La Gioia

Italia 2025
con Valeria Golino, Saul Nanni, Jasmine Trinca, Francesco Colella, Betty Pedrazzi
regia di Nicolangelo Gelormini

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Gioia Montefiori è un’insegnante di francese che finisce per innamorarsi di Alessio Benedetti, uno studente del suo liceo a cui dà ripetizioni. Gioia investe tutti i risparmi di famiglia nel fantomatico progetto d’impresa del ragazzo ma Alessio sparisce con i soldi…

Tratto dell’opera teatrale Se non sporca il mio pavimento, che s’ispira al delitto di Gloria Rosboch del 2016, La Gioia è un racconto tragico della provincia italiana che fa dei due protagonisti due vittime di disfunzionalità familiari opposte ma con l’unica matrice del rapporto distorto con il denaro.

Gioia è una donna di mezz’età che non è mai maturata a livello sentimentale, non a caso la canzone che la identifica è Reality de Il tempo delle mele, un film incentrato sulle cotte delle prima adolescenza e Gioia è rimasta ferma lì per colpa di una famiglia troppo protettiva: una madre ingombrante che la domina anche in età adulta e l’ha soffocata con il suo eccessivo senso di protezione.
Protezione verso la figlia ma anche verso il capitale: i Montefiore sono una famiglia benestante con una bella casa di famiglia, orologi di valore, regali per le grandi occasioni che risaltano maggiormente sul look dimesso di Gioia.

Sono questi simboli di benessere ad attrarre l’attenzione di Alessio che viene da un mondo completamente diverso da quello dell’insegnante: il ragazzo non solo non ha una famiglia su cui contare ma la madre Carla è una figura ambigua certamente a conoscenza del fatto che il figlio si prostituisca e forse lei stessa lo ha instradato a quel mondo con la complicità di Cosimo, l’amico gay che gestisce la doppia vita di Alessio.

Gioia è un’insegnante di francese e si è sfruttato intelligentemente questo dato per rifarsi alla letteratura: il seduttore, la vittima ingenua, l’interesse economico sono temi classici del grande romanzo francese e ne La Gioia riaffiorano retrogusti letterari che vanno da Balzac a Zola.

L’opera è un crescendo emotivo che esplode nel terribile finale: pur mantenendo sempre la violenza e il sesso fuori scena, Gelormini sa trasmettere tutto l’orrore della vicenda.

Primavera

Italia 2025
con Tecla Insolia, Michele Riondino, Andrea Pennacchi, Fabrizia Sacchi, Valentina Bellè, Stefano Accorsi
regia di Damiano Michieletto

Il Pio Ospedale della Pietà è in declino perché un altro orfanotrofio sta attirando i nobili (e i loro lasciti) con una migliore offerta musicale. Si decide quindi di fare tornare Vivaldi a dirigere l’orchestra femminile. L’operazione ha successo anche perché il compositore individua una ragazza di talento, Cecilia e la promuove primo violino. Cecilia però è promessa a un ufficiale che sposerà quando tornerà dalla guerra. La visione musicale di Vivaldi contagia la ragazza che decide di sfuggire al suo destino segnato per darsi interamente alla musica.

Sono rimasta un po’ delusa dal film recente vincitore di 4 David di Donatello. Si tratta di un’opera molto elegante e formale ma ha avuto il torto o la sfortuna di uscire dopo un film e una serie tv che analizzano in modo, se non migliore, certamente più originale, le tematiche di Primavera.

Il film è Gloria! di Margherita Vicario che nel suo esordio da regista, racconta una storia ambientata nella stessa epoca e negli stessi istituti caritatevoli che ospitavano le orfane facendo delle musiciste fino all’età del matrimonio cerimonia con cui avrebbero lasciato definitivamente la musica per dedicarsi alla famiglia.

La serie tv è L’arte della Gioia che ha lanciato Tecla Insolia, protagonista di Primavera. Quando durante la visita del cerusico Cecilia guarda in macchina e confida allo spettatore la sua scelta drastica per sfuggire al matrimonio, sembra proprio una scena in stile “l’arte della gioia” che narra le manipolazioni di una giovane poverissima per farsi una posizione.

La serie era diretta da Valeria Golino e se mi sono sempre chiesta di una differenza tra lo sguardo cinematografico maschile e quello femminile, con Primavera ho trovato la risposta. Le due opere femminili non risparmiano tocchi ironici e fughe fantastiche, l’opera maschile ha una visione più pietistica della condizione femminile non per nulla si apre con un (inutile) scena dell’annegamento di una cucciolata di gattini giusto per introdurre un’atmosfera di crudeltà. La scena più potente di Primavera resta la vendetta del conte di Sanfermo perfetto esempio di sopraffazione maschile.

