientato a Roma.
L’anno seguente ha due ruoli in pellicole internazionali: è Telemaco nell’Ulisse di Mario Camerini che ha per protagonista Kirk Douglas ed è uno degli amanti di Ava Gardner ne La contessa scalza.
Franco Interlenghi diventa una star del cinema italiano anni ’50, presente dalle commedie di Totò (Totò, Peppino e i fuorilegge) alle grandi produzioni hollywoodiane come Addio alle armi di King Vidor (1957) ai film più impegnati come Gli Innamorati (1955) di Mauro Bolognini, accanto alla fidanzata che sposa quello stesso anno: Antonella Lualdi, sempre per Bolognini e con la Lualdi nel 1958 gira Giovani mariti e nel 1959 La notte brava ispirato a Ragazzi di vita di Pasolini.
Ancora nel 1959 è presente non accerditato ne Il Generale della Rovere dove Rossellini dirige Vittorio De Sica nel ruolo di un finto generale al servizio dei nazisti che però si riscatterà morendo da eroe. Con Rossellini lavora anche nel 1961 in Viva l’italia, rievocazione della spedizione die Mille.
Gli anni ’60 segnano il declino dell’attore che si ritaglia una dignitosa carriera di caratterista di cui ricordiamo la partecipazione a Amore, piombo e furore di Monte Hellman del 1978, Il camorrista di Tornatore del 1986.
Legato a Michele Placido che lo vuole nel suo film di debutto, Pummarò, in Le amiche del cuore del 11992 e gli ritaglia il ruolo del Barone Rosellini in Romanzo Criminale.
L’ultimo film a cui l’attore ha partecipato è (il pessimo) La Bella Società del 2010.

L’asso nella manica

L'assonellamanica Ace in the Hole
Usa 1951 Paramount
con Kirk Douglas, Jan Sterling, Robert Arthur, Porter Hall
regia di Billy Wilder

Il giornalista Charles Tatum, beone e fallito cerca di rilanciare la sua carriera in un piccolo giornale di Albuquerque e dopo un anno di attesa ci riesce incappando nell’incidente di Leo Minosa, rimasto intrappolato nel crollo di una grotta dove si era infilato per depredare manufatti indiani. Basterebbero meno di 24 ore per estrarre Minosa ma Tatum vuole sfruttare il caso fino all’ultimo e così, con la complicità dello sceriffo corrotto prossimo alla rielezione, fa perforare la montagna dall’alto e prolunga il salvataggio di una settimana trasformando l’attesa in un grottesco spettacolo ma Leo Minosa muore quando la perforatrice lo ha quasi raggiunto.

Tra le perle della produzione di Billy Wilder questa pellicola è la meno nota, stroncata inizialmente dalla critica perché un film troppo in anticipo sui tempi. La sua valenza anticipatrice poi è così impattante che passano in secondo piano le scelte stilistiche del regista che lavora molto sui piani sequenza, in una scena iniziale, quando Tatum è stato appena assunto nel giornale, Wilder usa lo stesso espediente di Hitchcock in Nodo alla gola (1948) facendo terminare il carrello sulla camicia scura del protagonista per riprendere poi dallo stesso punto un nuovo piano sequenza pur facendo capire dai dialoghi che c’è stato un salto temporale di un anno.
Il percorso iniziale nella caverna riprende i chiaroscuri del cinema espressionista tedesco, è quasi un viaggio nell’anima nera di Tatum per vedere fin dove il cinico giornalista si saprà spingere e nel delirio finale Charles Tatum arriva addirittura a confessare di aver prolungato l’agonia di Minosa solo per continuare lo scoop giornalistico, non certo per redimersi.
Aceinthehole Il film è sostenuto dalla grande prova attoriale di Kirk Douglas, che sa essere mellifuo (Minosa morirà convinto che Tatum sia il suo migliore amico) cinico o spietato secondo l’occorrenza.
Non è solo Tatum ad essere una figura mefistofelica, per il suo scoop ha la fortuna di poter contare su diversi loschi figuri, lo sceriffo corrotto a cui serve la pubblicità mediatica per essere rieletto, Lorraine, l’avida moglie di Minosa, che copre il gioco del giornalista per i notevoli incassi che la notizia sta portando al povero emporio di famiglia. La donna da sempre vuole fuggire dal nulla del deserto e vede in Tatum un compagno ideale ma il giornalista la rifiuta per costringerla a interpretare il ruolo di moglie affranta che ha disegnato per lei negli articoli e la donna finirà per accoltellarlo con un paio di forbici.
Poi c’è il pubblico, la massa attirata dalla curiosità per la tragedia, così gonza da farsi spennare per un souvenir, un panino o uno spettacolo canoro per ingannare l’attesa. Il film è stato girato nel 1951 quando in Italia non c’era ancora la televisione e se vogliamo fare un po’ di date riferite al nostro Paese, L’asso nella manica esce esattamente trent’anni prima della tragedia di Vermicino di cui in questi giorni ricorre l’anniversario ma i turisti in gita sui luoghi dei delitti in Italia sono diventati un caso solo con il delitto Scazzi e il ristorante che si fa pubblicità con la vista sui resti della Concordia risale allo scorso anno; per le foto accanto alle macchine bruciate nella rivolta dei blackbloc dello scorso maggio abbiamo aspettato l’avvento di istagram eppure tutti questi elementi sono già ben delineati nella profetica visione del mondo mediatico di Billy Wilder e anche oggi, rivisti dallo spettatore più scafato, sono ancora un pugno dello stomaco per la lucidità di descrizione che non contiene giudizio ma si limita a rappresentare senza filtri la complessità dell’animo umano anche in un apologo amaro come questo.

