Non ci resta che il crimine ***la trilogia***


Trilogia c'erauna volta il crimine


Non ci resta che il crimine
Italia 2019
con Alessandro Gassmann, Marco Giallini, Edoardo Leo, Gian Marco Tognazzi, Ilenia Pastorelli, Massimiliano Bruno, Daniele Trombetti, Daniele Blando, Emanuel Bevilacqua, Sara Baccarini, Lorenzo Lucchi
regia di Massimiliano Bruno



Noncirestacheilcrimine


Moreno convince gli amici di sempre, Sebastiano e Giuseppe, a seguirlo nella sua nuova imprese: un tour (ovviamente abusivo) nei luoghi della banda della Magliana. L’unico cliente che trovano è Gianfranco, un compagno di scuola nerd che bullizzavano e che ora è milionario grazie a una start up venduta a un gigante dell’informatica. Mentre sono in un bar ritrovo della banda, Moreno Sebastiano e Giusepe incappano in un tunnel spazio temporale che li riporta nel 1982 in pieno delirio le la rimonta ai Mondiali. I tre vorrebbero sfruttare la conoscenza dei risultati per fare i soldi con le scommesse ma finiscono per indebitarsi con Renatino De Pedis. Giuseppe viene tenuto in ostaggio mentre Moreno e Sebastiano devono trovare cinque milioni in 24 ore, i due ci riescono usando i soldi della banda nascosti nella basilica di Sant’Apollinare. Nel frattempo nasce un’insospettabile amicizia tra Giuseppe e Renatino mentre Sabrina, l’amante del boss s’invaghisce di Sebastiano. Dopo altre (dis)avventure, tra cui una rapina travestiti da Kiss, i tre riescono a tornare nel loro tempo ma Renatino li ha inseguiti e nel frattempo Sabrina ha rubato il tesoro che avevano trafugato e nascosto in un luogo dove recuperarlo nel 2018…

Il titolo fa riferimento a Non ci resta che piangere il capolavoro della comicità italiana per quanto riguarda i viaggi temporali ma il film è una parodia della serialità televisiva, alle due stagioni di Romanzo Criminale con adattamento, praticamente a tutto, della famosa battuta “pijamose Roma”. La commedia è divertente: i tre protagonisti interpretano bene le debolezze dell’uomo medio contemporaneo soprattutto Tognazzi con la sua doppia anima di represso /violento esaltata dall’incontro con Renatino, ben interpretato da De Leo che ne mantiene i lati oscuri del boss della Maagliana nonostante i toni da commedia. Il regista ritaglia per sé il ruolo di Gianfranco l’amico nerd che diventerà deux ex machina dei futuri viaggi nel tempo della banda.


Ritorno al crimine
Italia 2020
con Marco Giallini, Alessandro Gassmann, Edoardo Leo, Gian Marco Tognazzi, Massimiliano Bruno, Carlo Buccirosso, Giulia Bevilacqua, Loretta Goggi, Ninetto Davoli, Gianfranco Gallo, Antonio Gargiulo, Angelo Orlando, Nicola Pistoia, Marco Esposito
regia di Massimiliano Bruno



Ritornoal crimine


Tornati nel nostro tempo, Moreno, Sebastiano e Giuseppe sono sulle tracce di Sabrina per recuperare il tesoro della banda della Magliana non sapendo che anche Renatino e suoi scagnozzi sono finiti nel tunnel spazio temporale e li stanno inseguendo. I conti dovrebbero chiudersi a Capri dove Sabrina vive con la figlia e il secondo marito falsario, tale Massimo Ranieri ma l’intervento di una banda di camorristi guidati da Van Gogh così soprannominato per la somiglianza con il pittore e che vuole possedere un ritratto del suo sosia costringe i tre amici a una nuova avventura nel tempo: evitare la nascita del boss…

