Madame Satan

USA 1930, MGM
con Kay Johnson, Reginald Denny, Lillian Roth, Roland Young, Elsa Peterson, Boyd Irwin, Wallace MacDonald, Tyler Brooke, Ynez Seabury, Theodore Kosloff, Julanne Johnston
regia di Cecil B. DeMille

Angela Brooks è sposata con Bob, marito fedifrago che fa passare l’amante Trixie per la fidanzata del suo migliore amico Jimmy Wade. Dopo un confronto con la rivale Angela giura di riprendersi il marito e l’occasione è la mirabolante festa su un dirigibile organizzata da Jimmy a cui la donna si presenta mascherata da sensualissima Madame Satan attirando subito le attenzioni di Bob. Il confronto tra i due viene interrotto da una tempesta che costringe tutti i partecipanti alla festa a lanciarsi col paracadute dal dirigibile alla deriva… 

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Madame Satan è una delle più deliranti visioni a cui si possa assistere in cui si attraversano senza soluzione di continuità diversi generi in cui il regista Cecil B. DeMille conferma talenti e lacune.

La prima ora del film sancisce che DeMille non è tagliato per la commedia (tantomeno musicale) del resto viene ricordato per i suoi film storici che poi divennero kolossal biblici.

È un inizio davvero pesante: Angela chiede conto del biglietto firmato Trixie trovato in tasca al marito che non trova di meglio che farla passare per la fidanzata del suo compagno di scorribande. Per giunta Bob giustifica le sue scappatelle dando la colpa alla moglie che dopo il matrimonio si sarebbe raffreddata. Alla fine si ritrovano tutti a casa di Trixie tra false identità e ingressi da porte secondarie ma non si ride mai. Lo spettatore è duramente messo alla prova e quando la voglia di abbandonare la visione è al culmine arriva il colpo di scena: la festa sul dirigibile.

Madam Satan
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Da noiosa commedia sentimentale cantata -male perché nel 1930 il sonoro era poco più di una novità- si passa a un delirante musical  dove cantano sempre male ma almeno ci si rifanno gli occhi con i folli costumi deco che culminano con l’apparizione di Madame Satan il cui vestito diventa il centro dell’attenzione e in alcune riprese ricorda Il peccato di Franz von Stuck. (Da notare la dicotomia tra il nome della protagonista Angela e il suo altera ego Madame Satan) .


Questa parte è anche la più divertente per le salaci battute pre code: col suo ostentato accento francese Madame Satan chiama il marito beau boop (tette).


Come al solito spunta lo spirito moralista di DeMille così se la festa è la celebrazione della modernità portata dall’elettricità per la legge del contrappasso sarà proprio un fulmine a disancorare il dirigibile e mandarlo alla deriva. Si salvano tutti e una buffa pioggia di ricconi plana in paracadute sulla città con grande sfoggio di intimo femminile per seguire alla lettera i dettami pre-code

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Sarebbe stato un finale buffo ma DeMille non perde l’occasione di trasformare la deriva del dirigibile in un segmento catastrofico: l’aerostato si spezza in due con scene che in alcuni momenti mi sono parse anticipare il Titanic di James Cameron ravvivando per l’ennesima volta l’interesse per la bizzarra pellicola.

Segue una coda in bianco e nero con la scontata riappacificazione della coppia.

L’opera fu costosissima perché la parte sul dirigibile fu girata a colori ma poi si decise di stamparla in bianco e nero, in ogni caso su YouTube si trova una versione con la parte sul dirigibile colonizzata. 

