Il gigante di ferro

The Iron Giant
USA 1999, Warner Bros
regia di Brad Bird

USA 1957, Hogarth Hughes, un ragazzino patito di fantascienza, scopre che nei boschi vicino a casa sua si nasconde un gigantesco robot di ferro con cui inizia a fare amicizia, insegnandogli a parlare e condividendo con lui la passione per i supereroi. L’enorme robot però non è passato inosservato e ben presto l’FBI manda un agente, Kent Mansley, a controllare il paese di Rockwell. Hogarth nasconde il gigante di ferro presso Dean, un artista beatnick che realizza bizzarre sculture in ferro. Alla fine però la presenza del gigante viene scoperta e una sua reazione difensiva fornisce a Mansley l’occasione buona  per chiamare l’esercito e iniziare un’insensata escalation nucleare ma il gigante, stanco di essere una macchina da guerra e seguendo l’esempio di Superman, si sacrifica e sventa la distruzione della cittadina…

Cartone dalla genesi complessa: dal romanzo originale scritto dal marito di Silvia Plath per consolare i figli per il suicidio della madre, passando attraverso il concept album e musical degli Who Il gigante di ferro diventa il primo lungometraggio d’animazione diretto da Brad Bird che con la Pixar ha poi realizzato i grandi successi de Gli Incredibili e Ratatouille.

Il film fu un flop al botteghino ma nel corso degli anni è diventato un cult e oggi, un quarto di secolo dopo, è quanto mai attuale per i timori dello sviluppo incontrollato dell’AI che ci riporta alla domanda che ha spinto Bird ad interessarsi al progetto dopo che la sorella era stata uccisa da un proiettile: “un’arma può avere un’anima?”

La risposta del film è sì: il gigante di ferro riuscirà a superare la sua natura difensiva (era arrivato a riattivare tutti i suoi congegni bellici quando Hogarth per gioco gli aveva puntato una pistola contro) e a decidere di seguire il modello positivo del (super) eroe che sacrifica la sua vita per il bene comune.

La nascita di un anima avviene attraverso l’empatia, fiammella accesa dall’ingenua amicizia con Hogarth che si concretizza nell’esperienza dell’incontro con la morte, il gigante e il ragazzino stavano ammirando un cervo che viene -inutilmente- ucciso dai cacciatori. La scena, commoventissima, riprende il classico Disney Bambi.

Il gigante di ferro è un raffinato gioco di citazioni a partire da E.T. per il rapporto tra il bambino e un essere alieno che diventa una figura da controllare/studiare dalle forze armate, per finire con tutta la filmografia sci-fi degli anni 50 che nascondeva dietro la paura dell’invasione aliena i timori nati dalla guerra fredda con la Russia e il paranoico agente Mansley incarna tutta la rabbiosa essenza del maccartismo.

Molto ben disegnata anche la figura di Dean, un artista beat, personaggio molto insolito nel mondo dell’animazione ma che nella suo approccio anticonvenzionale alla vita, è l’unico a capire che il gigante risponde solo se attaccato, per legittima difesa potremmo dire.

Dean, Hogarth e la madre single Annie alla fine diventano una famiglia ma l’happy end che stempera la commozione del sacrificio del gigante di ferro è scoprire con Hogarth che i suoi pezzi, sparpagliati in ogni dove dall’esplosione piano piano si riuniscono per le capacità autogenerative del robot.

