L’appartamento

The Apartment
USA 1960, UA
con Jack Lemmon, Shirley MacLaine, Fred MacMurray, Ray Walston, Jack Kruschen, David Lewis, Hope Holiday, Joan Shawlee, Naomi Stevens, Johnny Seven, Willard Waterman, David White, Edie Adams, Joyce Jameson
regia di Billy Wilder

Screenshot

Impiegato in un’enorme azienda assicurativa, lo scapolo C.C. Baxter presta il suo appartamento ai dirigenti con l’amante ottenendo in cambio scatti di carriera e arrivando anche a prestarlo al grande capo Sheldrake. Quello che non sa è che l’amante di Sheldrake è la bella ascensorista Fran Kubelik di cui Baxter è segretamente innamorato…

Vincitore di cinque premi Oscar su 10 candidature, L’appartamento è una delle zampate più taglienti che Wilder lancia al way of life americano.

L’idea del film nasce da un personaggio secondario del film romantico inglese Breve Incontro che presta (inconsapevolmente) la casa ai due amanti clandestini.

Billy Wilder ha la geniale idea di raccontare la storia di un mediocre impiegato che fa carriera prestando la casa ai dirigenti dell’agenzia di assicurazioni per cui lavora.
“Cicci bello” Baxter è un personaggio laido ma Wilder riesce a renderlo simpatico dandogli la faccia bonaria di Jack Lemmon e mostrandocelo quasi vittima degli eventi nelle notti passate all’addiaccio in attesa che il superiore finisca il suo festino.
A parte il medico vicino di casa che lo considera un ipersessuale, in ufficio tutti lo considerano un sempliciotto anche se nel giro di un anno Baxter arriva ai vertici dell’azienda.

Opposta alla figura di Baxter c’è quella di Fran, l’ascensorista. La ragazza ha avuto una relazione con Sheldrake ma l’ha interrotta conscia che l’uomo non avrebbe mai lasciato la moglie. Sheldrake la corteggia nuovamente pur conoscendo i suoi sentimenti e sapendo di non corrisponderli.
Tra un affittacamere per interesse e una serie di maschi sempre in cerca di avventure, l’unica la cui reputazione è a rischio è Fran, che ha la sola colpa di essersi innamorata di un uomo sposato.

Solo in un secondo tempo Baxter scopre che l’amante di Sheldrake è la ragazza di cui è innamorato e l’elemento scelto per la rivelazione è uno specchio rotto. Wilder è anche un grande maestro del noir e scegliere uno specchio da sempre simbolo di doppiezza nel cinema, per giunta rotto dona un tocco dark al film: la visione frammentata e distorta di sé che tanto piace a Fran è un’anticipazione del suo futuro insano gesto.

Memore della lezione lubitschiana, Wilder sceglie il periodo natalizio per mettere in scena il momento clou della storia: il periodo più scintillante dell’anno è una tortura per chi è solo, così ecco lo squallido appuntamento prenatalizio tra Sheldrake e Fran con l’uomo che regala 100 dollari alla ragazza perché non ha potuto comprarle un regalo per non destare sospetti, umiliandola al punto che Fran tenta il suicidio e Baxter da affittacamere si trova a fare da infermiere all’amante del capo.

La feroce critica al capitalismo si manifesta anche nella scenografia: i futuristici uffici della società d’assicurazione sono luoghi freddi dove l’essere umano dà il peggio di sé: arrivismo, sesso fine a se stesso. L’appartamento di Baxter dal gusto retrò molto old America è invece il luogo delle confidenze e delle intimità dove anche un mediocre come Baxter può trovare il coraggio di diventare mensch.

Fedora

USA 1978
con William Holden, Marthe Keller, José Ferrer, Hildegarde Knef, Frances Sternhagen, Mario Adorf, Michael York, Stephen Collins, Henry Fonda, Arlene Francis
regia di Billy Wilder



Fedora


Quando Fedora, diva del cinema che sembra sfidare il tempo, si suicida buttandosi sotto il treno, il produttore Barry Detweiler che l’aveva ricontattata poto tempo prima per proporle un film che rileggeva Anna Karenina, si chiede se il suo tentativo di far tornare la diva sullo schermo non sia la causa del suicidio ma il giorno della veglia funebre scoprirà tutti i misteri che si celano dietro il personaggio di Fedora…

Fedora


Quasi trent’anni dopo Viale del Tramonto, Billy Wilder, al suo penultimo film, torna ad indagare i misteri e le follie del divismo hollywoodiano in un film speculare al precedente capolavoro: Norma Desmond era una sopravvissuta al suo tempo la cui follia nasceva dal non volersi rassegnare all’essere dimenticata, Fedora e la figlia Antonia hanno sacrificato tutto al mito intramontabile della diva: la madre è vittima del tentativo forsennato di mantenere la leggendaria bellezza che la riduce su una sedia a rotella, la figlia che ha avuto un rapporto ambivalente con la madre, interpretandola per gioco, solo per ricevere l’Oscar alla carriera, finisce per diventare a sua volta schiava del personaggio che nell’infanzia le ha rubato la madre e ora le ruba l’amore dell’attore Michael York a cui non può confessare di essere coetanea, scivolando lentamente nella pazzia.