L’uomo invisibile

The Invisible Man
USA 1933 Universal
con Claude Rains, Gloria Stuart, William Harrigan, Henry Travers, Una O’Connor. Dwight Frye, Forrester Harvey, Dudley Digges, Holmes Herbert, E.E. Clive, Walter Brennan, John Carradine
regia di James Whale



Luomoinvisibile


Nella locanda di Imping arriva un personaggio misterioso, sempre avvolto in bende. I suoi modi bruschi portano i locandieri a cacciarlo e Mr.Griffin rivela la sua natura: è completamente invisibile! Griffin è un chimico che ha sperimentato su di sé la monocaina, un principio che rende invisibili ma anche folli. Dopo aver portato lo scompiglio nel villaggio, Griffin si rifugia dal collega Kemp per farsi aiutare nel recuperare gi appunti rimasti nella locanda. Kemp chiede aiuto al dottor Cranley, il loro capo e arriva anche Flora, la figlia innamorata di Griffin che riesce a calmare i deliri dell’uomo invisibile. Quando scopre che Kemp ha rivelato il suo nascondiglio alla polizia, Griffin promette di ucciderlo il giorno seguente e mantiene la promessa macchiandosi anche di altri inutili delitti, come il deragliamento di un treno. Alla fine, per colpa delle tracce rimaste sulla neve, la polizia riesce a fermarlo.



TheInvisibleMan


L’uomo invisibile è un altro mostro classico della Universal diretto da James Whale, già autore di Frankenstein. Ad interpretarlo doveva esserci nuovamente Boris Karloff che rinunciò all’ultimo minuto, sostituito da Claude Rains il cui volto è visibile solo nella sequenza finale, in punto di morte. Per facilitare gli effetti speciali, che risultano sorprendenti ancora oggi, l’attore doveva recitare indossando una sorta di scafandro che gli rendeva difficile anche la respirazione, una fatica immane che però lanciò la carriera del 43enne attore, che aveva colpito il regista per la sua voce.
L’uomo invisibile rientra nel filone degli scienziati pazzi ma ha una peculiarità che lo distingue dagli altri mostri Universal: il camuffamento, con bende e occhiali scuri non serve a nascondere una deformità a a rivelare la presenza, è l’unico modo in cui Griffin può affermare la sua esistenza e relazionarsi con gli altri.



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L’invisibilità portata su un medium che vive solo di ciò che visibile è un tema molto molto interessante, spunto di molte riflessioni.
Il film è anche quello più vicino alle commedie horror come Il Castello degli spettri di Paul Leni o Il castello maledetto, diretto da Whale nell’anno precedente. L’invisibilità del protagonista si presta a scherzi degni delle più classiche storie fantastiche, di fantasmi o folletti. Il tono comico è anche un passaggio per mostrare l’evoluzione verso la follia del protagonista vittima della monocaina: dagli scherzi dispettosi si arriva allo scambio dei binari facendo precipitare il treno nel vuoto solo per affermare il delirio d’onnipotenza dato dall’invisibilità.
A sottolineare il tono giocoso c’è la grande caratterista Una O’Connor che torna a lavorare per Whale ne La moglie di Frankenstein.
Non manca il lato romantico della storia: sia Kemp che Griffin sono innamorati di Flora, ma la ragazza riama Griffin e gli sarà accanto anche in punto di morte. Nei panni dell’eroina c’è Gloria Stuart famosa per aver interpretato Rose da anziana in Titanic nel 1999.

