La signora ammazzatutti

Serial Mom
USA 1994
con Kathleen Turner, Sam Waterston, Ricki Lake, Matthew Lillard, Scott Morgan, Walt MacPherson, Justin Whalin, Patricia Dunnock, Lonnie Horsey, Mink Stole, Mary Jo Catlett
regia di John Waters

Beverly R. Sutphin è la perfetta casalinga americana: sempre impeccabile e rassicurante nell’occuparsi della sua famigliola middleclass, marito dentista e due figli adolescenti, ma dietro la facciata irreprensibile si nasconde un’assassina efferata che uccide chi cerca di alterare il suo mondo perfetto. Arrestata e processata, Beverly diventa una star dei media e riesce a farsi dichiarare innocente difendendosi da sola.

Un capolavoro controverso nella carriera del re del trash John Waters, un film osannato ma anche criticato per l’eccessiva compostezza a cui è approdato l’autore.

Io appartengo alla fazione di chi trova La signora ammazzatutti un ottimo film che ha anticipato i tempi, restando in ambito cinematografico di certo ha battuto sul tempo (di un anno) il gioiellino dei Flli Coen Fargo con la falsa didascalia iniziale del film ispirato a fatti veri e in tanti aspetti ci sono temi che saranno poi sviluppati nella serie tv Desperate Housewives: l’apparente quiete dei quartieri residenziali che nasconde il controllo ossessivo sui vicini, fonte di segreti e di omicidi più o meno nascosti.

Come sempre Waters sbeffeggia il perbenismo americano tratteggiando un’irreprensibile casalinga interpretata da una grandiosa Kathleen Turner, gentile e disponibile con tutti che si trasforma in una feroce assassina quando qualcuno contravviene le regole della convivenza civile, rubandole il parcheggio o non facendo la raccolta differenziata o peggio sbagliando il colore delle scarpe da portare in determinate stagioni; oppure tocca la sua famiglia, criticando la passione del figlio per il cinema splatter o tradendo la figlia.

L’escalation degli omicidi è esponenziale e surreale ma l’orrore vero non è in Beverly e in fondo nemmeno nell’attenzione mediatica (il 94 è l’anno della rocambolesca fuga di O.J. Simpson) ma è l’accettazione dei suoi comportamenti da parte di chi non è vittima delle sue angherie: gli spazzini che Beverly accoglie giornalmente con bibite e dolci, l’attrice che la interpreterà nel biopic tratto dalla vicenda e la sua famiglia che cerca di proteggerla fino all’ultimo e solo alla fine si rende conto che il più piccolo sgarro potrebbe trasformarli in potenziali vittime.

Beverly vince il processo facendo leva sulla sua immagine perfetta e la sua capacità di capire le debolezze dei testimoni per sfruttarle a proprio vantaggio perché nessuno si salva in questa commedia nera dai colori tenui da soap opera.

She-Devil – Lei, il diavolo

USA 1989
con Meryl Streep, Roseanne Barr, Ed Begley Jr., Linda Hunt, Sylvia Miles, A Martinez, Bryan Larkin, Elisebeth Peters, Maria Pitillo, Susan Willis, Mary Louise Wilson
regia di Susan Seidelman


She - devil


La sciatta casalinga Ruth Patchett scopre che l’adorato marito ha una relazione con la ricca scrittrice di romanzi rosa Mary Fisher; dopo aver aspettato inutilmente che il marito rinsavisca, Ruth viene lasciata dal consorte che le rinfaccia di essere l’unica voce in passivo della sua esistenza; punta sul vivo, la donna si mette d’impegno per distruggere la vita dell’ex: fa saltare in aria la casa, costringendo così il marito ad accollarsi i figli nella magione dell’amante; fa sbattere fuori dalla casa di riposo in cui vegeta la madre di Mary Fisher, con cui la scrittrice non ha un gran rapporto, e infine fa in modo che il marito finisca in carcere perché froda i suoi clienti.