Il capitolo più debole della trilogia: dopo l’omaggio a Romanzo Criminale nel decennale dall’uscita, il tributo/ parodia si sposta all’altra serie crime di culto, Gomorra. A non funzionare è lo sdoppiamento della trama: Renatino che si deve confrontare con le assurdità del XXI secolo, abbastanza divertente anche se si snatura il personaggio rendendo un po’ troppo simpatico il boss della Magliana, mentre i tre protagonisti tornano ancora una volta nel 1982 nel periodo dei Mondiali ma a Napoli dove interagiscono con Gennarino ” ‘O Rattuso” boss da operetta interpretato da Gianfranco Gallo (il marito di Imma Tataranni) padre di Van Gogh ma non figlio della moglie ma frutto di uno stupro che fortunatamente viene sventato impedendo così la nascita del vilain. Dubbi sulla paternità di Lorella, la figlia di Sabrina finita nelle mani della camorra e costretta a sposare il nuovo boss: potrebbe essere la figlia di Renatino o di Sebastiano.


C’era una volta il crimine
Italia 2022
con Giampaolo Morelli, Marco Giallini, Gian Marco Tognazzi, Carolina Crescentini, Massimiliano Bruno, Edoardo Leo, Giulia Bevilacqua, Ilenia Pastorelli
regia di Massimiliano Bruno



Ceraunavoltailcrimine


Il piano, già anticipato nel finale del secondo capitolo, è quello di rubare la Gioconda nel periodo in cui era stata riposta nel Castello di Chambord insieme agli altri capolavori del Louvre per metterli in salvo dalla razzia nazista. Manca Sebastiano finito in galera con Massiimo Ranieri e sostituito da un parente, Claudio, storico con grossi problemi della gestione della rabbia. L’opera viene trafugata ma il ritorno al presente non sarà facile: siamo nei giorni dell’armistizio e i nostri eroi devono vedersela con partigiani e repubblichini, trovano rifugio a casa di Adele, la nonna di Moreno ma la piccola Monica, futura madre del protagonista, finisce su una camionetta di nazisti e condotta a Napoli. Moreno Claudio, Giuseppe e Adele faranno di tutto per riprendersi la piccola ma sarà necessario ancora una volta l’intervento di Renatino e Sabrina reclutati da Gianfranco e Lorella nel loro tour temporale per recuperare gli amici.

Devo riconoscere che quest’ultimo capitolo è quello che mi ha divertito di più, lasciati da parte i tributi alle serie tv, Bruno è libero di sbizzarrire la sua vena anarcoide sul tema dei viaggi nel tempo, con buona pace della necessità di non modificare gli eventi passati e gli incontri con parenti ed affini. Ancora una volta il film cita e rende omaggio, stavolta a un genere quello della guerra visto dai grandi della commedia all’italiana: da La grande guerra di Monicelli a Mediterraneo di Salvatores con un tocco tarantiniano che già era presente nello showdown del secolo episodio.
Pur nella sua faciloneria resta sempre esilarante la capacità tutta italiana di voltare faccia, passando dall’inno tedesco a Bella Ciao a Faccetta Nera pur di salvarsi la pelle.
Esilaranti gli incontri con i due protgonisti storici dell’epoca: il partigiano Sandro Pertini e il duce rinchiuso a Campo Imperatore, se il primo non si può toccare nemmeno per tentare la fuga (fosse stato Cossiga… dicono i protagonisti) e ci si può solo giocare a carte citando la famosa partita dei Mondiali recuperando un leitmotiv della trilogia, al secondo vengono fatti smontare tutti i luoghi comuni che ultimamente gli sono stati attribuiti sulle pensioni e la costruzione dello stato sociale.
Tra i protagonisti abbandona Gassman, il cui Sebastiano è finito in galera con il falsario Bucirosso ma entra Paolo Morelli, che si conferma sempre divertente e abile ad inserirsi in gruppi già rodati come fu già per Smetto quando voglio.

Addio a Franco Interlenghi

E’ mancato stamane a Roma l’attore Franco Interlenghi, che debuttò a 15 anni nel film Sciuscià di Vittorio De Sica (1946) uno delle pellicole capostipiti del neorealismo italiano che vinse l’Oscar come miglior film straniero nel 1948.