-Fedora


La pellicola non risparmia sarcastiche batture sulle nuove correnti cinematografiche, dal neorealismo al free cinema, è il testamento di Billy Wilder che ha molto in comune con il film testamento di Vincente Minnelli, Nina: rimpianto del bel tempo andato e una figura femminile misteriosa e sopra le righe su cui verte la storia: del resto è stato il cinema il primo mezzo a esaltare lavorativamente la figura femminile, addirittura più degli uomini anche se il prezzo di questa gloria spesso è stato altissimo, tanto da rendere credibili queste opere che vertono sulla follia della gloria perduta.
Il legame con Viale del tramonto è rimarcato dalla scelta dello stesso protagonista, William Holden e il film prende inizio dalla sua voce off che racconta i flash back precedenti alla sua morte nel capolavoro del 1950 e a quello di Fedora nell’omonimo film del 1978.



Fedora


Sicuramente più imperfetto del film del 1950, Fedora ha un fascino più sulfureo: sono passati trent’anni anche per il regista che con la lucidità che lo contraddistingue riconosce non solo la fine imminente della sua carriera ma la morte del cinema classico, non per nulla la seconda parte del film si svolge nella cappella dove è esposto il corpo della diva: attraverso le imposizioni drastiche della contessa Sobryanski (la vera Fedora) Wilder celebra il funerale del cinema a cui è appartenuto ricordando che l’uscita di scena è la parte più importante della recitazione, quindi Fedora è un atto d’amore per il cinema classico, sardonico come il regista in questione.
Da notare che il ritratto che rappresenterebbe la contessa Sobryanski è un’elaborazione di Sogni di Vittorio Matteo Corcos: penso basti il titolo a sottolineare il legame con “la fabbrica dei sogni” del cinema.

Baciami, stupido

Kiss Me, Stupid
USA 1964, UA
con Dean Martin, Kim Novak, Ray Walston, Felicia Farr, Cliff Osmond, Doro Merande, Barbara Pepper, Tom Nolan, Skip Ward, Alice Pearce
regia di Billy Wilder



KissMe Stupid


A  Climax, piccolo paesino del Nevada, due compositori dilettanti, l’insegnante di musica Orville J. Spooner e il benzinaio Barney Millsap sognano di diventare ricchi vendendo le loro canzoni. L’occasione d’oro arriva quando alla stazione di servizio si ferma il celebre cantante Dino, Barney gli manometter l’auto per costringerlo a fermarsi una notte in citta, ospite di Orville. Orville però è gelosissimo della bella moglie Zelda e Dino è un noto sciupafemmine, Barney suggerisce all’amico di litigare con la moglie perché lasci la casa e far arrivare al suo posto Polly la Bomba, la più bella cameriera del bar più malfamato della città perché si presti alle voglie di Dino. Il piano pare funzionare fino a quando Zelda non torna a casa e scopre lo scambio…



Kissme stupid


Tratto da una commedia italiana, L’ora della fantasia di Anna Bonacci già adattata per il grande schermo da Camerini nel 1952 (Moglie per una notte), Baciami stupido fu un grande flop sia di critica che al botteghino visto il cinico disvelamento dei costumi operato dal caustico regista viennese.
La formula è quella classica della pochade con lo scambio delle parti ma l’analisi del way of life americano è così spietatamente sincero che il pubblico e la critica non furono in grado di accettarli.
Le battute fulminanti dei dialoghi, soprattutto tra Barney e Orville riguardano il denaro, il conto in banca dei più celebri compositori, il denaro che spegnerebbe la gelosia di Orville, dettato da un senso d’inferiorità verso la moglie, la più bella ragazza della cittadina.
Per afferrare il successo Barney e Orville sono disposti a tutto soprattutto quando l’occasione si concretizza nella presenza fortuita del celebre cantante interpretato da Dean Martin che fa il verso a sé stesso: Las Vegas, belle donne, alcol e battute su Sinatra e gli altri componenti del Rat Pack.
Nonostante sia il loro quinto anniversario di matrimonio, Orville fa di tutto per litigare con la moglie per spedirla a casa dei genitori e mettere al sicuro la sua virtù dalle brame di Dino, soprattutto dopo aver scoperto che Zelda prima del matrimonio guidava il fan club locale del cantante.
Buttata fuori la moglie arriva Polly, cameriera o meglio prostituta de L’ombelico, un localaccio alle porte della città dove le cameriere servono seminude con un diamante nell’ombelico. Polly è la ragazza di punta del locale, vive in una roulotte dietro al bar con un pappagallo che guarda western tutto il giorno dopo che il suo promesso sposo l’ha piantata lì rubandole l’auto.



