Ci troviamo in galleria

Italia, 1953
con Carlo Dapporto, Nilla Pizzi, Sophia Loren, Mario Carotenuto, Gianni Cavalieri, Fiorenzo Fiorentini, Carletto Sposito, Gianni Agus, Giusi Raspani Dandolo, Lino Robiì, Maria Gloria Crociani, Lily Granado, Marta Marcelli, Alberto Sordi, Alberto Talegalli, Cino Tortorella, Franco Giacobini, Mario Passante, Enio Girolami, Franco Migliacci, Janet Vidor, Wilma Aris
regia di Mauro Bolognini

Gardenio è il capocomico di una sgangherata compagnia teatrale che gira nei più scalcagnati teatri della provincia romana. Una sera il pubblico li blocca per far cantare Caterina, la barista. La ragazza è davvero dotata e finisce per unirsi alla compagnia diventandone la stella. Quando un importante agente la contatta Gardenio le fa la proposta di matrimonio e inizia a lavorare in radio solo perchè i dirigenti vogliono compiacere Caterina. Stufo di essere l’eterno secondo Gardenio torna alla vita di tournée fino a quando Tittoni non gli offre di fare uno spettacolo al Sistina. solo alla fine dello spettacolo Gardenio scoprirà che è stato sovvenzionato dalla moglie che ha sempre creduto in lui.

Il festival di Sanremo debutta nel 1051 con la vittoria di Nilla Pizzi che al secondo anno si posiziona prima seconda e terza, nel 1953 esce questa commedia musicale che ha per protagonista la Pizzi, possiamo quindi definirlo un musicarello antelitteram.

A contornare la stella della musica italiana un po’ rigida sul grande schermo, una serie di attori, presenti anche solo come comparsa, penso ad Alberto Sordi che interpreta sé stesso rievocando il suo personaggio radiofonico del compagnuccio della parrocchietta.
Da segnalare la presenza di una giovanissima Sophia Loren dai capelli fulvi nel ruolo della prima balleriana Marisa Chanel.

Buona la prova di Carlo Dapporto in un ruolo che s’ispira vagamente al Calvero di Luci della ribalta; Chaplin è ulteriormente citato nell’unico numero decente del comico quando imita Monsieur Verdoux: fino a quel momento Gardenio aveva parodiato le macchiette d’anteguerra di Totò e Nino Taranto.

Ci troviamo in galleria è un film commerciale, nato per sfruttare il successo di Nilla Pizzi, vale la pena vederlo oggi come compendio di attori che hanno fatto grande il cinema e la televisione degli anni a venire, basti pensare che alla regia c’è un esordiente Mauro Bolognini

La cripta e l’incubo

Italia 1964
con Christopher Lee, José Campos, Adriana Ambesi, Carla Calò, Véra Valmont, Pieranna Quaglia, Nela Conju, John Karlsen, José Villasante, Angel Midlin, Cicely Clayton, James Brightman, Billy Curtis
regia di Camillo Mastrocinque



La cripta e l'incubo


Sull’antica casata dei Karnstein grava una terribile maledizione che profetizza la vendicativa reincarnazione di un’antenata, Sheena Karnstein, mandata a morte come strega; il conte Ludwig teme che il destino infausto si sia abbattuto sulla figlia Laura da quando la ragazza fa incubi spaventosi in cui prevede le morti violente dei Karnstein, per risolvere il mistero il conte chiama uno studioso restauratore, Friedrich Klauss, affinché scopra il vero volto di Sheena per vedere se ha le stesse fattezze della figlia che sta scivolando in una melanconica pazzia. Un giorno, al castello viene ospitata Ljuba, in seguito ad un incidente in carrozza e la sua presenza è un balsamo per Laura ma le morti al castello continuano fino a quando il conte e il giovane Friedrich scoprono il vero volto di Sheena…