Shedevil


Sul finire degli anni ’80 la stella di Meryl Streep si stava appannando: il suo talento era indiscutibile ma l’attrice non si era mai cimentata con la commedia quindi c’era qualche dubbio sulla sua versatilità.
She Devil è la prima commedia in cui la Streep si cimenta (guadagnando una nomination ai Golden Globes) prima di approdare al capolavoro di Zemeckis La morte ti fa bella, alla regia c’è una donna, Susan Seidelman, arrivava dal successo con Madonna, Cercasi Susan disperatamente. Se in quell’opera la regista metteva in scena il mondo underground new yorkese, in She Devil al centro della trama c’è ancora una casalinga frustrata ma stavolta l’estetica è quella da soap opera, soprattutto nella lussuosa villa rosa di Mary Fisher e nelle sue messe in piega vaporose. E dal mondo della soap arriva A Martinez, protagonista di Santa Barbara qui nelle vesti di Garcia, maggiordomo e toy boy della scrittrice fino all’arrivo di Bob Patchett; l’antagonista Roseanne Barr era un a regina delle sitcom tornata in auge di recente per il suo vibrante sostegno all’elezione di Trump.



Shedevil


L’assunto di questa spassosa commedia nera è quello di dimostrare che basta mettere la più raffinata donna alle prese con dei bambini e le incombenze domestiche e la seduzione va a farsi benedire, sia da un punto di vista intellettivo che da quello prettamente fisico: è difficile essere perfette quando basta lo sportello di una lavatrice a spezzare le unghie!



She-devil


La vendetta di Ruth è sistematica, vuole distruggere tutte le certezze della vita del marito, la casa, la famiglia, il lavoro e la libertà per farlo e la casalinga si munisce di un block notes dove segna i suoi obbiettivi per cancellarli una volta raggiunti, esattamente come fa Beatrix Kiddo in Kill Bill!
Per portare a termine la sua vendetta Ruth mette in piedi un agenzia di collocamento rivolta solo a donne brutte e segnate dalla vita, creandosi così una rete di contatti su cui far affidamento per incastrare penalmente l’ex marito, soluzione poco verosimile ma accettabile nel tono sopra le righe che caratterizza il film; chiaro e netto comunque il messaggio di sorellanza da cui siamo ancora lontane.

Betty Love

BettyloveNurse Betty
USA 2000
con Renée Zellweger, Morgan Freeman, Chris Rock, Aaron Eckhart, Pruitt Taylor Vince, Tia Texada, Allison Janney, Crispin Glover, Elizabeth Mitchell
regia di Neil LaBute

Betty Sizemore è un’adorabile cameriera del Kansas con ambizioni da infermiera frustrate da un marito particolarmente zotico. Betty sublima l’infelicità della sua esistenza con la soap opera A reason to love al punto che quando assiste all’omicidio del marito per questioni di droga rimuove l’accaduto convincendosi che il dottor Ravell, protagonista della telenovela sia il suo ex fidanzato e decide di tornare da lui. Mentre i due killer che le hanno ucciso il marito la cercano per tapparle la bocca, a Los Angeles Betty riesce a farsi assumere come infermiera e va a vivere con Rosa, sorella di un malato che ha salvato grazie alle tecniche apprese dalla soap, quando la coinquilina capisce l’ossessione di Betty decide di farle incontrare l’attore che interpreta il personaggio per cui ha una cotta ma la dolce follia di Betty incanta anche i produttori della serie che finiscono per darle una parte nella soap..




Betty love


Road movie, commedia romantica e commedia nera: diversi generi si mescolano nell’ottimo film di Neil LaBute  che mette in risalto le capacità attoriali di Renée Zellweger, purtroppo la pellicola è passata (quasi) inosservata per il successo planetario di Bridget Jones uscito poco dopo.
Una commedia apparentemente leggera, o almeno più leggera dei precedenti lavori di LaBute, ma non per questo meno graffiante: la denuncia del mezzo televisivo che dispensa una consolante melassa che ipnotizza a tutte le latitudini: nel finale Betty è a Roma e il cameriere che la serve non la riconosce, troppo preso a guardarla recitare sul piccolo schermo.




