Inside out 2

USA 2024, Pixar Disney
regia di Kelsey Mann

Riley Anderson affronta la pubertà e nuove emozioni arrivano a turbare l’equilibrio della ragazzina, portandola anche a vivere un’attacco di panico…

Ho preferito il secondo capitolo al primo, che come scrissi all’epoca mi sembrava un’opera un po’ troppo intellettualmente compiaciuto, mentre il sequel mi sembra aver raggiunto, anche in fase di scrittura, un perfetto equilibrio tra mente e cuore: le esperienze di Riley sono capitate a tutti e trascendono il periodo adolescenziale: l’accettazione sociale, la paura della solitudine, la necessità di riuscire sono esigenze transgenerazionali che riguardano ogni spettatore.

Ho trovato molto interessante anche la rappresentazione dell’universo mentale, nel primo capitolo forse era più creativo culminando nel capolavoro visivo dell’area del pensiero astratto mentre in Inside out 2 il disegno resta più omogeneo ma in grado di spiegare bene i processi mentali e la costruzione del proprio io interiore.

Che l’attenzione sia tutta per Ansia lo dimostra anche il disegno: la nuova protagonista che contende il comando a Gioia è un bislacco esserino arancione ben diverso dal tratto tipicamente umano che contraddistingue le altre emozioni: tutta la mia simpatia va a Ennui e le sue pose dinoccolate. Continua lo strano incrocio con Follemente visto che Ansia è doppiata da Pilar Fogliati.

Wonka

Screenshot

UK, USA 2023, Warner Bros
con Timothée Chalamet, Calah Lane, Keegan-Michael Key, Paterson Joseph, Matt Lucas, Mathew Baynton, Sally Hawkins, Rowan Atkinson, Jim Carter, Natasha Rothwell, Olivia Colman, Hugh Grant, Rich Fulcher
regia di Paul King

Il cioccolataio Willy Wonka arriva in città pieno di sogni con l’intento di aprire un negozio nella prestigiosa Galleria Gourmandise ma i tre più celebri produttori di cioccolato lo boicottano. Per ripagare i debiti con la signora Scrubbit, Wonka deve lavorare nella sua lavanderia dove conosce altre persone vittime dei contratti capestro dell’affittacamere senza scrupoli. Willy lega soprattutto con Noodle, l’orfanella factotum della Scrubbit. Con l’aiuto dei compagni di sventura Wonka riesce ad aprire il suo negozio ma deve cedere al ricatto del cartello del cioccolato e lasciare la città per liberare gli amici dalla schiavitù della lavanderia. Il cartello ha preso di mira soprattutto Noodles e Wonka scopre che il motivo riguarda le origini della ragazzina. La scoperta mette a rischio la vita dei due salvati dall’Umpa Lumpa che da persecutore di Wonka diventa il suo più fedele collaboratore nell’apertura della fabbrica di cioccolato.

Film visto per mera curiosità che invece mi ha sorpreso positivamente. È un musical dalle canzoni accattivanti e poco invasive con Chamelet che fa le prove generali per il ruolo di cantante: sarà Bob Dylan in un film d’imminente uscita.

Wonka è una favola di buoni sentimenti che porta in scena una critica alla società odierna tutta volta al guadagno: polizia e religiosi al servizio dei più ricchi apparentemente concorrenti ma in realtà alleati che mantengono lo status qui a suon di mazzette (in questo caso di cioccolato che crea anche dipendenza).

Il protagonista di buon cuore e pieno di sogni è molto distante dal cioccolataio del film originale e del remake di Burton tanto che si potrebbe supporre, se dobbiamo intendere Wonka come un prequel, che si sia lasciata una via aperta a un secondo capitolo in cui il giovane cioccolataio pieno di sogni si possa trasformare nel proprietario della fabbrica di cioccolato dall’implacabile senso giustizia amministrata dalla legge del contrappasso.

