I Giovani Leoni

The Young Lions
USA 1958 20th Century Fox
con Marlon Brando, Montgomery Clift, Dean Martin, Hope Lange, Barbara Rush, May Britt, Maximilian Schell, Dora Doll, Lee Van Cleef, Liliane Montevecchi
regia di Edward Dmytryk



Igiovanileoni


 Christian Diestl un giovane tedesco ambizioso vede nel nazismo l’opportunità per elevarsi socialmente pensando che tutti i discorsi sulla superiorità della razza siano solo propaganda senza nessun fondamento. Dall’occupazione di Parigi alla campagna d’Africa fino al ritorno in una Germania distrutta, Diestl avrà modo di constatare che quella che riteneva paccottiglia elettorale è l’unica cosa che è stata messa in pratica. Finirà ucciso da Michael Whiteacre un soldato americano che per gran parte della guerra ha solo cercato di imboscarsi ed evitare la battaglia, a differenza del suo amico Noah Ackerman, un giovane ebreo che ha pagato duramente l’antisemitismo serpeggiante nell’esercito.


Igiovanileoni


I Giovani Leoni fu un grande successo al botteghino, un kolossal bellico di quasi tre ore che va contestualizzato nella sua epoca, negli Stati Uniti appena usciti dal maccartismo e diretto da un regista finito sulla lista nera che aveva pagato con l’esilio in Europa la caccia alle streghe di Mc Carthy.
Pur con qualche lunghezza di troppo, il film resta ancora godibile e si fa apprezzare per il coraggio di denunciare l’antisemitismo ben presente nell’esercito degli Stati Uniti di cui è vittima il timido ma intemerato soldato Ackerman che si cerca anche di far passare per disertore (nel ruolo del sergente Rickett troviamo un perfidissimo Lee Van Cleef) anche mostrare un soldato che non nasconde il suo desiderio di rifuggire la leva, il cantante Michael Whiteacre è un passo interessante, le due linee narrative si risolvono ovviamente in gloria: il comandante interviene prontamente per mettere fine al bullismo a cui è sottoposto Ackerman e i suoi compagni lo reintegrano amichevolmente nella compagnia mentre Whiteacre si decide ad affrontare la battaglia di Normandia per amore della bella  Margareth.



Theyounglions


A salvare il film dalla retorica è l’intervento di Marlon Brando: fu lo stesso attore ad insistere per mostrare la presa di coscienza del suo personaggio che nel romanzo omonimo di Irwin Shaw, da cui il film è tratto, resta tetragono e fedele all’ideale nazista fino alla morte.
La presa di coscienza di Diestl avviene nei vari passaggi se nell’occupazione di Parigi il tenente è convinto che l’unione per quanto forzata tra Germania e Francia porterà all’unione dell’Europa, il soldato inizia ben presto ad esser insofferente al ruolo di poliziotto che cattura i dissidenti per farli torturare dalla Gestapo. Trasferito in Africa rifiuta di uccidere i nemici sopravvissuti a un attacco militare. Tornato in Europa trova la Germania distrutta e scopre di aver fornito inconsapevolmente l’arma che il suo capitano ha usato per suicidarsi; con l’amico Brandt torna in Francia dalla ragazza di cui è innamorata ma l’impossibilità di sfuggire ai troppi orrori visti lo riporta in battaglia e le sue avventure finiranno nei pressi di un campo di concentramento dove toccherà con mano l’indicibile.



Igiovanileoni


 
Brando incarna da par suo la parabola di Christian Diestl, all’inizio è davvero statuario come il “nume dorato” a cui lo paragona Françoise, poi il suo sguardo si fa sempre più assente e si trasforma in una maschera di disperazione quando capisce di non aver più nulla in cui credere, a differenza dei due soldati che proprio in quel momento incrocia sulla sua strada: l’amore di una compagna e per Ackerman anche di una figlia, sono in fondo i veri motivi per combattere e voler riportare a casa la pelle.

Rusty il selvaggio

Rumble Fish
USA 1983
con Matt Dillon, Mickey Rourke, Dennis Hopper, Nicolas Cage, Diane Lane, Vincent Spano, Tom Waits, Chris Penn, Laurence Fishburne, Sofia Coppola
regia di Francis Ford Coppola




Rusty il selvaggio


Rusty James è un sedicenne della periferia di Tulsa cresciuto nel mito del fratello maggiore, Motorcycle Boy, capo di una gang ora partito per un viaggio in California. “Quello della moto” fa improvvisamente ritorno in città proprio durante una rissa di Rusty che per la sopresa di rivedere il fratello viene ferito. L’atteso ritorno di Motorcycle Boy però non riporta la serenità nella vita di Rusty ma il triste finale della sua esistenza dà al fratello minore la forza di prendere in mano la sua vita.