Guglielmo Marconi e l’omicidio di Cora Crippen

Marconicrippen Confesso di aver acquistato questo libro per errore: fuorviata dal titolo che mi ricordava il ciclo su Aristotele della mia adorata Margaret Doody, credevo si trattasse di una storia d’invenzione in cui Guglielmo Marconi rivestiva i passi del detective, invece, mi sono ritrovata a leggere una sorta di saggio sugli esordi del telegrafo senza fili e su un delitto realmente accaduto che nel 1910, due anni prima del naufragio del Titanic, rese la telegrafia senza fili estremamente popolare glorificando l’invenzione di Marconi che fino a quel momento era stata piuttosto sottovalutata.
Per narrare la nascita della telegrafia senza fili si parte addirittura da prima di Marconi, descrivendo minuziosamente l’ambiente londinese di età edoardiana tutto volto al progresso e all’interesse scientifico che metteva sullo stesso piano lo studio delle onde herziane con lo spiritismo e secondo l’autore Erik Larson, grazie a questa passione per i fantasmi, lo studioso Oliver Lodge si distrasse dagli esperimenti sulle onde elettromagnetiche cedendo il primato al nostro Marconi che viene dipinto come un carattere piuttosto ombroso: timoroso che gli potessero rubare l’invenzione era perennemente ossessionato dal lavoro. Pare inoltre che fosse dotato di scarsissima empatia cosa che gli procurò molti nemici anche in ambito scientifico.
Di pari passo con la scoperta scientifica Larson ci illustra anche la vita di Hawley Harvey Crippen, medico considerato da tutti un uomo buono, incapace di far male a una mosca, vessato dalla seconda moglie Cora, con ambizione artistiche per cui prese il nome d’arte di Belle Elmore.
Quando la donna scompare Crippen giustifica la sua assenza con un viaggio in America per curare una lontana parente e in seguito annuncia che Belle è morta per una complicazione polmonare. La versione non convince gli amici della donna che interpellano le forze dell’ordine. Crippen confessa di non sapere se Belle sia viva o morta: ha inventato la storia per nascondere che la moglie lo ha abbandonato. Dopo essersi reso disponibile a un primo sopralluogo in casa, l’uomo fugge da Londra con la giovane amante Ethel La Neve, travestita da ragazzo. Intanto ricerche più accurate nella cantina fanno rinvenire i resti di un corpo umano, solo le viscere e brandelli di pelle mentre sono totalmente assenti le ossa. La scoperta suscita molto clamore tanto da far rivivere il mito di Jack lo Squartatore. Crippen e e la sua amante sono ricercati in tutta Europa e un giorno il capitano della nave Montrose diretta in Canada, telegrafa di avere i due a bordo. Il capitano di Scotlan Yard, Walter Dew, sale su un piroscafo più veloce per arrestare Crippen al suo arrivo e l’attenzione mondiale si concentra sulla gara tra le due imbarcazioni mentre il capitano Llewellyn invia ai giornali il resoconto delle giornate a bordo dei due ricercati, ignari di essere stati scoperti.
Il processo giudicherà Crippen l’unico colpevole scagionando la giovane Ethel ma il mistero de “l’omicidio della cantina” come fu ribattezzato dal Times, non venne mai completamente svelato e colpì molto l’immaginazione del giovanissimo Hitchcock che in molti suoi film ripropone elementi tratti da questo spaventoso fatto di cronaca: pare che il sospetto che il vicino abbia sezionato la moglie ne La Finestra sul cortile nasca proprio dal caso Crippen.

The Wolf of Wall Street

Thewolfofwallstreet Dall’autobiografia di Jordan Belfort, broker senza scrupoli che ha imperversato a Wall Street nei primi anni ’90, Martin Scorsese trae un film eccessivo e sopra le righe, gonfiato come probabilmente sono gonfiate le (dis)avventure narrate in prima persona da Jordan, personaggio bigger than life sempre pronto a reinventarsi e a macinare milioni di dollari in maniera sempre più losca.
Con uno stile molto pop e patinato, Scorsese ricostruisce le gesta di Belfort e dei suoi improbabili soci come dei novelli Goodfellas: del resto il background di Jordan &co. è il medesimo di Quei bravi ragazzi ma l’appeal della mafia ormai si è perso e le nuove generazioni cresciute nei sobborghi di New York puntano direttamente al guadagno facile, alla vita lussuosa e ben vista dei broker finanziari drogando il mercato di titoli spazzatura e facendo della droga e altri eccessi la loro ragione di vita. Il film è molto esplicito nel mostrare i retroscena sessuali dell’alta (?) finanza ma è un’oscenità mai gratuita e fine a se stessa che a tratti assume la valenza di un girone dantesco e non mancano abbondanti dosi di ironia che alleggeriscono il tutto.
Un’ironia che diventa graffiante cinismo nell’esilarante scena della guida della Lamborghini sotto gli effetti di una droga paralizzante: senza alcuna pietà Scorsese riduce il suo protagonista a un verme strisciante, metafora di una regressione etica che si riflette anche sul fisico.
Altrettanto sardonico il racconto del naufragio nel Mediterraneo: Scorsese e Di Caprio trasformano il racconto sicuramente esagerato di Jordan in un occasione per citare beffardamente Titanic.
Tre ore di film adrenalinico che volano via senza lasciare allo spettatore il tempo di prendere fiato, una storia amorale con un lieto fine immeritato, può lasciare con l’amaro in bocca ma apre gli occhi sul nostro presente.

