I Compagni

Italia 1963, Cinelux
con Marcello Mastroianni, Bernard Blier, Folco Lulli, Annie Girardot, Renato Salvatori, François Périer, Mario Pisu, Piero Lulli, Vittorio Sanipoli, Bruno Scipioni, Pippo Starnazza, Giampiero Albertini, Gabriella Giorgelli, Raffaella Carrà, Giulio Bosetti, Kenneth Kove, Franco Ciolli
regia di Mario Monicelli



Icompagni


Torino fine ‘800: l’ennesimo incidente in una fabbrica tessile scatena il malcontento degli operai costretti a lavorare 15 ore al giorno, l’incontro fortuito con il professore Sinigaglia, sovversivo fuggito da Genova porta gli operai ad organizzare uno sciopero che dura trenta giorni e finirà nel sangue con la morte del giovane Omero



Icompagni


Film molto amato dall’autore che lo preferiva a La Grande Guerra, I compagni non ebbe grande riscontro in Italia e basta vedere il film per notare l’attualità di molti dialoghi e situazioni di lavoratori sfruttati e sottopagati.
La pellicola è un film corale che, con il solito spirito dissacrante di Monicelli, racconta la presa di coscienza della classe lavoratrice: i primi primi tentativi falliti di dissenso (la sirena di fine lavoro suonata un’ora prima del solito) l’organizzazione dello sciopero, i rapporti che si creano tra i vari protagonisti, comprese le storie d’amore: Adele, la figlia di Pautasso finito sotto il treno per fermare i “Krumiri” disoccupati fatti arrivare da Saluzzo s’innamora di Raoul, svagato sciupafemmine che la convivenza forzata con il professore trasforma suo malgrado in un espatriato, Bianca la sorella di Omero, s’innamora del soldato conosciuto durante una distribuzione di minestra per i poveri, soldato che si troverà in prima linea durante l’attacco ai manifestanti in cui muore Omero. La prostituta Niobe, figlia disconosciuta di un operaio s’invaghisce del bizzarro professore e lo accoglie in casa.



Icompagni


L’ambientazione di fine ‘800 permette di smorzare i toni drammatici del film con scene mutuate dalle comiche d’inizio secolo. molte situazioni, soprattutto negli scontri con quelli di Saluzzo rimandano alle battaglie da torte in faccia anche se qui finisce con la tragedia di Pautasso investito da un treno in transito.
Anche la svagatezza del professore, il suo arrivo fortuito da un un treno su cui ha viaggiato abusivamente rimanda a Chaplin e Buster Keaton ma di sicuro, i suoi modi impacciati in contrasto con l’eloquio convincente, il suo giocare con gli occhiali sono stati d’ispirazione per il Professore più famoso di questi ultimi anni, quello de La casa di carta.
Interessante e forse tristemente profetico il finale: mentre Bianca (una brava Raffaella Carrà) piange il fratello morto, unico sostegno della famiglia, il professore, prima di essere portato via dalle guardie, cerca disperatamente i suoi occhiali: una miopia dell’intellighenzia che, anche quando condivide la fame degli operai non può comprendere totalmente le ragioni?

Non ci sono più le quattro stagioni

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Non ci sono più le quattro stagioni è uno spettacolo teatrale -gratuito- che ha iniziato la sua tournée venerdì scorso a Genova, ai Magazzini del Cotone.
Il tema è quello de cambiamento climatico, illustrato dal metereologo Luca Mercalli senza immagini catastrofiche o previsioni apocalittiche ma dimostrando le variazione climatiche che sono negate ancora oggi attraverso l’arte: quadri come Cacciatori nella neve di Pieter Bruegel il Vecchio, sono la conferma della “piccola glaciazione” che ha coinvolto l’Europa nel XVI secolo.
Se le fluttuazioni termiche sono connaturate al nostro pianeta, gli influssi umani stanno alterando pericolosamente questi dati verso il rialzo e quello che possiamo fare dopo l’approvazione del Patto di Parigi (entrato in vigore proprio il 4/11) ma soprattutto con scelte di vita personali incentrate sul risparmio e il riciclo energetico, possono oramai solo fermare la “febbre” del pianeta a una situazione tollerabile ma non farla regredire del tutto, mentre l’uso insistito di energia fossile, progetto caro al nuovo presidente Donald Trump, potrebbe avere esiti disastrosi e non reversibili.

