Ruby, fiore selvaggio

Ruby Gentry
USA 1952
con Jennifer Jones, Charlton Heston, Karl Malden, Tom Tully, Bernard Phillips, James Anderson, Josephine Hutchinson, Phyllis Avery
regia di King Vidor



RubyGentry


Nella piccola cittadina di Braddock, nel North Carolina, la ragazza più bella è certamente Ruby Corey ma le sue origini povere non le consentono d essere accettata dalla buona società e il ragazzo di cui è innamorata da sempre, Boake Tackman preferisce rispettare le convenzioni e sposare una ragazza del suo ceto. Ruby accetta di sposare Jim Gentry, da poco rimasto vedovo. Il matrimonio funziona ma ad una serata danzante la palese intimità tra Ruby e Boake scatena la gelosia del marito di lei che prende a pugni il rivale. Il giorno dopo Jim, dopo essersi rappacificato con la moglie, muore per un incidente in barca, subito iniziano le illazioni su un presunto suicidio per la disonestà di Ruby che si vendica chiedendo l’immediata restituzione di tutti i prestiti che il marito aveva fatto ai maggiorenti della città, Boake compreso. Quando la donna capisce il suo errore e si rappacifica con l’amato il fratello di lei, fanatico religioso, li prende a fucilate uccidendo solo Boake.




Rubyfioreselvaggio


Sei anni dopo il melò western Duello al sole King Vidor torna a dirigere Jennifer Jones in un film che riprende almeno in parte le tematiche del primo film: la donna bellissima ma scomoda per le origini, nel primo caso meticcia, in questo povera, che rifiuta di essere un mero oggetto sessuale e rivendica il diritto di essere amata ribellandosi con gesti estremi a uomini che la attraggono ma non la rispettano.




Ruby fiore selvaggio


In Ruby, fiore selvaggio l’indagine sul desiderio che Vidor dipinge sempre controverso, analizza anche altri aspetti: l’ammirazione del dottor Saul Manfred, anche voce narrante della tragedia di Ruby, il legame con Jim Gentry, anche lui accettato a fatica dalla buona società solo per i suoi soldi, che ha avuto in casa Ruby quando era ragazzina e la moglie malata si era affezionata molto a lei considerandola la figlia che non aveva avuto. Pur comprendendo le frustrazioni di Ruby, Jim non può fare a meno di essere geloso del suo innegabile legame con Boake, il ragazzo di buona famiglia innamorato di lei che le preferisce la ricca Tracy solo per portare a termine il suo progetto di bonificare la palude.




Ruby Gentry


Anche il paesaggio è parte importante nella descrizione della parte selvaggia di Ruby: cacciatrice al pari degli uomini, amante della palude nebbiosa e umida in contrapposizione con il terreno bonificato e redditizio creato da Boake.
Buona la prova della Jones che passa dalle scene nella fanghiglia alla rappresentazione della raffinata donna upperclass con sfumature da dark lady.

The War – Il Pianeta delle Scimmie

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Dopo due anni di guerra, un drappello di soldati è sulle tracce di Cesare. Il capo delle scimmie cerca di mostrarsi magnanimo verso gli umani liberando due soldati fatti prigionieri ma durante un assalto notturno vengono uccisi la moglie e il figlio di Cesare scatenando nello scimpanzé una rabbia mai provata prima che porterà la sua colonia di scimmie ad essere schiavizzata..

Ancora un cambio di passo nella saga reboot de Il Pianeta delle Scimmie: le atmosfere si fanno sempre più cupe e drammatiche mostrando tutti gli orrori della guerra: deportazioni, genocidi, soldati invasati sul modello di Kurtz e se la citazione non fosse abbastanza chiara compare anche il graffito Ape-ocalypse Now.
In quasi due ore e mezza viene raccontata “l’ira funesta” di Cesare la cattura e la prigionia della sua tribù di scimmie e l’evasione appena prima che i soldati “buoni” (ma pur sempre nemici delle scimmie) attacchino il fortino del colonnello McCullough.
Per dare un senso alla follia di McCullough ecco i devastanti effetti della febbre delle scimmie che fanno regredire gli esseri umani privandoli dell’uso della parola, il delirio del novello Kurtz nasce proprio dall’esigenza di preservare la razza umana dalla distruzione.
Ai folli propositi di McCullough fa da contraltare la rabbia di Cesare che trasforma la lotta della sopravvivenza delle scimmie in una battaglia personale e parte alla ricerca della sua vendetta con gli amici più fidati, Maurice e Luca, salvando una ragazzina umana sopravvissuta alla febbre.