Il Grande Gatsby

Ilgrandegatsby Baz Luhrmann porta sullo schermo il quarto adattamento cinematografico del celebre romanzo di Francis Scott Fitzgerald sottolineandone gli aspetti che più gli sono congeniali, come il lato romantico della storia d’amore tra Gatsby e Daisy. Il regista esalta soprattutto il materiale adatto al suo talento visionario e trasforma la modernità dell’art deco in una metafora della contemporaneità asservita al denaro, al lusso e al godimento sfrenato. Più che l’enorme villa di Gatsby in questo senso colpisce l’appartamento che Tom Buchanan ha allestito per Myrtle: copia kitsch della moda imperante in fatto di arredamento. Fatte le debite differenze di stile, alla base ho ritrovato la stessa idea che sta dietro l’allestimento stravagante delle “case” dei vari reality show contemporanei: quella di riprendere senza cognizione di causa le idee più estreme ed estemporanee in fatto di arredamento scatenando l’emulazione in chi vuole essere di tendenza. Sempre al mondo del reality rimanda quel continuo spiarsi tra Nick e Jay e tutta la tragedia si svolge sotto gli occhi vacui ed impassibili del vecchio cartellone dell’oculista,
La rilettura del presente è la parte più riuscita del film di Luhrmann e mi ha inquietato molto, pensando che l’altro film del momento, il nostrano La Grande Bellezza, a sua volta mette al centro il divertimento cafonal: se due autori agli antipodi, per lo meno per estrazione geografica, analizzano un tema così simile, forse stiamo davvero suonando mentre il Titanic affonda..
Pur essendo un film che ammalia e diverte il pubblico, e anche la sottoscritta, Il grande Gatsby riserva delle note dolenti, Luhrmann forse deve ancora liberarsi completamente dal successo di Moulin Rouge!, richiamato un po’ troppo nello stile delle scene festaiole e anche gli aliti di vento, le finestre sbattute per sottolineare l’improvviso cambio di passo da commedia a tragedia che così bene funzionavano in Romeo + Juliet assumono qui un tono manieristico.
Per certi versi ritengo o soprattutto spero, data la mia grande passione per il regista australiano, che Il Grande Gatsby rappresenti un momento di transizione nella filmografia di Baz Luhrmann: quell’uso del lettering nella parte finale con le parole del racconto che cadono come pioggia non è riuscito ma lascia intuire nuovi percorsi da esplorare per colui che resta uno dei talenti più visionari della cinematografia mondiale.