100 anni di Anthony Quinn

Aquinn Antonio Rodolfo Quinn Oaxaca nasce il 21 aprile 1915 a Chihuahua, in Messico nel pieno della Rivoluzione messicana. Il padre di origini irlandesi-messicane è un soldato di Pancho Villa che diventa assistente cameraman e si sposta con tutta la famiglia a Los Angeles dove Anthony cresce tra gli studi, incompiuti, di archittettura (è allievo e amico personale di  Frank Lloyd Wright) i primi umili lavori e la boxe.
A 21 anni inizia la carriera di caratterista cinematografico e grazie a quella faccia così diversa dallo stereotipo wasp del divo americano, è richiesto per interpretare mille ruoli etnici: da cinese, arabo e soprattutto da pellirossa, ruolo che intraprende per la prima volta nel 1936 in La conquista del West di Cecil B. De Mille, di cui l’anno dopo sposa la figlia Katherine, anche lei attrice, da cui avrà cinque figli, i primi dei tredici avuti da diverse mogli e amanti.

Sangueearena

Tra i film più importanti di quel periodo si segnala la partecipazione a Sangue e Arena di Rouben Mamoulian del 1941 dove Quinn è Manolo de Palma, amico/rivale del torero Juan Gallardo (Tyrone Power) che butta al vento famiglia e carriera per la sensuale Rita Hayworth, Dona Sol.

Vivazapata Deluso dalla carriera cinematografica che non gli permette di uscire dal ruolo di caratterista, nel 1947 Anthony Quinn decide di concentrarsi sul teatro e a Broadway recita la parte di Stanley Kowalski in Un tram che si chiama desiderio. Elia Kazan, regista sia della versione teatrale che quella cinematografica con Marlon Brando del 1951, nota l’interprete e lo vuole per il suo prossimo film con Brando, Viva Zapata! Anthony Quinn veste così i panni di Eufemio Zapata il fratello maggiore di Emiliano vincendo il suo primo Oscar da attore non protagonista e dando una svolta decisiva alla sua carriera che in quei primi anni ’50 lo porta in Italia e ne fa uno dei protagonisti della Hollywood sul Tevere, i ruoli sarebbero sempre quelli da latino intenso come in Cavalleria Rusticana di Carmine Gallone o da eroe omerico come nell’Ulisse di Mario Camerini dove interpreta Antinoo capo dei Proci, ma l’incontro con Fellini gli regala un personaggio scolpito nella storia del cinema, il rude saltimbanco Zampanò de La strada.