Rustyilselvaggio


Dal secondo romanzo di S. E. Hinton,  già autrice del romanzo I ragazzi della 56ª strada
da cui Coppola aveva tratto l’omonimo film che con Rusty il selvaggio compone idealmente un dittico sulla figura del ribelle senza causa aggiornato agli anni ’80.
Come la decade che rappresenta, anche lo stile di Coppola è “post” e rimescola suggestioni di diversi stili cinematografici: Matt Dillon sfoggia la canotta bianca di Marlon Brando in Un tram chiamato desiderio e il luminoso bianco e nero del film richiama molti melodrammi anni ’50 ambientati negli stati del Sud che raccontano il disagio famigliare. La famiglia di Rusty è stata distrutta dall’abbandono della madre, il padre, avvocato di successo, è diventato un alcolizzato ed è finito nelle periferie, come James Dean ne La Valle dell’Eden, anche Motorcycle Boy è andato in cerca della madre e ora informa il fratello dell’incontro.




Rustyselvaggio (2)


Il mito del fratello si sgretola al suo ritorno: Motorcycle Boy è ancora il ragazzo in grado di riuscire in tutto quello che vuole, potrebbe essere ancora un capo per i giovani della città ma quello che torna dal viaggio californiano è un uomo che non sa cosa fare della sua vita e uno che vuole che gli altri lo seguano deve sapere dove andare, confida al fratello.
Motorcycle Boy capisce che l’unico modo per liberare il fratello dalla sua influenza è portare alle estreme conseguenze tutto il suo disincanto (follia?) così il suo unico scopo diventa quello di liberare i “rumble fish” del titolo, i pesci da combattimento, convinto che negli ampi spazi del fiume perderanno la loro aggressività.





Rumble fish


Rivisto oggi l’interpretazione di Mickey Rourke che fece decollare la sua carriera risulta quasi profetica nel nichilismo dell’attore nel distruggere il suo potenziale (Motorcycle Boy ha un taglio di capelli alla John Lydon dei Sex Pistols).
Anche l’interpretazione di Dennis Hopper, nel ruolo del padre è in grado di lasciare il segno, nonostante la la brevità e va notato il cameo di Tom Waits nei panni del barista.
Tra i vari giovani attori che poi hanno lasciato un segno ricordiamo un allampanato Lawrence Fishburne, ben diverso dal massiccio Morpehus di Matrix. Comparsate per i giovani del clan Coppola: Nicolas Cage è quello che ruba la bella Diane Lane a Rusty, Sofia Coppola è la sorella minore di Patty.




Rustyselvaggio


L’uso del bianco e nero, che permette al regista di giocare con i toni espressionisti delle ombre e delle inquadrature sghembe, viene giustificato riferendosi al punto di vista di Motorcycle Boy che ha perso la capacità di vedere i colori in una rissa, l’unica ripresa a colori riguarda Rusty James e avviene solo dopo la morte del fratello, quando si scorge riflesso sul vetro dell’auto della polizia.




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A sottolineare la valenza simbolica dei rumble fish, Coppola ricorre al cut out o uso selettivo del colore per cui i pesci rossi e blu si muovono sullo sfondo in b/n una tecnica che oggi possiamo usare con l’app dello smartphone, ma che allora era molto innovativa visto che il primo film a sfruttare a pieno la tecnica è Pleasantville del 1998

#FrankSinatra100

Francis Albert Sinatra nasceva 100 anni fa a Hoboken, nel New Jersey. Sarebbe diventato The Voice, uno dei più celebri artisti musicali del XX secolo. Avrebbe avuto un ruolo importante anche nel cinema, ne ripercorriamo la carriera attraverso le 10 (+1) pellicole fondamentali.

Due Marinai e una ragazza 1945

Duemarinaieunaragazza

Frank Sinatra fa da spalla a Gene Kelly che si esibisce nel celebre balletto con Jerry, il topolino del cartoon Tom&Jerry.

Facciamo il tifo insieme 1949

Tifo

L’ultimo film diretto da Bugsy Berkley.

Un giorno a New York 1949

UngiornoaNewYork

Musical rivoluzionario perché girato tutto in esterni, dirige Gene Kelly affiancato da Stanley Donen.

Da qui all’eternità 1953

Daquialleternità

Oscar come miglior attore non protagonista a Sinatra per il ruolo di Angelo Maggio nel film antimilitarista celebre per la famosa scena d’amore sulla spiaggia.