Stagioni

Ad inframmezzare le spiegazioni di Mercalli gli estrosi interventi della Banda Osiris, un gruppo di quattro strumentisti classici che mi auguro abbiate tutti visto almeno una volta nella vita: nei loro spettacoli stravolgono l’approccio serioso alla musica classica.
Il primo intervento partiva dalla Primavera di Vivaldi per tornarvi saltando da Oyo como va di Santana alla sigla de La famiglia Addams. Molto divertente anche la sfilata sui termini della musica: lento, allegro ecc..
Il mio vivo consiglio è di partecipare alle date future.

La visita all’Expo

Mancano meno di due settimane alla chiusura dell’Expo: rinunciare a causa della ressa o non perdersi l’occasione di partecipare all’evento?
Io ho optato per una versione soft una visita serale (che da settembre inizia alle ore 18,00 per concludersi alle ore 23,00; alle 24,00 nei finesettimana). Ho scelto di andarci di lunedì, con i mezzi pubblici: arrivando da Genova e parcheggiando a Famagosta ci vuole quasi un’ora per arrivare a destinazione ma almeno sono tempi certi rispetto a quelli imprevedibili della tangenziale congestionata dei pomeriggi feriali.
Qualche minuto per i controlli di routine, come quelli aeroportuali e ci si inoltra alla scoperta dell’Expo. E’ una gioia per gli occhi e per l’olfatto, da non perdere assolutamente i cluster dedicati alla frutta, le spezie e quello inebriante del caffè e del cioccolato. I padiglioni i sono limitata a vederli solo dall’esterno, cosa che avrei fatto anche con meno ressa e più tempo a disposizione: sinceramente non capisco le persone che ieri si sorbivano tre ore di coda per entrare nei vari padiglioni, quasi tutti presi d’assalto, avrei fatto un’eccezione per quello del Nepal o per Palazzo Italia ma la folla in attesa scoraggiava i miei buoni propositi.
Ho avuto la sensazione di trovarmi in un’enorme fiera, in fondo non troppo diversa da quelle patronali delle nostre città: l’allegria gli odori la curiosità che si provava quando si andava alle giostre.
Sono contenta di quello che ho avuto nel tempo impiegato: per la soddisfazione di aver partecipato,anche solo una vista serale può bastare.

#Expo2015 Dante Ferretti, I guardiani del cibo statue ispirate all'#Arcimboldo

Una foto pubblicata da Eva (@avadesordre) in data:

Frida Kahlo e Diego Rivera

Mostrafrida

Sono stata praticamente tra gli ultimi ad essere ammessa alla mostra Frida Kahlo e Diego Rivera che chiudeva ieri a Genova, la mostra mi incuriosiva molto dalla sua prima fermata italiana a Roma alle Scuderie del Quirinale prima di arrivare in Liguria modificata in alcuni aspetti.
La curiosità nasceva dal fatto di notare una certa angelicazione della figura di Frida sui social, in primis su Pinterest dove mi capita spesso di visitare intere board dedicate alla pittrice senza (quasi) nessuna delle sue opere ma tantissime sue foto e quindi mi dicevo “Ah-Ah! Mo’ voglio vedere come vi confrontate con i suoi dipinti di dolore e sangue” perché fondamentalmente io sono un’ingenua e mai avrei creduto che una mostra avrebbe seguito il mood popolare su Frida Kahlo, nota per la vita tormentata, immortalata in quasi ogni momento della sua esistenza, anche sul letto d’ospedale ma vittima di una grande rimozione dei suoi quadri più drammatici che non siano gli autoritratti e le nature morte.


Unos cuantos piquetitos

A Palazzo Ducale mancava persino il quadro più famoso della pittrice Le due Frida mentre era notevolissimo l’apparato fotografico, chi come la sottoscritta ha visto la mostra veneziana del 2001 dedicata a Frida Kahlo e la pittura messicana che esponeva un numero ridotto di opere ma non temeva di mostrarne gli aspetti più sofferti, si è sicuramente trovato spiazzato nella delineazione contemporanea di Frida, sublimata in una icona pop ma disincarnata dalla narrazione martoriata e sanguinolenta del suo corpo e mi chiedo se l’artista approverebbe questo amore incondizionato ma superficiale, meno male che c’è stato modo di approfondire anche l’arte del suo Diego, questo lo avrebbe sicuramente apprezzato e io con lei.