Lastada

Gobbonotredame Chiusa la parentesi italiana Quinn punta al suo secondo oscar da attore non protagonista interpretando Gauguin in Brama di vivere (1956) il biopic che  Vincente Minnelli dedica alla vita di Van Gogh interpretato da Kirk Douglas. Nello stesso anno veste i panni di Quasimodo ne Il Gobbo di Notre Dame nella versione di  Jean Delannoy, (prima trasposizione a colori del celebre romanzo di Hugo), nel ruolo della zingara Esmeralda c’è un’incantevole Gina Lollobrigida.
Negli anni seguenti, tra western (Ultima notte a Warlock) e film di guerra (I cannoni di Navarone) o storici (Lawrence d’Arabia) Anthony Quinn diventa il prototipo del duro come recita anche il titolo italiano di Requiem for a Heavyweight : Una faccia piena di pugni, film sulla box dove ha un ruolo anche Cassius Clay ma sarà un ruolo completamente diverso, quello dell’inguaribile ottimista Alexis Zorba di Zorba il Greco a diventare il suo film più celebre ma di certo non il migliore.

Zorbailgreco

La carriera dell’attore prosegue, praticamente senza sosta, fino alla fine degli anni ’90 ma le opere degne di note sono davvero poche (personalmente lo ricordo come il Caifa nel celeberrimo sceneggiato Rai Gesù di Nazareth di Zeffirelli) o il ruolo principale ne Il leone del deserto, celebrazione del ribelle libico Omar Mukhtar contro l’invasione fascista guidata da Graziani. Prodotto da Gheddafi nel 1981 il film è stato vietato in italia per circa 30 anni e solo intorno nel 2009 Sky lo ha messo in programmazione, in occasione della visita romana del colonnello libico.
Sempre dedito all’arte, Anthony Quinn siè fatto anche una certa fama come scultore e pittore e ci ha lasciato due autobiografie: Il peccato originale (1972) e One Man Tango del 1997.
L’attore si è spento a 86 anni il 3 giugno 2001.

Auguri a Kim Novak

KimNovak

Ottant’anni per una bellezza mozzafiato di Hollywood, dalla carriera piuttosto breve ma protagonista di uno dei più celebri capolavori di Hitchcock La donna che visse due volte.
Marylin Pauline Novak nasce a Chicago il 13 febbraio 1933. Esordisce come modella e in poco tempo arriva a Los Angeles. Il primo ruolo cinematografico è una comparsata senza battute e non accreditata ne La linea francese ma tanto basta a farla notare dalla Columbia che la assume.

L'uomodalbracciod'oro

Nel 1954 sostituisce Rita Hayworth in Criminale di turno un film noir diretto da Richard Quine e comincia una carriera che sembra inarrestabile. Tra i film del 1955 vanno ricordati Picnic accanto a William Holden in cui la Novak interpreta Madge Owens, la bella del paese divorata dall’insicurezza di essere stupida: e chi di noi non si riconosce nella “solitudine dei belli” portata in scena dal regista Joshua Logan?
Sempre nel 1955 è accanto a Frank Sinatra ne L’uomo dal braccio d’oro; la pellicola, diretta da Otto Preminger, vanta due primati: la prima partitura jazz scritta appositamente per una colonna sonora e soprattutto si tratta del primo film prodotto da una major che parla esplicitamente di tossicodipendenza (il tema era interdetto dal Codice Hays).
Nel 1957, sempre accanto a Sinatra l’attrice si cimenta nel musical con Pal Joey, dove interpreta una ballerina di fila che fa innamorare il cantante che per lei rinuncia alla carriera offertagli dalla miliardaria Rita Hayworth. Date le scarse abilità della Novak e di Sinatra i numeri di ballo sono molto limitati ma alcune canzoni sono passate alla storia ad esempio la celeberrima The lady is a tramp.
Nel 1958 il ruolo che la pone nell’olimpo della storia del cinema: La donna che visse due volte, il capolavoro di Hitchcock che nell’ultima classifica dei film più belli della storia del cinema è riuscito a rubare l’eterno primato di Quarto potere. Kim Novak fu scelta in sostituzione di Vera Miles che era incinta e il suo rapporto con Hich non fu idilliaco infatti non lavorarono più insieme anche se l’attrice incarnava perfettamente la bionda glaciale amata dal regista.