Bulli e pupe 1955

Bulliepupe

Insolito musical diretto da Joseph L. Mankiewicz. Sinatra fa coppia con Brando la cui voce non era intonatissima.

L’uomo dal braccio d’oro 1955

Luomodalbracciodoro

Frankie Machine è un abile batterista distrutto dalla dipendenza dalla droga. Otto Preminger sfida la censura e realizza il primofilm realistico sul tema della droga.

Alta Società 1955

Altasocietà

Nel remake di Scandalo a Filadelfia Sinatra veste i panni del giornalista che furono di James Stewart.

Pal Joey 1957

Paljoey
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Cantante squattrinato seduce ricca miliardaria per trovare i fondi e aprire un locale ma s’innamora di una ballerina. Sinatra canta The lady is a tramp, Kim Novak My funny Valentine.

Qualcuno verrà 1959

Qualcunoverrà

Sinatra è protagonista di un intenso melodramma di Vincente Minnelli accanto all’amico Dean Martin e Shirley McLaine.

Va’ e uccidi 1962

Vaeuccidi

Uno dei capolavori della fantapolitica, firmato da John Frankenheimer e rifatto nel 2004 da Jonathan Demme.

La tua pelle o la mia 1965

Latuapelleolamia
L’unica prova da regista di Frank Sinatra.

Inchiesta pericolosa 1968

Inchiestapericolosa

Una delle prove migliori di Frank Sinatra in uno dei migliori film del regista Gordon Douglas.

Yul Brynner

Yul Yul Brynner morì il 10 ottobre 1985 lo stesso giorno in cui si spense anche Orson Welles.
Come la scomparsa di Rock Hudson una settimana prima, anche quella dell’attore di origini russe ebbe un grande impatto sociale perché Yul Brynner morì di tumore ai polmoni e poco tempo prima della morte, aveva registrato un’intervista in cui invitava la gente a smettere di fumare. Trasmesso con molto scalpore dopo la scomparsa dell’attore, il video divenne un’impattante campagna mediatica contro il fumo.
Le origini di Yul Brynner sono ancore oggi avvolte nel mistero, le fonti ufficiali lo dicono essere nato l’11 luglio 1920 a  Vladivostok, città che gli ha anche dedicato un monumento mentre veste i panni de Re del Siam, il ruolo che lo rese celebre.
Dopo un breve soggiorno in Cina, Brynner arriva a Parigi tredicenne e svolge diversi lavori tra cui quello di circense e di suonatore di chitarra.
Nel 1940 si trasferisce a New York per studiare arte drammatica e si mantiene traducendo in francese i messaggi che l’esercito americano invia alla Resistenza Francese.
Il debutto sulle scene teatrali avviene del 1946 mentre al cinema debutta nel 1949 nella parte del cattivo nel poliziesco Il porto di New York di Laslo Benedek, futuro regista de Il Selvaggio con Marlon Brando.
Il re ed io Il successo arride a Brynner sul palcoscenico di Broadway quando nel 1951 interpreta Il Re ed Io, facendogli vincere il Tony Award. Nel 1956 viene realizzata una versione cinematografica (la seconda per l’esattezza) del musica e Yul Brynner vincerà anche l’oscar per il ruolo del re Mongkut: non sono nemmeno dieci gli artisti che hanno vinto sia il Tony che l’Oscar per lo stesso ruolo, filmico e teatrale.
Sempre nel 1956 esce l’altro film che consacra l’attore: nel Kolossal di  Cecil B. De Mille, I dieci Comandamenti, veste i panni del  faraone Ramesse II: la sua interpretazione è memorabile tanto quanto, se non più di quella di Charlton Heston che interpreta Mosè.