Lodevole anche la scelta di non spiegare la comparsa del gigante, di tacere se le sue origini siano terrestri e nel caso da quale schieramento contrapposto sia stato creato, escamotage che tiene sempre alta la curiosità dello spettatore 

Frailty – Nessuno è al sicuro

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USA 2001 Lions Gate
con Bill Paxton, Matthew McConaughey, Power Boothe, Luke Askew
regia di Bill Paxton

Una sera, l’agente dell’FBI Wesley Doyle riceve una strana visita: un uomo che dice di chiamarsi Fenton Meiks gli rivela che “la mano di Dio”, il serial killer che Doyle sta cercando da mesi senza successo, è suo fratello Adam che si è appena suicidato.
Fenton gli racconta la storia della sua infanzia: lui e suo fratello cresciuti dal padre che un giorno impazzisce e confida ai figli di essere stato scelto da Dio per la lotta finale contro i demoni. I due ragazzini vengono coinvolti nella spirali di omicidi dal padre, mentre il piccolo Adam accetta senza problemi la follia del genitore, Fenton farà di tutto per opporsi fino al punto di uccidere il padre.
Doyle si lascia convincere dalle parole di Fenton e lo segue nel roseto dove si trovano i cadaveri delle vittime ma andrà in contro ad una amara sorpresa..


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Debutto alla regia nel lungometraggio dell’attore Bill Paxton, Frailty è un originale horror dai risvolti psicologici, girato quasi come una fiaba nera per bambini: gli omicidi sono sempre fuoricampo, soprattutto nella parte iniziale del film, con il procedere del disvelamento della vera identità dei personaggi anche la visione del sangue aumenta pur mantenendo gli aspetti gore ai livelli minimi.
Il punto di vista è quello infantile di Fenton, il più grande dei fratelli Meiks che si trova a dover gestire improvvisamente la lucida pazzia di un padre altrimenti amorevole e comprensivo. Diviso tra il proprio senso di giustizia e l’amore verso il genitore il ragazzino si troverà a dover fare una scelta drammatica tra il padre e la sua ennesima vittima.


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Lo studio psicologico del bambino è ben articolato e rende coinvolgente i due terzi del film che nel sottofinale prende una piega del tutto inaspettata: non solo il racconto del presunto Fenton è totalmente inventato ma probabilmente anche lo schieramento tra buoni e cattivi, pazzi e savi va completamente ribaltato. Finale d’effetto molto riuscito per un film horror che aggiunge una critica alla società contemporanea alla stigmatizzazione dell’inquietante delirio religioso.
Avevo visto questo film in sala quando era uscito nel 2002 e mi è sempre rimasta impressa l’ambiguità di Matthew McConaughey, allora solo considerato solo un sex symbol, il suo lato oscuro è emerso definitivamente in opere molto più recenti come Killer Joe, un plauso quindi a Paxton anche per l’intuizione.

Black Mass – L’ultimo gangster

BlackMass Nel 1975 John Connolly, un agente dell’FBI cresciuto nei quartieri malfamati di South Boston, propone un alleanza all’amico d’infanzia Jimmy “Whitey” Bulger, piccolo boss della malavita irlandese: informazioni sulla mafia italiana in cambio di protezione. Bulger accetta strumentalizzando l’offerta: in cambio di informazioni spesso di seconda mano si libera della concorrenza italiana e diventa uno dei boss più pericolosi della malavita americana.

Black Mass si segnala per la prova degli attori, che va ben oltre allo scalpore suscitato da Johnny Depp, moraccione truccato credibilmente da albino con un paio di lenti a contatti azzurre che rendono ancora più inquietante il gelido sguardo dello spietato Bulger. A colpire è soprattutto la postura dei tre protagonisti, Johnny Depp implacabile e freddo, l’andatura da bullo di Connolly interpretato dal sempre ottimo Joel Edgerton, il sussiego indifferente di Benedict Cumberbatcht nei panni del fratello senatore di Bulger, e poi le facce incredibili dei componenti la banda di Winter Hill.
Che Scott Cooper sia un ottimo direttore di attori lo dimostra anche il suo film precedente, Il fuoco della vendetta, la resa emotiva invece non sembra essere il suo forte anche se l’ennesima connivenza di un’agenzia americana collusa con chi dovrebbe combattere in nome di una vittoria più grande offrirebbe molti spunti di riflessione, anche attualissimi. Black Mass, invece, si rivela un film piacevole alla visione ma profondamente didascalico, bello e senz’anima come i suoi personaggi: si ricostruisce pedissequamente la storia del pericolo pubblico n°2 (dopo Osama Bin Laden!) senza toni epici e soprattutto senza trarne una morale che è affidata alle didascalie finali: Connelly che aveva ideato l’accordo tra FBI e Bulger, è quello che sconta più anni di galera di tutti gli altri (escluso il boss) perché non patteggia, convinto che i “danni collaterali” valessero bene il risultato della sconfitta di Cosa Nostra a Boston.