Vertigo-strega

Lavora ancora con James Stewart nel film seguente sempre del ‘58, Una strega in paradiso dove la Novak è bellissima e incanta il pubblico cantando una nenia con in braccio il gatto Cagliostro. Per amore però la strega rinuncerà ai suoi poteri magici. Dirige Richard Quine che sceglie l’attrice anche per il film del 1960 Noi due sconosciuti, uno studio sull’adulterio nell’America perbenista di quegli anni; il protagonista maschile è Kirk Douglas. Il sodalizio (anche sentimentale) con il regista Richard Quine continua anche nel 1962 con il giallorosa L’affittacamere interpretato anche da Jack Lemmon.

Baciamistupido

Nel 1964 arriva l’ultimo capolavoro girato da Kim Novak per la regia di Billy Wilder, Baciami stupido. L’attrice è la prostituta Polly che un compositore geloso fa passare per la propria moglie al fine di buttarla tra le braccia di un cantante donnaiolo (Dean Martin) con cui vuole collaborare. Gli equivoci e la gelosia faranno in modo che il temuto tradimento avverrà con la vera moglie del compositore ma al solito l’importante è che tutti abbiano il proprio tornaconto e il cinico lieto fine può trionfare.
Dal 1965 Kim Novak inanella una serie di flop al botteghino (Le avventure e gli amori di Moll Flanders, Quando muore una stella) che pongono bruscamente fine alla sua carriera, le apparizioni cinematografiche sono sempre più rare mentre la reclama la televisione, ricordiamo la lunga partecipazione a Falcon Crest.
Dal 1976 l’attrice si è sposata per la seconda volta con un medico veterinario e vive in un ranch in Oregon.

Barbara Stanwyck

Barbara Stanwyck 105 anni per una delle attrici più brave del cinema americano, modello di modernità ed emancipazione non solo nella recitazione: nel 1944 era l’attrice più pagata di Hollywood.
Ruby Catherine Sevens nasce a Brooklyn il 16 luglio 1907. A quattordici anni intraprende la carriera di danzatrice e diventa una ballerina delle Ziegfeld Folies nel 1922. Il cinema la nota e nel 1927 Barbara Stanwyck debutta con un piccolo ruolo non accreditato in Broadway Nights di Joseph C. Boyle e prosegue la sua attività teatrale che le farà incontrare il primo marito, l’attore Frank Fay che sposa nel ‘28 rima di trasferirsi insieme a lui a Hollywood. Nel 1929 il primo ruolo da protagonista ne La porta chiusa di George Fitzmaurice.

Stanwyckziegfeld

Benchè il film non abbia fortuna, come il seguente Rosa del Messico, Frank Capra la vuole per Femmine di lusso del 1930: il film racconta l’amore tra una modella e il pittore che vede incarnato in lei il suo ideale pittorico; la pellicola viene ricordata per le chiari allusioni erotiche di alcune scene.
Il connubio artistico con Capra sforna alcune pellicole molto significative dei primi anni ’30 quali La donna del miracolo (1931), Proibito (1932) e L’amaro tè del generale Yen (1933). Barbara Stanwyck è ormai un attrice affermata che nel 1937 riceve la sua prima nomination agli Oscar per Amore sublime diretto da King Vidor.

Stelladallas

L’attrice considerò sempre il ruolo di Stella Dallas la sua prova migliore ma i suoi lavori più famosi appartengono alla prima metà degli anni ‘40: la commedia degli equivoci Lady Eva accanto a Henry Fonda per la regia di Preston Sturges del 1941, lo stesso anno in cui ancora per Frank Capra interpreta Ann Mitchell, la furba giornalista che deve gestire la campagna di Gary Cooper in Arriva John Doe.

ArrivaJohnDoe

Nel 1942 è ancora accanto a Gary Cooper in Colpo di Fulmine: dirige Howard Hawks ma la sceneggiatura è di Billy Wilder che rovescia la favola di Biancaneve facendo della protagonista femminile “il principe” che risveglia il glottologo Bertram Potts. E sarà proprio Wilder a dirigere la Stanwyck nel ruolo della vita, quello di Phyllis Dietrichson, il prototipo della dark lady che dominerà gli schermi nella seconda metà degli anni ‘40, nel film La fiamma del peccato del 1944.