Baciami stupido


E’ la classica prostituta dal cuore d’oro con ambizioni piccolo borghesi frustrate da un amante sbagliato, da subito dimostra un grande interesse per Orville, organista della parrocchia, firmatario di una petizione che vorrebbe far chiudere il locale in cui lavora la ragazza di cui però non esita a servirsi per ottenere i suoi scopi. Polly invece è piuttosto disgustata da Dino e il suo fare da play boy ma è disposta a svolgere il suo compito per aiutare Orville che però viene colto da un’impeto di gelosia anche per la moglie fasulla e caccia Dino che si rifugia all’Ombelico dove è andata a sbronzarsi anche Zelda e succederà l’irreparabile che Orville voleva evitare.
L’inaspettato impeto di gelosia di Orville ne sottolinea ulteriormente la mentalità borghese: non è tanto di Zelda che è geloso quanto dell’istituzione matrimoniale, non importa chi sia la persona che gli appartiene, anche solo per un vincolo fasullo.
Zelda dal canto suo è ubriaca e dorme nella roulotte di Polly e Dino la scambia per la bellezza del locale, lasciandole cinquecento dollari prima di andarsene. L’immagine esplicita del pagamento per giunta a una donna sposata dev’essere stata uno shock per l’America puritana dei primi anni ’60.
Molto più elastica la figura della bella mogliettina che sfrutta l’occasione per liberarsi della gelosia di Orville ma prima rende i 500 dollari a Polly, più che per integrità viene da pensare per eliminare una rivale ora che il marito è un compositore di successo dato che Dino alla fine, ottenuto quel che cercava, ha comprato la canzone tormentone del film Listen to me, Sophia.



Baciami stupido


Il film è condito da numerose battute e citazioni metacinematografiche, titoli di film inseriti qua e là, la parodia della scena del pompelmo tratta da Nemico Pubblico con James Cagney che nel film del ’31 metteva a posto l’amante spremendole mezzo pompelmo sul volto, cosa che Barney suggerisce a Orville che ovviamente non trova mai l’occasione e finisce per fare una spremuta al reverendo venuto per la petizione, poi nonostante le immagini del western al televisore siano poco riconoscibili, mi piace pensare che siano scene da Un Dollaro d’onore, la migliore interpretazione di Dean Martin.
Il cast pensato originariamente per la pellicola è stato cambiato: Peter Seller doveva essere Orville ma abbandonò il film per problemi al cuore, esistono foto del set con l’attore che indossa il maglione con la faccia di Beethoven, Marilyn avrebbe dovuto essere Polly e Kim Novak la omaggia molto bene, pare che Sinatra avrebbe dovuto avere il ruolo di Dean Martin e Shirley McLaine quello di Felicia Farr.

La signora di mezzanotte

Midnight
Usa 1939 Columbia
con Claudette Colbert, Don Ameche, John Barrymore, Francis Lederer, Mary Astor, Hedda Hopper, Rex O’Malley, Armand Kaliz, Monty Woolley, Elaine Barrie
regia di Mitchell Leisen



LaSignoraDiMezzanotte


La ballerina americana Eve Peabody, in trasferta europea con la speranza di fare un ricco matrimonio, arriva a Parigi su un vagone di terza classe vestita solo del suo abito da sera dopo aver perso tutto a Montecarlo. La aiuta Tibor Czerny, tassista di origini ungheresi che la scarrozza tutta la sera per i locali notturni in cerca di lavoro, quando Tibor si offre di ospitarla per la notte, la ragazza si dilegua e riesce a intrufolarsi in una festa del jet set. Viene subito sgamata da un divertito signore, Georges Flammarion che la ingaggia per far innamorare l’amante della moglie, Jacques Picot. Il piano riesce ma il tassista, che ha scoperto tutto, si finge il marito della baronessa ungherese per cui si spaccia Eve..




Midnight


Divertente commedia sofisticata che gioca sulla fiaba di Cenerentola: “tutte le Cenerentole hanno la loro mezzanotte”, dice la pratica Eve a Flammarion. Il romanticismo si trasforma in cinismo, del resto c’è Billy Wilder alla sceneggiatura, trasformando la favola in un caleidoscopio di falsità dove nessuno è chi sostiene di essere e Tibor e Eve finiranno per divorziare prima ancora di sposarsi.