Una vedova allegra… ma non troppo

Marriedtothemob Married to the Mob
Usa 1988
con Michelle Pfeiffer, Dean Stockwell, Matthew Modine, Nancy Travis, Alec Baldwin, Joan Cusack
regia di Jonathan Demme

Angela de Marco è la moglie di un picciotto mafioso di Long Island; quando il marito viene ucciso crede che sia l’occasione giusta per liberarsi dello stile di vita mafioso che conduce ma il boss Tony Russo le mette gli occhi addosso. La cosa non sfugge alla gelosissima moglie di Tony, Connie e nemmeno all’FBI che si convince che Angela sia l’amante del boss e incarica l’agente Mike Downey di pedinarla..

Jonathan Demme è sempre stato un regista molto versatile e appena prima de Il silenzio degli innocenti gira questa piacevole commedia romantica molto pop e post, in perfetto stile anni ’80, scherzando con gli stereotipi della mafia: se le mogli dei mafiosi, dedite solo a curare il look cotonato e maculato, allora sembravano grottesche, venticinque anni dopo non stupiscono più dopo aver visto le protagoniste del Jersey Shore proseguire quella tremenda tradizione in fatto di estetica e abbigliamento.
Unavedovaallegramanontroppo Che Demme si sia formato alla factory di Corman e abbia un innato talento per il thriller lo dimostra l’ottima scena dell’omicidio iniziale sul treno pendolare che ci introduce nel mondo mafioso, poi la commedia prende il sopravvento con l’uccisione di Frank “Cetriolo” De Marco per mano del suo boss: il soprannome di De Marco (un Alec Baldwin che non ricordavo esser stato così bello) denota il suo appetito sessuale che lo porta ad avere una storia con l’amante del suo boss, Tony Russo “costretto” a farli fuori entrambi. Anche Russo è un macho sciupafemmine ma purtroppo per lui ha una moglie ipergelosa e determinata come un mulo, che egli, giustamente, teme più della galera e Connie Russo sarà una divertentissima mina vagante per tutta la pellicola. Tony Russo è impersonato da Dean Stockwell che per questo ruolo vinse una nomination agli Oscar, io ho avuto l’impressione che l’attore si sia ispirato al Dave lo Sciccoso (Glenn Ford) di Angeli con la Pistola.
Michelle Pfeiffer (Angela de Marco) è all’apice della sua bellezza anche in versione mora e permanentata e dimostra un buon talento per la commedia amoreggiando con un sex symbol degli anni ’80, Mattew Modine.

Auguri a Clint Eastwood

Nato il 31 maggio 1930 a San Francisco, Clint Eastwood esordisce nei b-movie horror degli anni ‘50, ma e’ in Italia che trova il successo, alla corte di Sergio Leone che fa di questo attore con due sole espressioni, col sigaro e senza, il feticcio dei suoi film che inventarono un nuovo genere, lo spaghetti western.


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Eastwood incontra poi Don Siegel che lo trasforma in Dirty Harry, uno dei poliziotti piu’ cattivi della storia del cinema che da vita alla fortunata serie de L’ispettore Callaghan, cinque film in 17 anni e il penultimo, Coraggio… fatti ammazzare (Sudden Impact) del 1983 è diretto dallo stesso Eastwood.