Primavera è comunque un film solido con una bellissima fotografia, raffinati rimandi artistici ed è interessante la riflessione su arte e potere con i nobili che si commuovono fino alle lacrime durante i concerti senza che la sensibilitá per l’arte instilli in loro qualche dubbio sull’ingiustizia sociale della gerarchia socioeconomica della Serenissima che trasforma istituzioni caritatevoli in macchine da soldi senza umanità per chi avrebbero dovuto proteggere.

Fuori

Italia 2025
con Valeria Golino, Matilda De Angelis, Elodie, Corrado Fortuna, Antonio Gerardi,Francesco Gheghi, Daphne Scoccia
regia di Mario Martone

Estate 1980 la scrittrice Goliarda Sapienza cerca di rimettere insieme i pezzi della sua vita dopo essere finita in carcere per aver rubato dei gioielli. Abbandonando ogni speranza di veder pubblicato il suo romanzo,  Goliarda sembra trovare conforto nell’amicizia con due ragazze conosciute in carcere…

Al di là del semplice gioco fuori /dentro riferito al carcere e al rovesciamento di come la protagonista riesca a vivere in maniera opposta all’idea convenzionale di cosa sia fuori e dentro rispetto alla detenzione, mi stupisce quanto un titolo semplice come Fuori si riveli perfetto per descrivere la protagonista e il film stesso che è un’opera delicata che sa racchiudere più mondi e modi di vivere.

Goliarda Sapienza è l’autrice de L’arte della gioia, romanzo pubblicato postumo in Francia e che solo dopo il successo internazionale è stato pubblicato in Italia.
Intellettuale che sopravvive grazie a traduzioni e correzioni di bozze, finisce in galera per il furto di gioielli a casa di un ex amica/amante.

In questa realtà la scrittrice trova una rinnovata libertà nel rapporto con le compagne di cella, in particolare Roberta, una giovane da sempre coinvolta con la malavita, con legami con il brigatismo e vittima della droga. Una figura affascinante e torbida resa molto bene da Matilda De Angelis che in un finale inatteso offre a Goliarda del materiale che si rivela fondamentale per i due libri sull’esperienza carceraria che daranno notorietà alla scrittrice.

Il film è permeato da ritmi sospesi, fuori dal tempo, c’è l’inquadratura di un orologio che segna le 10 e 10 e non serve altro per capire a cosa allude nell’estate dell’80 ma tutto il peso della Storia resta fuori da questa storia marginale dallo spaesamento umano di una donna stanca di combattere per far pubblicare la propria opera e quindi far riconoscere il proprio valore intellettuale, respinta dal mondo al quale forse non ha mai  sentito di appartenere, la Roma dei salotti bene.

La capitale è un’altra protagonista della pellicola, fotografata con i colori ingialliti di una vecchia polaroid che dilatano i tempi morti dell’estate, le sue architetture sia i palazzi bene che le borgate hanno un un che di minaccioso, sorta di castello chiusi da cui le protagoniste sono escluse o da cui fuggono.

La storia non è lineare ma tutto un gioco di flash back tra episodi che precedono l’esperienza carceraria e altri che la seguono, senza soluzione di continuità, a creare una realtà parallela a quella cronologica, cercando di ricostruire il mondo interiore di un’autrice fuori dagli schemi.

Merita attenzione l’interpretazione della Golino premiata col Nastro d’argento come migliore attrice protagonista: è importante ricordare come l’attrice che ha vestito i panni della scrittrice, quasi contemporaneamente è stata anche regista e sceneggiatrice dell’ottima miniserie tv tratta dal romanzo L’arte della gioia

5 è il numero perfetto

5èilnumeroperfetto

Italia 2019
con Toni Servillo, Valeria Golino, Carlo Buccirosso, Iaia Forte, Giovanni Ludeno, Vincenzo Nemolato, Lorenzo Lancellotti, Angelo Curti, Mimmo Borrelli, Nello Mascia, Rocco Giordano, Emanuele Valenti
regia di Igort

Napoli 1978 Peppino Lo Cicero vecchio scagnozzo della mala, vive solo per il figlio anche lui arruolato dalla malavita. Nino viene ucciso al suo primo incarico e Peppino scatena una guerra uccidendo sia il suo boss che quello della banda rivale, non si rende conto però che la sua vendetta è stata manipolata…