La criptaielncubo


Camillo Mastrocinque è noto soprattutto per le regie dei film di Totò e di altri comici, da Macario a Rascel, a Noi Duri interpretato da Fred Buscaglione, il regista fece solo due incursioni nel genere horror, o meglio gotico: La Cripta e l’incubo e Un angelo per Satana. Il primo è il più noto anche per la chiara derivazione dal romanzo Carmilla di Le Fanu, primo romanzo ad avere per protagonista una vampira, per giunta venata di lesbismo e la scena in cui Ljuba irrompe nel film riprende fedelmente il romanzo.
Anche le allusioni lesbiche sono presenti nel film che pure non ebbe problemi con la censura, credo che la spiegazione stia nella colonna sonora che ho trovato molto divertente: durante i lunghi e languidi sguardi tra le due protagoniste risuona la musica del theremin il più antico strumento musicale elettronico usato al cinema per sottolineare il sovrannaturale o la presenza di extraterrestri, mi diverte molto il fatto che le vibranti note del theremin sottolineino la natura sovrannaturale di Ljuba e anche il rapporto -permettetemi la brutta espressione- “contro natura” tra le due fanciulle.
Pur non essendoci nessuna scena esplicita, il film di Mastrocinque è considerato l’ispirazione per la trilogia Kernstein della Hammer che tra il 1970 e il 1974 spinse molto sul registro erotico legato alla figura dei vampiri attraverso questo trittico.



La cripta e l'incubo


Un altro debito è sicuramente verso La maschera del Demonio di Bava, da cui deriva la malefica profezia di Sheena sul suo ritorno per vendicarsi dei Karnstein che hanno denunciato le sue pratiche occulte. Del resto il film è molto fedele agli stilemi del gotico italiano basato più su un’eleganza fotografica e compositiva che su scene veramente paurose anche se qualche momento orrorifico c’è, penso soprattutto alla nutrice di Laura Rowena, che vaga per il castello con una perfetta mano di gloria.

Lo smemorato di Collegno

Italia 1962
con Totò, Nino Taranto, Erminio Macario, Yvonne Sanson, Aroldo Tieri, Andrea Checchi, Mario Pisu, Pietro Carloni, Mario Castellani, Elvy Lissiak, Franco Volpi, Riccardo Billi, Enrico Viarisio, Franco Giacobini, Gisella Sofio, Gianni Rizzo, Franco Ressel, Antonio Acqua, Mimmo Poli, Lina Alberti, Consalvo Dell’Arti
regia di Sergio Corbucci


Losmemoratodicollegno


Un uomo si barrica in un bagno pubblico per richiamare l’attenzione sulla sua situazione: non sa chi è. Viene internato in una clinica e intanto vengono pubblicate le sue foto sui giornali, tra i vari riconoscimenti i più credibili sono quello della moglie di un ricco ingegnere e quello di un ladro che ha riconosciuto nello smemorato un suo complice; l’unica cosa che si appurerà è che nessuna delle identità attribuite all’uomo è reale.



Lo smemorato dicollegno


Uno dei tantissimi film “alimentari” che sfrutta la maschera di Totò, come sempre i momenti migliori sono i siparietti comici con le spalle di pari livello, in questo caso Nino Taranto, il direttore del manicomio e Macario, il matto che divide la camera con Totò: con grande originalità non si crede Napoleone, ma Gioacchino Murat e non è per nulla guarito come dimostra lo smemorato durante il processo.



Losmemorato di Collegno


Il film rivela anche una vena malinconica: lo stesso smemorato smonta la presunta identità del facoltoso ingegnere per una forma di rettitudine: la giovane moglie di Ballarini voleva solo appropriarsi dei beni del marito e spartirli con l’amante, ma lo smemorato non ci sta a passare da cornuto anche se risarcito da una ricca fetta del patrimonio, anche la profuga istriana che lo reclamava come marito era in realtà pagata dai fratelli del Ballerini. al povero smemorato non resta che andarsene solo con un vecchio cane claudicante che è venuto a reclamarlo al processo.
Purtroppo a questo finale si attacca una scena posticcia di totò che sale sul balcone di Piazza Venezia e con la sua mimica fa la parodia del duce, chiusa ridanciana che probabilmente vuole richiamare il periodo storico in cui si svolse la vera vicenda dello Smemorato di Collegno a cui il film s’ispira molto liberamente.

L’oro di Napoli

Italia 1954
con Totò, Lianella Carell, Pasquale Cennamo, Sophia Loren, Giacomo Furia, Paolo Stoppa, Alberto Farnese, Tecla Scarano, Pasquale Tartaro, Piero Bilancioni, Mario Passante, Silvana Mangano, Erno Crisa, Ubaldo Maestri, Eduardo De Filippo, Tina Pica, Nino Imparato, Gianni Crosio, Teresa De Vita, Gigi Reder, Nino Vingelli
regia di Vittorio de Sica



L'orodiNapoli


Un film in sei episodi tratti dai racconti di Giuseppe Marotta che raccontano vari aspetti dell’anima napoletana con grande varietà di toni da quelli più salaci al dramma, diretti con mano sicura da Vittorio De Sica: poco più che bozzetti dove l’intensità delle emozioni è affidata alle espressioni, spesso dei bambini.