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Nel 1971 Clint Eastwood fonda la sua casa di produzione, la Malapaso e si cimenta con la macchina da presa girando Brivido nella notte, e’ l’inizio di una nuova carriera mantenutasi sempre su buoni livelli, che e’ arrivata anche a vette altissime.
Eastwood diventa il cantore dell’America suburbana e provinciale, narrando storie marginali che sanno pero’ ben rappresentare i malesseri piu’ profondi della nostra societa’ come dimostrano gli ultimi grandi lavori MYstic River e Million Dollar Baby definitive conferme dell’immensa statura morale del regista.
Personalmente della filmografia eastmaniana porto nel cuore tre titoli tra tutti: Un Mondo Perfetto, I Ponti di Madison County e Million Dollar Baby, certa che il grande Clint sapra’ darci ancora grandissime emozioni e spunti di riflessione.


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31.05.2015

Grantorino

Al giro di boa degli 85 anni di Clint Eastwood dopo posso confermare la facile intuizione che il regista sia stato un pilastro della cinematografia dell’ultimo decennio tanto che spesso si è parlato di lui come moral guidance e il capolavoro Gran Torino del 2008 ne è il più fulgido esempio (va arricchire l’elenco dei miei film eastwoodiani preferiti) ma il grande Clint ha saputo anche far discutere affrontando la battaglia di Iwo Jima da due punti di vista diversi, quello americano in Flags of Our Fathers e quello giapponese in Letters from Iwo Jima, entrambi del 2006.
Si è dedicato ai biopic con intenzioni ed esiti molto differenti, dall’omaggio a Mandela d’Invictus – L’invincibile, all’analisi del controverso capo dell’FBI in J. Edgar, fino a Jersey Boy, ispirato ad un musical.
Ha affrontato un tema delicato come quello della morte in Hereafter (2010) e la sua ultima fatica (che non ho ancora visto) American Sniper ha acceso notevolmente gli animi.
Il vecchio pistolero sa sempre lasciare il segno.

Assassinio al cimitero etrusco

titolo internazionale Scorpion with Two Tails
titolo alternativo Il mistero degli Etruschi
Italia 1982 Medusa
con Elvire Audray, Paolo Malco, Claudio Cassinelli, John Saxon, Van Johnson, Marilù Tolo, Wandisa Guida, Gianfranco Barra, Carlo Monni, Jacques Stany, Anita Sagnotti Laurenzi, Maurizio Mattioli, Franco Garofalo
regia di Sergio Martino
(con lo pseudonimo di Christian Plummer)

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Joan, moglie dell’etruscologo Arthur Barnard, in trasferta in Italia per lavoro, inizia a fare angosciosi incubi riguardanti riti etruschi, mentre ne parla con il marito questi viene ucciso. Nonostante il parere contrario del ricco padre, Joan, insieme al ricercatore Mike Grant, viene in Italia per capire cosa è successo ad Arthur: scoprirà che i reperti etruschi spediti alla fondazione paterna coprivano un traffico di droga ma anche di essere la reincarnazione di Cere, l’unica lucomone donna.


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A una decina d’anni da L’etrusco uccide ancora, l’intrigante e misterioso mondo etrusco torna a far da sfondo a un thriller dalle venature soprannaturali, il film purtroppo non è buono ma questo è dovuto al fatto che nasce come una produzione televisiva di circa 180 anni minuti (Lo scorpione a due code) poi ridotta alla metà e passata sul circuito cinematografico. Si perdono quindi molti dei nodi salienti e la pellicola conclude separatamente le varie sottotrame: quando tutti gli implicati nel traffico di droga si trovano nella grotta e Joan scatena le forze telluriche pensavo fosse la fine del film, evidentemente era la fine del primo episodio televisivo e, conclusa la vicenda del traffico di droga, riprende la ricerca dell’assassino dopo l’intervento chirurgico che salva Joan, nel frattempo si scopre che la donna è uguale all’antico affresco che decora la tomba appena scoperta e i poteri medianici di Joan si affinano.