Il fumettista Igort porta sul grande schermo la sua omonima graphic novel del 2002.
Una storia di guapperia ben lontana dai gangster movie cinematografici e televisivi che oggi vanno per la maggiore.
Il suo è un mondo dilatato, notturno, nostalgico e doloroso come può esserlo un padre a cui hanno ucciso un figlio ventenne, anche l’annoiata precisione delle posizioni da sparatoria, i due amici di spalle le braccia allargate per tenere a bada chi arriva a destra e a sinistra, trasuda la stanchezza di una vita sbagliata e una latente ironia verso il filone action movie.
Peppino può contare sull’amico di sempre, Totò o’ Macellaro e ritrova una vecchia fiamma, Rita che lo aveva lasciato perché odiava la violenza della vita che Peppino si era scelto, anche qualche altro cane sciolto si schiererà con questo manipolo che sulla carta non ha nessuna probabilità di portare a termine una vendetta sacrosanta.
Dalla Napoli buia e piovosa l’azione termina nel sole di una sperduta località caraibica dove Peppino si ritira dopo la vendetta, anche per raccontare in prima persona al fratello del dottore come questi aveva sacrificato la vita per aiutarlo e sarà da un giornale italiano ormai datato che Peppino scopre chi aveva manipolato la sua rabbia, un bel colpo di scena, amaro, perfetto per le atmosfere noir della pellicola.

EsCoriandoli

Escoriandoli

Italia 1996
con Antonio Rezza, Valeria Golino, Isabella Ferrari, Claudia Gerini, Valentina Cervi, Carla Cassola
regia di Antonio Rezza

Durante la veglia funebre scoppia la passione tra la vedova Tarcisia e il cognato Giuliano, complici le parole post mortem che esala il cadavere, i due amanti finiranno per rinchiudersi nella tomba con lui. Dopo la sepoltura il becchino Rolando inizia una relazione con Ida, una donna già sposata con Fiore, uomo anziano e depresso che da quando la moglie lo ignora inizia a ringiovanire mentre Rolando invecchia precocemente e prende il suo posto. Fiore è pronto per iniziare una nuova vita ma viene investito da Filippo Proprietario che dopo l’incidente si preoccupa solo della BMW appena acquistata che però non suscita l’entusiasmo della figlia Sabrina, l’ennesimo episodio di apatia della ragazza convince i genitori a ricoverarla nella clinica della Professoressa Coatta perché le restituisca una personalità media. Sabrina però è indifferente ai trattamenti più spietati e viene uccisa. Un ragazzo della clinica riesce a fuggire e sale su un autobus dove si consuma la tragedia del poeta Giacane: pesta involontariamente un piede a al professor Cicciotti e si lascia morire perché l’insegnate non trova che ci sia nulla da perdonare in un gesto di distrazione che accade regolarmente sui mezzi pubblici. Lauretta, l’amica di Giacane si vendica dando fuoco a Cicciotti. Sul luogo della tragedia non manca Elio, presenzialista famoso per vivere nell’epicentro della massa, spronato dalla mamma. Improvvisamente il corpo di Elio si ribella e invece di condurlo agli eventi, lo porta in luoghi solitari, Elio inizia ad amputarsi gli arti ribelli: prima i piedi, poi un braccio fino a rimanere una testa parlante.

EsCoriandoli è il debutto cinematografico di Antonio Rezza, artista dell’assurdo che, con collaborazione con la compagna Flavia Mastrella, grazie alla sua incredibile mimica facciale e ai dialoghi non sense ha realizzato diverse opere, teatrali, fotografiche, televisive e anche cinematografiche.
Il film ha una costruzione ad episodi dove elementi molto esili permettono di passare da un episodio all’altro senza soluzione di continuità. Il protagonista maschile è sempre Antonio Rezza mentre variano le protagoniste femminili dei vari episodi, attrici di chiara fama che si cimentano con successo con la recitazione molto fisica e assurda di Antonio Rezza.
L’episodio più sconvolgente è certamente quello di Sabrina che vede la violenza come unico mezzo per omologare l’individuo alla società. La totale indifferenza della ragazza che non prova nemmeno rancore verso i suoi stupratori mette in crisi i suoi torturatori non certo la prof.ssa Coatta che decide per l’eliminazione con il consenso dei genitori. L’episodio colpisce non solo perché è la critica sociale più puntuale dei diversi episodi ma anche quella costruita in maniera più straniante: Rezza vestito da donna non è per nulla ridicolo ma profondamente inquietante, disturbante anche la rappresentazione dei genitori di Sabrina: la madre è una sciatta donna di mezz’età mentre il padre, molto più giovane ha l’aspetto di un manager rampante.
Se la qualità degli episodi è altalenante, molto buono è lo stile di ripresa con angolature sbilenche, riprese dall’alto o dal basso che schiacciano e inchiodano i personaggi alla loro realtà surreale.
Notevole anche la scenografia: spazi aperti degradati, palazzoni enormi che, anche se nuovi portano già in sé il germe della fatiscenza.