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Ancora una volta l’umanità di Cesare sconfiggerà i suoi fantasmi, compreso il senso di colpa per l’uccisione di Koba e lo aiuterà a riscattarsi portando la propria colonia in un luogo sicuro lontano dagli umani dove lui non riuscirà ad entrare, un po’ come Mosè che per espiare i propri peccati muore appena prima di entrare nella Terra Promessa, Mosè che ne I Dieci Comandamenti di Cecil B. DeMille aveva il volto di Charlton Heston, protagonista anche dell’originario Il Pianeta delle Scimmie.
Al terzo capitolo, la saga- che si prevede infinita- inizia a mostrare la corda con il gioco citazionista così smaccato, il livello è sempre molto alto ma è soprattutto la perfezione ormai raggiunta dalla motion capture ad incantare lo spettatore.

Yul Brynner

Yul Yul Brynner morì il 10 ottobre 1985 lo stesso giorno in cui si spense anche Orson Welles.
Come la scomparsa di Rock Hudson una settimana prima, anche quella dell’attore di origini russe ebbe un grande impatto sociale perché Yul Brynner morì di tumore ai polmoni e poco tempo prima della morte, aveva registrato un’intervista in cui invitava la gente a smettere di fumare. Trasmesso con molto scalpore dopo la scomparsa dell’attore, il video divenne un’impattante campagna mediatica contro il fumo.
Le origini di Yul Brynner sono ancore oggi avvolte nel mistero, le fonti ufficiali lo dicono essere nato l’11 luglio 1920 a  Vladivostok, città che gli ha anche dedicato un monumento mentre veste i panni de Re del Siam, il ruolo che lo rese celebre.
Dopo un breve soggiorno in Cina, Brynner arriva a Parigi tredicenne e svolge diversi lavori tra cui quello di circense e di suonatore di chitarra.
Nel 1940 si trasferisce a New York per studiare arte drammatica e si mantiene traducendo in francese i messaggi che l’esercito americano invia alla Resistenza Francese.
Il debutto sulle scene teatrali avviene del 1946 mentre al cinema debutta nel 1949 nella parte del cattivo nel poliziesco Il porto di New York di Laslo Benedek, futuro regista de Il Selvaggio con Marlon Brando.
Il re ed io Il successo arride a Brynner sul palcoscenico di Broadway quando nel 1951 interpreta Il Re ed Io, facendogli vincere il Tony Award. Nel 1956 viene realizzata una versione cinematografica (la seconda per l’esattezza) del musica e Yul Brynner vincerà anche l’oscar per il ruolo del re Mongkut: non sono nemmeno dieci gli artisti che hanno vinto sia il Tony che l’Oscar per lo stesso ruolo, filmico e teatrale.
Sempre nel 1956 esce l’altro film che consacra l’attore: nel Kolossal di  Cecil B. De Mille, I dieci Comandamenti, veste i panni del  faraone Ramesse II: la sua interpretazione è memorabile tanto quanto, se non più di quella di Charlton Heston che interpreta Mosè.

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Il terzo film girato nel 1956 ha anch’esso una sua rilevanza storica: Yul Brynner è il Generale Sergei Pavlovich Bounine che cura la trasformazione della girovaga smemorata nella principessa Anastasia Romanoff. Anastasia è il primo lavoro americano di Ingrid Bergman dopo la scandalosa fuga in Italia per Roberto Rossellini e l’attrice riesce a riconquistare il suo pubblico vincendo anche un’Oscar.
Nel 1958 Brynner è Dimitrij Karamazov, il presunto assassino del padre in Karamazov la versione del romanzo di Dostoevskij girata da Ricahrd Brooks.
L’anno seguente è ancora protagonista di un kolossal: per King Vidor interpreta il re saggio Salomone e la regina di Saba, interpretata dalla nostra Lollobrigida.
Sempre nello stesso anno è protagonista del dramma diretto da Martin Ritt e ambientato negli Stati del Sud, L’urlo e la furia tratto dal romanzo di Faulkner L’urlo e il furore. Vidi il film diversi anni fa e ricordo di essere rimasta sconcertata nel vedere l’attore capelluto, un tratto distintivo di Yul Brynner infatti era il cranio rasato, esigenza scenica per interpretare il Re del Siam che divenne una connotazione così smaccata che solo di recente sta scomparendo la definizione look (testa/capelli ecc.) alla Yul Brynner per i calvi/rasati.
Nel 1960 un altro film entrato nella storia del cinema: I magnifici sette diretto da John Sturges e ispirato a  I sette samurai di Akira Kurosawa. Il cast era eccezionale, oltre a Yul Brynner recitavano Steve McQueen, Charles Bronson, James Coburn, Eli Wallach e Horst Buchholz. La colonna sonora del film è passata alla storia e la pellicola ebbe tre sequel. Brynner fu l’unico del cast originale a partecipare al primo seguito, Il ritorno dei magnifici sette.