Idiecicomandamenti

Il terzo film girato nel 1956 ha anch’esso una sua rilevanza storica: Yul Brynner è il Generale Sergei Pavlovich Bounine che cura la trasformazione della girovaga smemorata nella principessa Anastasia Romanoff. Anastasia è il primo lavoro americano di Ingrid Bergman dopo la scandalosa fuga in Italia per Roberto Rossellini e l’attrice riesce a riconquistare il suo pubblico vincendo anche un’Oscar.
Nel 1958 Brynner è Dimitrij Karamazov, il presunto assassino del padre in Karamazov la versione del romanzo di Dostoevskij girata da Ricahrd Brooks.
L’anno seguente è ancora protagonista di un kolossal: per King Vidor interpreta il re saggio Salomone e la regina di Saba, interpretata dalla nostra Lollobrigida.
Sempre nello stesso anno è protagonista del dramma diretto da Martin Ritt e ambientato negli Stati del Sud, L’urlo e la furia tratto dal romanzo di Faulkner L’urlo e il furore. Vidi il film diversi anni fa e ricordo di essere rimasta sconcertata nel vedere l’attore capelluto, un tratto distintivo di Yul Brynner infatti era il cranio rasato, esigenza scenica per interpretare il Re del Siam che divenne una connotazione così smaccata che solo di recente sta scomparendo la definizione look (testa/capelli ecc.) alla Yul Brynner per i calvi/rasati.
Nel 1960 un altro film entrato nella storia del cinema: I magnifici sette diretto da John Sturges e ispirato a  I sette samurai di Akira Kurosawa. Il cast era eccezionale, oltre a Yul Brynner recitavano Steve McQueen, Charles Bronson, James Coburn, Eli Wallach e Horst Buchholz. La colonna sonora del film è passata alla storia e la pellicola ebbe tre sequel. Brynner fu l’unico del cast originale a partecipare al primo seguito, Il ritorno dei magnifici sette.

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La carriera di Yul Brynner prosegue con pellicole che lo vedono sempre legato agli stessi ruolo, o western, o film di guerra o di avventura (Taras il magnifico) o comunque ruoli basati sulla spiccata personalità autoritaria di Brinner. La carriera sembra volgere prematuramente al declino e nel 1972 l’attore torna a rifugiarsi nel suo più grande successo girando la versione tv del musical che gli diede la fama, Anna ed io. Ma per Yul Brynner c’è in serbo ancora un altro capolavoro: è il 1973 quando partecipa all’esordio alla regia di Michael Crichton, Il Mondo dei Robot racconta di un parco divertimenti per adulti dove gli automi si ribellano, Brynner veste i panni di un replicante pistolero, facendo il verso al suo Chris Adams de I magnifici sette.
Nel 1976 l’attore partecipa anche al sequel, Futureworld – 2000 anni nel futuro diretto da  Richard T. Heffron (regista di V – Visitors del 1984) .
L’ultimo film interpretato dall’attore fu una produzione italiana diretta da Antonio Margheriti che si firmava Anthony M.Dawson: Con la rabbia agli occhi del 1976 accanto a Massimo Ranieri e Barbara Bouchet.
Poco nota forse è la grande passione di Yul Brynner per la fotografia, e particolare interesse cinefilo rivestono i suoi lavori scattati sui set cinematografici.

L’ammutinamento del Bounty al cinema

LatragediadelB Il più famoso ammutinamento della storia avvenne alla fine del XVIII secolo, il 28 aprile 1789 a bordo di un vascello che era partito alla volta di Tahiti, per una missione scientifica. L’impresa era guidata dal tenente di vascello William Blight e riuscì perfettamente ma durante la rotta di ritorno parte dell’equipaggio e alcuni ufficiali, insofferenti alle regole ed ancora ammaliati dalle disinibite bellezze tahitiane si ammutinarono e fecere ritorno nei Mari del Sud, rifugiandosi nell’Isola di Pitcairn, lasciando il comandante Blight e l’equipaggio rimastogli fedele su una lancia che incredibilmente riuscì a sbarcare su una colonia olandese.
La vicenda degli ammutinati del Bounty col tempo si è ammantata di leggenda e il cinema non si è fatto sfuggire una trama così intrigante e ha prodotto ben tre versioni di questa storia.

AmmutinatidelB La prima versione del 1935 firmata da Frank Lyold, La tragedia del Bounty (Mutiny on the Bounty) è una tipica produzione fastosa della MGM e si ispira al mito del Bounty che vuole nel comandante Blight un sadico e che fa di Fletcher Christian un eroe romantico spinto da un ideale di giustizia. Ad interpetare i protagonisti della vicenda ci sono Charles Laughton, nelle vesti del crudele comandante e Clark Gable, senza baffi, nel ruolo dell’eroico Christian.
Nel 1962 si pensa ad un remake di questo classico intitolato Gli ammutinati del Bounty (il titolo originale è sempre Mutiny on the Bounty) e per la parte che fu di Clark Gable viene chiamato il divo del momento, Marlon Brando.
Il film doveva essere un kolossal di esotismo e avventure marinare diretto da Carol Reed ma il volitivo Brando impose a metà lavorazione un cambio di regia facendo assumere Lewis Milestone.
Bounty Forse anche per non scontrasi con “il re di Hollywood” Clark Gable, scomparso l’anno precedente, Brando costruisce il personaggio di Christian come un dandy che non stima il suo superiore di origine plebea e guida l’ammutinamento per seguire un idealistico principio d’onore.
La pellicola fu girata nei luoghi che fecero da sfondo al fatto storico con grande profusione di bellezze tahitiane a far da comparsa; é noto che tra queste spiccassero le grazie di Tarita, che fece innamorare Marlon Brando e gli diede due figli. Per starle vicino il divo comprò l’atollo di Tetiaroa facendone il suo buen retiro.
Nel 1984 venne girato il terzo remake, Il Bounty (The Bounty): tra i tre è quello che ha minor fascino pur essendo il più fedele alla verità storica rivalutando il severo Blight, interpretato da Anthony Hopkins e descrivendo Christian come un personaggio che si lascia trascinare dagli eventi, ne veste i panni il sex-symbol degli anni ‘80, Mel Gibson.