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Nel finale arrivano inopinati colpi di scena: Mike è un infiltrato dell’FBI sulle tracce dei trafficanti di droga e poi su quelle del killer e per giustificare la reincarnazione di Joan salta fuori anche l’antimateria, elementi che non trovano giustificazioni nel plot del film e che forse trovavano un senso nelle parti tagliate dello sceneggiato televisivo.
La produzione è comunque importante e curata: troviamo addirittura Van Johnson nella parte del padre di Joan, il riccone colluso con il traffico di droga una spanna sopra agli altri per la recitazione; gli esterni nella campagna della Tuscia sono davvero incantevoli, e la musica di Fabrizio Frizzi, anche se sullo stile dei Goblin, è d’effetto.

American Hustle – L’apparenza inganna

Americanhustle Irving e Sidney (più nota come Edith) sono due truffatori che spillano denaro alla gente in difficoltà facendo passare lei per una lady inglese con contatti nelle banche europee, fino al giorno in cui non vengono beccati dall’FBI. Richie di Maso, l’intraprendente agente che li ha scoperti, promette loro l’immunità se lo aiuteranno a incastrare altri truffatori. Irving e Sidney accettano loro malgrado e finiscono travolti dall’ambizione folle di DiMaso che sfrutta i loro contatti per arrivare a membri del congresso e capimafia..

American Hustle è il film che ha stravinto i Golden Globes portando a casa tre premi ma da noi la notizia è passata in secondo piano per la gioia del premio vinto da La Grande Bellezza.
La pellicola conferma il momento d’oro del regista David O.Russell che con i precedenti The Fighter e Il Lato positivo ha fatto incetta di Oscar e sicuramente di American Hustle sentiremo parlare ancora nella prossima notte degli Oscar, date le sue 10 nomination.
Il film si ispira a una reale operazione dell’FBI ma al regista non interessa tanto il lato spionistico della storia quanto la girandola amorosa che si crea tra i quattro protagonisti: Sidney è l’amante di Irving, sposato con Rosalyn casalinga depressa e manipolatrice. Quando per agganciare il sindaco di Camden, Irving è costretto a portare a cena Rosalyn con il politico e la di lui consorte, Sidney per ripicca, cede al fascino di Richie.
Il film lievita come le acconciature e gli abiti tamarri degli italo americani dei tardi anni ’70 e ha il pregio di tenere fino alla fine tutte le strade aperte: pochade o tragedia. Resta qualche lungaggine di troppo per parlare di un capolavoro ma gli attori sono eccezionali: Jennifer Lawrence si conferma un’attrice di razza, di quelle che sanno diventare anche brutte (concetto molto diverso dall’imbruttirsi) e Christian Bale ci stupisce con una nuova trasformazione fisica: la prima inquadratura è per la sua ventrazza (parliamo dell’aitante Batman di Nolan e dell’attore che perse oltre 30 chili per interpretare L’uomo senza sonno).
Dopo la pancetta l’attenzione del regista è tutta per l’elaborato riporto con cui Irving copre la calvizie più che incipiente, metafora del gioco di apparenze attorno a cui ruota tutto il film.
Da citare il cameo non accreditato di Robert De Niro: gli occhiali dalla spessa montatura nera sembrano confermare la sua imitazione di Scorsese e del resto buona parte del film ricrea il mondo di Quei bravi ragazzi.