Paura e desiderio

Pauraedesiderio.jp Ultimo giorno per vedere in sala il film d’esordio di Stanley Kubrick del 1953, pellicola di 68 minuti che il regista aveva rinnegato liquidandola come un semplice esercizio e che sembrava andata perduta.
Il film è certamente imperfetto: il debuttante è indeciso tra diverse soluzioni stilistiche ma sembra avere già ben chiari alcuni punti che torneranno spesso nei suoi film, soprattutto quelli concernenti la guerra.
Paura e desiderio racconta le vicende di una pattuglia aerea caduta oltre le linee nemiche, delle decisioni da prendere per sfuggire al nemico e delle reazioni che queste comportano: il più giovane tra i quattro uomini impazzirà, uccidendo una ragazza che era stata fatta prigioniera mentre un altro troverà nell’eroismo (uccidere un generale nemico a costo della vita) la ragione per un’esistenza che altrimenti avrebbe ritenuto sprecata.
Nel prologo iniziale Kubrick tiene a precisare che la storia non ha una collocazione storica esatta, che la scelta di far parlare in inglese i protagonisti è solo una convenzione: il regista racconta quindi una storia astratta paradigmatica dell’essenza stessa della guerra.
Oltre che anticipare i film che verranno, Paura e desiderio ci racconta anche della formazione kubrickiana: il rigore formale della composizione delle immagini che riscontriamo anche nelle sue fotografie (in mostra fino al 25 agosto al Palazzo Ducale di Genova) e l’ammirazione per la filmografia russa espressamente citata nell’assalto ai soldati che mangiano e nel confronto tra la ragazza legata e il soldato che la sorveglia, i due momenti cinematograficamente più potenti del film.

Diaz – Don’t clean up this blood

Diaz Il rewind dei frammenti di vetro di una bottiglia che si ricompongono e il suo volo al contrario per tornare nella mano del ragazzo che la lancia contro la volante di polizia che provocatoriamente passa davanti alla scuola Diaz. Quel lancio di bottiglia tornerà più volte a scandire la pellicola di Vicari, per distinguere i diversi punti di vista di chi quella terribile notte si trovò coinvolto in una delle vicende più tragiche e vergognose della nostra storia che il film ricostruisce seguendo gli atti giudiziari del processo contro i responsabili delle violenze alla Scuola Diaz e alla caserma di Bolzaneto durante l’ultimo giorno del G8 di Genova nel 2001.
Benchè gli eventi di quel G8 siano stati i primi in cui le riprese (amatoriali o meno) abbiano seguito quasi ogni momento di quel disastroso vertice e il materiale sia stato rimontato in diversi documentari, non ultimo Black block andato in onda su Rai3 domenica 15 aprile, a due giorni dall’uscita nelle sale del film di Vicari, l’opera di fiction ha un alto valore civile e politico che rende universale una storia di cui era possibile, e da tempo, sapere tutto o quasi.
La mattanza nella scuola che sembra la sequenza di un film horror è sicuramente il segmento più ruscito di un film nel complesso molto buono che riesce a “far volare” i 127 minuti di durata inchiodando lo spettatore a una realtà terribile e incredibile.
Le torture nella caserma di Bolzaneto sono invece un contraltare anche stilistico alla violenza della Diaz se nella scuola la violenza esplode inattesa e violenta, di Bolzaneto rimane impressa la stupidita’ del torturatore (ecco il messaggio universale che trascende la vergognosa pagina di storia italiana) farò l’esempio più leggero: quando Alma viene introdotta in caserma la poliziotta che la trascina malamente per i capelli si ferma come secondo un copione stabilito davanti a un poliziotto che sputa in faccia alla ragazza e più che indignare l’offesa (si è già assistito a trattamenti più disumani) colpisce la stupidità di uno che sta lì, con l’unico compito di sputare in faccia alla gente. Chi ci starebbe? verrebbe da chiedersi se non ci fosse stato l’esperimento della prigione di Stanford che ha dimostrato scientificamente che l’individuo demanda il suo giudizio critico e la sua umanità al gruppo di appartenenza. Quello scioccante esperimento è stato narrato anche in alcuni film, The experiment (rifatto nel 2010) uscì proprio nel 2001, nel 2002 in Italia. Vorrei chiarire che il fatto che l’individuo perda la sua libertà di giudizio quando viene inserito in un gruppo, non è certo una giustificazione per gli atti di Bolzaneto, casomai un ulteriore colpa per chi dirige le forze dell’ordine che non dovrebbe mai creare il presupposto per situazioni così esplosive.
La validità nella pellicola sta quindi nel raccontare quanto accadde in luoghi preclusi alle telecamere, mostrarne l’orrore e la follia riuscendo a mantenere una lucidità di giudizio per cui i poliziotti non vengono visti solo come colpevoli e c’e’ un finale tenerissimo che forse è la scena che resta più impressa: Alma che quando vede la madre si mette una mano davanti alla bocca: quello che a prima vista sembra un’innato gesto di stupore è il tentativo dignitoso di nascondere alla madre la vistosa ferita sul labbro.