Pubblicato nel 2007 su Alibi

100 anni di Anthony Quinn

Aquinn Antonio Rodolfo Quinn Oaxaca nasce il 21 aprile 1915 a Chihuahua, in Messico nel pieno della Rivoluzione messicana. Il padre di origini irlandesi-messicane è un soldato di Pancho Villa che diventa assistente cameraman e si sposta con tutta la famiglia a Los Angeles dove Anthony cresce tra gli studi, incompiuti, di archittettura (è allievo e amico personale di  Frank Lloyd Wright) i primi umili lavori e la boxe.
A 21 anni inizia la carriera di caratterista cinematografico e grazie a quella faccia così diversa dallo stereotipo wasp del divo americano, è richiesto per interpretare mille ruoli etnici: da cinese, arabo e soprattutto da pellirossa, ruolo che intraprende per la prima volta nel 1936 in La conquista del West di Cecil B. De Mille, di cui l’anno dopo sposa la figlia Katherine, anche lei attrice, da cui avrà cinque figli, i primi dei tredici avuti da diverse mogli e amanti.

Sangueearena

Tra i film più importanti di quel periodo si segnala la partecipazione a Sangue e Arena di Rouben Mamoulian del 1941 dove Quinn è Manolo de Palma, amico/rivale del torero Juan Gallardo (Tyrone Power) che butta al vento famiglia e carriera per la sensuale Rita Hayworth, Dona Sol.

Vivazapata Deluso dalla carriera cinematografica che non gli permette di uscire dal ruolo di caratterista, nel 1947 Anthony Quinn decide di concentrarsi sul teatro e a Broadway recita la parte di Stanley Kowalski in Un tram che si chiama desiderio. Elia Kazan, regista sia della versione teatrale che quella cinematografica con Marlon Brando del 1951, nota l’interprete e lo vuole per il suo prossimo film con Brando, Viva Zapata! Anthony Quinn veste così i panni di Eufemio Zapata il fratello maggiore di Emiliano vincendo il suo primo Oscar da attore non protagonista e dando una svolta decisiva alla sua carriera che in quei primi anni ’50 lo porta in Italia e ne fa uno dei protagonisti della Hollywood sul Tevere, i ruoli sarebbero sempre quelli da latino intenso come in Cavalleria Rusticana di Carmine Gallone o da eroe omerico come nell’Ulisse di Mario Camerini dove interpreta Antinoo capo dei Proci, ma l’incontro con Fellini gli regala un personaggio scolpito nella storia del cinema, il rude saltimbanco Zampanò de La strada.

Lastada

Gobbonotredame Chiusa la parentesi italiana Quinn punta al suo secondo oscar da attore non protagonista interpretando Gauguin in Brama di vivere (1956) il biopic che  Vincente Minnelli dedica alla vita di Van Gogh interpretato da Kirk Douglas. Nello stesso anno veste i panni di Quasimodo ne Il Gobbo di Notre Dame nella versione di  Jean Delannoy, (prima trasposizione a colori del celebre romanzo di Hugo), nel ruolo della zingara Esmeralda c’è un’incantevole Gina Lollobrigida.
Negli anni seguenti, tra western (Ultima notte a Warlock) e film di guerra (I cannoni di Navarone) o storici (Lawrence d’Arabia) Anthony Quinn diventa il prototipo del duro come recita anche il titolo italiano di Requiem for a Heavyweight : Una faccia piena di pugni, film sulla box dove ha un ruolo anche Cassius Clay ma sarà un ruolo completamente diverso, quello dell’inguaribile ottimista Alexis Zorba di Zorba il Greco a diventare il suo film più celebre ma di certo non il migliore.