Betty love


Se il pubblico preferisce dimenticare i propri guai svagandosi con la tv e Betty rimuove lo shock dell’omicidio rifugiandosi nel mondo del suo amato dottor Ravell, LaBute ci mostra anche chi sta dietro la produzione di questa droga televisiva: attori e produttori disposti a tutto pur di mantenere il potere e il successo creato dalla soap; George McCord, l’attore che da vita al dottor Ravell e i produttori della serie sono talmente presi da loro stessi da non accorgersi dell’alterazione mentale di Betty, pensano che sia una brava attrice che abbia trovato un modo originale per farsi notare.
Del resto la follia di Betty è così convincente che anche per Rosa è difficile accorgersi che la coinquilina non sta cercando un uomo in carne e ossa ma è arrivata a Los Angeles sulle tracce di un personaggio di fantasia.
Fantasticare sugli altri è molto facile: anche Charlie, l’anziano killer all’inseguimento della donna e della partita di droga rubata che Betty ha portato con sè senza saperlo, durante il viaggio si crea un’idea della fuggitiva che corrisponde alle sue fantasie finendo per innamorarsi di lei perdendo così di vista la realtà, errore che pagherà molto caro.




Nurse betty


L’alienazione, la perdita di contatto con la realtà sono temi portanti del film quasi profetici di questo presente in cui la nostra attenzione è tutta rivolta a un piccolo schermo piuttosto che a ciò che ci circonda.

I promessi sposi – Il Trio

IpromessisposiItalia 1990 RAI
interpretato e diretto da Tullio Solenghi, Anna Marchesini, Massimo Lopez

RaiPremium ricorda la scomparsa di Anna Marchesini, avvenuta ieri mattina, trasmettendo tra ieri e oggi, le cinque puntate dello sceneggiato Rai che confermò il grandissimo successo del Trio Lopez Marchesini Solenghi.
Io l’avevo visto solo a frammenti e ieri l’ho recuperato con grande piacere trovando una produzione che non è invecchiata, capace di far ridere e sorridere più dei programmi comici attuali.
I promessi sposi del Trio resta un unicum: almeno io non ricordo altri sceneggiati o serie tv che siano delle vere e proprie parodie, il programma segue il solco della tradizione delle parodie del Quartetto Cetra nella Biblioteca di Studio Uno, che però esauriva in un singolo episodio il rifacimento scherzoso di un classico della letteratura e nella sigla finale quando Renzo e Lucia si schivano correndosi incontro sulla spiaggia vedo una citazione dei varietà di Sandra Mondaini e Raimondo Vianello.
AnnamarchesiniluciaIspirazione al varietà che viene quindi portata in un genere televisivo diverso lo sceneggiato, di cui si utilizzano, sbeffegiandoli, tutti gli stilemi: la voce off, il riassunto delle puntate precedenti, la sigla.
Resta comunque una produzione prestigiosa come si vede dagli esterni: il borgo di Lucia è ambientato nel Ricetto di Candelo (BL), il convento della Monaca di Monza sfrutta la facciata dell’abbazia di Rivalta Scrivia (AL).
Ma nel 1990 lo sceneggiato è già in declino e allora il Trio ne fa una versione postmoderna con un’iniezione di telenovelas, soap opera, citazioni di spot pubblicitari (silenzio parla Agnese), elezioni di Miss e premi presentati da Daniele Piombi, produzioni di reti private realizzate con mezzi di fortuna (la telecamera fuori fuoco e/o fuori campo del pranzo tra Don Rodrigo e il Griso), la parodia dei guasti al telegiornale con la telefonata in regia: lo sceneggiato diventa il contenitore per esercitare una critica divertente a una televisione che sta cambiando.
Satira televisiva e satira di costume aggiornando agli anni ’90 la storia dei due protagonisti; Renzo che gira con l’autoradio in mano, Lucia/Cenerentola che va al ballo sull’Ape, però i punti salienti dell’opera, cito solo l’Addio ai monti, non vengono snaturati anche se l’opera del Manzoni sembri quasi una scusa per dar vita alle follie surreali del Trio che entrano ed escono dal contesto letterario a loro piacere giocando con le fiabe e le citazioni filmiche; in fondo la foca monaca di Lopez non è poi in fondo troppo diversa dal cangurotto che lo stesso comico avrebbe fatto a Buona Domenica con Costanzo, ma se nel contesto del bizzarro convento di Monza risulta esilarante come trovata estrema, la reiterazione domenicale senza nessuna cornice assume un tono noioso e triste.
Purtroppo la comicità televisiva in questo quarto di secolo ha seguito solo quella via decontestualizzata perché bisognava abbattere i costi, perché il pubblico (o chi per lui) non voleva riferimenti alti, perché fino ai primi anni 2000 funzionava la satira politica che oggi resiste solo in Crozza, così il pubblico è stato abituato al tormentone, al facile gioco di parole perdendo un patrimonio di cultura anche comica.