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La carriera di Yul Brynner prosegue con pellicole che lo vedono sempre legato agli stessi ruolo, o western, o film di guerra o di avventura (Taras il magnifico) o comunque ruoli basati sulla spiccata personalità autoritaria di Brinner. La carriera sembra volgere prematuramente al declino e nel 1972 l’attore torna a rifugiarsi nel suo più grande successo girando la versione tv del musical che gli diede la fama, Anna ed io. Ma per Yul Brynner c’è in serbo ancora un altro capolavoro: è il 1973 quando partecipa all’esordio alla regia di Michael Crichton, Il Mondo dei Robot racconta di un parco divertimenti per adulti dove gli automi si ribellano, Brynner veste i panni di un replicante pistolero, facendo il verso al suo Chris Adams de I magnifici sette.
Nel 1976 l’attore partecipa anche al sequel, Futureworld – 2000 anni nel futuro diretto da  Richard T. Heffron (regista di V – Visitors del 1984) .
L’ultimo film interpretato dall’attore fu una produzione italiana diretta da Antonio Margheriti che si firmava Anthony M.Dawson: Con la rabbia agli occhi del 1976 accanto a Massimo Ranieri e Barbara Bouchet.
Poco nota forse è la grande passione di Yul Brynner per la fotografia, e particolare interesse cinefilo rivestono i suoi lavori scattati sui set cinematografici.

Addio a Jennifer Jones

JenniferjonesIl 17 dicembre, è scomparsa Jennifer Jones, la notizia l’ho appresa dal sottopancia del Tg 2 e ho guardato tutto il telegiornale certa che ci sarebbe stato un servizio a lei dedicato, non fosse altro perché la star era stata la moglie del celebre tycoon David O. Selznick, invece l’ultimo servizio del tg era dedicato a promuovere l’imminente uscita di Natale a Beverly Hills. Questa non è l’unica nota polemica che si potrebbe muovere al modo in cui è stata trattata la notizia dai media italiani che in un empito teocon hanno marchiato Jennifer Jones solo come la Bernadette hollywodiana.
Effettivamente l’attrice ha vinto il suo unico oscar nel 1943 per il ruolo della pastorella di Lourdes, ma la diva passerà alla storia del cinema per il ruolo passionale della meticcia Pearl Chavez in Duello al sole firmato da King Vidor nel 1946, un melo’ western con cui il produttore Selzinick voleva bissare il successo di Via col vento e fare della moglie una star di prima grandezza. L’amour fou tra Pearl e Lewt McCanles, uno dei due fratelli proprietari del ranch in cui vive la ragazza, termina in una delle più belle e strappalacrime sequenze della storia del cinema dove i due amanti si sparano e si uccidono a vicenda salvo poi cercarsi nel momento della morte.
King Vidor chiama la Jones anche per il ruolo di Ruby Gentry (Ruby fiore selvaggio, 1952) ancora una donna povera ma orgogliosa e ribelle invischiata nell’ingiusta accusa dell’omicidio del ricco marito sposato per far torto al vero amore Boake Tackman (Charlton Heston).
Anche in La volpe diretto da Powell & Pressburger nel 1950 l’attrice interpreta una donna fiera e amante della natura innamorata di un uomo crudele che le ucciderà la volpe che lei aveva addomesticato.
A questi ruoli torridi e passionali l’attrice alterna personaggi che mettono in risalto il lato dolce del suo carattere, a partire da Bernadette e Jane Deborah Hilton, figlia maggiore della famiglia Hilton le cui vicende, da quando il capofamiglia si arruola, sono narrate nel melo’ di guerra Da quando te ne andasti del 1944.
Nel ‘46 è l’adorabile intraprendente cameriera Cluny Brown nell’omonimo film di Ernst Lubitsch (titolo italiano Fra le tue braccia). La pellicola fu l’ultima girata interamente dal maestro berlinese che morì l’anno seguente sul set de La signora in ermellino.