Miele

Italia 2013
con Jasmine Trinca, Carlo Cecchi, Libero de Rienzo, Vinicio Marchioni, Iaia Forte
regia di Valeria Golino

Irene, una trentenne che ha lasciato gli studi di medicina, si mantiene praticando illegalmente l’eutanasia assistita ai malati terminali, con il nome in codice di Miele. Per la ragazza si tratta quasi di una missione ma quando entra in contatto con un anziano ingegnere che ha scelto di morire per sfuggire alla depressione, le certezze di Miele vanno in crisi..

Il notevole debutto alla regia di Valeria Golino si occupa di un tema devastante come quello dell’eutanasia assistita: con pudore e restando sempre a distanza, la macchina da presa ci introduce nelle esistenze fatte di tali sofferenze da indurre a preferire la morte. Il tema è centrale ma narrato senza clamore, facendo quasi da sfondo alle vite di chi viene in contatto con i malati: più che alla madre del ragazzo distrofico, dice molto l’incontro fortuito in aeroporto tra Miele e la sorella di un paziente: racchiuso in un fuggevole scambio di sguardi c’é il senso di colpa della donna che sta finalmente facendo un viaggio di piacere.
Protagonista assoluta del film è Miele superbamente interpretata da Jasmine Trinca: il film si apre su di lei nascosta da una porta a vetri e molto spesso la protagonista è celata o isolata come se non si riuscisse a entrare nel suo intimo: è una ragazza giovane, bella che ha scelto di essere un “angelo dela morte” forse per la malattia della madre. Tutto resta nebuloso come i suoi rapporti amorosi, la tresca con l’uomo sposato, forse un amore ancora in sospeso per il medico che l’ha introdotta nel giro dell’eutanasia. A spezzare la corazza di Miele sarà proprio l’ingegner Grimaldi e vediamo la ragazza trasformarsi: dall’espressione chiusa, decisa che la contraddistingue, il volto di Miele finisce per riaprirsi al sorriso anche se a sua volta non riesce a capire fino in fondo il mistero di Carlo Grimaldi.

Per amor vostro

Anna, finalmente assunta a tempo indeterminato in una casa di produzione televisiva, sembra dimenticare nelle attenzioni che le riserva il divo di una soap opera, i problemi famigliari: le esigenze dei genitori sempre più anziani, gli scontri con i figli adolescenti, di cui uno sordomuto e soprattutto il pessimo rapporto col marito che negli anni si è trasformato in uno strozzino della camorra, ma un giorno Anna sarà costretta a prendere coscienza della realtà che la circonda e smettere di far finta di nulla..

PerAmorVostro

Quello che davvero intriga in Per amor vostro, è lo stile di regia: fondamentalmente è un film in bianco e nero dove l’assenza di colore sta a sottolineare il grigiore di una normalità a cui ci si è rassegnati, sprazzi di colore e inserti a cartoni animati stanno a significare i moti dell’anima, i sogni e i desideri di Anna, la protagonista del film da cui la macchina da presa non si distacca mai, cercando di cogliere tutti gli aspetti della sua vita. Valeria Golino, memorabile come ai tempi di Respiro di Crialese, sorregge tutto il film e ha meritato ampiamente la Coppa Volpi assegnatale all’ultima Mostra di Venezia.
Oltre alla tecnica, il film si distingue anche per l’uso della colonna sonora: la pellicola è divisa in tre segmenti che sono introdotte da tre ballate che ampliano la vicenda, come da tradizione dei cantastorie e anche come nel coro greco, funzione che viene ripresa in maniera più puntuale dai passeggeri dell’autobus su cui più volte si ritrova Anna, sottolineando i suoi pensieri, le ansie, le paure. Le ballate degli Epsilon Indi sono in dialetto napoletano stretto, come gran parte del film e il miscuglio linguistico è un tratto fondamentale della pellicola, recitata in italiano, napoletano e nella lingua dei segni.
L’opera racconta della presa di coscienza di una donna, del suo coraggio di ritrovare la forza e la libertà che le erano stati strappati da bambina ma si tratta anche di un film di denuncia; Napoli è molto presente in Per Amor Vostro non solo per il riferimento camorristico, ma soprattutto per la dimensione tradizionale (memorabile la scena di Anna con la madre al cimitero delle Fontanelle), la denuncia che il film compie esula dal contesto napoletano e si allarga a tutta Italia, da sempre paese ignavo (Ignavia è stato un titolo preso in considerazione per il film) da sempre disposto a far finta di non vedere, a pagare lo scotto minore in nome di un bene comune ristretto all’ambito famigliare: l’Italia dove tutto si fa “per amor vostro”.