Il condominio dei cuori infranti

 Condominiocuoriinfranti

Nello sgangherato casermone di una banlieue francese non meglio identificata, l’avaro inquilino del primo piano rifiuta di partecipare alle spese per cambiare l’ascensore: finirà temporaneamente sulla sedia a rotelle costretto a infrangere la regola di non usare mai l’ascensore che non ha voluto pagare uscendo solo di notte e incontrando così un’infermiera che gli farà battere il cuore; intanto un adolescente troppo solo fa amicizia con la nuova vicina di casa che scopre essere un’attrice in declino e un bel giorno sul tetto del palazzo atterra per sbaglio una capsula della Nasa con a bordo un astronauta di ritorno da un amissione spaziale che trova ospitalità presso una vedova algerina il cui figlio è in prigione..


Tratto dai racconti autobiografici del regista Samuel Benchetrit, Il condominio dei cuori infranti è un film dolceamaro dove la solitudine di sei vite s’incontrano in un crescendo di surrealtà che culmina nell’arrivo dell’astronauta John McKenzie costretto a restare presso la signora Hamida perché la Nasa non può rivelare di aver perso il suo astronauta pena il taglio dei fondi. Anche gli altri incontri nascono da costrizioni: il giovane Charly aiuta la vicina a rientare in casa dopo che lei si è chiusa fuori e resta affascinato dalla sua attività, Sternkowitz ,costretto a nutrirsi ai distributori automatici del vicino ospedale perché impossibilitato ad uscire di giorno, incontra l’infermiera che cerca di sedurre imitando goffamente Clint Eastwood ne I ponti di Madison County, ancora il cinema è l’elemento che salda il legame tra Charly e Jeanne che vedono insieme “La donna senza braccia” con questo titolo vengono spaciati alcuni frammenti de La Merlettaia interpretato nel 1978 sempre da Isabelle Huppert. Il legame tra John e Hamida è rinsaldato invece dalla soap opera Beautiful: come in Caro Diario di Nanni Moretti, l’americano ha già visto gli episodi e svela i colpi di scena.
Filo conduttore delle tre vicende il tema della caduta, fisica per Sternkowitz, lavorativa per Jeanne e letteralmente dal cielo per John, tre cadute che però portano a una rinascita, a un nuovo legame umano che segna la vita dei protagonisti donando loro un senso di speranza, messaggio che investe totalmente anche lo spettatore.