1860

1860 Italia 1934,
con Giuseppe Gulino, Aida Bellìa
regia di Alessandro Blasetti

1860: in Sicilia il popolo freme in attesa dell’arrivo di Garibaldi; il giovane contadino Carmeliddu viene scelto per andare a Genova ed informare il colonnello Carini della situazione siciliana. Lasciata l’amata moglie Gesuzza, il picciotto arriva a Genova con mezzi di fortuna ma fara’ ritorno assieme alle camicie rosse garibaldine.

Quasi sperimentale l’inizio della pellicola: quattro minuti senza dialoghi che descrivono il giogo borbonico per reprimere i fermenti risorgimentali tra i contadini; un minutaggio importante nell’economia di una pellicola che non dura nemmeno 80 minuti.
I soldati borbonici sono mercenari svizzeri di lingua tedesca e a posteriori il film risulta drammaticamente profetico per l’uso di quella lingua germanica usata per impartire ordini di morte e scegliere a caso tra i prigionieri le vittime delle fucilazioni.
Lo spirito antiretorico che anima il lavoro di Blasetti e’ chiaro fin dal principio: il fanciullo che va a chiamare Carmeliddu viene ucciso, colpito alle spalle da un soldato asburgico, il regista preferisce mostrarci il soldato che spara e non la morte del ragazzo che sara’ evidente solo quando verra’ ricomposto sul letto. Anche le fucilazioni dei ribelli saranno sempre fuori campo.
Antiretorica e’ anche la scelta di raccontare l’epico sbarco dei Mille con il viaggio all’incontrario di Carmeliddu, che risale la penisola per informare gli esuli siciliani. Partito con una semplice barchetta riesce ad arrivare fino a Civitavecchia e la parte finale del viaggio con il protagonista stremato offre ancora delle soluzioni ardite per un film celebrativo: la dimensione delirante delle onde su cui si sovrappone l’ombra del veliero che soccorre Carmeliddu.
Il viaggio in treno e la permanenza a Genova sono divertenti perche’ offrono uno spaccato dell’italianita’ rimasto immutato fino ai giorni nostri: la piccata diatriba politica tra il cattolico e il “federalista” continuera’ anche sul campo di battaglia quando il primo rimbecchera’ il mangiapreti mostrandogli il frate coinvolto nella rivolta. Il disfattismo e il finto cinismo di chi non crede alla partenza di Garibaldi e poche ore dopo si ritrova a Quarto per imbarcarsi. Non manca la babele di dialetti che mi ha fatto sorridere pensando alle feroci critiche mosse allo spot RAI di quest’anno per ricordare la scadenza del canone.
La ricostruzione della vita dei contadini siciliani, le riprese in esterni, l’uso dei diversi dialetti anticipano in qualche modo la scuola neorealista anche se non manca un rimando alla cinematografia russa nell’uso dei primi piani dei volti.
Ancora una volta Alessandro Blasetti riesce a schivare la propaganda fascista piu’ greve: se viene mostrato chiaramente il testo con cui Garibaldi si arroga la dittatura sulla Sicilia perche ‘ “nei momenti difficili c’e’ bisogno di un uomo forte al comando”, non mancano dialoghi in cui si esalta la necessita’ di una repubblica.
Nel 1951 il regista stesso curo’ il taglio dei cinque minuti finali in cui le camice nere sfilano davanti ai reduci garibaldini.