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La carriera dell’attore prosegue, praticamente senza sosta, fino alla fine degli anni ’90 ma le opere degne di note sono davvero poche (personalmente lo ricordo come il Caifa nel celeberrimo sceneggiato Rai Gesù di Nazareth di Zeffirelli) o il ruolo principale ne Il leone del deserto, celebrazione del ribelle libico Omar Mukhtar contro l’invasione fascista guidata da Graziani. Prodotto da Gheddafi nel 1981 il film è stato vietato in italia per circa 30 anni e solo intorno nel 2009 Sky lo ha messo in programmazione, in occasione della visita romana del colonnello libico.
Sempre dedito all’arte, Anthony Quinn siè fatto anche una certa fama come scultore e pittore e ci ha lasciato due autobiografie: Il peccato originale (1972) e One Man Tango del 1997.
L’attore si è spento a 86 anni il 3 giugno 2001.

Merle Oberon

Merle_oberon Il 23 novembre 1979, moriva a Malibù, a soli 68 anni di età, Merle Oberon, stella di prima grandezza degli anni ’30 la cui vita sembra uscita da un melodramma, tanto che il nipote Michael Korda a metà anni ’80 le dedicò una biografia romanzata dal titolo Queenie che lessi all’epoca: i ricordi sono vaghi ma positivi. Dal romanzo fu tratta anche una miniserie televisiva.

Queenie Estelle Merle O’Brien Thompson nasce a Bombay il 19 febbraio 1911 da una coppia mista, padre ufficiale britannico e madre originaria di Ceylon. Recentemente si è scoperto che quelli che Estelle aveva considerato i suoi genitori erano in realtà i suoi nonni e la vera madre della bambina era quella che lei riteneva la sorella maggiore.
Dopo la morte improvvisa del padre nel 1914, la famiglia si riduce a vivere nella più completa povertà a Calcutta. La piccola Estelle si innamora ben presto del cinema e nel ’29 incontra un personaggio che le promette di farle fare carriera ma l’uomo scompare quando scopre che è di sangue misto. La ragazza non si perde d’animo e si trasferisce comunque a Londra ma per tutta la vita cercherà di tenere nascoste le proprie origini razziali, presentando la madre come la cameriera e figurando di esser nata in Tasmania: la località australiana risultava più prestigiosa dell’India.
Oberonbolena A Londra inizia a lavorare nei night club e a fare la comparsa con il nome d’arte di Queenie O’Brien; la sua carriera decolla grazie all’incontro con il regista Alexander Korda che la vuole per il ruolo di Anna Bolena nel suo capolavoro, Le sei mogli di Enrico VIII del 1933. L’anno seguente sempre Korda, in veste di produttore, la sceglie per il ruolo di Lady Marguerite Blakeney per La primula rossa con Leslie Howard e la regia di Harold Young. Questi sono i due titoli più famosi dei diversi che l’attrice interpreta in quel bienno, nel 1935 è già a Hollywood sotto contratto per la MGM. Esordisce a Hollywood con una commedia musicale accanto a Maurice Chevalier ma è con L’angelo delle tenebre, sempre del 1935, melodramma su due fratelli innamorati della stessa donna, Kitty Vane, che Merle Oberon guadagna la candidatura agli Oscar


Angelodelletenebre

La sua carriera è in continua ascesa con film come La Calunnia, la commedia brillante L’avventura di Lady X, fino al ruolo che la consacra all’olimpo cinematografico, quello di Cathy ne La voce nella tempesta, trasposizione cinematografica di Cime Tempestose del 1939 diretta da William Wyler. Nel ’39 sposa il suo mentore, Alexander Korda con cui resta legata fino al 1945 e, come tutte le star di grido, si propone per il ruolo di Rossella in Via col Vento.

Lavocenellatempesta

Nonostante i successi, una tragedia si abbatte sull’attrice: nel 1937, un grave incidente automobilistico le lascia brutte cicatrici sul volto tanto che viene sospeso il kolossal Io, Claudio, in cui doveva interpretare Messalina di nuovo accanto a Charles Laughton, con la regia di Josef von Sternberg. Per permettere all’attrice di continuare a recitare, oltre all’uso del trucco, viene inventato un riflettore compatto che smorza le luci che accentuano i tratti del volto, il disposito si chiama Obie, diminutivo di Oberon ed è progettato dal direttore della fotografia Lucien Ballard, che divenne poi il secondo marito della diva.
Oberongeorgesand La carriera dell’attrice risente comunque dell’incidente e negli anni ’40 le interpretazioni si diradano: nel 1941 viene diretta da Lubitsch in Quell’incerto sentimento, remake di un film del ’25 del maestro berlinese, Baciami Ancora. Nel 1944 è protagonista del thriller Il Pensionante per la regia di John Brahm; la pellicola è tratta dallo stesso romanzo che aveva ispirato l’omonimo film di Hitchcock del ’27.
Nel 1945 è George Sand nel biopic sulla vita di Chopin, interpretato da Cornell Wilde, L’eterna armonia di Charles Vidor.