Wonka è un film molto piacevole pieno di trovate fantasmagoriche ma tutte hanno un sapore citazionistico: il volo con i palloncini riprende chiaramente UP il cartone Pixar, colori e situazioni mi hanno ricordato lo stile di Jeunet, in particolare il film L’esplosivo piano di Bazil con la stessa improbabile banda di amici che aiuta il protagonista.

Del resto la stessa città senza nome, meta delle ambizioni di Wonka è un pastiche di tante città europee: la galleria dal nome francese ricorda anche quella di Milano o Napoli, la piazza ricorda Vienna e i regni inventati della Mitteleuropa delle commedie anni ’30 mentre sullo sfondo spicca il profilo della St Paul’s cathedral londinese. Restando in tema alimentare Wonka sembra uno di quei gustosi polpettoni fatti con gli avanzi della settimana.

Gli omaggi alla cinematografia inglese si concentrano soprattutto nel personaggio di Spilungo, l’Umpa Lumpa interpretato superlativamente da Hugh Grant: il buffo omino arancione determinato a riportare a casa il cioccolato rubato involontariamente da Wonka ha un armamentario che ne fa la parodia dello 007 anni ’90 di Pierce Brosnan e poi ritroviamo l’attore recitare nuovamente con Rowan Atkinson (ancora in vesti religiose) dopo Quattro matrimoni e un funerale, il film che fece di Hugh Grant una star internazionale.

Il gigante di ferro

The Iron Giant
USA 1999, Warner Bros
regia di Brad Bird

USA 1957, Hogarth Hughes, un ragazzino patito di fantascienza, scopre che nei boschi vicino a casa sua si nasconde un gigantesco robot di ferro con cui inizia a fare amicizia, insegnandogli a parlare e condividendo con lui la passione per i supereroi. L’enorme robot però non è passato inosservato e ben presto l’FBI manda un agente, Kent Mansley, a controllare il paese di Rockwell. Hogarth nasconde il gigante di ferro presso Dean, un artista beatnick che realizza bizzarre sculture in ferro. Alla fine però la presenza del gigante viene scoperta e una sua reazione difensiva fornisce a Mansley l’occasione buona  per chiamare l’esercito e iniziare un’insensata escalation nucleare ma il gigante, stanco di essere una macchina da guerra e seguendo l’esempio di Superman, si sacrifica e sventa la distruzione della cittadina…

Cartone dalla genesi complessa: dal romanzo originale scritto dal marito di Silvia Plath per consolare i figli per il suicidio della madre, passando attraverso il concept album e musical degli Who Il gigante di ferro diventa il primo lungometraggio d’animazione diretto da Brad Bird che con la Pixar ha poi realizzato i grandi successi de Gli Incredibili e Ratatouille.

Il film fu un flop al botteghino ma nel corso degli anni è diventato un cult e oggi, un quarto di secolo dopo, è quanto mai attuale per i timori dello sviluppo incontrollato dell’AI che ci riporta alla domanda che ha spinto Bird ad interessarsi al progetto dopo che la sorella era stata uccisa da un proiettile: “un’arma può avere un’anima?”

La risposta del film è sì: il gigante di ferro riuscirà a superare la sua natura difensiva (era arrivato a riattivare tutti i suoi congegni bellici quando Hogarth per gioco gli aveva puntato una pistola contro) e a decidere di seguire il modello positivo del (super) eroe che sacrifica la sua vita per il bene comune.

La nascita di un anima avviene attraverso l’empatia, fiammella accesa dall’ingenua amicizia con Hogarth che si concretizza nell’esperienza dell’incontro con la morte, il gigante e il ragazzino stavano ammirando un cervo che viene -inutilmente- ucciso dai cacciatori. La scena, commoventissima, riprende il classico Disney Bambi.