Sciuscia

Finterlenghi Nato a Roma il 29 ottobre 1931 (il lustrascarpe Pasquale Maggi declinerà la stessa data di nascita alle forze dell’ordine) l’attore debutta quindicenne nel capolavoro di De Sica e la sua incontestabile bellezza lo fa entrare nel mondo del cinema, caso raro tra gli attori non professionisti scelti per le pellicole neorealiste.
Il secondo ruolo lo ottiene nel 1949 nel film storico di Blasetti, Fabiola e sempre nello stesso anno è tra i protagonisti del film corale Domenica d’agosto di Luciano Emmer, commedia che apre le porte al neorealismo rosa, cioè l’applicazione degli stilemi neorealistici alla commedia di costume.
Tra i film più interessanti che l’attore ha girato nei primi anni ’50 sono da segnalare Processo alla città di Luigi Zampa e La provinciale di Mario Soldati.
L’anno di grazia è il 1953 in cui Interlenghi è il protagonista di due pellicole molto importanti per il cinema italiano: I Vitelloni di Federico Fellini dove l’attore interpreta Moraldo, l’unico che riesce a sfuggire alla noiosa vita di provincia.
Ne I Vinti, seconda regia di Michelangelo Antonioni che ispirandosi a tre fatti di cronaca vuole raccontare il vuoto della gioventù degli anni ’50, Interlenghi è il protagonista del secondo episodio, ambientato a Roma.
L’anno seguente ha due ruoli in pellicole internazionali: è Telemaco nell’Ulisse di Mario Camerini che ha per protagonista Kirk Douglas ed è uno degli amanti di Ava Gardner ne La contessa scalza.
Franco Interlenghi diventa una star del cinema italiano anni ’50, presente dalle commedie di Totò (Totò, Peppino e i fuorilegge) alle grandi produzioni hollywoodiane come Addio alle armi di King Vidor (1957) ai film più impegnati come Gli Innamorati (1955) di Mauro Bolognini, accanto alla fidanzata che sposa quello stesso anno: Antonella Lualdi, sempre per Bolognini e con la Lualdi nel 1958 gira Giovani mariti e nel 1959 La notte brava ispirato a Ragazzi di vita di Pasolini.
Ancora nel 1959 è presente non accerditato ne Il Generale della Rovere dove Rossellini dirige Vittorio De Sica nel ruolo di un finto generale al servizio dei nazisti che però si riscatterà morendo da eroe. Con Rossellini lavora anche nel 1961 in Viva l’italia, rievocazione della spedizione die Mille.
Gli anni ’60 segnano il declino dell’attore che si ritaglia una dignitosa carriera di caratterista di cui ricordiamo la partecipazione a Amore, piombo e furore di Monte Hellman del 1978, Il camorrista di Tornatore del 1986.
Legato a Michele Placido che lo vuole nel suo film di debutto, Pummarò, in Le amiche del cuore del 11992 e gli ritaglia il ruolo del Barone Rosellini in Romanzo Criminale.
L’ultimo film a cui l’attore ha partecipato è (il pessimo) La Bella Società del 2010.

Educazione Siberiana

A Fiume Basso, località non meglio precisata della Russia sovietica dove Stalin ha fatto deportare i criminali, crescono Kolima e Gagarin educati dal tostissimo nonno del primo secondo le regole della criminalità siberiana. I due ragazzi saranno divisi dalla vita e soprattutto da una ragazza, Xenia, mentalmente instabile..

Educazionesiberiana

Ink, il tatuatore che insegna a Kolima l’arte del tatuaggio, dice che tutte le vite degli uomini apparentemente sembrano uguali se non si osserva bene e purtroppo Salvatores non ha saputo osservare tra le pieghe dell’omonimo romanzo di formazione giovanile di Nicolai Lilin che pure forniva spunti interessanti appiattendolo sulla falsa riga di film e telefilm ben più celebri e ben realizzati: C’era una volta in America, Romanzo Criminale e Brigada visto l’ambientazione sovietica: amicizie infantili cementate da scazzottate e distrutte per una donna, i vecchi codici d’onore infranti per la più bieca brama di denaro.
EducazionesiberianaCi sono delle belle facce di attori sconosciuti in Educazione siberana ma manca il sangue e soprattutto il cuore: Salvatores si conferma suo agio nel dirigere ragazzi e bambini e infatti la prima parte del film è la più interessante poi si perde la possibilità di giocare con il lirismo offerto dal personaggio di Xenia, si salva sempre il “solito” David Bowie le cui canzoni sono sempre perfette come colonna sonora, in questo caso Absolute Beginners è un sottofondo ideale alla scena sul calcinculo.
Alla fine tutto diventa prevedibile, colpa anche del montaggio degli episodi del passato e delle scene del presente che anticipano e spiegano molto più del dovuto. Non ho mai amato la definizione di “film telefonato” ma stavolta la sottoscrivo con il rammarico per l’occasione sprecata.