La signora di mezzanotte


Battute fulminanti, situazioni surreali, un cast di prim’ordine dove spicca un divertito John Barrymore a cui basta lo sguardo sardonico per sottolineare i tentativi degli altri interpreti di fingersi ciò che non sono: la moglie che finge di non essere innamorata del play boy Picot, quest’ultimo che si dice pronto al matrimonio con Eve e quest’ultima che si finge una baronessa ungherese usando il nome del tassista, che pare avere qualche lontana parentela con l’aristocrazia ungherese, forse unica cosa vera nel delirio di falsi ruoli in cui si trasforma la commedia sofisticata sul finire degli anni’30 come evoluzione del rapporto poveri versus ricchi o nobili, se europei.

La moglie del vescovo

The Bishop’s wife
USA 1947
con Cary Grant, Loretta Young, David Niven, Monty Woolley, James Gleason, Gladys Cooper, Elsa Lanchester
regia di Henry Koster



Cary and the bishop's wife


Il giovane vescovo Henry Brougham è talmente preso dal progetto della nuova cattedrale che deve difendere dalle manie di protagonismo della ricca signora Hamilton, da trascurare la moglie e la figlioletta, a soccorrerlo arriva un aiuto celeste, l’angelo Dudley che rischia però di innamorarsi dell’adorabile Julia, la moglie del vescovo.




The bishop's wife jpeg


Classico film natalizio con un inedito Cary Grant in vesti angeliche: leggenda vuole che il divo odiasse il ruolo e spesso fosse sul punto di abbandonare le riprese, di certo questo non traspare e Cary Grant resta sempre inarrivabile per fascino e classe anche quando suona l’arpa. La sua eleganza, la vena melanconica e l’estremo interesse per il genere umano mi hanno fatto pensare a Bruno Ganz ne Il cielo sopra Berlino.
Il film ha comunque delle debolezze dovute anche a rimaneggiamenti di sceneggiatura a cui partecipò anche Billy Wilder dopo il cambio di regia che passò da William A. Seiter a Henry Koster, entrambi onesti artigiani e non certo autori di prima grandezza, anche se Koster dimostrerà tutta la sua abilità nella commedia fantasy qualche anno dopo, nel 1950 con Harvey, la storia del coniglio invisibile.




Bishop'swife


La moglie del vescovo, che riprende un po’ il tema de La vita è meravigliosa, non ebbe successo al botteghino così si puntò tutto su Cary Grant con una fascetta che diceva “hai sentito di Cary e della moglie del vescovo?” e il film fu rieditato come Cary and the Bishop’s wife.




Lamogliedelvescovo


La forza della pellicola sta comunque negli attori: davvero adorabile Loretta Young, della sua Julia si potrebbe davvero innamorare anche un angelo, tanto è trasparente e disponibile con gli altri e David Niven conferma il suo talento per la commedia nella scena della sedia che non si stacca; di spessore anche i caratteristi che interpretano il tassista Sylvester e il professor Wutheridge, vecchio amico dei Brougham.




Lamogliedelvescovo


Il film è l’ultimo lavoro del direttore della fotografia Gregg Toland “il papà” della profondità di campo per cui creò delle innovazioni tecniche per Quarto Potere e anche La moglie del vescovo presenta una ricchezza nella composizione che reca innegabilmente la sua firma.

Frantz

1919, il francese Adrien si reca in Germania a visitare la tomba del giovane Frantz, caduto al fronte; i famigliari del ragazzo, incuriositi dall’insolita presenza incontrano Adrien che dice di essere un amico di Frantz di prima della guerra, di quando il giovane tedesco studiava a Parigi. Il legame tra gli Hoffmeister e Adrien si fa molto stretto anche se il giovane francese non è ben visto in città.
Un giorno Adrien decide di rivelare la verità ad Anna, la fidanzata di Frantz che vive con gli Hoffmeister: non è un amico di Frantz ma ha avuto un ruolo ben più drammatico nella vita del suo fidanzato. Anna fa credere ad Adrien di aver rivelato la sua vera identità agli Hoffmeister, invece continua ad illuderli con la menzogna dell’amicizia franco tedesca, intanto si scopre innamorata del francese che è tornato a Parigi. Su consiglio degli Hoffmeister, la ragazza parte e va a cercare Adrien ma quando lo ritrova non avrà a sua volta la forza di rivelare il motivo del suo viaggio..