J. Edgar

J Edgar Il biopic che Clint Eastwood gira su J.Edgar Hoover, personaggio controverso della storia americana, fondatore dell’FBI e direttore del Bureau fino alla sua morte nel ‘72 non nasconde le molte ombre di un disadattato succube della madre ma dalla volonta’ di ferro che seppe sfruttare ogni situazione a proprio vantaggio, o meglio a vantaggio della propria creatura, l’organizzazione investigativa che rese federale all’inizo degli anni 30 sfruttando il cordoglio per la morte del piccolo Lindy, il figlio del celebre aviatore Charles Lindbergh, ucciso dopo essere stato rapito a scopo di riscatto.
Il film viene accusato di sorvolare su alcuni lati oscuri, ad esempio i rapporti di Hoover con la mafia, a parte che il soggetto e’ davvero bigger than life e la pellicola dura circa 140 minuti, queste critiche potrebbero essere rintuzzate invitando a prestare attenzione al titolo, J. Edgar il nome di battesimo del protagonista, quindi la scelta di indagare sugli aspetti piu’ personali della figura di Hoover, di cui Eastwood non si fa scrupolo di mettere in mostra la doppiezza omofoba essendo innamorato del suo braccio destro Tolson, e la storia d’amore assume sempre maggiore importanza nella parte finale del film che culmina nella descrizione della camera da letto personale di J.Edgar in cui viene trovato morto. Se i saloni deserti di Xanadu rappresentavano il vuoto della vita del Cittadino Kane, quella camera raffinata piena di oggetti d’arte getta una luce pietosa su un uomo che si e’ sempre sforzato, sotto l’assillo di una madre virago di migliorarsi: l’attenzione per l’abbigliamento la scelta del secondo nome piu’ altisonante del banale John iniziale, il dominio delle balbuzie..
I comprimari che attorniano la vita di Hoover sono ben delineati e io sono rimasta affascinata dalla figura un po’ misteriosa di Helen Gandy, la segretaria che dopo aver rifiutato di sposarlo ne diventa la fedele vestale, oltre alla morte: se mi e’ chiaro il legame tra la madre e J. Edgar, il sentimento tra lui e Tolson, la scelta di restargli accanto da parte di questa donna mi risulta meno comprensibile.
Se il titolo denuncia un approccio intimo alla figura di Hoover non vuol dire che il film sia intimista, lo spaccato storico c’e’ e come sempre a Clint non interessa la ricostruzione storica, per quanto filologicamente perfetta nella scenografia e nei costumi. Riflettono pienamente i nostri tempi l’ossessione per il nemico che spinge a porre in secondo piano i diritti civili garantiti rispetto al bene superiore della nazione, la capacita’ di manipolare l’opinione pubblica ottenendo finanziamenti e poteri attraverso l’uso della pubblicita’ indiretta della strumentalizzazione del caso Lindbergh ed e’ la quarta volta che Eastwood fa del rapimento di un bambino il motore drammatico di un suo film, da Un mondo perfetto a Mystic River per culminare in Changeling. Hoover e’ anche un grande manipolatore dei media, crea il mito dei G-man e durante la visione riflettevo come nella mia mente Hoover fosse tra i cattivi mentre l’FBI tra i buoni (o per lo meno fosse sermpe meglio della CIA!) grazie ai tanti serial che vedono il Bureau e i suoi collaboratori come indiscussi protagonisti.
Indubbiamente la lettura e’ anche transnazionale: i maneggi di Hoover fanno pensare al nostrano Andreotti che si limitava solo ad alludere ai suoi archivi segreti per smorzare ogni oppositore e anche la frase che conclude la biografia pensata da Hoover, l’amore che sconfigge sempre l’odio e’ stato il cavallo di battaglia di Berlusconi dopo l’attentato con la statuetta del Duomo.
A sottolineare la sistematica volonta’ di Hoover di plasmare la storia a suo piacimento c’e’ l’escamotage stilistico di raccontare la vicenda del protagonista come se fosse lui a dettare le sue memorie a una serie di agenti che Hoover vuole sempre piu’ fidati ed il meno critici possibili verso la sua verita’ il passo si intuisce quando l’agente Smith fa una domanda che rischia di far crollare il castello di carte di Hoover: l’uomo si blocca un attimo prima di rispondere. Tutta la pellicola e’ un progressivo scollamento tra la visione personale del protagonista e la realtà, nel continuo passaggio dai flashback al presente, fino allo scontro ultimo con Tolson in cui l’uomo getta brutalmente in faccia la verita’ a Hoover: tutto ruota attorno alla menzogna e lla manipolazione, anche il trucco forse troppo pesante ma quanto sono inquietanti le lenti a contatto scure che “accecano” lo sguardo ceruleo di Leonardo di Caprio!