Montalbano e il Libanese tra letteratura e tv

Unalamadiluce Mi è capitato di leggere, nella medesima settimana, due romanzi i cui protagonisti hanno un grande riscontro anche in televisione: Io sono il Libanese e Una lama di luce, l’ultimo romanzo dedicato a Montalbano.
Se il commissario di Vigata in tv si è sdoppiato tra Il Giovane Montalbano interpretato da Michele Riondino e il “vecchio” di Luca Zingaretti, in ambito letterario mi sembra soffrire di quella che chiameremo la sindrome de La Signora in giallo, Jessica Fletcher: più invecchia e più aumenta il numero delle vittime del suo fascino. A un certo punto della innumerevoli serie de La signora in giallo, quasi in ogni puntata Miss Fletcher riceveva una proposta di matrimonio e così, da qualche tempo, in ogni romanzo c’e’ qualche fimmina (ovviamente beddissima) che si offre al commissario il quale è ben lungi dal disdegnare.

Iosonoillibanese In una lama di luce sembra quasi che un nuovo amore allontani per sempre la logora coppia Livia/Montalbano e la mia attenzione si era totalmente focalizzata su questa aspettativa con la speranza che almeno nei prossimi romanzi non ci sarebbe stato il solito corteggiamento della bellona di turno che è sempre alta, dalla folta chioma e con le gambe mozzafiato. Invece sono rimasta fregata da questa miope visione gossipara e sono arrivata del tutto impreparata al tragico finale che mi ha anche strappato una lacrimuccia. A parte i segnali disseminati nel giallo, che Una lama di luce non sia un romanzo incentrato sulla vita sentimentale di Montalbano lo dimostra la scrittura più scabra e sicula del solito: praticamente il romanzo è scritto in dialetto e solo i dialoghi con le autorità sono scritti in italiano corretto.
La scrittura è invece il punto debole de Io sono il Libanese prequel dedicato al protagonista de Romanzo Criminale: se nell’omonimo romanzo la scrittura di De Cataldo ti rovesciava addosso senza soluzione di continuità il complicatissimo intreccio tra politica e malaffare, qui siamo di fronte a una scrittura più lineare e non è difficile intuire che il romanzo sia una costola della sceneggiatura de Romanzo criminale la serie, infatti si ripropongono alcuni episodi che stanno alla base della mitologia della Banda della Magliana ad esempio il motivo dell’odio per il Teribbile da parte del Libanese: insomma il sospetto di essere di fronte a un’operazione di puro marketing c’è.