Oberondesiree Dopo una serie di film minori e di apparizioni televisive, la ritroviamo nel 1954 nei panni di Joséphine de Beauharnais in Desirée, regia di Henry Koster, accanto al Napoleone di Marlon Brando.
Nel 1949 è fidanzata con Giorgio Cini (a cui è dedicata la famosa Fondazione veneziana) e lo vede morire sotto i suoi occhi nell’incidente aereo che lo coinvolge. Il suo terzo marito è un altro italiano, l’industriale Bruno Pagliai a cui segue un quarto con cui rimane legata fino alla morte dovuta ad attacco cardiaco.

La contessa di Hong Kong

A Countess from Hong Kong
GB 1967
con Marlon Brando, Sophia Loren, Sydney Chaplin, Tippi Hedren, Patrick Cargill
regia di Charlie Chaplin


A Countess from Hong Kong

Ogden Mears, figlio del petroliere più ricco del mondo, con l’ambizione della politica, incontra ad Hong Kong l’entraineuse Natasha, figlia di nobili russi riparati in Estremo Oriente durante la rivoluzione e qui costretti a una vita di stenti. La ragazza ripara nella cabina di Ogden come clandestina per rifugiarsi in America, ovviamente durante il viaggio nasce l’amore e per Natasha Ogden abbandona le velleità politiche che lo costringerebbero a restare con la moglie per un matrimonio di facciata.


Lacontessadihongkong

La contessa di Hong Kong è l’ultimo film diretto da Charlie Chaplin e l’unico che il grande maestro gira a colori. Pur essendo un’opera piacevole, il livello è di gran lunga inferiore a quello dei capolavori a cui Chaplin ci aveva abituati e l’accoglienza della critica all’uscita in sala fu molto tiepida.
Di certo la commedia romantica nel 1967 era un genere già in declino e ai protagonisti viene chiesto di riproporre una comicità molto fisica tipica dell’epoca d’oro di Chaplin (la rincorsa a nascondersi ogni volta che suona alla porta) i due bellissimi protagonisti se la cavano, forse la Loren anche meglio di Brando ma per tutto il film ho avuto il sospetto che Chaplin abbia riproposto una comicità alla Charlot non tanto per senilità o perché non sapesse fare altro ma per ricordare con una punta di veleno la sua inarrivabile bravura.

Romanzo di una strage

Romanzodiunastrage Il 1969 è un anno di forti tensione in Italia: diverse bombe esplodono a scopo dimostrativo. La Polizia Politica di Milano guidata dal Commissario Luigi Calabresi segue la pista anarchica e la strada di Calabresi incrocia spesso quella di Giuseppe Pinelli, ferroviere quarantenne a capo del movimento anarchico meneghino. I due uomini si rispettano, pur restando su posizioni profondamente diverse ma tutto cambia il pomeriggio del 12 dicembre 1969 quando la bomba che esplode nella sede della Banca Nazionale dell’Agricoltura in piazza Fontana uccide 17 persone e apre una scia di sangue che si concluderà oltre un decennio dopo.

Pare che non si possa parlare di questo film senza commentarne il titolo, quella parola “romanzo” applicata a un fatto realmente accaduto 43 anni fa che in una qualsiasi altra nazione avrebbe già avuto una sua codificazione processuale e storica mentre da noi resta una pagina incompiuta (la prima di tante) su cui si può solo costruire un romanzo.
Le teorie portate sullo schermo da Marco Tullio Giordana ovviamente hanno subito dato adito a recriminazioni di vario genere, resta il fatto che il regista riesce a costruire un romanzo avvincente, quei 130 minuti sono praticamente volati per l’abilità narrativa e sicuramente per la voglia di sapere e di capire di più quella strage che ci ha segnato profondamente.
Ritornano alla parola romanzo, mi è piaciuta molto la romanzatura lombrosiana dei personaggi i tre protagonisti destinati al martirio sono belli e portatori di valori: resta impresso lo sguardo buono e pulito del Pinelli di Favino, la postura eretta che corrisponde alla drittura morale di Calabresi di un Mastandrea che sorprende in un ruolo insolitamente compassato che valorizza la sua sottrazione recitativa e poi c’è l’Aldo Moro di Gifuni, tormentato da una politica che non cerca più il dignitoso compromesso ma il più bieco intrallazzo. Dietro i tre eroi si muovono le mogli di Calabresi e Pinelli e due caratteristi del cinema italiano che a me piacciono molto, Thomas Trabacchi nel ruolo del giornalista Marco Nozza e Antonio Pennarella, l’untuoso maresciallo Panessa a cui spettava il comando nel momento della caduta di Pinelli. Mi ha colpito la bellezza folle della faccia dei terroristi, l’imbiancato Giorgio Marchesi che interpretava Franco Freda mi ha ricordato il Marlon Brando de I giovani leoni. Dietro a questi personaggi che “ci mettono la faccia” arrivano i volti disgustosamente lombrosiani dei politicanti, dei servizi segreti, degli alti gradi della polizia e il film è riuscito a mettere in scena tutta la bruttura fisica e morale di chi da oltre 40 anni governa (e contemporaneamente) trama alle spalle di questa nazione.