Titoli alternativi: 1860 – I Mille di Garibaldi
Sicilia 1860
Gesuzza the Garibaldian Wife (USA)

Genova

Genova Genova
GB 2008
con Colin Firth, Catherine Keener, Perla Haney-Jardine
regia di Michael Winterbottom

Dopo l’incidente automobilistico che e’ costato la vita alla moglie Marianne e da cui sono miracolosamente uscite illese le due figlie, Joe, professore universitario, decide di lasciare Chicago e di trasferirsi in Italia per un anno. La sua sede d’insegnamento sara’ Genova.

Siamo di fronte a una piccola perla da annoverare tra i film invisibili: nonostante Michael Winterbottom abbia vinto il premio per la miglior regia al festival di San Sebastian, in Italia la pellicola soffre di una programmazione molto sparagnina concentrata soprattutto in Liguria e trainata dal successo veneziano di Colin Firth in A single man.
L’inizio del film e’ molto coinvolgente: la macchina da presa si muove dentro l’abitacolo dell’automobile cogliendo l’intimita’ giocosa di una madre in viaggio con le due figlie, l’adolescente Kelly e la decenne Mary che involontariamente causera’ la morte della madre.
La scelta radicale del padre di trasferirsi in un paese completamente diverso come l’Italia (di cui per altro la madre era originaria) inasprisce l’elaborazione del lutto da parte della famiglia che rischia di perdersi. Il naturale rapporto conflittuale tra sorelle viene esacerbato dal silenzio che avvolge la responsabilita’ di Mary nella morte della madre, Kelly ricerca spasmodicamente la vita buttandosi nel rapporto con l’altro sesso mentre la piccola sublima il suo senso di colpa affascinata dalla molteplice rappresentazione religiosa italiana: chiese e edicole mariane. Questo percorso psicologico si svolge nel centro storico di Genova in cui le ragazze faticano ad orientarsi e i carruggi con la loro oscurita’ squarciata da abbacinanti tagli di luce sono la rappresentazione ideale del iter obbligato(rio) per uscire dal lutto. Oltre a Genova altri luoghi della Liguria, ad esempio San Fruttuoso diventano le location mai banali che sottolineano l’evoluzione psicologica dei personaggi.
La pellicola si chiude con un andamento circolare della trama: Joe e le sue figlie si ritrovano dopo un altro incidente automobilistico che questa volta non ha conseguenze.
Cast di tutto rispetto: oltre a Colin Firth c’e Catherine Keener (la Nelle Harper Lee di Truman Capote: A sangue freddo) che qui interpreta l’amica italiana di Joe, da sempre un po’ innamorata di lui e si segnala Perla Haney-Jardine: la piccola B.B. Kiddo di Kill Bill affronta molto bene il ruolo complesso di Mary, mentre la bella Kelly e’ interpretata Willa Holland, la Kaitlin Cooper di The O.C.

La Merica! Da Genova ad Ellis Island.

La merica1 Ancora pochissimi giorni per visitare la mostra sull’emigrazione italiana d’inizio ‘900 che si tiene a Galata Museo del Mare a Genova.
Si tratta di un’ esibizione interattiva: al visitatore viene fornito biglietto d’imbarco e passaporto con i dati relativi a persone che hanno davvero compiuto la traversata atlantica in cerca di fortuna e poteva anche capitare in sorte di vestire i panni di Rodolfo Valentino o Eleonora Duse. Il bigliettaio legge i dati del passaporto e introduce la nuova identita’ del visitatore. Io ero Michela Maria Caserta, una donna non piu’ giovanissima che ha lasciato l’avellinese in cerca di fortuna a Nuova York, al mio moroso invece e’ toccata l’identita’ di un emigrato genovese che i soldi in America li ha fatti davvero.
Il percorso prosegue sul bastimento dove sono mostrate le cuccette di terza classe e le cabine di seconda, la sala da pranzo che per molti nostri connazionali rappresentava per la prima volta la sicurezza di due pasti garantiti al giorno.
Le didascalie raccontano come molti illustri personaggi del tempo trovassero le condizioni del viaggio deprecabili e sicuramente sulla pelle di tanti poveracci fecero fortuna molte compagnie mercantili che negli anni a cavallo tra il XIX e XX secolo riattarono vecchie navi in bastimenti per il trasporto di emigrati. Una cosa squallida ma sempre piu’ dignitosa degli orrori che vediamo al giorno d’oggi sulle nostre spiagge.. alla faccia del progresso!
La merica2 La mostra termina con l’arrivo a Ellis Island e sono descritti i testi fisici e psicologici che gli immigrati dovevano sostenere per avere diritto all’ingresso in America. Mi ha colpito molto l’attenzione che si aveva per l’ingresso delle donne proprio per evitare il fenomeno della prostituzione e di nuovo il parallelo con i tempi di oggi si fa stridente.
Al termine della visita c’e’ ancora uno spazio interattivo dove si puo’ rispondere direttamente ad alcuni dei questionari da superare per poter entrare, sono molto simili a quelli che ancora oggi distribuiscono sui voli di linea per gli USA. Per inciso io non sono riuscita ad entrare per quanto avessi i miei quaranta dollari, sapessi scrivere e avessi delle conoscenze negli States, non ho saputo resistere e alla domanda se fossi anarchica ho risposto positivamente giocandomi la possibilita’ di far fortuna in America.