Frantz

Ero molto curiosa di vedere l’ultima fatica di François Ozon, ispirata a L’uomo che ho ucciso di Ernst Lubitsch: non si può definire un remake perché il regista francese segue fedelmente, anche nella costruzione delle scene, il lavoro di Lubitsch e la pièce di Ronstand fino a metà film e poi decide sviluppare la trama in modo autonomo.
Parafrasando la celebre scritta che campeggiava nell’ufficio di Billy Wilder “cosa avrebbe fatto Lubitsch?” Ozon decide seguire il motto “cosa non avrebbe fatto Lubitsch”, nel bene e nel male.
Nel bene perché il regista francese non prova neanche ad imitare il celebre Lubitsch touch e sviluppa alcuni punti che oggi risultano poco credibili della pellicola lubitschiana e cioè l’accettazione quasi repentina dell’amore per l’assassino del fidanzato che Elsa fa in nome della serenità degli Holderlin mentre Anna impiega molto tempo ad accettare il sentimento per Adrien.
Mi è piaciuta anche la scelta di eliminare il prologo in Francia e iniziare il film con l’arrivo di Adrien in Germania: L’uomo che ho ucciso è un film pochissimo conosciuto quindi la gran parte degli spettatori s’identifica con lo shock di Anna quando scopre la vera identità del francese.
Molto interessante la scelta di mischiare l’uso del bianco e nero e del colore: al bianco e nero è riservato il grigiore e la desolazione della vita di un immediato dopoguerra con il suo peso quotidiano di dolore da affrontare, al colore spetta la dimensione del sogno, la serenità dell’illusione. Gli stacchi non sono improvvisi ma sfumati da un sapiente gioco di (de)saturazione.
Frantz indaga e aggiorna il tema del perdono, dell’accettazione del diverso, tema attualissimo ma quando inizia la seconda parte speculare alla prima con Anna che va in Francia e riveste il ruolo di straniera, si ripresenta la scena della confessione de L’uomo che ho ucciso e mentre lo spirito di anarchico e pacifista di Lubitsch aveva il coraggio di far rifiutare l’assoluzione a Paul, per Anna il discorso della colpa relativa di Adrien per ché ha ucciso un uomo in tempo di guerra è determinante per accettare il nuovo sentimento. Questa per me è la nota veramente dolente della pellicola: mi urta che nel nuovo millennio in cui guardiamo con sufficienza al passato, si sia poi più conservatori ed omologati che nel 1932 ma del resto tutta la ricerca di Anna ha dei risvolti molto banali e ovvi: Adrien è un ricco castellano perché il mito del principe azzurro anche se fragile è intramontabile, e Fanny, la fidanzata che pure è gentile, comprensiva e coraggiosa è ovviamente molto più brutta di Anna perché il cliché fiabesco della beltà dell’eroina deve continuare ad imperare.

L’asso nella manica

L'assonellamanica Ace in the Hole
Usa 1951 Paramount
con Kirk Douglas, Jan Sterling, Robert Arthur, Porter Hall
regia di Billy Wilder

Il giornalista Charles Tatum, beone e fallito cerca di rilanciare la sua carriera in un piccolo giornale di Albuquerque e dopo un anno di attesa ci riesce incappando nell’incidente di Leo Minosa, rimasto intrappolato nel crollo di una grotta dove si era infilato per depredare manufatti indiani. Basterebbero meno di 24 ore per estrarre Minosa ma Tatum vuole sfruttare il caso fino all’ultimo e così, con la complicità dello sceriffo corrotto prossimo alla rielezione, fa perforare la montagna dall’alto e prolunga il salvataggio di una settimana trasformando l’attesa in un grottesco spettacolo ma Leo Minosa muore quando la perforatrice lo ha quasi raggiunto.

Tra le perle della produzione di Billy Wilder questa pellicola è la meno nota, stroncata inizialmente dalla critica perché un film troppo in anticipo sui tempi. La sua valenza anticipatrice poi è così impattante che passano in secondo piano le scelte stilistiche del regista che lavora molto sui piani sequenza, in una scena iniziale, quando Tatum è stato appena assunto nel giornale, Wilder usa lo stesso espediente di Hitchcock in Nodo alla gola (1948) facendo terminare il carrello sulla camicia scura del protagonista per riprendere poi dallo stesso punto un nuovo piano sequenza pur facendo capire dai dialoghi che c’è stato un salto temporale di un anno.
Il percorso iniziale nella caverna riprende i chiaroscuri del cinema espressionista tedesco, è quasi un viaggio nell’anima nera di Tatum per vedere fin dove il cinico giornalista si saprà spingere e nel delirio finale Charles Tatum arriva addirittura a confessare di aver prolungato l’agonia di Minosa solo per continuare lo scoop giornalistico, non certo per redimersi.
Aceinthehole Il film è sostenuto dalla grande prova attoriale di Kirk Douglas, che sa essere mellifuo (Minosa morirà convinto che Tatum sia il suo migliore amico) cinico o spietato secondo l’occorrenza.
Non è solo Tatum ad essere una figura mefistofelica, per il suo scoop ha la fortuna di poter contare su diversi loschi figuri, lo sceriffo corrotto a cui serve la pubblicità mediatica per essere rieletto, Lorraine, l’avida moglie di Minosa, che copre il gioco del giornalista per i notevoli incassi che la notizia sta portando al povero emporio di famiglia. La donna da sempre vuole fuggire dal nulla del deserto e vede in Tatum un compagno ideale ma il giornalista la rifiuta per costringerla a interpretare il ruolo di moglie affranta che ha disegnato per lei negli articoli e la donna finirà per accoltellarlo con un paio di forbici.
Poi c’è il pubblico, la massa attirata dalla curiosità per la tragedia, così gonza da farsi spennare per un souvenir, un panino o uno spettacolo canoro per ingannare l’attesa. Il film è stato girato nel 1951 quando in Italia non c’era ancora la televisione e se vogliamo fare un po’ di date riferite al nostro Paese, L’asso nella manica esce esattamente trent’anni prima della tragedia di Vermicino di cui in questi giorni ricorre l’anniversario ma i turisti in gita sui luoghi dei delitti in Italia sono diventati un caso solo con il delitto Scazzi e il ristorante che si fa pubblicità con la vista sui resti della Concordia risale allo scorso anno; per le foto accanto alle macchine bruciate nella rivolta dei blackbloc dello scorso maggio abbiamo aspettato l’avvento di istagram eppure tutti questi elementi sono già ben delineati nella profetica visione del mondo mediatico di Billy Wilder e anche oggi, rivisti dallo spettatore più scafato, sono ancora un pugno dello stomaco per la lucidità di descrizione che non contiene giudizio ma si limita a rappresentare senza filtri la complessità dell’animo umano anche in un apologo amaro come questo.