Fiammapeccato

Nel 1946 è protagonista del bellissimo noir Lo strano amore di Marta Ivers accanto a Van Heflin e Kirk Douglas per la regia di Lewis Milestone.
Ancora un film ad alta tensione in Il terrore corre sul filo (1948) di Anatole Litvak dove l’attrice è una donna bloccata a letto da una malattia che intercetta casualmente una telefonata da cui arguisce che il marito (Burt Lancaster) la vuole uccidere.

Terrorefilo

Ne I marciapiedi di New York del 1949 di Mervyn LeRoy, la Stanwyck deve badare a tenersi il marito James Mason tentato dal ritorno dell’amante Ava Gardner (e la Gardner fu una delle amanti del secondo marito di Barbara Stanwyck, il bellissimo Robert Taylor che l’attrice amò follemente e da cui divorzia nel 1951).
Il film di Fritz Lang La confessione della signora Doyle del 1952 si segnala più per una piccola partecipazione, ma esplosiva di Marilyn Monroe.
Nel 1954 e’ tra i protagonisti de La sete del potere il film di Robert Wise che racconta le lotte tra i vicepresidenti di un’industria alla morte improvvisa del presidente di cui la Stanwyck interpreta la vedova.
Nel 1960 l’attrice debutta in televisione con un suo show che vincerà un Emmy, The Barbara Stanwyck Show e alla televisione l’attrice consacrerà la parte finale della sua carriera.
Tra gli ultimi film per il grande schermo va segnalato Anime sporche (1962) di Edward Dmytryk accanto a Henry Fonda, nel film l’attrice interpreta la tenutaria lesbica di un bordello e proprio Henry Fonda alla fine della loro tempestosa relazione sentimentale sul set di Lady Eva si era lasciato sfuggire delle tendenze omosessuali dell’attrice.
L’ultimo film per il cinema è Passi nella notte del 1964 e il protagonista maschile è l’ex marito Robert Taylor.
Tra il 1965 e il ‘69 è la matriarca Victoria Barkley nella serie televisiva La grande Vallata, il telefilm segna l’inizio della carriera televisiva di Barbara Stanwyck che ritroviamo in Uccelli di rovo, nel ruolo di Constance Colby Patterson in Dinasty da cui nasce lo spin-off I Colby di cui è protagonista.

Grandevallata

Nel 1982 arriva l’Oscar alla carriera l’unica statuetta vinta dall’attrice che pure aveva avuto quattro nomination guadagnandosi il soprannome di “the best actress who never won an Oscar”.
Muore il 20 gennaio 1990 a Santa Monica, California.