Dowton Abbey – seconda stagione

DowntonAbbey2st Ieri sera , su Rete4 è iniziata la seconda stagione di Downton Abbey, il serial inglese che ha messo d’accordo critica e pubblico facendo incetta tra i premi di settore, raccontando le trasformazioni del XX secolo attraverso le vicende di una tenuta dello Yorkshire dove si incrociano i destini dei nobili Crowley e quelli della numerosa servitù.
La prima serie prendeva le mosse dall’affondamento del Titanic mentre la seconda stagione narra un arco temporale che parte dal 1916, in piena Prima Guerra Mondiale, e termina nel 1919. Il processo di cambiamento dei tempi è ormai irreversibile: le nuove leve della servitù desiderano tutte qualcosa di meglio e nessuno prende in considerazione la carriera nei vari gradi di servizio di una tenuta come Downton Abbey con grande sconcerto dei membri più anziani del personale.
I problemi ereditari della tenuta passano in secondo piano per colpa della guerra che delinea in modo netto i destini degli uomini e delle donne. I protagonisti maschili declinano i vari caratteri che si possono incontrare in guerra, il valoroso e il pusillanime, chi vorrebbe essere arruolato ma non può per sopraggiunti limiti d’età, chi si fa ferire pur di sfuggire all’incubo delle trincee, chi è ancora sotto choc per la terribile esperienza bellica e chi non esita a mentire per farsi riformare.
La guerra influenza la condizione femminile spingendo il gentil sesso verso scelte intraprendenti data la mancanza di uomini su cui contare. Le tre sorelle Crowley incarnano perfettamente la necessità d’emancipazione: la più giovane ed idealista Sybil decide di arruolarsi come crocerossina e per prepararsi al corso da infermiera non esita a scendere nelle cucine per imparare a cucinare dalla propria servitù. Edith invece, decide di imparare a guidare e si presta a condurre anche il trattore per conto di una famiglia vicina con grande scandalo di nonna Violet (Sei una signora, non un cavallo da tiro!). L’indipendenza non la salva dal suo sfortunato destino amoroso: la ragazza allaccia una tresca con l’uomo sposato che sta aiutando. La primogenita Mary pensa sempre al denaro e alla posizione, finito (forse) l’amore con il cugino Mattew, erede designato della proprietà, Mary accetta la corte di un ricco self made man che ha fatto fortuna nell’editoria.
Il grande affresco di Downton Abbey vanta sempre una perfetta ricostruzione storica condito da tocchi di humour britannico riservati soprattutto all’arguta Lady Violet, interpretata dalla strepitosa Maggie Smith che in futuro vedremo far scintille con Shirley McLaine nei panni della madre di Cora.

The aviator

Theaviator

Anno: 2004
Con Leonardo DiCaprio, Cate Blanchett, Kate Beckinsale, Jude Law, Alec Baldwin, Ian Holm, Alan Alda
Regia di Martin Scorsese





Vent’anni della vita dell’eccentrico magnate Howard Hughes, dall’arrivo appena ventenne nella dorata mecca del cinema per intraprendere la carriera di produttore realizzando uno dei film piu’ costosi della storia del cinema, Gli angeli dell’inferno (1930) al primo ed unico volo dell’enorme Hercules nel 1947, passando per gli amori con le dive del cinema, la passione per il volo e le sue idiosincrasie che lo porteranno alla follia.