Lorodinapoli


Ogni episodio è caratterizzato dalla presenza di un nome di richiamo, si inizia con Totò ne Il Guappo che racconta di un pazzariello, un comico di strada costretto da dieci anni a subire le angherie di un guappo che si è installato a casa sua solo perché la moglie di Don Saverio Petrillo aveva invitato Don Carmine Javarone a trascorrere una serata da loro quando l’uomo era rimasto vedovo. Saverio trova la forza di cacciare in malo modo l’ospite indesiderato solo quando questi è seriamente malato ma la famiglia Petrillo non tornerà indietro neppure quando si scopre che Don Carmine gode ancora di ottima salute.



L'orodinapoli


Il secondo episodio, Pizze a credito, ha per protagonista Sophia Loren, procace pizzaiola che ha scordato l’anello di diamanti dall’amante e fa credere al marito che potrebbe essersi smarrito nell’impasto di una delle pizze vendute in mattinata. Con un codazzo di popolino i due pizzaioli partono alla ricerca dei clienti, importunando anche Don Peppino, appena rimasto vedovo. L’anello viene recuperato fingendo una vendita di pizze all’amante di donna Sofia che in realtà non è mai avvenuta.
Uno dei episodi più noti del film che mette in scena la teatralità della vita napoletana sia negli aspetti comici del tradimento che in quelli più drammatici della vedovanza, Paolo Stoppa interpreta da par suo il neo vedovo, in bilico tra pazzia e istinti suicidi. Tra i parenti che cercano di calmare don Peppino si riconosce un giovanissimo Gigi Reder, il rag. Filini di Fantozzi.



Loro di napoli


Quasi in risposta alla mancanza di rispetto alla morte della moglie di don Peppino segue Il Funeralino, che è l’unico episiodio che non è ispirato dall’opera di Marotta escluso dalla prima versione venne reinserito sollo nella riedizione della pellicola.
Racconta del funerale di un bambino, perfetto esempio della poetica del regista che sa toccare temi profondamente drammatici senza scadere nel patetico. Si concentra tutto sull’attenzione con cui la madre organizza l’ultimo viaggio del figlioletto, passando nelle vie principali di Napoli, orgogliosa del saluto che i militari in altra uniforme rivolgono al feretro. Il lancio dei confetti richiama i monelli e scompiglia le file dei compagni di scuola, la sorella affranta ha uno sgardo simile a quello di Bruno davanti alla pasta in Ladri di Biciclette: la golosità per i confetti che si scontra con il momento tragico.
Ancora un bambino è protagonista del quarto episodio I giocatori:  Gennarino, il figlio del portiere è costretto a lunghe partite con il barone proprietario dello stabile, il nobile è stato interdetto dalla moglie perché si giocava tutto il patrimonio e così passa il tempo a perdere a scopa con il bambino che vorrebbe solo giocare con gli amici le cui urla divertite gli arrivano dalla finestra.
Il barone Prospero è interpretato dallo stesso regista che scherza sulla sua nota passione per il tavolo da gioco, un ruolo simile a quello che riveste in Gastone.



L'oro di Napoli


Teresa è l’episodio più misconosciuto nonostante abbia per protagonista Silvana Mangano nei panni di una prostituta chiesta in sposa da un giovanotto della Napoli bene. La donna vorrebbe illudersi che lo strano e rapido matrimonio sia dettato da un colpo di fulmine ma il marito le spiega senza mezzi termini che il paraninfo l’ha scelta a caso per dargli modo di espiare la morte di Lucia una ragazza che si è suicidata per lui. Teresa sconvolta lascia la casa, la storia avrebbe dovuto chiudersi con un finale aperto ma si è optato per un amaro lieto fine con l’accettazione dell’inconsueto matrimonio da parte di Teresa.