Il gigante di ferro è un raffinato gioco di citazioni a partire da E.T. per il rapporto tra il bambino e un essere alieno che diventa una figura da controllare/studiare dalle forze armate, per finire con tutta la filmografia sci-fi degli anni 50 che nascondeva dietro la paura dell’invasione aliena i timori nati dalla guerra fredda con la Russia e il paranoico agente Mansley incarna tutta la rabbiosa essenza del maccartismo.

Molto ben disegnata anche la figura di Dean, un artista beat, personaggio molto insolito nel mondo dell’animazione ma che nella suo approccio anticonvenzionale alla vita, è l’unico a capire che il gigante risponde solo se attaccato, per legittima difesa potremmo dire.

Dean, Hogarth e la madre single Annie alla fine diventano una famiglia ma l’happy end che stempera la commozione del sacrificio del gigante di ferro è scoprire con Hogarth che i suoi pezzi, sparpagliati in ogni dove dall’esplosione piano piano si riuniscono per le capacità autogenerative del robot.

Lodevole anche la scelta di non spiegare la comparsa del gigante, di tacere se le sue origini siano terrestri e nel caso da quale schieramento contrapposto sia stato creato, escamotage che tiene sempre alta la curiosità dello spettatore 

Luca

LucaUSA 2021, Pixar
regia di Enrico Casarosa

Luca è un essere marino che vive nelle acque della Liguria, un bravo ragazzino che fa il pastore all’allevamento di triglie della famiglia. I suoi genitori sono molto apprensivi e lo mettono perennemente in guardia dagli umani. L’attrazione per il mondo terrestre è però fortissima anche perché la razza a cui Luca appartiene ha la capacità di prendere le sembianze umane una volta sulla terra ferma, rivelando il vero aspetto solo a contatto con l’acqua. L’incontro con Alberto che vive su un’isolotto disabitato circondato da oggetti umani è l’occasione per Luca di scoprire il mondo che tanto lo attira e tanto inquieta i genitori. Gli incontri con Alberto si fanno sempre più lunghi per costruire una Vespa, e ben presto i genitori di Luca scoprono il segreto del figlio e intendono mandarlo negli abissi marini con lo zio Ugo. Luca e Alberto fuggono e si rifugiano a Ponterosso, il paese degli umani, in cerca di una vespa per viaggiare per il mondo. Incontrano Ercole, borioso ragazzotto che vince da anni la Portorosso Cup, una gara di triathlon per ragazzini e si alleano con Giulia, una coetanea impertinente che li accoglie in casa assieme al burbero padre Massimo e al gatto Macchiavelli che da subito ha capito la vera natura dei due ragazzi e li guarda con sospetto. Mentre i genitori di Luca arrivano a Ponterosso alla ricerca del figlio, i tre ragazzini si allenano per la gara e Giulia alimenta la passione di Luca per la curiosità verso il mondo parlandogli della sua scuola e regalandogli libri. Alberto, geloso del desiderio di Luca di andare a scuola invece che in giro in vespa con lui, rivela a Giulia la loro vera natura di mostri marini venendo scoperto da Ercole e dai suoi amici. Riusciranno i tre sfigati (come si sono soprannominati) a recuperare la loro amicizia e a vincere la gara?