Non credo che il film di Scorsese possa rientrare nel genere biopic, cioe’ nel novero dei film biografici piu’ o meno romanzati.
Per la complessita’ del personaggio, per il suo interagire con figure celeberrime del mondo del cinema da Jean Harlow a Kate Hepburn, da Errol Flynn ad Ava Gardner, Scorsese, grande conoscitore del cinema classico, preferisce rimandarci solo l’atmosfera di un epoca condensando il film in una biografia acronica, non si potrebbe spiegare altrimenti la presenza di Ava Gardner alla festa per la trasvolata oceanica compiuta da Hughes nel ‘35 quando l‘attrice all’epoca aveva solo tredici anni!
Anche la storia d’amore tra la Hepburn e Hughes e’ stata molto rimaneggiata: l’attrice nelle sue memorie ha sempre parlato solo di un’affettuosa amicizia, mai di qualcosa che potesse sfociare nel matrimonio. Il rapporto tra i due da il destro a Scorsese per mettere in scena una screwball, una commedia sofisticata sullo scontro tra i sessi, e il pezzo forte e’ proprio il pranzo a casa Hepburn, che pare uscito da Scandalo a Filadelfia, il film che rilancio’ definitivamente Katharine Hepburn dopo che per anni era stata “veleno per i botteghini”. (L’attrice compro’ i diritti del film grazie all’aiuto economico di Hughes).
Tutta la relazione Hepburn/Hughes e’ visualizzata rimandando a pellicole che hanno decretato il successo della diva: il volo notturno su Los Angeles ricorda La falena d’argento, in cui la Hepburn nel 1933 interpreta (guarda caso!) un’aviatrice e la prima uscita sui campi da golf ripropone Lui e lei del 1952, in cui l’attrice e’ una golfista un po’ insicura che trova successo e amore tra le braccia del nuovo allenatore Spencer Tracy.
Cate Blanchett non interpreta tanto la grande diva, ma piuttosto propone una recitazione alla Hepburn.
Spesso si paragona questo film a Quarto Potere, principalmente perche’ Welles prima che a Hearst aveva pensato a Hughes come figura ispiratrice del suo Citizen Kane. A parte il rimando iniziale al rapporto morboso con la madre e alla parola “magica” che da rosebud diventa quarantena, Scorsese costruisce un film speculare all’opera di Welles: se Heast/Kane sfrutta il suo denaro per manipolare le masse ed indurle a cercare la guerra, Hughes diventa un paladino della liberta’ lottando strenuamente contro il monopolio della Pan Am sulle rotte intercontinentali.
Personalmente ho apprezzato maggiormente questa seconda parte del film, dove esce la tematica preferita di Scorsese: lo scontro dell’individuo contro il sistema e bisogna riconoscere che la caratterizzazione del senatore Brewster data da Alan Alda e’ veramente notevole. Ottima anche la prova di Leonardo Di Caprio: piu’ che portarlo all’Oscar spero che questo ruolo lo liberi definitivamente dall’ombra del Titanic e ne faccia valutare serenamente le capacita’, di cui, per altro, aveva gia’ dato ampia prova in passato.

Recensione pubblicata a suo tempo su ImpattoSonoro

Downton Abbey

La tragedia del Titanic sconvolge la vita della tenuta di campagna di Downton Abbey: sul piroscafo sono morti i due eredi diretti della proprieta’ che rischia di finire in mano a un cugino di terzo grado. Mentre il Conte di Grantham, Robert Crawley, sembra disposto ad accettare di buon grado la sorte imposta dalla legge salica, la sua battagliera madre, Lady Violet, cerca ogni possibile soluzione perche’ Downton Abbey e l’eredita’ della ricca consorte americana del figlio, vadano alla loro primogenita Mary, promessa al cugino affondato con il Titanic e desiderosa di trovare un nuovo fidanzato del suo rango invece di ripiegare sul lontano cugino di origini borghesi che ereditera’ la tenuta. I drammi del piano nobile si riflettono ai piani inferiori della magione dove la numerosa servitu’ freme per conoscere il destino della proprieta’.

Dowtonabbey

Pur avendo amato molto Mildred Pierce non posso che rallegrarmi per l’inaspettata vittoria agli Emmy di questa sontuosa serie inglese che ha sbaragliato la favoritissima miniserie targata HBO. Se volete ricordare perche’ il Novecento e’ chiamato il secolo breve guardate la prima puntata di Downton Abbey dove si illustra come nel 1912, solo un secolo fa, la vita scorreva ancora come in pieno Ottocento con una numerosa servitu’ che si occupava alacremente di ogni piccola minuzia che riguardava la vita dei loro signori: inarrivabile la scena del giornale stirato prima di essere portato al Lord affinchè l’inchiostro si asciughi per bene e il gentiluomo non rischi di macchiarsi le nobili mani!