Loro dinapoli


L’ultimo episodio è il più noto: Il Professore ha per protagonista Eduardo de Filippo, Don Ersilio Miccio venditore di consigli che campa creando didascalie per l’altare della Madonna come richiesto dalla popolana Tina Pica o consigliando come sfregiare qualcuno senza rischiare la galera. Quando tutto il rione si rivolta contro il nobile che li costringe a rientrare nei bassi per poter passare con la macchina, la vendetta di don Ersilio è lapidaria, ricorrere all’antica arte dello spernacchio di cui è uno degli ultimi depositari e che insegna ai vicini per dimostrare il loro disprezzo per il borioso duca.

Tre passi nel delirio

Histoires Extraordinaires
Francia -Italia, 1968
con Jane Fonda, Peter Fonda, Brigitte Bardot, Alain Delon, Renzo Palmer, Terence Stamp, Salvo Randone
regia di Roger Vadim, Louis Malle, Federico Fellini



Spiritofthedead


Film a episodi ispirati ai racconti di Edgar Allan Poe, la qualità dei segmenti aumenta con il progredire del film che si apre con il capitolo firmato da Roger Vadim, Metzengerstein la storia della ricca e lussuriosa contessa Frederica de Metzengerstein che ha sempre disprezzato il cugino, il barone Wilhelm Berlifitzing, senza conoscerlo. Quando s’incontrano la donna resta colpita dal giovane e cerca di sedurlo. Viene respinta e per vendetta fa incendiare la stalla degli amati cavalli di Wilhelm che muore cercando di salvare il suo cavallo. Contemporaneamente brucia un arazzo nel castello dei Metzengerstein che rappresentava un cavallo nero e uno stallone indomabile si materializza nel cortile, solo Frederica riesce ad avvicinarlo e l’animale diventa la sua unica compagnia. Una notte di tempesta i fulmini incendiano la campagna, quella stessa notte il tappezziere termina di riparare l’arazzo mentre Frederica in sella allo stallone cavalca tra i campi incendiati finendo arsa viva.
L’attenzione di Vadim è volta più a esaltare la bellezza della moglie Jane Fonda che a seguire gli aspetti fantastici della vicenda, relegati ai paesaggi di Finistère. Ambientato in una sorta di medioevo, il film è una scusa per fare indossare alla Fonda cuna sere di abiti fantasiosi e sexy un po’ sulla falsa riga di Barbarella. Il barone Berlifitzing è interpretato dal fratello Peter Fonda.



Histoires extraordinaires
3passineldelirio


Il secondo segmento, William Wilson è diretto da Louis Malle che è piuttosto fedele al testo del racconto di Poe: William Wilson è un bullo senza scrupoli che nei momenti peggiori viene regolarmente salvato da un omonimo che impedisce che Wilson compia i suoi misfatti; stanco delle intromissioni, Wilson lo sfida a duello e lo uccide poi, pur non essendo cattolico, confessa tutto ad un prete prima di suicidarsi perché ha ucciso la parte migliore di sè. Ancora una volta si punta su due nomi di spicco della cinematografia francese: Alain Delon, sicuramente in parte e Brigitte Bardot con parrucca nera, in un ruolo che è poco più di un cameo, ha più pose il prete interpretato dal nostro Renzo Palmer, ma siccome c’è la scena in cui Wilson frusta la schiena nuda di Giuseppina, la presenza dei due belli per eccellenza del cinema francese aveva i suoi vantaggi. Va detto che Louis Malle avrebbe preferito Florinda Bolkan e non trovava la Bardot adatta al ruolo. In ogni caso pur senza guizzi, il regista realizza un episodio dignitoso, dove si segnala ancora una volta l’ambientazione, la piazza di Bergamo alta.



Tobydammit


Il terzo capitolo affidato a Federico Fellini è quello che rende memorabile l’intera operazione; Toby Dammit è la storia di un attore inglese in declino che viene in Italia per girare un western in chiave cristologica, l’uomo ha accettato il ruolo solo perché il produttore gli ha promesso una Ferrari che gli viene consegnata dopo un’intervista televisiva e una premiazione, Completamente stravolto dall’alcol e da un’allucinazione che lo perseguita da tempo, Toby finirà in un burrone con la testa decapitata da un sottile filo d’acciaio.
Fellini è l’unico che riadatta il racconto di Poe, portandolo nel presente e riuscendo a infondere alle sue tipiche atmosfere surreali una dimensione più cupa e mortifera. Davvero notevole le sequenze iniziali con l’arrivo in aeroporto e il viaggio attraverso Roma, un delirio psichedelico di toni aranciati e di giochi di riflessi sui vetri dell’auto. Fellini mette in scena tutto il suo mondo di strambi personaggi del sottobosco cinematografico, donnine dalle grandi forme e dalle pettinature ancora più esagerate, volti bizzarri, un vecchio attore semicieco chiaramente ispirato al Totò malato degli ultimi anni (il comico era morto l’anno prima, nel 1967).