Joy

Joy

Joy è una trentenne molto volonterosa e di buon cuore che ha rinunciato ai suoi sogni per occuparsi di tutta la famiglia: nel seminterrato ospita il marito divorziato con cui ha avuto due figli, si occupa della madre depressa che da anni vive reclusa in casa guardando solo soap opera. Torna a vivere da lei anche il padre sciupafemmine appena lasciato e già in procinto d’innamorarsi di una ricca vedova. Un giorno Joy ha un’idea brillante per un mocio che si strizza da solo e per una volta nella vita esige dalla famiglia l’aiuto che le deve..

Joy avrebbe potuto essere un film interessante perché l’ascesa di una donna che dal nulla riesce a creare un’impero economico avrebbe potuto essere stimolante per le donne impegnate nelle battaglie per ottenere lo stesso stipendio degli uomini e un ottimo esempio per le ragazzine a cui sono dedicate diverse campagne perché abbiano il diritto di fare ciò che vogliono: tra l’altro è proprio riconettendosi con la sua parte infantile di fantasiosa inventrice che Joy, dopo un lungo letargo, trova le forze per inventare un prodotto rivoluzionario e combattere per far valere i propri diritti.
JoyA non funzionare è lo stile scelto: la voce off della nonna dona alla storia una dimensione fiabesca (la neve ricorda un po’ Edward Mani di Forbice) reso fintamente cinico dalle atmosfere da soap opera. Il messaggio positivo di donna volitiva si perde così nella morale da Cenerentola per cui Joy sembra venir premiata col successo finale più per il suo buon cuore visto che perdona più volte i tiri mancini dei parenti che la ostacolano. Minor risalto ha invece l’impegno con cui persegue il suo intento, impegno che si sa, per una donna dev’essere più di quello speso da un uomo; a ben pensarci se taglio fantastico doveva essere era più indicato il genere supereroi(na).

Per amor vostro

Anna, finalmente assunta a tempo indeterminato in una casa di produzione televisiva, sembra dimenticare nelle attenzioni che le riserva il divo di una soap opera, i problemi famigliari: le esigenze dei genitori sempre più anziani, gli scontri con i figli adolescenti, di cui uno sordomuto e soprattutto il pessimo rapporto col marito che negli anni si è trasformato in uno strozzino della camorra, ma un giorno Anna sarà costretta a prendere coscienza della realtà che la circonda e smettere di far finta di nulla..

PerAmorVostro

Quello che davvero intriga in Per amor vostro, è lo stile di regia: fondamentalmente è un film in bianco e nero dove l’assenza di colore sta a sottolineare il grigiore di una normalità a cui ci si è rassegnati, sprazzi di colore e inserti a cartoni animati stanno a significare i moti dell’anima, i sogni e i desideri di Anna, la protagonista del film da cui la macchina da presa non si distacca mai, cercando di cogliere tutti gli aspetti della sua vita. Valeria Golino, memorabile come ai tempi di Respiro di Crialese, sorregge tutto il film e ha meritato ampiamente la Coppa Volpi assegnatale all’ultima Mostra di Venezia.
Oltre alla tecnica, il film si distingue anche per l’uso della colonna sonora: la pellicola è divisa in tre segmenti che sono introdotte da tre ballate che ampliano la vicenda, come da tradizione dei cantastorie e anche come nel coro greco, funzione che viene ripresa in maniera più puntuale dai passeggeri dell’autobus su cui più volte si ritrova Anna, sottolineando i suoi pensieri, le ansie, le paure. Le ballate degli Epsilon Indi sono in dialetto napoletano stretto, come gran parte del film e il miscuglio linguistico è un tratto fondamentale della pellicola, recitata in italiano, napoletano e nella lingua dei segni.
L’opera racconta della presa di coscienza di una donna, del suo coraggio di ritrovare la forza e la libertà che le erano stati strappati da bambina ma si tratta anche di un film di denuncia; Napoli è molto presente in Per Amor Vostro non solo per il riferimento camorristico, ma soprattutto per la dimensione tradizionale (memorabile la scena di Anna con la madre al cimitero delle Fontanelle), la denuncia che il film compie esula dal contesto napoletano e si allarga a tutta Italia, da sempre paese ignavo (Ignavia è stato un titolo preso in considerazione per il film) da sempre disposto a far finta di non vedere, a pagare lo scotto minore in nome di un bene comune ristretto all’ambito famigliare: l’Italia dove tutto si fa “per amor vostro”.