Dowtonabbey

Ovviamente la serie si apre sulla fine di quel mondo ed ecco che qua e là spuntano in nuce alcuni aspetti che caratterizzeranno l’eta’ contemporanea come la cameriera che fa un corso di dattilografia per corrispondenza perche’ sogna un futuro da impiegata invece che l’inevitabile destino di serva; lady Grantham che si batte perche’ il patrimonio resti alle tre nipoti femmine benche’ la legge imponga che le proprieta’ e i denari ad essa vincolati passino solo ad eredi maschi, in fondo e’ una suffragetta suo malgrado, dato che è la figura piu’ anziana e conservatrice del numerosissimo cast. La serie infatti, si dirama in diverse sottotrame che seguono i complotti e le meschinita’ per far carriera nel mondo della servitu’ come l’evoluzione della complicata situazione in cui si trovano i Crawley, a tutti viene dedicata molta attenzione nella scrittura con soluzioni mai banali: Lord Grantham, ad esempio, ha sposato la moglie americana Cora per la sua dote ma il loro e’ comunque un matrimonio felice perche’ il gentiluomo si e’ poi innamorato della donna che aveva impalmato solo per interesse. Tra la servitu’ spicca la figura dell’ambizioso Thomas che spera di far carriera diventando il valletto personale di Lord, e’ un omosessuale, “reato” ancora punito con la prigione nell’Inghilterra dell’era edoardiana: il giovanotto sta per trovarsi per le mani un segreto che gli permetterebbe un ricatto, situazione per la quale non nutre nessuna avversione.
La trama avvincente come un romanzo, e’ sostenuta da dialoghi strepitosi ricchi del piu’ sottile humour inglese, le scenografie sono sfarzose e anche la regia regala delle vere chicche, come il piano sequenza che segue il percorso della sguattera dalla cucina fino al salone della colazione. Cast stellare che vanta Elizabeth McGovern nei panni di Cora e una granitica Maggie Smith vincitrice dell’Emmy come Attrice non protagonista in una Miniserie o Film Tv per il ruolo di Lady Violet, Contessa Madre di Grantham.

Adèle e l’enigma del faraone

Adeleblancsec Mentre l’indomita giornalista Adèle Blanc-Sec e’ in Egitto per recuperare la mummia del medico personale di Ramsete al fine di riportarlo in vita e fargli curare Agathe, la sorella malata, a Parigi, il professor Esperandieu, che dovrebbe resuscitare la mummia, allena i poteri della mente facendo schiudere un uovo di pterodattilo che terrorizza la Ville Lumière..

Siamo nel campo del puro intrattenimento ma non c’e’ dubbio che questo centone sui dinosauri e le mummie abbia tutto il fascino della leggerezza e della fantasia facendo dimenticare i fantasy manichei sugli scontri tra bene e male: vedere un pterodattilo governato da un vezzoso boa di struzzo e’ finalmente originale. Accantonato anche il cote’ horror che solitamente accompagna il fantasy, il film di Besson mette in scena mummie con un aplomb tipicamente britannico e l’apparizione di Agathe malata colpisce non tanto per la sua crudezza ma perche’ si ispira chiaramente al dipinto La colonna rotta di Frida Kahlo.
Con freschezza ed ironia Besson riesce a restituire tutta la gloria della Parigi del 1911: la volitiva e intrepida Adèle e’ piu’ una rivisitazione di una suffragetta che un’Indiana Jones in gonnella ante-litteram (anche se gli omaggi a Spielberg ci sono); Agathe e’ stesa su un letto intarsiato degno di Majorelle e tutto l’appartamento di Adèle e’ arredato in perfetto stile art nouveau. La pellicola e’ percorsa da una vena anarcoide con presa in giro dei politici (la gustosissima sequenza delle telefonate per sollecitare la risoluzione del caso dello pterodattilo) tipica di un periodo di regicidi e che ricorda anche lo spirito delle comiche da cui arriva anche la reiterazione della scena di Adèle cacciata di prigione ogni volta che fallisce un tentativo di liberare Esperandieu; compare anche un esploratore cacciatore di bestie feroci, Justin de Saint-Hubert, figura tipica dell’inizio del XX secolo: gira con gli occhi bistrati di un divo del cinema muto e fara’ una meritata fine barbina.
Finale aperto per un secondo episodio con il nemico giurato di Adèle, Dieuleveult, pronto a rovinarle il viaggio su un famoso transatlantico partito nell’aprile 1912..