L’ultimo film Pixar – Disney uscito all’invio dell’estate è un piacevole film di formazione che rievoca la gioia delle estati italiane a partire dagli anni ’50 fino agli anni ’80 con un pastiche cronologico di musiche che vanno da Gianni Morandi fino a Edoardo Bennato, locandine di film quali La Strada, Vacanze Romane, una fotografia di Mastroianni nei panni del Fefè di Divorzio all’italiana. La direzione di un autore italiano evita il più trito stereotipo del Bel Paese, grazie all’ambientazione piuttosto ben connotata nella fantasiosa Ponterosso alle Cinque Terre e il gioco funziona sia per gli italiani che non trovano troppo risibile l’immagine da cartolina all’americana, sia per gli americani che comunque ritrovano i simboli più cari dell’italianità: la pasta, il mare, la mitica Vespa.
Funziona anche lo sguardo ammirato sulle bellezze naturali: la scoperta della luce, del sole, le fantasie marine richiamano nei concetti ma anche nella colorazione e nello stile l’attenzione alla natura dei lavori di Miyazachi, e i protagonisti dotati di doppia natura, sia umana che anfibia richiamano il suo immaginario fantastico.
Tutti gli elementi di Luca sono la rilettura di un antecedente: Luca ed Alberto tutto sommato sono la versione maschile de La Sirenetta, il loro aspetto richiama Il mostro della Laguna Nera Alberto è in fondo un Lucignolo più di buon cuore e Luca un Pinocchio più volitivo.
Nonostante il rischio di dejà vu sia sempre incombente, Luca riesce a sorprendere per la sua freschezza che coinvolge tutti gli aspetti del film, dai personaggi, al tratto stilistico.
L’incontro tra mondi diversi che prima si temono poi si abbracciano fraternamente si presta a diverse letture: la scoperta e il timore del mondo tipico della preadolescenza e l’invito ad accettare l’altro da noi, il diverso, senza paura.

Monster University

Monsteruniversity Usa 2013 Pixar
regia di Dan Scanlon

Monster University è il primo prequel firmato Pixar e racconta la nascita dell’incrollabile amicizia tra Mike e Sulley, i protagonisti di Monster & Co., uno dei capolavori della casa di produzione, uscito nel 2001.
Come avviene spesso nelle grandi amicizie gli inizi sono conflittuali: Mike e Sulley si conoscono il primo anno di università e non potrebbereo essere più diversi. Mike, Michael Wazowski, sogna dall’infanzia di diventare uno spaventatore e la sua totale determinazione gli impedisce di accorgersi di essere un mostro che non fa paura; Sulley, James P.Sullivan, al contrario, è figlio d’arte ed è convinto che gli basti il suo terrificante ruggito per spaventare chiunque. Impareranno a proprie spese a conoscere i propri limiti e a superarli unendo le loro forze e contando sulla confraternita più sfigata dell’università.
Il film ricalca perfettamente il teen movie ambientato al college con le confraternite, la forte competizione tra studenti, la derisione dei più deboli (una scena deriva direttamente da Carrie – Lo sguardo di Satana solo che nel momento della celebrazione, ai mostri non piove in testa una secchiata di sangue ma una pioggia di peluche e coriandoli). Seguendo passo passo un genere così noto nelle sue peculiarità, Monster University risulta un po’ prevedibile, si riscatta nella parte finale quando esce dagli schemi: Mike si introduce nel mondo degli umani per scoprire se veramente non fa paura e Sulley lo segue nonostante il divieto della rettrice dell’ateneo, Abigail Tritamarmo, l’unico personaggio memorabile del film, delineato a tutto tondo perché antagonista dei due protagonisti.

Inside Out

Insideout Cosa succede dentro la testa di una ragazzina di undici anni che ha avuto un’infanzia gioiosa quando si trova di fronte allo stress di un trasloco che mina le sue certezze esistenziali? Lo si racconta dal punto di vista delle emozioni più importanti che hanno costruito la sua personalità.