Vallanzasca – Gli angeli del male

Vallanzasca Se devo trovare un difetto macroscopico al film e’ la data di uscita: a poco piu’ di un mese dalla fine della seconda stagione di Romanzo Criminale, chi, come la sottoscritta, ha amato molto quella serie, trovera’ molte, forse troppe analogie tra il biopic sul bel Rene’ e le avventure della banda della Magliana, a partire da luci e scenografie (ineccepibili, per altro) per culminare in un momento di gloria per la banda della Comasina che trionfa in coca e biglietti da centomila che cita praticamente la sigla della fiction.
Anche la costruzione del plot con le avventure infantili che portano in riformatorio Renatino e saldano il suo legame con l’elemento della banda che piu’ gli causera’ guai (un Filippo Timi decisamente sopra le righe) ricorda la partenza di Romanzo Criminale (il film, stavolta).
Forse se Vallanzasca fosse arrivato in sala subito dopo il passaggio veneziano il ricordo di Romanzo Criminale sarebbe stato piu’ sbiadito e la nuova pellicola si sarebbe sottratta al confronto, dettato principalmente dalla nostalgia.
Volendo continuare il paragone tra Vallanzasca e il film Romanzo Criminale, essendo anche dello stesso regista, la storia del bandito milanese dimostra una maggior compattezza registica rispetto al lavoro precedente. Le scene di azione sono degne dei poliziotteschi anni ’70 e merita sicuramente di essere menzionato il montaggio alternato del pestaggio in carcere con l’entrata in discoteca del protagonista, un Kim Rossi Stuart che regala una nuova notevole interpretazione cimentandosi anche con il dialetto meneghino.
Il film non e’ un agiografia di Vallanzasca, ma di certo gli perdona molte cose cose, anche troppe dato che si sarebbe parteggiato per lui come del resto si e’ parteggiato per il Mesrine di Nemico pubblico n. 1: figure che acquistano una loro dimensione epica, per quanto negativa, nel rifuggire dal mondo piccolo borghese a cui appartengono e nel seguire un loro codice d’onore ormai di altri tempi, vedi la battuta di Vallanzasca nell’intervista a Radio Popolare quando dice che non sente di avere nulla in comune con un ragazzino che spara in testa ad una vecchietta per un bottino ridicolo.
Ribadendo che i protagonisti sono negativi e non certo modelli da seguire, resta interessante il lavoro di meditazione storica che molti paesi europei portano avanti attraverso le figure dei grandi banditi che hanno rappresentato un fenomeno storico di ribellione al di fuori dalle ideologie politiche, in un mondo ormai completamente assorbito dal sistema mafioso.

Nuovomondo agli Oscar

Nuovomondoloca E’ ufficale, Nuovomondo e’ stato scelto come come rappresentante della cinematografia italiana agli Oscar.
Da una parte sono molto contenta, perche’ e’ un film che amo molto, sicuramente degno di rappresentarci al meglio, soprattutto se si pensa alle sceneggiate ridicole dello scorso anno, con la prima scelta, Private, rifiutata perche’ non recitata in italiano (dopo quell’increscioso caso la regola dovrebbe essere stata modificata) e il ripiegamento su un film decisamente mediocre, La bestia nel cuore
Durante la visione di Nuovomondo, mi chiedevo come sarebbe stato accolto in America questo film: Crialese ha una formazione americana e negli USA Respiro ebbe un grandissimo successo, piu’ che in Italia; pero’ mi chiedo, senza fare le solite allusioni al nuovo corso neocon degli States, una nazione stressata da anni di guerra, dal barcollare del suo status di “piu’ grande democrazia del mondo”, come accettera’ un film che crea un parallelo neppure troppo latente tra la selezione razziale degli emigrati e la filosofia nazista, analogia lampante nella scena delle donne alle docce?
Quest’anno l’Italia aveva buoni film da proporre all’Academy, oltre al film di Crialese (che ribadisco, a mio giudizio e’ il migliore): Romanzo criminale e Il Caimano, pellicole che sarebbero sicuramente piaciute agli americani che mi pare siano soliti selezionare e premiare i lavori che rimandano all’idea spesso folcloristica che hanno dello stato straniero, ad esempio non ho dubbi che sara’ selezionato e avra’ buone probabilita’ di vittoria Volver con quel richiamo al cinema degli anni cinquanta e l’omaggio alla Loren.
Io non so molto di come funzionino queste meccaniche ma quel che mi chiedo e’: se una statuetta puo’ aiutare ad attirare l’attenzione (o denari) sul nostro cinema che viene definito perennemente in crisi e’ piu’ giusto inviare il film migliore o seguire una strategia “d’interesse” e scegliere il lavoro (sempre piu’ che dignitoso!) che poteva piacere alla commissione?
E’ solo un dubbio: se Crialese vincera’ saro’ la prima a gioirne.