Addio a Tony Curtis

Tonycurtis Settimana pesantemente luttuosa per la cinematografia americana, iniziata con la scomparsa il 26 settembre, della centenaria Gloria Stuart, tra le attrici preferite del regista James Whale che aveva avuto un ritorno di gloria in tarda eta’ interpretando la parte di Rose da anziana in Titanic, proseguita con la dipartita di Arthur Penn e culminata il 29 settembre con la morte a Las Vegas di Tony Curtis, attore dalla carriera sterminata in cui incastona alcuni gioielli assoluti della storia del cinema.
L’attore era nato nel Bronx di New York il 3 giugno 1925, da una famiglia ebrea di origini ungheresi e infatti il suo nome era Bernard Schwartz cambiato per il debutto sulle scene in James Curtis poi in Anthony e accorciato definitivamente in Tony Curtis.
Il debutto nel cinema avviene nel 1949 in un film di Jerry Lewis inedito in Italia, How to Smuggle a Hernia Across the Border dove incontra Janet Leigh, l’attrice che sara’ la sua prima moglie, comprimaria in molti dei suoi film e madre delle figlie che proseguiranno la carriera artistica, Jamie Lee Curtis e Kelly Curtis.
Il successo arriva nel 1953 dove l’attore, con accanto a Janet Leigh, porta sullo schermo la biografia romanzata de Il Mago Houdini per la regia di George Marshall, classico film hollywoodiano che non spicchera’ per meriti eccezionali ma che ha il pregio di insinuarsi sotto pelle, soprattutto se lo vedi in giovanissima età.
Del 1957 e’ Piombo rovente, riflessione pessimista sulla corruzione e sul potere dei massmedia firmata da Alexander Mackendrick che vede Curtis recitare accanto a Burt Lancaster con cui lavorera’ molto spesso, come in Trapezio dell’anno precedente sotto la direzione di Carol Reed.
Tra i quattro film girati dall’attore nel 1958 sono da segnalare I vichinghi diretto da Richard Fleischer ed interpretato accanto a Kirk Douglas: si tratta di uno dei primi film dove la documentazione storica prevale sulle classiche rievocazioni hollywoodiane estremamente fantasiose. La parete di fango gli valse l’unica nomination agli oscar per il ruolo del galeotto evaso bianco incatenato al compagno di colore Sidney Poitier.
Il ‘59 e’ l’anno di grazia per Tony Curtis, protagonista con Jack Lemmon e Marilyn Monroe del capolavoro di Billy Wilder, Nessuno e’ perfetto e per la regia di Blake Edward e’ il tenente burlone Nicholas Holden del sottomarino che finira’ dipinto di rosa in Operazione sottoveste.
Nella sterminata carriera dell’attore che dopo i successi del ‘59 e’ richiestissimo, vanno menzionate la partecipazione a Spartacus di Kubrick nel 1960, il rinnovato incontro con Blake Edwars ne La grande corsa (1965) omaggio alle comiche slapstick e in una carriera quasi tutta votata alla commedia, spicca il ruolo de Lo strangolatore di Boston girato nel 1968 sotto la direzione di Richard Fleischer.
Attentiaqueidue Tra il 1971/72 Tony Curtis, accanto al futuro 007 Roger Moore interpreta una serie televisiva britannica Attenti a quei due (The Persuaders!), di grandissimo successo in Europa ma non altrettanto seguita in America e questo fu forse uno dei motivi che porto’ alla chiusura della serie. Il telefilm narra le avventure di due amici rivali, il nobile inglese Lord Brett Sinclair (Moore) e il milionario americano, self-made man, Danny Wilde.
Nel 1976 partecipa a Gli ultimi fuochi di Elia Kazan, uno degli ultimi ruoli degni di nota dell’attore che restera’ attivo tra cinema e tv fino al 2008 quando interpreta il film di Alain Zaloum David & Fatima, storia di amore tra un ebreo e una musulmana nella Gerusalemme divisa dallo scontro tra israeliani e palestinesi.

Kirk Douglas

Kirk douglas
**L’attore è scomparso il 5 febbraio 2020**

Issur Danielovitch Demsky nasce a New York il 9 dicembre 1916 da una famiglia ebrea di origini russe. Completati gli studi con l’accademia d’arte drammatica fa qualche apparizione secondaria a Broadway prima di arruolarsi in Marina nel 1941. Nel ‘46 debutta sul grande schermo dove si fa notare come il marito odioso di Barbara Stanwyck in Lo strano amore di Marta Ivers.
Nel 1947 e’ Whit Sterling l’antagonista di Robert Mitchum, detective in cerca di una nuova vita in uno dei piu’ bei noir di sempre firmato da Jacques Tourneur la cui trama sta anche alla base di A history of violence di Cronenberg.
A questo film segue un altro noir di qualita’ inferiore Le vie della citta’ (1948) diretto da Byron Haskin che ha il merito di far incontrare Douglas e Burt Lancaster: la coppia sara’ protagonista di ben sette film tra i quali va ricordato Sfida all’O.K. Carral firmato da John Sturges nel 1957; pare pero’ che il mito della loro amicizia fosse solo una trovata pubblicitaria.