Avevo qualche pregiudizio sull’acclamato ultimo capolavoro della Pixar per questo ho atteso così a lungo nel vederlo e la visione ha in parte confermato e in parte smentito i miei preconcetti. Come prevedevo Inside Out è un film dove la poesia di pellicole come Wall.E o Up viene meno in favore di un compiacimento intellettuale come in Ratatouille; per quanto il finale ristabilisca i giusti ruoli tra le emozioni l’eccessivo ottimismo di Gioia è irritante e quando si sbircia nei cervelli dei genitori spunta qualche stereotipo: a capo della consolle emotiva della madre c’è la tristezza: evidentemente una donna ultratrentenne moglie e madre non ha più molti motivi per gioire; mentre il capo delle emozioni del padre c’è la rabbia: per quanto il signor Anderson sia una persona amorevole e per nulla litigiosa, ovviamente il maschio è ancora dominato da istinti aggressivi.
La pellicola funziona a livello immaginifico muovendosi tra vari livelli della storia: la realtà di Riley, quel che avviene nella sala controllo delle emozioni e la rappresentazione della mente che riserva i momenti migliori del film: la schematizzazione durante l’attraversamento dell’area del pensiero astratto e il personaggio dell’amico immaginario, il tenerissimo Bing Bong che arriva a sacrificarsi affinché l’adorata Riley possa recuperare il suo equilibrio.

Pensieroastratto

Small Soldiers

Usa 1998
con Denis Leary, Kirsten Dunst, Gregory Smith, Jay Mohr, David Cross
regia di Joe Dante

La multinazionale Globotech acquisisce una fabbrica di giocattoli imponendo una produzione diseducativa e violenta a base di soldatini. Per ubbidire al nuovo diktat uno dei costruttori monta sulla nuova linea un microchip militare di ultima generazione. Il figlio di un giocattolaio, Alan, ottiene in anteprima l’intera serie di giocattoli scoprendo quanto possa essere mortalmente pericoloso il Commando Elite determinato sterminare i nemici Gorgonauti..

Smallsoldiers

Avevo visto Small Soldiers quando era uscito in sala e mi aveva divertito nonostante le molte molte critiche negative che stigmatizzano il film ancora oggi. Rivedendolo scopro che la pellicola non è invecchiata per nulla negli effetti speciali nonostante i passi da gigante fatti in materia nell’ultimo decennio.
Le accuse di essere una pellicola dalla critica semplicistica contro l’incombente avvento tecnologico a favore di un modo di vivere più naturale incarnata dai due padri, il giocattolaio contrario alla violenza e il vicino patito di strumentazioni elettroniche, si smonta nel presente vedendo quanto la tecnologia sia presente nelle nostre vite e la facilità con cui il Commando Elite si muove su mezzi meccanici fa pensare alle guerre contemporanee gestite dai droni: non per nulla nel sottofinale amaro in cui il capo della multinazionale Gil Mars quieta tutte le coscienze a suon d’assegni, l’astuto dirigente decide di riutilizzare i soldatini spedendoli a prezzo maggiorato a qualche banda di guerriglieri sudamericani.
La satira dei film d’azione anni ’80 che nel 1998 poteva sembrare fuori tempo massimo, acquista nuova linfa oggi che il genere sta vivendo un revival, vedi I Mercenari ecc.. per cui oltre alle citazioni di film come Patton Generale d’acciaio, risulta molto divertente la parodia della retorica militare quando muore il primo soldato del Commando Elite sulle note di una triste marcia militare riuscendo a strappare perfino una lacrimuccia al granitico comandante Chip Hazard.
Anche il gioco di rimandi cinefili è antipicipatorio della moda che prenderà piede con le grandi produzioni a cartoni animati della Pixar e per dirla tutta ho l’impressione che i Gorgonauti, gli alieni dall’aspetto mostruoso ma di buon cuore che vogliono solo tornare a casa, siano stati d’ispirazione per Monster e Co (il mostro con la testa incassata tra le spalle, l’essere monocolo) mentre il volto di Archer viene ripreso da Diego, la tigre dai denti a sciabola de L’era glaciale.
Vogliamo poi dire che il nome inglese dei Gorgonauti è Gorgonites che ricorda molto quello dei giocattoli di successo dei Gormiti?
Saranno tutte casualità ma di certo non sono poche..