3 passi nel delirio


La dimensione solitamente onirica e giocosa assume un tono sulfureo sottolineato dalla visione di Damnit, la ragazzina con la palla, citazione se non plagio della bambina di Operazione Paura di Bava che scoprì l’”omaggio” solo vedendo l’opera del collega al cinema.

Totò e Carolina

Italia 1955
con Totò, Anna Maria Ferrero, Gianni Cavalieri, Maurizio Arena, Arnoldo Foà, Mario Castellani, Enzo Garinei, Tina Pica, Luigi Moneta
regia di Mario Monicelli



TotòeCarolina

Durante una retata a Villa Borghese, l’agente Antonio Caccavallo, autista di automezzo, arresta Carolina, una ragazza con intenti suicidi. Il commissario Ascella, per evitare che la stampa si scateni contro la polizia, ordina a Caccavallo di riportare la ragazza al paese natio e affidarla a qualche “fesso” con la raccomandazione di fare in modo che a Carolina non succeda nulla, almeno fino a quando è sotto la custodia della polizia…



TotòECarolina

Il film più censurato della carriera di Totò, che pure si esibiva durante il ventennio fascista, è degli intransigenti anni ’50 del governo Scelba. Già in fase di scrittura Monicelli si vide costretto a revisionare il testo e anche in fase di montaggio i tagli furono spietati.
Per fortuna oggi si trova molto facilmente la versione restaurata nel 1999 che ricostruisce il montaggio originale di 93 minuti a fronte di quello censurato da 80 minuti e in ogni caso è facile trovare in rete alcune delle scene tagliate o modificate nel sonoro per farsi un’idea di quanto fosse “sovversivo” il film con esiti al solito ridicoli visto che ai comunisti sul camion che cantavano Bandiera rossa Totò suggeriva di buttarsi a destra; il problema con la divertente scena della confessione era che non si doverebbe sentire nulla da un confessionale mentre il monologo sul suicidio che solo i ricchi si possono permettere risulta oggi molto toccante visto come il regista ha deciso di finire la sua vita.



Totò e Carolina

Nonostante la curiosità per l’accanimento della censura, Totò è Carolina non fu un successo di pubblico probabilmente perché l’agente Caccavallo ha un certo spessore che non sempre si ritrova nelle tante pellicole girate dal comico: burbero (molti suoi rimbrotti finiscono in un abbaio) ma dal cuore d’oro è “il fesso” che alla fine si prende in casa Carolina e il bambino che aspetta, aggiungendola al nucleo famigliare del vecchio padre e del figlioletto; certo l’aver sistemato la ragazza gli fa guadagnare la sospirata promozione con novemila lire in più al mese: Monicelli non ci risparmia mai il tocco cinico.



Totò&Carolina

Il film è anche l’occasione per vedere in camei spassosi una serie di attori noti a partire da Tina Pica, la paziente d’ospedale che gioca al lotto la sorte di Carolina, Arnoldo Foà è il commissario timoroso delle critiche dei giornali, Enzo Garinei è il medico che salva la vita a Carolina, c’è anche Mario Castellani storica spalla di Totò e infine il giovane Maurizio Arena, non ancora reso celebre da Poveri ma belli, è il ladro a cui Caccavallo cerca di rifilare la ragazza, ultimo tentativo prima di rassegnarsi a tenersela.

La ricompensa del gatto

Ricompensagatto Neko no ongaeshi
(titolo internazionale: The Cat Returns)
Giappone 2002
regia di Hiroyuki Morita

La goffa diciassettenne Haru salva un gatto che sta per essere investito da un camion e l’animale la ringrazia parlando. Stupita la ragazza si confida con la madre che le ricorda come già da piccola Haru avesse sfamato una gattina randagia sostenendo di comunicare con lei. Nella notte arriva il Re dei gatti in persona a ringraziare Haru per aver salvato suo figlio, il principe Lume e come ricompensa le offre la mano del figlio. Haru non ha nessuna intenzione di sposare un gatto e una voce le suggerisce di chiedere l’aiuto di Baron e di Muta..