Auguri a Kim Novak

KimNovak

Ottant’anni per una bellezza mozzafiato di Hollywood, dalla carriera piuttosto breve ma protagonista di uno dei più celebri capolavori di Hitchcock La donna che visse due volte.
Marylin Pauline Novak nasce a Chicago il 13 febbraio 1933. Esordisce come modella e in poco tempo arriva a Los Angeles. Il primo ruolo cinematografico è una comparsata senza battute e non accreditata ne La linea francese ma tanto basta a farla notare dalla Columbia che la assume.

L'uomodalbracciod'oro

Nel 1954 sostituisce Rita Hayworth in Criminale di turno un film noir diretto da Richard Quine e comincia una carriera che sembra inarrestabile. Tra i film del 1955 vanno ricordati Picnic accanto a William Holden in cui la Novak interpreta Madge Owens, la bella del paese divorata dall’insicurezza di essere stupida: e chi di noi non si riconosce nella “solitudine dei belli” portata in scena dal regista Joshua Logan?
Sempre nel 1955 è accanto a Frank Sinatra ne L’uomo dal braccio d’oro; la pellicola, diretta da Otto Preminger, vanta due primati: la prima partitura jazz scritta appositamente per una colonna sonora e soprattutto si tratta del primo film prodotto da una major che parla esplicitamente di tossicodipendenza (il tema era interdetto dal Codice Hays).
Nel 1957, sempre accanto a Sinatra l’attrice si cimenta nel musical con Pal Joey, dove interpreta una ballerina di fila che fa innamorare il cantante che per lei rinuncia alla carriera offertagli dalla miliardaria Rita Hayworth. Date le scarse abilità della Novak e di Sinatra i numeri di ballo sono molto limitati ma alcune canzoni sono passate alla storia ad esempio la celeberrima The lady is a tramp.
Nel 1958 il ruolo che la pone nell’olimpo della storia del cinema: La donna che visse due volte, il capolavoro di Hitchcock che nell’ultima classifica dei film più belli della storia del cinema è riuscito a rubare l’eterno primato di Quarto potere. Kim Novak fu scelta in sostituzione di Vera Miles che era incinta e il suo rapporto con Hich non fu idilliaco infatti non lavorarono più insieme anche se l’attrice incarnava perfettamente la bionda glaciale amata dal regista.

Vertigo-strega

Lavora ancora con James Stewart nel film seguente sempre del ‘58, Una strega in paradiso dove la Novak è bellissima e incanta il pubblico cantando una nenia con in braccio il gatto Cagliostro. Per amore però la strega rinuncerà ai suoi poteri magici. Dirige Richard Quine che sceglie l’attrice anche per il film del 1960 Noi due sconosciuti, uno studio sull’adulterio nell’America perbenista di quegli anni; il protagonista maschile è Kirk Douglas. Il sodalizio (anche sentimentale) con il regista Richard Quine continua anche nel 1962 con il giallorosa L’affittacamere interpretato anche da Jack Lemmon.

Baciamistupido

Nel 1964 arriva l’ultimo capolavoro girato da Kim Novak per la regia di Billy Wilder, Baciami stupido. L’attrice è la prostituta Polly che un compositore geloso fa passare per la propria moglie al fine di buttarla tra le braccia di un cantante donnaiolo (Dean Martin) con cui vuole collaborare. Gli equivoci e la gelosia faranno in modo che il temuto tradimento avverrà con la vera moglie del compositore ma al solito l’importante è che tutti abbiano il proprio tornaconto e il cinico lieto fine può trionfare.
Dal 1965 Kim Novak inanella una serie di flop al botteghino (Le avventure e gli amori di Moll Flanders, Quando muore una stella) che pongono bruscamente fine alla sua carriera, le apparizioni cinematografiche sono sempre più rare mentre la reclama la televisione, ricordiamo la lunga partecipazione a Falcon Crest.
Dal 1976 l’attrice si è sposata per la seconda volta con un medico veterinario e vive in un ranch in Oregon.