Ribelle – The Brave

Ribellethebrave Merida, la figlia primogenita di un capo clan scozzese, preferisce il tiro con l’arco e la vita libera nei boschi alle noiose imposizioni della madre che vorrebbe fare di lei una compita principessa. Quando viene organizzato il torneo per scegliere il suo futuro sposo, la ribellione di Merida esplode: giocando sul fatto di essere la primogenita, la ragazza partecipa al torneo per guadagnare la propria libertà. Per riparare allo scontro ormai insanabile con la madre, Merida ricorre alle arti di una vecchia fattucchiera..

La prima parte del film, quella che ho anticipato nella sinossi, è davvero buona ma l’evoluzione della trama non regge le aspettative. I caratteri si fanno un po’ confusi (a tratti la coraggiosa the brave Merida diventa un’adolescente lagnosa) e la vicenda scade nella zuccherosa melensaggine a cui la Disney ricorre quando è a corto di idee, così il conflitto tra madre e figlia, molto ben descritto nella prima parte si esaurisce nella più facile commozione di un banale venirsi incontro a mezza strada.

Laluna Quali che siano le ragioni di questa scelta, discussioni tra produzione e la regista Brenda Chapman che avrebbe abbandonato il progetto pur firmandolo, dispiace vedere un’occasione sprecata. Dal punto di vista tecnico Ribelle è davvero notevole: alcune inquadrature paesaggistiche sembrano fotografate più che disegnate. La ricostruzione della Scozia medievale è buona e ci sono dei caratteri di contorno ben riusciti ad esempio i tre fratellini di Merida, piccole pesti dispettose che non dicono mai una parola. Mi è piaciuta molto la figura della strega, evoluzione sgangherata delle Fate Madrine delle classiche principesse Disney, più vicina allo smemorato Merlino de La spada nella roccia, peccato non averle riservato un ruolo maggiore nella trama.
Abbiate la pazienza di guardare tutti i titoli di coda (molto convenzionali) perchè la chicca finale merita.

A far pendere l’ago della bilancia verso i film per cui vale la pena di spendere il biglietto è il classico corto che da tradizione precede i film Pixar. E’ una poeticissima opera italiana di Enrico Casarosa intitolata La Luna e racconta di chi si occupa delle fasi lunari parlando un grammelot che fa parte della nostra tradizione culturale. La luna era stata nominata agli Oscar 2012 tra i miglior corti d’animazione, categoria poi vinta da The Fantastic Flying Books of Mr. Morris Lessmore.

Mission Impossible: Protocollo Fantasma

Ethan Hunt viene liberato da un carcere russo per l’ennesima missione impossibile: fermare un terrorista che vuole lanciare una testata nucleare russa perché crede che la guerra nucleare possa rinvigorire la razza umana. La prima fase della missione fallisce in seguito ad un’esplosione all’interno del Cremlino di cui viene incolpata la squadra di Hunt. Il fatto riporta la tensione tra Russia e Usa ai livelli della crisi cubana, scatta così il Protocollo Fantasma: Hunt e i suoi agenti sono disconosciuti dall’IMF e devono salvare il mondo da soli.



Mi protocollo fantasma (1)


Sarà l’appartenenza a Scientology, ma la caparbietà’ di Tom Cruise e’ davvero fenomenale, almeno nel continuare un genere piuttosto in disuso al momento: andati in pensione per anzianità Stallone e Schwarzenegger, superato in corsa Bruce Willis, abortita la stella nascente di Vin Diesel, è rimasto il solo Cruise, il piu’ “sfisicato” del gruppo a costruire blockbuster d’azione in cui sopperisce alla mancanza di massa muscolare con la passione spericolata per l’arrampicata e altri funambolismi.
Siamo al quarto capitolo di Mission Impossibile in 16 anni (il primo era del 1996) e la chiusa di quest’ultimo episodio lascia presagire che la saga non è ancora conclusa. La vera sorpresa (se ci sarà) riguarderà il regista scelto per dirigere la nuova avventura. Per questo Protocollo Fantasma la scelta pareva bizzarra ma si è rivelata molto azzeccata, infatti dopo l’inizio sotto l’egida di Brian De Palma, l’incontro con l’Oriente di John Woo e il tocco di J.J. Abrams e’ stata la volta di Brad Bird, regista che arriva dai cartoni della Pixar, per cui aveva diretto Gli incredibili e Ratatouille,