La ricompensa del gatto è uscito per la prima volta nelle sale italiane per soli due giorni il 9 e il 10 febbraio scorsi. E’ una pellicola piuttosto breve, solo 75 minuti, che ha una storia particolare: un parco divertimenti commissionò allo Studio Ghibli un cortometraggio che avesse come protagonisti dei gatti ma poi il progetto naufragò e lo studio si ritrovò con del materiale che venne ritenuto interessante per sviluppare un lungometraggio, affidato a Hiroyuki Morita.
L’opera quindi nasce già con delle ambizioni minori rispetto ai grandi capolavori di Miyazaki, resta però un film molto piacevole e scanzonato. I due protagonisti che aiuteranno Haru a sfuggire al suo destino di principessa dei gatti sono tratti dal film I sospiri del mio cuore: Baron sviluppa ulteriormente il fascino melanconico della bambola gatto del primo film, diventando un dandy inappuntabile e rigoroso che vive in un luogo magico, una piazzetta che ricorda le cittadine tedesche: il vecchio antiquario de I sospiri del mio cuore aveva acquistato la bambola gatto in Germania.
Muta ha un destino del tutto diverso: nel primo film era un randagio indipendente e sussiegoso che ne La ricompensa del gatto si trasforma in una sorta di Obelix dal carattere scontroso: appassionato di cibo, passa il tempo litigando con Toto, corvo aiutante di Baron e ostenta insofferenza per il dramma di Haru anche se non si tirerà mai indietro nei combattimenti: si scoprirà che altri non è che Renaldo Moon, temibile fuorilegge del mondo dei gatti, e Moon era il nome che Seiji aveva dato al randagio nel film precedente.
Il regno dei gatti è la tipica fantasia Ghibli, una dimensione fantastica regolata da altre leggi, dove il male e il bene si confondono l’uno nell’altro. Anche la risoluzione è fedele allo stile Ghibli: una fuga librata nel cielo conclusa grazie all’aiuto dei corvi: il tema del volo è quindi presente anche in quest’opera minore.

Addio a Franco Interlenghi

E’ mancato stamane a Roma l’attore Franco Interlenghi, che debuttò a 15 anni nel film Sciuscià di Vittorio De Sica (1946) uno delle pellicole capostipiti del neorealismo italiano che vinse l’Oscar come miglior film straniero nel 1948.

Sciuscia

Finterlenghi Nato a Roma il 29 ottobre 1931 (il lustrascarpe Pasquale Maggi declinerà la stessa data di nascita alle forze dell’ordine) l’attore debutta quindicenne nel capolavoro di De Sica e la sua incontestabile bellezza lo fa entrare nel mondo del cinema, caso raro tra gli attori non professionisti scelti per le pellicole neorealiste.
Il secondo ruolo lo ottiene nel 1949 nel film storico di Blasetti, Fabiola e sempre nello stesso anno è tra i protagonisti del film corale Domenica d’agosto di Luciano Emmer, commedia che apre le porte al neorealismo rosa, cioè l’applicazione degli stilemi neorealistici alla commedia di costume.
Tra i film più interessanti che l’attore ha girato nei primi anni ’50 sono da segnalare Processo alla città di Luigi Zampa e La provinciale di Mario Soldati.
L’anno di grazia è il 1953 in cui Interlenghi è il protagonista di due pellicole molto importanti per il cinema italiano: I Vitelloni di Federico Fellini dove l’attore interpreta Moraldo, l’unico che riesce a sfuggire alla noiosa vita di provincia.
Ne I Vinti, seconda regia di Michelangelo Antonioni che ispirandosi a tre fatti di cronaca vuole raccontare il vuoto della gioventù degli anni ’50, Interlenghi è il protagonista del secondo episodio, ambientato a Roma.
L’anno seguente ha due ruoli in pellicole internazionali: è Telemaco nell’Ulisse di Mario Camerini che ha per protagonista Kirk Douglas ed è uno degli amanti di Ava Gardner ne La contessa scalza.
Franco Interlenghi diventa una star del cinema italiano anni ’50, presente dalle commedie di Totò (Totò, Peppino e i fuorilegge) alle grandi produzioni hollywoodiane come Addio alle armi di King Vidor (1957) ai film più impegnati come Gli Innamorati (1955) di Mauro Bolognini, accanto alla fidanzata che sposa quello stesso anno: Antonella Lualdi, sempre per Bolognini e con la Lualdi nel 1958 gira Giovani mariti e nel 1959 La notte brava ispirato a Ragazzi di vita di Pasolini.
Ancora nel 1959 è presente non accerditato ne Il Generale della Rovere dove Rossellini dirige Vittorio De Sica nel ruolo di un finto generale al servizio dei nazisti che però si riscatterà morendo da eroe. Con Rossellini lavora anche nel 1961 in Viva l’italia, rievocazione della spedizione die Mille.
Gli anni ’60 segnano il declino dell’attore che si ritaglia una dignitosa carriera di caratterista di cui ricordiamo la partecipazione a Amore, piombo e furore di Monte Hellman del 1978, Il camorrista di Tornatore del 1986.
Legato a Michele Placido che lo vuole nel suo film di debutto, Pummarò, in Le amiche del cuore del 11992 e gli ritaglia il ruolo del Barone Rosellini in Romanzo Criminale.
L’ultimo film a cui l’attore ha partecipato è (il pessimo) La Bella Società del 2010.