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Nel 1948 è la dolcissima Jennie Appleton che incrocia spesso la strada del pittore Eben Adams (Joseph Cotten, attore con cui la Jones girerà molto spesso). L’uomo scoprirà solo dopo essersene innamorato che la ragazza è morta da tempo. Il melo’ fantastico di William Dieterle era -giustamente- adorato da Luis Buñuel.
C’è anche una parentesi italiana per Jennifer Jones: nel ‘53 è a Roma con Montgomery Clift per essere diretta da Vittorio de Sica in Stazione Termini.
Il più grande successo dell’attrice negli anni ‘50 è sicuramente L’amore è una cosa meravigliosa dove i tratti esotici del volto le servono per interpretare la dottoressa cinese Han Suyin che durante la guerra di Corea si innamora di un corrispondente di guerra americano interpretato da William Holden.
Dopo il fallimento di Addio alle armi (1957) che costa la carriera a Selznick, l’attrice si ritira progressivamente dalle scene. La sua ultima apparizione è del 1974 quando compare nel cast di vecchie glorie de L’inferno di cristallo, pellicola capostipite del genere catastrofico anni ‘70.

Charlton Heston

L’attore è scomparso il 5 aprile 2008

CharltonhestonIl 4 ottobre 1923 nasceva ad Evanston, Illinois, John Charles Carter, in arte Charlton Heston, l’attore che piu’ di tutti ha saputo indossare i panni del kolossal storico, e che panni!
Ben Hur nell’omonimo film del 1959,  Mose’ ne I dieci comandamenti (1955)  Michelangelo ne Il tormento e l’estasi, del 1965, El Cid nell’omonimo film del ‘61, solo per citare i film storici piu’ famosi.
Protagonista de L’infernale Quinlan diretto da Orson Welles, e’ stato  anche George Taylor, l’eroe della saga de Il pianeta delle scimmie.

HestonSe avessi scritto questo post prima di cena avrei concluso che trovavo bizzarro che l’attuale presidente della National Rifle Association, potentissima lobby delle armi USA, fosse nato lo stesso giorno di S. Francesco, ma dopo che a Blob ho finalmente imparato la regola francescana rispiegata dal vicepresidente del consiglio Fini, che ci ha illuminati sul permesso di Frate Francesco di usare le armi per difendersi, tutto mi appare nel giusto ordine delle cose.

 

Addio a Janet Leigh

Su “gentile” segnalazione di  Renzo apprendo della scomparsa di Janet Leigh, l’attrice protagonista del montaggio più famoso del mondo, quello dell’omicidio sotto la doccia in Psyco di Afred Hitchcok.




Psycho


Jeannet Helen Morrison nasce a Merced, California il 6 luglio 1927, l’ingresso nel mondo dello spettacolo è del tutto fortuito: l’attrice Norma Shearer, in vacanza in una località sciistica, nota sul tavolo del signor Morrison la foto della bella figlia adolescente e la segnala a un talent scout della MGM che la mise sotto contratto.
Debutta ventenne ne La cavalcata del terrore accanto all’attore Van Johnson che le suggerisce il nome d’arte Janet Leigh; nel 1949 è nel cast della seconda versione di Piccole donne diretto da Mervyn LeRoy, con il ruolo di Meg.
Nel 1952 gira Scaramouche uno dei più celebri film di cappa e spada, l’anno dopo è la protagonista femminile de Lo sperone nudo,terzo dei dei famosi cinque western diretti da Anthony Mann e interpretati da James Stewart.
sempre del 1953 è la pellicola Il mago Houdini accanto al Tony Curtis sposato nel 1951: per lui era il primo matrimonio mentre per la 23enne Janet era già il terzo marito. Dal loro matrimonio che ha incarnato la bellezza hollywoodiana nascono le figlie Kelly e Jamie Lee Curtis.




Ilmagohoudini


Ad illuminare una carriera non memorabile arrivano due della cinematografia: oltre la collaborazione con Hitch, va ricordato il suo ruolo di moglie del mezzosange Vargas (Charlton Heston) ne L’infernale Quinlan girato da Orson Welles nel 1958.




Infernalequinlan


Altri ruoli importanti di quegli anni: il thriller Va’ e uccidi di John Frankenheimer nel 1962, il musical Bye Bye Birdie nel 1963 e il giallo Detective’s Story nel 1966 accanto a Paul Newman e Lauren Bacall.
Le apparizioni cinematografiche si diradano a favore dell’attività televisiva ma è indubbiamente da ricordare il ruolo in Fog di John Carpenter del 1980, dove passa alla figlia Jamie Lee lo scettro di “scream queen” la figura della bella ragazza urlante del genere horror di cui Janet Leigh fu emblema in Psycho.