Addio a Tony Curtis

Tonycurtis Settimana pesantemente luttuosa per la cinematografia americana, iniziata con la scomparsa il 26 settembre, della centenaria Gloria Stuart, tra le attrici preferite del regista James Whale che aveva avuto un ritorno di gloria in tarda eta’ interpretando la parte di Rose da anziana in Titanic, proseguita con la dipartita di Arthur Penn e culminata il 29 settembre con la morte a Las Vegas di Tony Curtis, attore dalla carriera sterminata in cui incastona alcuni gioielli assoluti della storia del cinema.
L’attore era nato nel Bronx di New York il 3 giugno 1925, da una famiglia ebrea di origini ungheresi e infatti il suo nome era Bernard Schwartz cambiato per il debutto sulle scene in James Curtis poi in Anthony e accorciato definitivamente in Tony Curtis.
Il debutto nel cinema avviene nel 1949 in un film di Jerry Lewis inedito in Italia, How to Smuggle a Hernia Across the Border dove incontra Janet Leigh, l’attrice che sara’ la sua prima moglie, comprimaria in molti dei suoi film e madre delle figlie che proseguiranno la carriera artistica, Jamie Lee Curtis e Kelly Curtis.
Il successo arriva nel 1953 dove l’attore, con accanto a Janet Leigh, porta sullo schermo la biografia romanzata de Il Mago Houdini per la regia di George Marshall, classico film hollywoodiano che non spicchera’ per meriti eccezionali ma che ha il pregio di insinuarsi sotto pelle, soprattutto se lo vedi in giovanissima età.
Del 1957 e’ Piombo rovente, riflessione pessimista sulla corruzione e sul potere dei massmedia firmata da Alexander Mackendrick che vede Curtis recitare accanto a Burt Lancaster con cui lavorera’ molto spesso, come in Trapezio dell’anno precedente sotto la direzione di Carol Reed.
Tra i quattro film girati dall’attore nel 1958 sono da segnalare I vichinghi diretto da Richard Fleischer ed interpretato accanto a Kirk Douglas: si tratta di uno dei primi film dove la documentazione storica prevale sulle classiche rievocazioni hollywoodiane estremamente fantasiose. La parete di fango gli valse l’unica nomination agli oscar per il ruolo del galeotto evaso bianco incatenato al compagno di colore Sidney Poitier.
Il ‘59 e’ l’anno di grazia per Tony Curtis, protagonista con Jack Lemmon e Marilyn Monroe del capolavoro di Billy Wilder, Nessuno e’ perfetto e per la regia di Blake Edward e’ il tenente burlone Nicholas Holden del sottomarino che finira’ dipinto di rosa in Operazione sottoveste.
Nella sterminata carriera dell’attore che dopo i successi del ‘59 e’ richiestissimo, vanno menzionate la partecipazione a Spartacus di Kubrick nel 1960, il rinnovato incontro con Blake Edwars ne La grande corsa (1965) omaggio alle comiche slapstick e in una carriera quasi tutta votata alla commedia, spicca il ruolo de Lo strangolatore di Boston girato nel 1968 sotto la direzione di Richard Fleischer.
Attentiaqueidue Tra il 1971/72 Tony Curtis, accanto al futuro 007 Roger Moore interpreta una serie televisiva britannica Attenti a quei due (The Persuaders!), di grandissimo successo in Europa ma non altrettanto seguita in America e questo fu forse uno dei motivi che porto’ alla chiusura della serie. Il telefilm narra le avventure di due amici rivali, il nobile inglese Lord Brett Sinclair (Moore) e il milionario americano, self-made man, Danny Wilde.
Nel 1976 partecipa a Gli ultimi fuochi di Elia Kazan, uno degli ultimi ruoli degni di nota dell’attore che restera’ attivo tra cinema e tv fino al 2008 quando interpreta il film di Alain Zaloum David & Fatima, storia di amore tra un ebreo e una musulmana nella Gerusalemme divisa dallo scontro tra israeliani e palestinesi.