Addio ad Arthur Penn

Arthurpenn Si e’ spento martedi’ 28 settembre, il regista Arthur Penn, fratello del fotografo Irving Penn e padre del regista televisivo Matthew Penn, nessuna parentela invece con l’attore Sean Penn.
Nato a Philadelphia il 27 settembre del 1922, Arthur Penn studia all’Actor Studios di Los Angeles e muove i primi passi nella televisione iniziando a lavorare nel 1951 per la NBC.
Il debutto cinematografico risale al 1958 con Furia selvaggia, rilettura in chiave psicoanalitica del mito di Billy The Kid visto come un adolescente inquieto interpretato da Paul Newman.
Oltre che alla regia cinematografica, Penn si dedica anche alla regia teatrale e il suo secondo lungometraggio e’ la trasposizione cinematografica di una piece che aveva diretto in teatro, Anna dei miracoli. Rifiutando di scegliere Elisabeth Taylor per il ruolo di protagonista, Penn ripropone sul grande schermo la coppia di attrici della versione teatrale, Anne Bancroft e Patty Duke che vennero premiate con l’Oscar mentre al regista ando’ la sua prima nomination. Nasce cosi’ la leggenda uno dei film che personalmente amo di piu’, girato in un bianco e nero fortemente contrastato come la vicenda di Ellen Keller.
Per la sua terza opera, dopo essere stato licenziato da Burt Lancaster dal set de Il treno, il regista si ispira alla nouvelle vague francese con Mickey One interpretato da Warren Beatty, una pellicola che vuole portare sullo schermo il disagio di una generazione ispirandosi ad una dimensione di angoscia kafkiana.
Nel 1966 e’ la volta de La caccia, con cast d’eccezione: Marlon Brando, Robert Redford, Jane Fonda e Angie Dickinson. La storia dell’inseguimento di un evaso che scatena le reazioni piu’ disparate negli abitanti di una cittadina del Texas pero’ non piacque al produttore Sam Spiegel che licenzio’ il regista e rimonto’ il girato a sua discrezione.

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La delusione spinse Arthur Penn a decidere di lasciare il cinema ma Warren Beatty lo convinse a dirigere Gangster Story (1967). La storia violenta di Bonnie&Clyde esaltati come eroi belli e dannati, valse la seconda nomination al regista e fu un grande successo di pubblico. Il film rappresenta il trait d’union tra la nouvelle vague francese e il cinema della nuova Hollywood.
Nel 1969 il regista gira Alice’s Restaurant, la ballata sulla cultura hippye che gli vale la terza nomination all’oscar.
Del 1970 e’ Piccolo grande uomo il film che insieme a Soldato blu dello stesso anno, contribuisce a smontare il mito della Frontiera e a rivalutare il genocidio degli Indiani d’America.
Nel 1975 Penn tratteggia il ritratto di un grande loser in Bersaglio di notte, storia di un investigatore privato (Gene Hackman) alle prese con una vicenda lavorativa piu’ grande di lui a cui si intrecciano le sue disavventure personali (il tradimento della moglie).

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Del 1976 e’ Missouri, ancora una volta un western che dissacra la mitologia del genere, uno scontro tra allevatori e ladri di bestiame interpretato da Jack Nicholson e Marlon Brando.
Gli amici di Georgia del 1981, e’ forse il suo ultimo capolavoro, pur avendo una fama molto inferiore ai suoi lavori precedenti. Diradata l’attivita cinematografica che termina nel 1990 con Con la morte non si scherza, Arthur Penn chiude la sua carriera con lavori televisivi, lo stesso settore in cui aveva esordito.