20 anni senza Audrey Hepburn

Audreyhepburn Se ne andava venti anni fa Audrey Hepburn, icona di stile che in questi anni ha visto levitare il suo mito superando quasi quello di Marilyn. Mi diverte molto che la idolatrino ragazzine dalle sopracciglia (orrendamente) depilate e dalle unghie perfette mentre la loro beniamina aveva delle sopracciglia folte e per quanto riguarda le unghie mi è sempre rimasto impresso l’aneddoto raccontano da Isabella Rossellini nella sua autobiografia del 1997 in cui descrive la diva con le unghie listate di nero ma non per questo meno charmant.
Abbandono la mia indebita incursione nella moda a e torno al cinema.
Audrey Kathleen Ruston nasce a Bruxelles il 4 maggio 1929, il padre è inglese mentre la madre è un’aristocaratica olandese. Wikipedia risolve le curiosità sull’omonimia di Audrey e Kate Hepburn alludendo a una propabile medesima discendenza dal quarto Conte di Bothwell, James Hepburn.
Il divorzio dei genitori porta Audrey a vivere a Arnhem, cittadina olandese che subisce l’invasione nazista. Audrey Hepburn ha sempre giustificato la sua magrezza con la fame patiti nei duri anni sotto il dominio nazista.
Di certo anche la disciplina dovuta agli studi di danza regalano alla diva la linea invidiavibile che sarà una caratteristica della sua carriera.
Il debutto cinematografico avviene nel 1948 in un documentario educativo (L’olandese in 7 lezioni); nonostante alcune particine in produzioni cinematografiche britanniche, è il lavoro nel musical teatrale tratto da Gigi di Colette (che la scelse personalmente per il ruolo di protagonista) a portarla nel 1951 in tournee a Broadway dove vince il Theatre World Award.
Nel 1952 incanta regista (William Wyler) e produzione nel provino di Vacanze romane per il cui ruolo principale si era pensato a Liz Taylor. Gregory Peck chiede che il nome della sconosciuta attrice sia messo in cima al cartellone perchè si dice certo che la giovane Audrey vincerà l’Oscar. Per Vacanze romane, forse il suo ruolo più signifivo, la Hepburn vince non solo l’Oscar ma anche diversi altri importanti premi.
Per regia di Billy Wilder nel 1954 l’attrice gira Sabrina altro monumentale film che la pone nell’olimpo cinematografico.

Vacanzeromane:sabrina

Colazionedatiffany Nel 1956 è Natasha Rostova in Guerra e Pace il kolossal tratto dal classico di Tolstoy diretto da King Vidor; nel ’57 sfoggia il suo talento di ballerina accanto a Fred Astaire in Cenerentola a Parigi ed è la giovane sognatrice che fa innamorare il vecchio playboy Gary Cooper in Arianna ancora per la regia di Billy Wilder. Nel 1959 la prima prova drammatica della carriera che le vale la terza nomination agli Oscar, il secondo BAFTA e un David di Donatello, Storia di una monaca diretto da Fred Zinnemann.
Nel 1960 vesti i panni di una mezzosangue indiana nel western di John Huston Gli inesorabili.
Nel 1961 il terzo film pilastro della sua carriera: Colazione da Tiffany dove interpeta la sofisticata e svampita Holly Golightly e incanta tutti cantando Moon river guadagnandosi una quarta nomination agli Oscar.
Nel 1962 gira un film dai toni molto scabrosi per l’epoca, trattando il tema del lesbismo, Quelle due. A dirigerla e’ nuovamente il regista di Vacanze romane, William Wyler che gira il remake de La calunnia diretto dal medesimo regista nel 1936. Accanto a Audrey Hepburn c’e Shirley MacLaine nei panni dell’insegnante effettivamente innamorata dell’amica che dopo l’insinuazione della studentessa si suicida.
Nel ’63 è protagonista accanto a Cary Grant di Sciarada, raffinata commedia giallo rosa diretta da Stanley Donen.
Nel 1964 Audrey Hepburn interpreta il lussuoso musical firmato da George Cukor, My fair lady ispirato all’opera Pigmalione di George Bernard Shaw.
Nel 1966 gira Come rubare un milione di dollari e vivere felici accanto a Peter O’Toole e Eli Wallach, l’ultima commedia diretta da William Wyler, il regista che l’aveva lanciata in Vacanze romane.