Protocollofantasma


Il tocco cartoon è stato geniale perché in fondo Mission Impossibile è un grosso fumettone dove tutto è incredibile e solo l’ironia tipica dei catoni animati poteva rendere divertente un prodotto che ricerca situazioni sempre più spericolate e di conseguenza paradossali, se pensiamo alla scalata dell’edificio più alto del mondo, il celebre Burj Khalifa di Dubai, a renderlo divertente e accettabile e’ proprio “la morte” in tipico stile cartone animato di uno dei guanti ventosa. Da segnalare anche il rocambolesco combattimento nel parcheggio automatizzato di Munbai e soprattutto la scena dentro il Cremlino in cui Hunt e il suo esperto informatico avanzano in un corridoio controllato da una guardia che ingannano grazie a un telone in cui riflettono un immagine del corridoio vuoto.
All’ironia si unisce una confezione patinata ed esotica: le location vanno dalla Russia a Dubai per terminare nel caos e nella pacchiana ricchezza di Munbai mentre il product placement della BMW (ormai specializzata nel settore con la decennale collaborazione in 007) culmina nell’eccezionale anteprima della i8.
Un film che si dimentica in una settimana e perciò ulteriormente perfetto come film d’evasione.

Cars 2

Saetta McQueen viene invitato a partecipare a un nuovo campionato mondiale dove si usa solo un carburante vegetale ma strani incidenti funestano le gare sui circuiti piu’ belli del mondo. Si tratta di un piano malefico che verra’ sventato dall’agente segreto Finn McMissile con l’aiuto fondamentale di Cricchetto.

Cars2

Capovolgimento totale per il sequel di Cars: dal precedente film corale si passa a una pellicola dove il protagonista assoluto e’ Carl Attrezzi detto Cricchetto, di cui viene esasperata la comicita’ demenziale alla Jerry Lewis, trasformandolo un eroe imbranato. Si abbandona l’unita’ di luogo, la nostalgica Radiator Springs per un tour nelle capitali del mondo, Tokyo, Parigi, Londra mentre per l’Italia si crea un pastiche con Montecarlo nella fantasiosa MonteCorsa perla della Riviera. Tra tante precise parodie automobilistiche, dalla regina d’Inghilterra al Papa che presenzia sulla Papamobile, le caricature dei personaggi italiani lasciano un po’ perplessi: perche’ Francesco Bernoulli deve avere quel dittongo cosi’ poco italico nel cognome? Perche’ deve parlare napoletano? Ma soprattutto perche’ la cinquecento Luigi che nel primo film ci aveva divertito con il suo amore per la “Feraaari” resta completamente indifferente alla rombante auto italiana? Queste piccole incoerenze con il film precedente sono spia di un calo di attenzione alla perfezione del plot per concentrarsi sull’eccellenza visiva, ho visto il film in 2k e ho avuto l’impressione che la versione 3D dovesse essere rutilante.
Il film e’ in fin dei conti una spy story ambientata nel mondo delle corse, con l’obbligatorio risvolto ecologico contemporaneo. C’e’ forse troppa carne al fuoco, le avventure di Missile da seguire, le varie tappe del mondiale, il rapporto tra Saetta e Cricchetto con il relativo pistolotto sull’amicizia. Se gli occhi godono la mente si distrae, ma che il film non sia un capolavoro di inventiva lo lascia intuire il corto che come da tradizione Pixar, precede il lungometraggio: per la prima volta non abbiamo una storia originale ma tornano i protagonisti di Toy Story 3 con una banalotta, per quanto simpatica avventura di Ken e Barbie.