David di Donatello 2006

Il_caimano Il caimano e’ il miglior film dell’anno e si porta a casa anche la statuetta per la miglior regia e il miglior attore protagonista, mentre Romanzo criminale riceve ben 8 statuette e la Golino si conferma la miglior interprete femminile per La guerra di Mario: sembrerebbe un buon risultato che testimonia il lieve miglioramento dello stato del cinema italiano che nel 2005 si e’ dimostrato in ripresa, almeno a livelli di botteghino, ma la triste cerimonia di premiazione conferma che nulla si muove nelle stagnanti acque del nostro cinema.
Collocata in seconda serata, la cerimonia ha avuto inizio alle 00.45 per terminare alle 02,20, presentata da una Veronica Pivetti in versione vigile urbano: ha passato la maggior parte del tempo a indirizzare i premiati verso l’uscita o a chiamarli sul palco cercando di stringere al massimo i tempi; la affiancava Fabio Volo, latitante per tre quarti di spettacolo, non che se ne sentisse la mancanza (scusate, ma personalmente non capisco il senso dell’esistenza di quell’uomo) soprattutto quando ha “allietato” gli ultimi venti minuti di premiazione con il suo repertorio di battute da ragazzo normale che si trova li’ per caso.
L’ospite straniero era uno stranito Dolph Lundgren, ormai ridotto a un terzo del colossale Ivan Drago, che ha detto la battuta che l’ha consegnato alla storia del cinema, “Ti spiezzo in due” e se n’e’ andato; a parte questo, era inquietante assistere all’ingresso delle varie star premianti accompagnate da celebri colonne sonore: per un po’ ho cercato di cogliere il nesso tra il personaggio e la musica ma quando e’ entrata la Martinez sulle note di Fratello sole, sorella luna, ho desistito.
RomanzocriminaleL’omaggio ai tre grandi registi di cui nel 2006 cade il centenario (Rossellini, Soldati, Visconti) e’ stato altrettanto pietoso: spezzoni scelti a caso senza nemmeno una didascalia che ne identificasse il titolo: per Rossellini e’ stato scelto Germania anno zero e la Pivetti e’ riuscita a parlarne per qualche minuto con Lizzani senza che ne venisse mai pronunciato il titolo; ma il peggio del peggio si e’ toccato con i David del cinquantenario essendo giunti alla cinquantesima edizione del piu’ prestigioso premio del cinema italiano sono stati premiati illustri rappresentanti delle varie categorie cinematografiche: sono saliti sul palco personaggi del calibro di Ennio Morricone, Peppino Rotunno, Francesco Rosi, glorie del nostro cinema che sono state premiate da illustri figli d’arte (te pareva..): Jacopo Gassman presentato come attore (?) e regista (???) non e’ neppure arrivato a premiare Suso Cecchi d’ Amico per cui Silvio Orlando ha fatto partire una standing ovation (cosa che l’ha reso ancor piu’ meritevole del premio ricevuto).
Vabbe’, ma di che mi stupisco? nella manifestazione che consegna otto statuette a Romanzo Criminale, tra i premiatori c’era pure Giulio Andreotti!

Tutti i vincitori

I film italiani piu’ visti lo scorso anno

E’ uscita la classifica dei 10 film italiani piu’ visti  nel Bel Paese nel 2005: modestamente io ne ho visti solo due, quelli classificati all’ 8° e 9° posto, pur avendo visto circa una decina di film di produzione italiana.

La classifica e i relativi incassi

1 – Natale a Miami
14.887.265 euro

2 – La tigre e la neve
14.791.014 euro

3 – Manuale d’amore 14.015.379 euro

4 – Ti amo in tutte le lingue del mondo 10.439.973 euro

5 – Tu la conosci Claudia? 6.100.952 euro

6 – Melissa P.
5.999.716 euro

7 –
Christmas in Love
5.942.406 euro

8 – La bestia nel cuore
4.932.219 euro

9 – Romanzo criminale
4.822.864 euro

10 – Il mercante di Venezia
3.937.700 euro

Caravaggio e l’Europa

CatalogocaravaggioC’e’ pure La Madonna dei Pellegrini, quella che al Freddo pare fiera in Romanzo Criminale, tra le poche tele del maestro lombardo effettivamente presenti nella mostra dedicata al Caravaggio e ai caravaggeschi. Un allestimento che sfrutta il trend corrente delle mostre d’arte, quello di attirare il pubblico con un nome di richiamo nel titolo dell’evento e circondare le poche opere con un gran contorno di seguaci (la primavera scorsa la mostra pisana sul Cimabue presentava addirittura la sola diapositiva della Maestà di Cimabue che sta al Louvre).
Tra le anguste sale del Palazzo Reale di Milano la delusione e’ ancora piu’ palpabile perche’ per vedere una sezione di anonimi cavareggeschi bisogna pagare un supplemento di cinque euri e allora nel corpus principale dell’evento ti aspetti di trovare solo lui, il Caravaggio di cui si vantava la presenza di una trentina d’opere; invece dopo le prime due sale dove si affolla il pubblico stritolato tra i gruppi accompagnati dalla guida, inizia una sequela di epigoni e l’irritazione monta, almeno finche’ non scopri questa meraviglia