La Merica! Da Genova ad Ellis Island.
Fino al 10 Gennaio 2010
Galata museo del Mare, Genova

Grandi mostre

Egittotesorisommersi

Ci sono mostre che sanno farsi ricordare per la piacevolezza inaspettata dell'esperienza e Egitto – Tesori sommersi alla Venaria Reale e’ sicuramente una di queste. 
Il percorso espositivo narra dei ritrovamenti subacquei avvenuti nei pressi di Alessandria che hanno permesso di scoprire l’esistenza della citta’ di Canopo ed Heracleion, sommerse dalle acque in eta’ cristiana. Si tratta di opere votive od oggetti di uso quotidiano del periodo tolemaico, raffinati manufatti che con buona probabilita’ non aggiungono nulla di rilevante da un punto di vista scientifico all’egittologia, ma del resto questo e’ un caratteristiche delle mostre di grande richiamo. 
La peculiarita’ della mostra di Venaria e’ la grande attenzione prestato all’allestimento, creato da Robert Wilson: una decina di sale molto diverse tra loro che al forte impatto visivo uniscono un accompagnamento sonoro di grande effetto curato da Laurie Anderson. La visita cosi’ si trasforma da semplice passeggiata tra reperti archeologici in un esperienza che coinvolge sensorialmente ed emotivamente lo spettatore isolandolo dalla folla di altri visitatori con il vantaggio di annullare il fastidioso brusio dei commenti altrui e rendendo meno nervoso il pigia pigia per leggere le didascalie.
Fabdeandre'lamostra
Ci sono mostre che sanno farsi ricordare per la delusione che comportano, tra queste va annoverata la mostra su Fabrizio de Andre’ che si tiene al Palazzo Ducale di Genova, un tentativo mal riuscito di rendere fruibili in maniera multimediale interviste e parte dell’innumerevole materiale cartaceo lasciato dal grande cantautore. 
Se la prima sala riesce ad attrarre l’attenzione del visitatore con testi di canzoni e scritti privati di De’ Andre’, che partono da una sua letterina a Gesu’ Bambino scritta nella prima infanzia, mentre su schermi trasparenti scorrono materiali inerenti alle canzoni piu’ rappresentative dei temi principali della poetica del cantante genovese, le rimanenti altre tre sale, molto piu’ anguste, soffocano il desiderio dello spettatore di fruire le ingegnose soluzioni multimediali che la mostra mette a disposizione: schede in plexiglas che inserite in appositi totem fanno partire interviste o documenti riguardanti un determinato periodo della vita di De Andre’ oppure tavoli di legno che sanno riconoscere l’LP che ci si appoggia sopra mostrando video delle canzoni contenute o interviste ai collaboratori del disco e tutta un’altra serie di informazioni relative all’opera. Peccato che questi strabilianti tavoli siano solo 3 mentre i totem siano al massimo 5 , c’e’ quindi una grossa difficolta’ nel trovarli liberi e l'ambiente, reso soffocante e claustrofobico dalla pesante tappezzeria nera, non predispone per nulla all’attesa. 
Terminata la visita alle quattro sale (tengo a sottolineare il numero per dimostrare come sia impossibile creare una mostra esaustiva sull’intera vita artistica di un autore prolifico come de Andre’ in spazi cosi’ ridotti) finita la vista, dicevo, ci si accoda per entrare in un ultima saletta (sempre di dimensioni minime) dove e’ possibile rivedere i materiali che eventualmente si sono persi in un montaggio senza soluzione di continuita’ che dura circa cinque ore con il risultato di passare piu’ tempo in fila per cercare di entrare che quello seduto in sala ad assistere alla visione del documentario.