Shutter Island

Shutterisland L’agente del FBI Teddy Daniels e il suo nuovo compagno Chuck Aule devono condurre un’indagine sulla misteriosa scomparsa di una detenuta nel manicomio criminale di Ashecliffe, che sorge su un’inaccessibile isola al largo delle coste del Massachusetts, Mentre l’indagine prosegue tra l’ostilita’ del personale di custodia, si svela una realta’ del tutto inaspettata..

Mi sembra naturale che l’approfondimento della tematica piu’ peculiare del cinema di Scorsese, la violenza come unica risposta ai tentativi di un individuo di sfuggire alle leggi ferree che regolano il suo gruppo sociale, portasse il regista newyorkese a cimentarsi prima o poi, con il mondo della malattia mentale nello spazio chiuso del manicomio.
Nel suo amore per il cinema classico americano, il maestro del noir postmoderno prende un classico plot destrutturato (siamo dalla parti de L’uomo senza sonno, tanto per intenderci senza svelare i colpi di scena) e lo riveste con lo stile del noir piu’ classico: ambientazioni, costumi, epoca e citazioni cinefile che vanno da Welles a Fuller, passando per la ricostruzione di atmosfere hitchcockiane. La perfezione si sarebbe raggiunta se il film fosse stato palindromo cioe’ se avesse retto sia la versione di Teddy che quella dei dottori del manicomio invece, nonostante l’aggrovigliarsi di colpi di scena nel finale, si conferma solo una delle versioni, ma il film regge bene questa veniale delusione. Si sarebbe potuta risparmiare anche qualche lungaggine di troppo ma pare che 138 minuti sia diventato il nuovo standard dei blockbuster hollywoodiani: che sia la lunghezza ideale per riempire un blu ray?

Vanished o.. call me MOIGE

Vanished

Ho visto la prima puntata (primi due episodi) di Vanished e mi sembra un giallo classico senza pretese adatto a qualche tranquilla serata estiva.
La storia inizia con la scomparsa di Sara Collins, moglie di un potente senatore alla soglia di una decisione critica, il rapimento potrebbe quindi essere un ricatto per il marito, ma anche l’ex moglie e la figlia del senatore non vedono di buon occhio la bella Sara e inoltre l’ambiziosa giornalista (Rebecca Gayheart, l’indimenticata Tony di Beverly Hills, 90210) che segue il caso scopre che la donna era gia’ scomparsa in passato e un uomo sostiene di averla conosciuta in quel periodo ma con altre generalita’. 
Come se la storia non offrisse gia’ abbastanza spunti, il caso sembra rimandare anche all’ultima tragica vicenda diretta dall’agente dell’FBI che ha in mano il caso. La sua ultima missione costo’ la vita al bambino che era stato sequestrato; il piccolo Nathan mori’ per l’esplosione della bomba che aveva indosso e la scena della sua morte e’ decisamente forte anche per palati scafati come il mio. Sara’ che il giorno prima una mia amica mi raccontava le difficolta’ di tenere lontana la figlia seienne dalle brutture della televisione e quindi ero particolarmente sensibile all’aorgomento ma sapere che questa scena e’ andata in onda alle 21,20 circa (e replicato la mattina dopo intorno alle 10,00) monitorata solo da un bollino giallo mi ha colpito: come glielo spiega il genitore che accompagna il figlio nella visione, l’esplosione di un suo coetaneo poco prima di andare a letto?