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Vanitas, Maestro del lume di candela


Caravaggio e l’Europa. Il movimento caravaggesco internazionale. Da Caravaggio a Mattia Preti – Dal 15/10/2005 al 6/02/2006
Palazzo Reale, Piazza Duomo 12, Milano

(dal 5 marzo al 9 luglio 2006 la mostra’ sara’ a Vienna)

Romanzo criminale

Romanzocriminale Quello che piu’ mi ha colpito in questo film e l’impianto romanzesco, la dimensione quasi epica dei protagonisti, personaggi per cui si sarebbe simpatizzato senza remore, se solo fossero appartenuti ad un’epoca piu’ remota. Soprattutto Il libanese ha il fascino del brigante (o del gangster anni ’30) che solo in una vita violenta puo’ trovare il riscatto di un’ esistenza, mentre Il freddo e’ un eroe romantico, dilaniato tra l’opportunita’ di un grande amore che potrebbe essere l’occasione di cambiar vita e il dovere di vendicare un amico che e’ stato tutta la sua famiglia. Il dandi no, non e’ un personaggio amabile: troppo pusillanime e disposto a scendere a patti con coloro che hanno permesso l’ascesa della banda, e’ in fondo il personaggio piu’ moderno dei tre, in grado di muoversi agilmente in un mondo dove la mala si mischia con l’alta finanza.
Alla sceneggiatura di ampio respiro, cosi’ inusuale per il cinema italiano contemporaneo, si unisce un cast in stato di grazia, rimarchevoli le prove dei protagonisti: Pierfrancesco Favino eccezionale nel portare sullo schermo la grinta ferina del libanese e Kim Rossi Stuart ottimo nella sua recitazione trattenuta, fatta di mezzi sorrisi: quando i due recitano insieme sono davvero notevoli.
Da menzionare anche il lavoro di ricostruzione storica di circa un quarto di secolo di storia italiana, perfettamente resa attraverso l’abbigliamento e un parco macchine ineccepibile.
I difetti del film stanno tutti nella regia, nelle pretese autoriali di Placido: anche la scelta di inserire i filmati d’epoca diventa ridondante: se gli spezzoni del rapimento Moro avevano una loro ragione d’essere sul grande schermo, per la strage di Bologna ho trovato molto piu’ commovente il dettaglio dell’orologio, ormai simbolo di quel tragico fatto, mentre erano del tutto pleonastiche le immagini dell’attentato a Giovanni Paolo II e della vittoria ai mondiali ‘82: il compito di scandire il tempo poteva essere sopperito anche dalle notizie date radiofonicamente.
Discutibile anche la decisione di caratterizzare l’anonimo burattinaio di tutte le vicende con i tratti fisici di Andreotti, la gobba, le orecchie a sventola e la testa incassata nelle spalle: lo spettatore si distrae dalle vicende piu’ importanti per cercare di capire se si tratta veramente dell’onorevole, risulta molto piu’ inquietante la figura del suo portaborse, l’ambiguo Carenza magistralmente interpretato da GianMarco Tognazzi.
Il regista giustifica la preferenza dell’uso di campi e controcampi come una necessita’ tecnica per non eccedere in ricostruzioni e come un omaggio a Sergio Leone, pero’ girare il 95% del film con questa tecnica rischia di banalizzare il film, facendolo scadere piu’ nella noia che nel doveroso citazionismo!
Altro referente di Placido e’ tutto il gangster movie americano, (la villa del libanese riprende quella dello Scarface di De Palma), mentre se si fosse ispirato maggiormente ai poliziotteschi italiani anni ’70 il film avrebbe sicuramente guadagnato in compattezza e tensione, soprattutto se si fosse indugiato in qualche dettaglio piu’ truculento: per essere un film sulla malavita il sangue latitava un po’.