La kryptonite nella borsa

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Napoli 1973, Peppino Sansone ha quasi dieci anni, porta gli occhiali e non ha un grande successo tra i compagni di scuola. Improvvisamente muore il cugino Gennaro Superman, convinto di essere l’omonimo supereroe e la madre di Peppino cade in depressione perchè scopre che il marito la tradisce. Peppino si trova cosi’ affidato al padre volenteroso ma distratto e soprattutto ai giovani zii hippies.

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Il debutto alla regia dello sceneggiatore Ivan Cotroneo e’ tratto dal suo romanzo omonimo, La kryptonite nella borsa. Cotroneo ne trae una favola tenera e colorata e il colore, sostenuto dalla bella fotografia di Luca Bigazzi, e’ forse uno degli elementi piu’ significativi delle scelte stilistiche: la luce, il colore o il non colore esplicitano le emozioni del film, penso ai toni scuri che improvvisamente dominano la scena del funerale di Gennaro con una bellissima ripresa dall’alto degli ombrelli neri che riempiono il vicolo o il bianco della scena nel corridoio dell’ospedale quando Rosaria, mamma di Peppino, aspetta di incontrare per la prima volta il suo psicanalista e il taglio inclinato dell’inquadratura ci suggerisce il desiderio di suicidio della donna sporta alla finestra.
Altro elemento notevole e’ la scelta dei costumi, cappotti, gilet e camicie dalle fantasie improponibili che mi hanno fatto ricordare perche’ amo le tinte unite. Si’, essendo una bambina degli anni ‘70 e’ scattato il processo di identificazione con il protagonista e la storia di Peppino mi ha fatto ricordare quanto era noioso essere piccoli negli anni ‘70, forse perche’ i figli unici erano una minoranza prima o poi si finiva sempre per essere affidati ad improbabili parenti un po’ piu’ grandicelli e se eri fortunato passavi il tempo a reggere la candela. Da decidere di buttarsi come l’ultimo pulcino che cerca di sottrarsi alle amorevoli ma pericolose cure del padre di Peppino: le brevi vite di Primo, Secondo e Terzo, pulcini vittime di troppe attenzioni sono le gag piu’ esilaranti della pellicola.

Giulia non esce la sera

Giulianonescelasera Italia 2008
con Valerio Mastandrea, Valeria Golino
regia di Giuseppe Piccioni

Accompagnando la figlia Costanza a lezione di nuoto, Guido viene colpito da una nuova istruttrice, Giulia, e quando Costanza decide di interrompere il corso, Guido prosegue le lezioni al suo posto entrando cosi’ in contatto con la bella bagnina e scoprendo la sua disperazione: Giulia e’ una reclusa in regime di semiliberta’ che non riesce ad avere contatti con la figlia sedicenne che la respinge ostinatamente. Neppure l’amore che leghera’ Guido e Giulia potra’ salvare la donna dal suo abisso…