Come un tuono

Comeuntuono Luke Glanton è un motociclista che si esibisce nelle fiere. Tornato a Schenectady scopre che Romina, la ragazza con cui ha aveva avuto una relazione l’anno precedente ha avuto un figlio da lui ma nel frattempo si è trovata anche un nuovo compagno. Luke decide di fermarsi in città per stabilire un legame con il bambino e per rispondere alle sue necessità materiali non trova di meglio che mettersi a rapinare banche ma un giorno la polizia riesce ad intercettarlo e inizia un inseguimento con un giovane poliziotto, Avery Cross, anche lui con un figlio di un anno. L’esito della caccia all’uomo avrà ancora ripercussioni, 15 anni dopo, sulle vite dei due pargoli.

Sono andata a vedere Come un tuono perché da ragazzina amavo gli spettacoli di motociclisti alle giostre, non certo pensando di andare a vedere il film di uno dei “registi più interessanti della sua generazione”. Ho trovato il film noiosissimo e se Derek Cianfrance è uno degli autori più interessanti del nuovo cinema sono sinceramente preoccupata per le sorti della settima arte!
Ho cercato di capire cosa facesse ritenere degno di nota questa pellicola ma obiettivamente non ci sono riuscita: tutte le recensioni della prima pagina di google riportano tra parentesi peccati che io non ritengo affatto veniali: se la trama e al limite della soap opera, l’uso della telecamera a mano eccessivo, la morale (aggiungo io) inesistente cosa resta di un film? Il piano sequenza iniziale e la corsa in moto attraverso i boschi e soprattutto il fascino di Ryan Gosling direte voi. Vero: la sua bravura gli permette di reggere i tempi sospesi amati da Cianfrance purtroppo Luke muore dopo quaranta minuti di film e a voi resta almeno un’altra ora e mezza in compagnia dell’odioso Avery Cross e discendenza.

Dallas vs Amiche Nemiche

Dallasvsamichenemiche C’è qualcosa di mortifero nel ritorno di Dallas che va oltre la salute malferma dei due vecchi fratelli Ewing: Bobby malato di cancro e J.R. al ricovero vittima di demenza senile (da cui guarisce miracolosamente alla sola idea di poter truffare il fratellino.. va beh). Il senso di morte arriva anche dalla scelta dell’attrice Brenda Strong per interpretare Ann, la terza moglie di Bobby: la Strong è diventata nota per aver interpretato Mary Alice Young la casalinga suicida da cui prende le mosse la fortunata serie di Desperate Housewives. Che Dallas sia un vecchio dinosauro che vuole rialzarsi lo dimostra anche la sigla fedele all’originale, solo lievemente aggiornata nelle riprese dei grattacieli della Dallas contemporanea.
Nelle due puntate andate in onda ieri sera su Canale 5 siamo già stati catapultati in ogni sorta di intrighi e colpi bassi che dai due storici fratelli passano alla nuova generazione: John Ross III, gramo quanto il padre, infatti non si fa scrupoli nel venir meno al testamento di Miss Ellie trivellando anche all’interno di Southfork Ranch mentre Christopher, figlio adottivo d Bobby, punta sulle energie alternative. Inutile dire che i due cugini spasimano anche per la stessa ragazza, insomma la solita trama da soap opera che pure ha già vista confermata la seconda stagione.
Purtroppo non andrà oltre la prima stagione un’altra serie ambientata a Dallas, Amiche nemiche in onda su Fox Life, una commedia dai toni surreali che doveva essere l’erede di Desperate Housewives. La vicenda inizia con il ritorno a casa di Amanda Vaughns dopo che il marito è morto fuggendo con la sua amante e un malloppo di soldi rubati ai suoi clienti. In gioventù Amanda era la ragazza più bella della scuola, superficiale e perfida che si prendeva gioco crudelmente delle sue amiche. Ora le sue vecchie vittime, tutte ricchissime e rifatte non perdono occasione per vendicarsi dei soprusi subiti negli anni del liceo.
La serie che mette alla berlina il mondo dei ricchi petrolieri texani, in pieno delirio teocon, forse ha osato troppo infatti è stato cambiato anche il titolo originale: l’acronimo GCB che stava per Good Christian Bitches ora sta a significare Good Christian Belles e non è difficile intuire che si andrà verso un lieto fine ma lo spirito caustico verso un mondo di ricchi che non ha problemi a sostenere che “Dio gli parla spesso attraverso Dior” è esilarante anche grazie alla presenza di Kristin Chenoweth il cui talento per la commedia era già emerso in Pushing Dasies dove interpretava Olive mentre in Amiche nemiche è Carlene, la più acerrima nemica di Amanda.