San Giovanni Decollato

Italia 1940
con Totò, Titina De Filippo, Silvana Jachino, Osvaldo Genazzani, Augusto Di Giovanni, Eduardo Passarelli, Franco Coop, Peppino Spadaro, Bella Starace Sainati, Giacomo Almirante, Liliana De Curtis
regia di Amleto Palermi


SanGiovanniDecollato

Il ciabattino Agostino Miciacio è anche portiere nello stabile in cui abita. L’uomo è fervente devoto di un’immagine sacra che si trova nel cortile ma il continuo furto dell’olio dei lumini lo rende particolarmente irritabile tanto che i condomini lo trascinano in tribunale dove viene assolto per infermità mentale. Agostino intanto ha promesso la figlia Serafina in moglie al lampionaro Orazio, protetto del guappo Don Peppino Esposito ma la ragazza è innamorata di un giovane studente in legge e fugge con lui in Sicilia. Il ciabattino cerca di tenere buono il guappo ma quando viene invitato in Sicilia per le nozze riparatrici don Esposito, che si vuole vendicare, lo insegue con Orazio: sarà proprio durante i festeggiamenti nuziali che Agostino scoprirà che il ladro dell’olio non è altri che il guappo di cui aveva tanto timore..


S.GiovanniDecollato

Terzo film di Totò, chiamato a sostituire il comico Angelo Musco protagonista della prima versione filmica del 1917, scomparso in fase di prepararazione del film; molto timoroso di dover sostituire lo stimato collega, San Giovanni Decollato decretò il successo cinematografico del comico partenopeo.
Il film rappresenta un momento di transizione nei film comici: la prima parte ambientata nel cortile è molto teatrale: l’ambiente su cui tutti si affacciano riveste il ruolo di un fondale classico della rappresentazione comica mentre il finale con il lancio di piatti è una chiara citazione, una “versione autarchica” delle torte in faccia delle comiche americane.


SGDecollato

In mezzo c’è già in nuce tutta la maschera cinematografica di Totò: le mosse, i giochi di parole, l’imitazione dei fuochi d’artificio; il talento dell’artista è sostenuto da ottimi comprimari su cui spicca una bravissima Titina de Filippo, litigiosa moglie di Miciacio a cui San Giovanni Decollato alla fine concede anche la grazia di renderla temporaneamente muta.


San_Giovanni_Decollato

E’ l’unica volta che compare sullo schermo Liliana de Curtis, figlia di Totò nel ruolo della bambina che contratta il pagamento delle scarpe riparate.

40 anni senza Toto’

Il 15 aprile 1967 moriva Toto’, un anniversario una volta tanto degnamente celebrato con mostre ed eventi, da consigliare sicuramente la tappa romana de Un principe chiamato Toto’ , mostra itinerante che da alcuni anni porta in giro per il mondo effetti personali ed artistici del grande comico.
Per gli appassionati internettici invece, questa chicca trovata su youtube: un provino rarissimo datato 1930 che rivela gia’ tutto il talento di Antonio De Curtis, in arte Toto’.