Le sensazioni lasciate dal bel film di Piccioni sono un po’ come una giornata in piscina: c’e’ il piacere dell’acqua e del nuoto ma ci sono anche tante cose sgradevoli: il cloro, l’acqua fredda, la plastica dura dei bordi che graffia la pianta dei piedi. La stessa altalenanza di sensazioni positive e negative accompagnano l’incontro tra Guido, scrittore una volta tanto non in crisi, ma in lizza nella cinquina finale di un prestigioso premio letterario, persona disincantata nei confronti della vita e del proprio mestiere che ha scelto per caso e Giulia, l’assassina per amore che per una passione improvvisa ha abbandonato marito e figlia per seguire uno sbandato che ha ucciso quando questi voleva lasciarla. Il caso sembra guidare le vite dei due protagonisti che si ritrovano uno in carriera e l’altra con l’esistenza distrutta e che si incontrano casualmente in piscina, l’unico luogo dove la dimensione liquida sembra poter cancellare le distanze. Con l’irruenza che la contraddistingue, Giulia ancora una volta crede di poter cambiare la sua vita ma la realta’ la sommerge definitivamente.
Con il suo stile minimalista che preferisce mettere in evidenza il quotidiano sull’eccezionalita’ del dramma, Piccioni ci regala un intenso ritratto di donna orgoglioso e disperato, portato ancora una volta sullo schermo con scabra bravura da Valerio Golino che si cimenta anche nel canto, duettando con Francesco Bianconi, leader dei Baustelle che firmano la colonna sonora, nella canzone dei titoli di coda, Piangi Roma.

Il film ha recentemente vinto la prima edizione del Premio cinematografico Giacomo Casanova per la scena piu’ seduttiva del cinema italiano della passata stagione con la motivazione che “La sequenza del film di Giuseppe Piccioni riesce a trasmettere la forza irresistibile del desiderio e la sua capacità di travolgere leggi, norme e doveri consolidati. È bella perché visualizza il conflitto e l’attrito che ogni atto di seduzione porta con sé”.

Favole di uomini qualunque

L’uomo nero e Il mio amico Eric sono due film molto diversi tra loro però stranamente accomunati dall’elemento fantastico e dalla capacità dell’insignificante uomo qualunque di fare gesti imprevedibili che sanno capovolgere le situazioni. Si esce da entrambe le visioni con l’animo sollevato e allegro, carichi di un ottimismo alla Frank Capra, anche se nei tempi di tremenda omologazione che stiamo vivendo, totalmente rassegnati all’arroganza di qualsiasi forma di potere (culturale e criminale nelle due pellicole) l’idea della ribellione imprevista può essere affidata solo ai toni favolistici.



Luomonero

Il film di Sergio Rubini racconta una storia di aspirazioni frustrate nella Puglia di fine anni’60: il capostazione Ernesto Rossetti ha velleita’ pittoriche che si ispirano a Cezanne. I suoi sogni di gloria sono pero’ osteggiati da chi detiene il potere culturale nel paese: l’avvocato e il professore di storia dell’arte che tiene una rubrica di critica sulla gazzetta locale dove stronchera’ drasticamente la mostra del capostazione. L’uomo troppo preso dal tentativo di sfuggire alla mediocrita’ della vita di provincia e’ piuttosto disattento nei confronti del figlio, Gabriele, che dotato di estrema sensibilita’ vede il padre come l’uomo nero del titolo. Rubini sceglie il punto di vista del ragazzino per raccontarci la vicenda e la telecamera e’ spesso ad altezza di bimbo riprendendo la vita e fianchi degli adulti. Pur essendo una pellicola molto equilibrata nei suoi vari aspetti, L’uomo nero ha il suo punto di forza nella ricostruzione puntuale della vita meschina della provincia anni’60, anche nella ricostruzione cinematografica o linguistica, ad esempio non sentivo chiamare il Meridione Bass’Italia dalla fine degli anni ‘70!



Ilmio amicoeric

Il mio mio Eric e’ l’ultima fatica di Ken Loach sempre interessato ai problemi della working class. Eric Bishop e’ un postino in crisi depressiva: abbandonato dalla seconda moglie che gli ha lasciato in custodia i figliastri, in realta’ non riesce a dimentare la prima moglie Lily, che ha abbandonato appena ventenne con la figlioletta neonata. Dopo un breve periodo in una clinica psichiatrica Eric torna a casa dove trova il sostegno degli amici, ma soprattutto immagina di confidarsi con il suo idolo, il campione di calcio Eric Cantona. Seguendo i consigli del mitico e bizzarro King Eric, star del Manchester degli anni’ 90, Bishop riuscira’ a rimettere insieme i pezzi della sua vita e a salvare il figlio dai ricatti del delinquente del quartiere .
Anche se i tono sono quelli leggeri della commedia, Loach non rinuncia ai temi di denuncia a lui cari ponendo come sempre al centro del film una questione morale che il protagonista deve affrontare al di fuori delle leggi dello Stato. Questa volta a risolvere i dilemmi della coscienza Loach chiama in causa gli amici e le leggi del calcio, che nei suoi aspetti piu’ alti diventa metafora di vita, non mancando di denunciare anche l’imbarbarimento di questo sport, oramai non piu’ per famiglie.