Dueperlastrada-robinemarian

Sempre per la regia di Stanley Donen nel 1967 è Joanna Wallace, una donna in crisi con il marito che compie un ultimo viaggio con lui e rievocando i bei tempi del loro amore ritrova la forza per ricominciare. Due per la strada resta una delle pellicole più interessanti sull’analisi del rapporto di coppia e valse una nuova nomination agli Oscar alla Hepburn. Nello stesso periodo l’attrice si separa dal marito, l’attore Mel Ferrer che aveva sposato nel 1954. Il dramma personale si consuma durante la lavorazione del thriller, prodotto dallo stesso Ferrer, Gli occhi della notte, in cui Audery Hepburn interpeta una donna cieca venuta accidentalmente in possesso di una partita di droga. Il film è diretto da Terence Young.
Dopo il ‘67 Audrey Hepbur dirada le sue apparizioni cinematografiche preferendo dedicarsi alla nuova famiglia formata con lo psichiatra italiano Andrea Dotti; da segnalare però il film girato nel 1976 accanto a Sean Connery per la regia di Richard Lester: Robin e Marian racconta le ultime avventure di Robin Hood a vent’anni di distanza dalle sue gloriose imprese. Tornato dalle Crociate ritrova Marian che si è fatta suora, stanco di aspettarlo mentre lo sceriffo di Nottingham continua a vessare il popolo.
L’ultima apparizione dell’attrice sul grande schermo risale al 1989 con un cameo in Always di Spielberg.
Finito anche il matrimonio con Dotti nel 1982, Audrey Hepburn si dedica a opere benefiche soprattutto a favore dei bambini per conto dell’UNICEF. Si spegne il 20 gennaio 1993, a soli 64 anni per un cancro intestinale.

Elsa Lanchester

ElsaLanchester 110 anni fa, il 28 ottobre 1902 nasceva a Londra Elsa Lanchester, al secolo Elizabeth Sullivan. A dieci anni la bambina, che manifesta interesse per la danza prende lezioni a Parigi, alla scuola di Isadora Duncan fino al 1914 quando la Prima Guerra Mondiale la riporta a Londra.
Il debutto come ballerina avviene nel 1920 mentre quello di attrice teatrale è del 1922. Il debutto ufficiale su grande schermo in One of the Best risale al 1927, in quello stesso anno conosce un attore che sposerà due anni dopo, Charles Laughton. Benché Laughton sia omosessuale i due resteranno sposati fino alla morte di lui avvenuta nel 1962.
La coppia si trasferisce a Hollywood e Elsa Lanchester interpreta Anna di Clèves ne Le sei mogli di Enrico VIII (1933) di Alexander Korda che ha per protagonista Charles Laughton.

La moglie di frankenstein

Nel 1935 arriva per la Lanchester il ruolo che segna indelebilmente la sua carriera, viene scelta per interpretare La moglie di Frankenstein, geniale sequel di Frankenstein (1931) diretto sempre da James Whale.
Il film si apre con un prologo in cui Mary Shelley, sempre interpretata da Elsa Lanchester, narra l’ipotetico seguito del suo celebre romanzo che ormai ben tutti conosciamo: la sposa appena tornata in vita è inorridita dalla bruttezza del compagno e lo rifugge. Il film è passato alla storia, oltre che per gli innegabili meriti artistici anche per la figura della Sposa dalla folle acconciatura verticale dovuta alla scarica elettrica e dalla ciocca di capelli bianchi sulle tempie.
L’attrice non avrà più ruoli di spicco come questo e la sua carriera si avvia ad essere quella di un’ottima caratterista.
Nel 1936 la troviamo ancora accanto al marito che veste i panni di Rembrandt ne L’arte e gli amori di Rembrandt ancora sotto la direzione di Alexander Korda.
Nel 1945 ha un ruolo nella pellicola di altissima suspense di Robert Siodmak, La scala a chiocciola. Nel 1948 compare in un altra bellissima pellicola in cui il marito ha il ruolo del vilain, Il tempo si è fermato di John Farrow.
Nel 1949 riceve la sua prima nomination agli Oscar come miglior attrice non protagonista per Le due suore commedia dei buoni sentimenti diretta da Henry Koster. Bissa la nomination nel 1957 con il ruolo di Miss Plimsoll, infermiera che sopporta con pazienta e polso di ferro le bizze del vecchio principe del foro Wilfrid Robarts (Charles Laughton) in Testimone d’accusa per la regia di Billy Wilder.
Nel 1958 è Queenie Holroyd, la zia di Kim Novak, strega che piange per amore nel romanticissimo Una strega in Paradiso di Richard Quine e la ricordiamo anche per un ruolo in Mary Poppins.
Alle caratterizzazioni cinematografiche l’attrice alterna un’intensa attività televisiva a partire dal 1955.
Elsa Lanchester si spegne all’età di 84 anni a Los Angeles, il 26 dicembre 1986.