Angel – La vita, il romanzo

Angel_2 Nell’inghilterra di fine ‘800, Angel Deverell, figlia di una droghiera combatte contro tutto e tutti per portare avanti il suo sogno: diventare una famosa scrittrice, il sogno di avvera portandole anche l’amore, il pittore incompreso Esme’ Howe-Nevinson. La dorata vita di Angel si infrange contro la prima guerra mondiale, quando i suoi romanzi passano di moda ed Esme’ si suicida, incapace di sopravvivere alle brutture della guerra, anche Angel dovra’ confrontarsi con la realta’ ed uscire dal mondo fantastico nel quale si e’ sempre illusa di vivere.

Quel che colpisce maggiormente nell’ultimo film di Ozon e’ la messa in scena, ispirata ai “women movie” degli anni ‘30 e ‘40, definizione che comprende un cinema che ha come protagonista le donne ed e’ indirizzato ad un pubblico prettamente femminile e che spazia da opere fondamentali come Via col vento, (chiara fonte di ispirazione del film di Ozon) a melodrammi convenzionali fino a opere minori che puntano esclusivamente sui toni melensi; l’operazione riesce molto bene nella prima parte del film quando il regista sottolinea con ironia i toni piu’ parossistici del sentimentalismo pescando nell’estetica da soap opera: lo sguardo che si perde nel vuoto, l’uso evidente dei trasparenti, e soprattutto il bacio tra Angel ed Esme’ sotto la pioggia, ripreso dal basso con la macchina che sale fino ad inquadrare l’arcobaleno uscito a coronare la promessa d’amore dei due giovani: credo che una composizione simile non sia mai stata osata neppure nella piu’ stucchevole telenovela!
La seconda parte del film, piu’ drammatica risulta piu’ convenzionale e quindi anche piu’ noiosa: peccato che il Ozon non abbia osato continuare ad calcare i toni esasperati della prima parte, si azzarda solo una volta quando Angel si reca a casa della rivale in amore, scoprendo tra l’altro dei risvolti degni del miglior feuilleton, la scena si svolge nel 1920 e Angel si presenta sfatta, malamente abbigliata nelle sue sontuose mise di fin de siecle: il solo contrasto tra lo stile della casa e l’anacronismo di Angel evidenzia l’incapacita’ della protagonista di affrontare la realta’ e’ da a tutta la scena un risvolto tragicamente grottesco.
Merita di essere menzionata la prova di Romola Garai, in grado di modulare tutte le sfumature del personaggio di Angel: ragazzina sfacciata ed insolente, ragazza inebriata dal successo e dall’amore, donna delusa dalla vita ma caparbiamente intenzionata a portare avanti la visione romanzata della sua esistenza.