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Nel 1949 Kirk Douglas si fa notare dalla critica per l’intensa prova de Il grande campione storia di un boxeur che rinnega la famiglia diretta da Mark Robson, per questa pellicola l’attore ricevera’ la prima delle sue tre nomination all’Oscar (senza mai vincerne uno come puo’ accadere solo ai grandissimi).
Nel 1951 e’ Chuck Tatum, il cinico giornalista che non esita a prolungare l’agonia di un uomo intrappolato in una miniera nel capolavoro di Billy Wilder L’asso nella manica; il film fara’ e definitivamente decollare la carriera di Douglas.
Dopo il bel western di Hawks Il grande cielo, sempre nel 1952 gira per Vincente Minnelli Il bruto e la bella, accanto a Lana Turner: la sua interpretazione di Jonathan Shields, il produttore geniale e senza scrupoli gli vale una nomination agli Oscar; la stessa équipe riprendera’ 10 anni dopo la critica sul cinema americano, esasperando i toni negativi: infatti nel 1962 Kirk Douglas interpretera’ sempre per la regia di Minnelli un attore sul viale del tramonto nel meno riuscito Due settimane in un’altra città.
Nel 1955 l’attore e’ in Italia per interpretare Ulisse nell’omonimo film di Mario Camerini, pellicola che apre la grande stagione della dolce vita della “Hollywood sul Tevere”. Altro eroe d’avventura (ma di tutt’altra epoca) per il ruolo nel film seguente 20.000 leghe sotto i mari per la regia di Richard Fleischer, prima grande produzione della Walt Disney a uscire dal mondo cartoonper cimentarsi con attori in carne ed ossa.
Nel 1956 ancora per la regia di Vincente Minnelli, Kirk Douglas e’ un intenso e somigliantissimo Vincent Van Gogh nel biopic sugli ultimi anni della vita del grande pittore, Brama di vivere.
Del ’57 l’incontro con Kubrick che lo dirige in Orizzonti di gloria, capolavoro antimilitarista che prelude all’altrettanto perfetto Spartacus realizzato nel 1960: oltre che protagonista Douglas produce il capolavoro kubrickiano con la sua casa di produzione nata nel 1955.


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Nel frattempo nel 1958 l’attore veste i panni di un altro eroe epico, Einar nella saga d’ispirazione finnica I Vichinghi, diretto nuovamente da Richard Fleischer. Del 1960 e’ anche Noi due sconosciuti interpretato accanto a Kim Novak. E’ la disanima di un adulterio che diventa metafora dell’impossibilita’ di trovare la felicita’. Regia di Richard Quine.
Nel 1963 John Huston lo sceglie come protagonista del suo divertito thriller I cinque volti dell’assassino dove Kirk Douglas e’ un assassino con la mania del travestimento e in una serie di camei compaiono diverse star hollywoodiane nei panni piu’ disparati. Vanno ricordati il thriller politico del ‘64 Sette giorni a maggio diretto da John Frankenheimer, il dramma di guerra Prima vittoria (1965) diretto da Otto Preminger con John Wayne prima di arrivare a Uomini e cobra del 1970 accanto a Henry Fonda un western pungente in cui il regista Joseph L. Mankiewicz indaga un tema a lui caro, quello dell’avidita’ umana.


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Nel 1978 ritroviamo l’attore diretto da Brian De Palma nel orrorifico Fury, il genere sovrannaturale Douglas l’aveva sperimentato anche l’anno prima nell’italiano Holocaust 2000 di Alberto De Martino. Dal horror alla fantascienza il passo e’ breve e allora ecco Douglas scienziato astronauta in Saturno 3 di di Stanley Donen (1980) e capitano della portaerei Nimitz riportata indietro nel tempo fino alla vigilia dell’attacco di Pearl Harbor in Countdown dimensione zero diretta sempre nel 1980 da Don Taylor.
Nel 1986 il settimo film con il sodale Lancaster, i Due tipi incorreggibili sono due vecchi gangster che escono dopo trent’anni di galera, il film e’ francamente un’occasione mancata. Lo stesso si puo’ dire per Vizio di famiglia dove per la prima volta Kirk recita accanto al figlio Michael Douglas e al nipote Cameron.
L’ultimo film per il grande schermo interpretato dal’attore e’ Illusion, diretto da Michael Goorjian nel 2004 e non distribuito in Italia.
Dopo le tre nomination agli oscar per Il grande campione, Il bruto e la bella e Brama di vivere, Douglas ha ricevuto Oscar alla carriera nel 1996. Nel 1989 ha scritto l’autobiografia Figlio del venditore di stracci.